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Calcutta – l’India più vera

Calcutta

di Natalia Pazzaglia

CalcuttaColor cerbiatto, zuccherino, un liquido denso, carico di latte. Lo passano attraverso un tessuto bianco, di dubbia pulizia, per arrivare alla consistenza giusta, mentre un capannello di gente guarda attenta. Dicono che i rickshaw pullers, gli “uomini cavallo”, lo bevano per resistere alla fame, per farsi forza in mancanza di cibo. Ora i turisti ne fanno un rito di passaggio, un modo per sentirsi integrati in questa terra distante, un sapore zuccherino in un’amara, irrisolvibile povertà.

Li si trova ovunque, i venditori di thé: a ogni angolo delle strade, accovacciati, apparentemente insensibili al dolore di tante ore rannicchiati sulle ginocchia. In un lillipuziano vasetto di terracotta, versano il liquido bollente, aspettando che si getti via il bicchiere appena finito, aggiungendolo al mucchio di immondizia per le strade. Nella mia camera fa ancora capolino, quel piccolo contenitore, scambiato da tutti per un oggetto bioetico, uscito illeso dalle immancabili liti in aeroporto, tra i chili in più nel bagaglio verso casa.

E’ già passata una settimana, mi sto abituando al traffico che non conosce riposo: allo zoo a due, tre, quattro ruote e due gambe che popola le strade. “Tuc tuc”, moto, macchine, bici, tram e autobus: città della gioia o inferno di dolore?

Fa freddo, alle cinque e mezzo del mattino di questo lunedì.

Con altre quattro ragazze, anche loro volontarie con le suore di Madre Teresa, cammino ogni mattina dalla mia guesthouse alla chiesa, in tempo per la messa delle sei. Sono arrivata da quasi un mese, e già sento che sarà dura andar via. Ho cominciato il servizio con le suore di Madre Teresa, A Pren Dam, casa di accoglienza per malati e moribondi, oasi di pace tra le pieghe di AJC Bose Road, dove intere famiglie vivono per strada, quasi invisibili nella loro povertà.

Calcutta è una città che scuote, che distrugge, mettendoti al muro, in un odi et amo gridato dai cumuli di immondizia agli angoli delle strade. Non ci sono fogne, né bagni, né strade asfaltate: in giro mucche, cani, galline, uomini cavallo e bambini. E’ una città di impressioni: alcune forti, urlate, impresse sopra il rumore del traffico che non conosce riposo; altre silenziose, delicate, difficili da ascoltare e da comprendere. Ci sono voci nascoste dai clacson delle moto e delle macchine, canti mariani e richiami di muezzin, segnali di panico e richieste di aiuto, sottolineate dalle grida di chi da questa città vorrebbe fuggire, perché quello che vede è davvero troppo. Ma ci sono anche le parole che vincono il frastuono e penetrano nel nostro silenzio interiore, facendo breccia, imprimendosi nella a memoria.

Me l’hanno chiesto in tanti cosa mi ha lasciato questo viaggio.

Dei tanti giorni di volontariato in una città estrema che ho imparato ad amare mi resterà nel cuore una frase: “God still loves the world through me and you today”. 

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