Viaggio tra i Molokani
Scendo veloce attraverso le vallate del passo Selim, dopo aver lasciato alle mie spalle il suo famoso caravanserraglio.
Davanti a me si estende il Lago Sevan. Le atmosfere sono a metà strada tra un pascolo dolomitico e le vedute fosche e potenti delle campagne della Cornovaglia.
Una fila di croci su una bassa collina, ai margini del lago, sono le uniche tracce del passaggio dell’uomo.

Ancora qualche chilometro e raggiungo un piccolo villaggio. Una breve strada rettilinea, costeggiata da case basse, coloratissime. Il blu richiama le vivaci atmosfere di Cuba o quelle delle famose abitazioni di Sidi Bou Said nel nord della Tunisia. Ma siamo proprio nel centro dell’Armenia, quasi a metà strada tra il confine dell’Azerbaigian e la Turchia.
Bevitori di latte
In questo territorio, scolpito dalla storia e dal movimento di popoli e culture, le enclavi non sono rare. Alcune si sentono appartenenti ad altre patrie, altre ancora a differenti ideologie e religioni.
Mi avvicino prudente alle prime case: sto entrando nel villaggio dei Molokani, i cosiddetti “bevitori di latte”. Questa piccola comunità rappresenta soltanto uno dei tanti gruppi presenti in Armenia e capitati qui a seguito delle persecuzioni di Ivan il Terribile, nel XVII secolo, e deportati poi nel Caucaso nel 1833.

I Molokani sono un particolare gruppo religioso, distinto da quello cristiano orientale russo. Non seguono le prescrizioni della Chiesa Ortodossa e consumano latte e formaggi anche durante il periodo quaresimale. Pratica che risale addirittura alla chiesa nestoriana del XI secolo.
In Armenia sono circa 450 individui suddivisi in due comunità: persone estremamente timide, molto laboriose e pacifiche. Gli uomini Molokani hanno lunghe barbe bianche e le donne indossano sempre un fazzoletto colorato in capo. Tutti rifiutano i formalismi istituzionali e praticano un cristianesimo antico. Spesso si sposano all’interno della stessa comunità, anche se ora le ragazze lavorano nelle città vicine ed è probabile che la loro vita si apra anche ad altri incontri.
Il piccolo paese è una fila ordinata e simmetrica di case in legno. Gli unici abitanti visibili sono un gruppo di bambini Molokani. Biondissimi, gli occhi della tinta del ghiaccio artico.

Ivanka
All’inizio del villaggio, sulla destra, abita Ivanka, una donna sola. Arrivata da poco, chissà da dove e con quale storia alle spalle. La casa è azzurra, di legno intagliato. Al piano superiore una lunga fila di alte finestre di straordinaria eleganza consunta dal tempo. Ivanka è allegra, fiera, piena di energia. Coloratissima.

Ci accoglie in fondo al porticato. La casa è come lei: straordinaria. Pareti del colore del cielo, pavimento laccato di rosso. Tre piccoli ambienti in cui si svolge, ora, la sua vita. Perfetta.
Lunghe tende di pizzo candido separano il lungo vestibolo da sguardi indiscreti. Merletti e trine sui mobili. Minuscoli fiori lilla in brocche smaltate. La cucina, ordinatissima, confina con il bagno, in una composizione millimetrica, in cui ogni elemento pare disegnato da un architetto di fama.

Una piccola stufa, accanto al letto, per le serate più fredde. La valigia sopra il comodino.
Parla veloce, Ivanka, in un linguaggio a me sconosciuto. Racconta la sua storia che rimarrà un mistero. I suoi movimenti sono allegri: ora balla, dopo aver indossato l’abito “da festa”, allargando la sua gonna dai grandi fiori rossi. Lo sguardo però sempre severo e attento.
Al centro del soggiorno, un grande piatto, adagiato su un lenzuolo finemente ricamato. Minuscoli fiori di camomilla, stanno essiccando all’aria.

Il copriletto maculato mi ricorda discendenze russe, da zarina.
Ora guarda fuori, Ivanka, ci saluta, oltre le tende del porticato: lo sguardo chiarissimo, perduto e vagamente soddisfatto. In una dignità raffinata che raramente mi è capitato di incontrare.
