Frammenti di una Quarta Roma

Frammenti di una Quarta Roma

Come dice Marcello Fiori a proposito di Massimo Valentini, le città si raccontano attraverso le loro forme, il reticolo infinito di strade, palazzi, piazze e giardini, statue e lampioni, scorci di cielo e di luce che ne esaltano i vuoti o enfatizzano la maestosità di certi volumi. Una teoria enigmatica di dettagli che si deposita nella memoria e che lì trova la sua ragion d’essere, svela i suoi significati. 

Sono pietre e ricordi tenuti insieme da uno sguardo.

E lo sguardo di Massimo Valentini è uno sguardo particolare, attento, penetrante e sempre pervaso da un amore incrollabile per questa città.

Poche immagini come le sue raccontano la disperata ricerca della bellezza in un’epoca di abbandono e di solitudine come quella che i cittadini di Roma stanno vivendo. 

Le immagini di questo libro sembrano essere attraversate da un doppio filone narrativo. Due chiavi di interpretazione che a volte si sovrappongono. Da un lato i frammenti di una città nuova che attraverso geometrie e architetture cerca una sua identità contemporanea. Dall’altro le contraddizioni della difficoltà di tenere insieme “il peso” e la bellezza dell’eredità di un immenso patrimonio storico, con la possibilità di conservarlo adeguatamente e, in modo coerente, farlo convivere con la città di oggi.

Massimo Valentini

La Mostra:

Massimo Valentini ci propone un punto di vista, una chiave di lettura: frammenti di una città dentro mille altre città, tessere di un puzzle che solo il sogno di una quarta Roma potrebbe ricollocare in un modo ordinato, logico, ricco di senso in un mosaico che definisce una nuova idea di città. Ecco servirebbe una idea, una visione di cui, per ora, non si intravede la genesi.

Queste immagini, si incastrano tra loro come brani di un racconto. Offrono ritmi e dettagli, danno voce a protagonisti muti e presenti, dentro la quotidianità della metropoli. E sono come la scrittura contemporanea: sincopata, spezzata, contaminata dal sovrapporsi continuo e disordinato dei diversi linguaggi.

Caos di un racconto spezzato generato da contaminazioni linguistiche e silenzio di profonde geometrie interiori: in questo contrasto è la loro bellezza, la loro originale poesia.

 

 

  • Mercoledì 15 Febbraio 2023 OPENING dalle 16 alle 20 con la presenza degli autori
  • Da Giovedì 16 Febbraio all’11 Aprile: tutti i giorni dalle 14 alle 20, con ingressi ogni mezz’ora previa PRENOTAZIONE al 3755790929.

 

DOVE?

OTTO Rooms
Piazza Giuseppe Mazzini 27 – Piano 4 Scala A.
00195 Roma
Ecco il link: https://goo.gl/maps/AhST5w2Nkc52

E se vieni da lontano:

Puoi dormire direttamente nella di OTTO Rooms! Per prenotare la tua camera da OTTO Rooms CLICCA SU QUESTO LINK: https://ottorooms.kross.travel/

Massimo Valentini

Dancalia

Le carovane e i tagliatori di sale

carovanePoche zone sulla Terra riuniscono una così straordinaria quantità di motivi d’interesse. È una regione di difficile accesso, dal clima estremo, dove si raggiungono le temperature più alte del pianeta. Per secoli l’unico collegamento con il resto del mondo è avvenuto attraverso le carovane di dromedari che trasportavano blocchi di sale sull’altopiano etiopico. Ancora fanno da cornice ad una regione dalle mille sfumature. Nel percorrere il tragitto delle carovane attraversando Il Fiume Saba ho voluto mettere in evidenza le sfumature e le forti emozioni che hanno lasciato in me una traccia indelebile.

sale

Uomini che alle prime luci del mattino sono pronti ad accingere il loro cammino e nelle luci del giorno la loro tenacia, allegria e socievolezza scalpisce la loro fatica. Nel caldo riposo del sole sfrecciano come lance con le lunghe file di Dromedari al loro seguito per proteggersi dal caldo torrido del giorno.

Uomini dalla pelle dura ma con sguardi che lasciano trasparire la loro fragile timidezza, celata dalla forza che imprimono sui sassi di sale della Piana del Sale e nei passi lenti ma ritmati del loro cammino.

sale

Uomini di etnie diverse ( Musulmani e cristiani) lavorano insieme, condividono abilità e capacità. Hanno bisogno gli uni degli altri per vivere e per conservare un’identità e una tradizione che resiste da millenni. In un paese dove niente fa pensare a un equilibrio, musulmani e cristiani riescono a convivere con un obiettivo comune: il commercio del sale, che da tempi immemorabili fa vivere migliaia di famiglie.

sale

” Le carovane di Sale, una vita in cammino, di sudore, di sete e stanchezza. A volte la sosta in un oasi. Le carovane restano un racconto di silenzio e di luce argentata” ( cit. tratta dal libro” Gente in Cammino” di Malika Mokeddem ).

sale

Foto e parole di Anna Rita Carrisi

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Cuba

Yo soy Fidel

Per anni mi sono detto che avrei dovuto visitare Cuba prima della dipartita di Fidel Castro pensando che alla sua morte l’isola si sarebbe velocemente trasformata.

cuba

Il caso ha voluto che fossi a Cuba, assieme a tre amici fotografi, proprio il giorno della sua morte, il 25 novembre 2016 e per i successivi 9 giorni di lutto nazionale dichiarati dal fratello e capo del governo cubano, Raul Castro.

In quei giorni abbiamo attraversato tutta l’isola, dall’Avana a Santiago, percorrendo le stesse strade del corteo funebre, incontrando e parlando con decine e decine di donne e uomini cubani. Abbiamo visto una Cuba compatta nell’unità nazionale e penso sinceramente addolorata per la mancanza improvvisa del loro “Comandante”, come tutti lo chiamavano, uniti nello slogan “Yo soy Fidel”.

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Alla domanda: “Ed ora dove andrà Cuba?” tutti, con varie sfumature, ma con grande determinazione, hanno risposto che la direzione era già stata segnata dal Comandante e che avevano intenzione di seguirla adattandola ai giorni nostri.

So perfettamente che a Cuba c’è un ferreo regime, ma penso che la maggior parte fosse sincera, unita da una orgogliosa identità nazionale che il lutto rendeva, se possibile, più forte.

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Ho avuto la sensazione che per tanti fosse come la perdita di un padre, molti hanno anche aggiunto: “Nel bene e nel male”, parlando della guida del Comandante, “Ha fatto il meglio che poteva per Cuba”.
La storia giudicherà.

fidel

 

Foto e parole di Francesco Munaro

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La Puna Argentina

Il deserto freddo dell’Argentina

 

Nell’agosto del 2018 parto alla scoperta della Puna, il vasto altopiano desertico dell’Argentina nord-occidentale, che si estende in mezzo alle due cordigliere andine, come lo spazio compreso tra i due lembi scostati di una cerniera lampo aperta malamente. Ci arrivo da Salta (a due ore di volo da Buenos Aires) dapprima percorrendo in 4×4 una pianura dove si alternano vigneti e cactus a perdita d’occhio.

argentina

Poi salendo, per oltrepassare il primo lembo della cerniera montuosa, tra cui sono adagiate morbide dune di sabbia rosata finissima punteggiate di cespugli dorati. E finalmente, si dispiega davanti ai miei occhi la vuota vastità della Puna di cui non si coglie la fine.
Capisco subito di essere molto in alto, oltre i 2000 metri, perché l’aria ha il sapore e l’odore della purezza, e il respiro ti brucia in gola.
I colori predominanti sono il giallo della secca e rara vegetazione bassa, il rosa violaceo delle alture striate di neve, il blu intenso del cielo e il nero della cenere sparata nei secoli dai numerosi coni vulcanici.
Non si incontra nessuno lungo i lunghi rettilinei di terra battuta che sembrano tracciati con il righello.

argentina

L’autista/guida dice che qui vengono pochissimi turisti, e neanche gli Argentini conoscono la Puna. Di tanto in tanto si incrociano i binari di una ferrovia ancora usata per trasportare sale e minerali tra Argentina e Cile. A Tolar Grande (m. 3508), un villaggio in mezzo al nulla, c’è una minuscola stazione dove i camion caricano e scaricano i vagoni.

 

Gli abitanti della Puna Argentina

E’ qui che finalmente incontro i pochi abitanti della Puna. Si radunano alla sera a mangiare e bere nell’unica locanda del paese, mantenendo indosso le giacche a vento perché anche all’interno il freddo è davvero tosto, e la stufa a legna proprio non ce la fa a scaldare.
E, usciti fuori, li ritrovo rannicchiati sulle panche della sala del municipio, l’unico posto dove prende il cellulare, o rintanati nelle loro jeep parcheggiate lì intorno con i motori accesi per ripararsi dal gelo.

Il primo agosto qui si celebra il rito di ringraziamento alla Pachamama (Madre Terra), una tradizione antichissima delle popolazioni andine. Per caso mi accorgo di un gruppo radunato attorno a una buca scavata nel terreno. Dopo aver recitato in raccoglimento la loro invocazione vi seppelliscono i loro doni alla Madre Terra: alcolici, frutta, ortaggi, riso, sigarette e foglie di coca, di cui hanno tutti le guance gonfie. Si passano l’un l’altro una ciotola contenente un miscuglio di tutte le bevande che hanno radunato, alcoliche e non.
Anch’io ne provo un sorso, per non offenderli. Il tono delle voci è sommesso per rispettare la sacralità del momento. Il silenzio è il suono tipico della Puna. Ancora adesso, a distanza di anni, se chiudo gli occhi lo rivedo quel cielo blu, avverto il vuoto silenzio e respiro la purezza di quell’aria.

Foto e parole di Marco Parenti

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