La grande corsa all’Antartide

I giapponesi la chiamano “hoganbiiki”, ma stavolta l’esotico proprio non ce l’ha quel fascino immaginifico dell’intraducibile. Molto meglio una “simpatia per il perdente”, decisamente più calda e aggregante come descrizione di un sentimento che di questi tempi è fortemente sospettato di anarchia.
Il Capitano Scott

Comunque sia, l’epica (o più correttamente la contro-epica) della sconfitta è ciò che rende umani quegli eroi originariamente predestinati, ma che alla fine non ce l’hanno fatta, come accade a volte “all’uomo qualunque che è il vostro papà”( BattistiMogol) nell’affrontare certi giorni della vita.

“Elogio della sconfitta” lo ha definito una maestra, Rosaria Gasparro, in piccolo testo dal senso educativo che circola da un po’ sulla rete, memore di quella “nobiltà della sconfitta” pubblicato da Ivan Morris negli anni ’70. E probabilmente è quella fragilità del perdente che ci fa sentire umanamente vicini ad uno come il capitano della marina inglese Robert Falcon Scott.

Il Capitano Scott celebra il suo 43° compleanno

La sfida

Se possibile, uno al quale è andata ancora peggio di un leggendario secondo come Dorando Pietri: oggi, 14 dicembre 2021, ricorrono i 110 anni dalla conquista del Polo Sud da parte di Roald Amundsen, che precedette di soli 34 giorni la spedizione guidata appunto dal capitano Scott. Il quale, dopo aver perso il primato, nel viaggio di ritorno perse anche la vita per una serie di circostanze avverse insieme ad altri 4 compagni, Edgar Evans, Edward Wilson, Henry Bowers e Lawrence Oates.

Un uomo della spedizione in cima al Matterhorn Berg con il vulcano attivo Mt. Erebus sullo sfondo

“Dal 21 abbiamo avuto una tempesta da ovest-sud-ovest e sud-ovest – si legge nell’ultima pagina del diario di Scott datata giovedì 29 marzo 1912 – avevamo combustibile per fare due tazze di tè a testa e cibo per due giorni, il 20.

Ogni giorno eravamo pronti a partire per il deposito a sole undici miglia da qui, ma fuori della tenda infuria la tormenta.

Non penso che si possa più sperare. Lotteremo fino all’ultimo, ma stiamo diventando sempre più deboli e, naturalmente, la fine non può essere lontana.

Peccato, ma non credo di poter ancora scrivere. Abbiamo corso dei rischi. Sapevamo di correrli. Le cose si sono rivoltate contro di noi. Non abbiamo motivo di lamentarci. Se avessimo vissuto, avrei avuto un racconto da fare sulla durezza, resistenza, e coraggio dei miei compagni che avrebbe commosso il cuore di ogni inglese. Queste rozze note e i nostri corpi morti dovranno raccontare questa storia.”

L’ultima pagina del diario di Scott

E poi l’ultima nota, lucidamente rassegnata, “Per l’amor di Dio, pensate ai nostri parenti.”

Herbert Ponting nella sua camera oscura improvvisata

Eppure, nonostante il fallimento della missione, è proprio Robert Scott piuttosto che Amundsen ad essere circondato da un’aura leggendaria . A lui sono dedicati libri, fra i quali “Ultimo parallelo” di Filippo Tuena, uno dei romanzi italiani più importanti degli anni Duemila, una canzone certamente non indimenticabile (www.youtube.com/watch?v=YM7oBjeQuyQ) , e un profilo Twitter (https://twitter.com/captainrfscott) che in 2797 tweets tratti dai diari di Scott ne ripercorre tutta la vicenda, fino a quell’ultimo “tweet” del 29 marzo. I diari di Scott, appunto: se l’uomo che accetta di perdere suscita simpatia, questo comunque non basta alla costruzione del mito, c’è dell’altro.

Scott insieme ad altri 8 componenti della spedizione

Amundsen

A differenza di Amundsen, un ordinario elencatore di eventi, Scott era molto bravo con la parola scritta, un autentico narratore che ha reso i suoi diari avvincenti, oltre che ricchi di informazioni preziose. Ma soprattutto, per comprendere la fortuna postuma di Scott basta guardare queste foto, che ci catapultano immediatamente nel cuore di una storia simile a un film, resa ancora più affascinante dalla consapevolezza dell’epilogo tragico.

Se Amundsen portò con sé una macchina fotografica che si ruppe abbastanza presto durante il viaggio, per cui la maggior parte delle foto sopravvissute sono quelle scattate da Olav Bjaaland con la propria macchina fotografica, certamente non un fotografo esperto, Scott, già consapevole della grande efficacia comunicativa della fotografia, portò con sé il fotografo professionista e direttore della fotografia Herbert Ponting.

Il fotografo Herbert Ponting

E proprio le foto di Ponting si possono considerare le principali artefici della costruzione di un monumento alla memoria della spedizione Scott, un documento di grande bellezza formale oltre che di narrazione non convenzionale per l’epoca, fatto soprattutto di momenti in-between. Come non sentirsi coinvolti dalla calda atmosfera di chiacchiere miste all’odore di tabacco che si crea davanti alla stufa a legna, o dei momenti di relax nella stanza delle cuccette; come non immaginare i momenti di solitudine di quegli uomini dai pensieri rivolti ai propri cari lontani mentre coltivano una strana normalità, suonando un pianoforte o giocando con dei pinguini.

Il geologo Thomas Griffith Taylor e il meteorologo Charles Wright

Scott e gli altri 4 compagni furono ritrovati un paio di settimane più tardi dai sopravvissuti della spedizione, che per commemorarli eressero una croce di legno con l’iscrizione di un verso dell’Ulisses di Tennyson: “Lottare, cercare, trovare e non arrendersi”.

la zona notte. Foto: © Herbert Ponting

Attilio Lauria

Facebook: https://www.facebook.com/attilio.lauria

 

Attilio Lauria, Autore del brano

Eagle’s Festival

Festival delle Aquile: due giorni ad alta intensità emotiva

Testo e foto di Maurizio Trifilidis

Sui Monti dell’Altaj della Mongolia vivono i pastori dell’etnia kazaca; per motivi tradizionali e culturali profondamente radicati, praticano la caccia con l’aquila, le cui tecniche e conoscenze vengono tramandate con orgoglio tra le diverse generazioni.

Foto: © Maurizio Trifilidis – La piana

La caccia si svolge principalmente nel periodo più freddo, quando la terra è coperta di neve e le greggi richiedono meno attenzione. Un periodo in cui la rigidità del clima impedisce la mobilità dei pastori e le poche occasioni di incontro con altre famiglie possono anche essere a ore di viaggio. Le volpi sono la principale preda dei rapaci; il cacciatore trattiene la pelliccia della preda, che usa per il suo vestiario, e ne lascia la carne al rapace.

Foto: © Maurizio Trifilidis L’arrivo in parata

Alla fine di settembre i pastori si radunano per sfidarsi in una serie di gare di abilità e destrezza in un evento per tutti noto con il Festival delle Aquile.

Il campo di gara si trova in un altopiano a 2.000 metri, in una area priva di qualsivoglia abitazione, lontana dal più vicino centro abitato. I cacciatori arrivano a cavallo anche da zone molto distanti, sfoggiando abbigliamento e accessori tradizionali.

L’aquila, con la testa protetta da un cappuccio di cuoio, è posata sul braccio o su un bastone legato alla sella. Il rapporto tra il cacciatore e il suo rapace è esclusivo e dura molti anni.

Foto: © Maurizio Trifilidis – Il cacciatore e l’aquila

Il Festival è una importante, e quasi unica, occasione d’incontro collettivo, l’ultima prima dell’inverno. Alle gare partecipano cacciatori di diverse età. Parenti e amici assistono con passione e forte coinvolgimento.  Tra i spettatori, gli stranieri sono ben accetti. Vicino al campo di gara, si montano le tende pronte a fornire cibo e ospitalità, facilitando la socializzazione tra i presenti.

Foto: © Maurizio Trifilidis – Preparazione del cibo

Le gare principali consistono proprio in una simulazione dell’azione di caccia: in una il cacciatore lascia la sua aquila su una collina, le toglie il cappuccio e poi, raggiunto un punto distante un centinaio o più di metri, la richiama, la invita a raggiungerlo e a posarsi sul suo braccio.

Foro: © Maurizio Trifilidis – iI lancio della preda

In una altra l’aquila deve catturare una preda, generalmente un pellicciotto di volpe trascinato dal cavallo del suo cacciatore, e posarsi su di essa.

Il cacciatore richiama l’aquila lanciandole una preda e urlando l’ordine con suoni gutturali. Velocità, obbedienza e precisione dell’aquila sono gli elementi di giudizio per vincere.

Foto: © Maurizio Trifilidis – La cattura della preda

I pastori mongoli sono tutti eccellenti cavallerizzi e tra le gare più spettacolari, vi è quella della raccolta da terra di piccoli oggetti da parte di cavalieri lanciati al galoppo: velocità e numero degli oggetti raccolti sono gli elementi di vittoria.

Foto: © Maurizio-Trifilidis – Cavaliere

Alla fine della seconda giornata, i cacciatori, sempre a cavallo, tornano a casa; per loro inizia un lungo periodo di solitudine. Anche io devo tornare: ho l’impressione di esser entrato in un altro secolo, per poi uscirne malvolentieri ma certo più ricco di emozioni e suggestioni.

Maurizio Trifilidis

Maurizio Trifilidis – Il ritorno a casa

Abruzzo

Le chiese di campagna, ch’erbose hanno le soglie…Così nei versi di Pascoli. La chiesetta di Madonna della strada, una frazione di Scoppito, aveva la soglia invasa dai rovi, la porta divelta a metà, pochi vetri alle finestre. L’interno era tutto imbiancato a calce, salvo una sparuta immagine di madonna che sovrastava il misero altarino. La chiesetta era la casa dei rondoni che vi avevano nidificato numerosi e che stridevano acutamente sotto il tetto, volitando in un intreccio di traiettorie mirabili, per poi uscire a guadagnare la pura aria, lanciati nel cielo turchino a compiere più ampie volute. Quell’anno era venuto, sul piazzaletto della chiesa, un operatore a proiettare su uno schermo di tela tirato su alla meglio, una serie di vecchie comiche di Ridolini, tutte spezzettate. Una seconda volta, invece, fummo fortunati ad assistere, non so come, ad un film abbastanza recente intitolato “Sabotatori”, film che io vidi da una posizione molto defilata da cui le figure apparivano appiattite e allungate. 

     Era trascorso solo qualche anno da quando avevano spesso di transitare, sullo stradale davanti alla chiesetta, tutti quegli autocarri militari scoperti, carichi di soldati armati, uomini scuri di pelle, tutti con turbanti sul capo. Uno di quegli anni vi era passata la Mille Miglia, che avevamo ansiosamente atteso in molti, restando ad aspettare il passaggio di Tazio Nuvolari e seguitando poi a parlarne per molti giorni. Era quello il tempo in cui la figura di uomo ideale era per me il meccanico. Alla fornace ce n’era uno di nome Dante, un uomo che stava tutto il tempo a manovrare su una moto, che provava da ferma facendone andare il motore a tutta callara, come diceva lui, spandendo intorno un odore acuto di olio di ricino fritto. Mi faceva impazzire la sua tuta tutta d’un pezzo, frusta e sporca d’olio, con la chiusura-lampo di traverso. Dante aveva mani forti, che serravano gli strumenti con calma abilità; quando aveva le mani occupate ad aggeggiare, teneva la sigaretta tra le labbra nell’angolo sinistro della bocca, strizzando l’occhio per evitargli il fumo.

     Dell’Abruzzo ricordo queste cose scabre, questa gente di campagna, i paesaggi invernali e la neve calpestata delle strade sassose, una immensa selva di biancospino, il canto dei contadini sulle aie al tempo della trebbiatura, il loro duro lavoro intorno al frumento, che lanciavano in alto con quel grande setaccio per liberarlo dalla gluma. Ecco, l’immagine dell’Abruzzo, che a scuola la maestra diceva “Abruzzi”, per noi inspiegabilmente al plurale come “le Calabrie” e “le Puglie”, l’immagine dell’Abruzzo era proprio una immagine scabra, come ho detto. Il solo fatto che quella possente montagna, quel massiccio imponente fosse semplicemente chiamato “sasso”: il Gran Sasso, mi testimonia oggi di un atteggiamento chiuso, di una inclinazione a risparmiar persino le parole, a ridurne la portata al puro significante. Questo atteggiamento, che è nella sostanza un profilo spirituale, significa alla fine una integrità, che dura sia pure per poco, il tempo che dura una favilla, ma che resta come percezione forte di un mondo costituito di pochi elementi semplici, naturali, piccoli doni dati a tutti, ma che poche volte, o una soltanto, riusciamo a vedere come grandi tesori e che, una volta intravisti per tali, restano in noi come indelebile idea del mondo, una fra le tante, bella come tante. Un mito, il “Sasso”, il sasso grande. Un altro mito di questa terra resta per me il lupo, discorro dell’epoca immediatamente post-bellica, parlo delle stragi di pecore e dello sconforto susseguente, parlo dei lupari che venivano riconosciuti come meritori difensori della comunità pastorale, tantoché riscuotevano mance in natura, alquanto risicate in verità, come sempre mi è capitato di osservare, conducendo in giro il lupo ucciso, messo di traverso su un somaro, a mostrarlo alla gente. 

     Il paesaggio dell’Abruzzo, quello che io ricordo. I prati smaltati di pioggia, l’odore della terra intrisa, l’umido respiro della terra, l’odore delle pecore; il vello folto scosta l’acqua ma esala un fortore selvatico, il pastore ha l’odore, lo stesso, delle sue pecore, il pastore vive in un cerchio di pioggia, resta sotto la pioggia senza neppur aprire l’ombrellaccio che porta a tracolla, e non cerca ricovero nella capannuccia di rami, gli bastano l’incerata e il suo feltro a punta; il pastore fischia i suoi acuti richiami da pecoraio, che servono solo a far compagnia a se stesso e a farne alle pecore, anche se sono chiuse, aggruppate strette nello stabbio di corda, al cane bianco che non ha riposo attorno al gregge, come se fiutasse continuamente un pericolo. Il pecoraio guarda in giro all’orizzonte sotto la tesa di feltro, anche se non dà a vederlo e sembra che guardi fisso alle sue pecore, invece conosce gli alberi e vede le volpi passare lontano e a notte parla alle stelle.

     Il paesaggio contiene poche cose disegnate, dovunque si guardi, quello che c’è è venuto su naturale, soltanto gli steccati sono fatti dagli uomini ma sono grezzi, intrecciati di rami storti come storti sono i muriccioli di pietre a secco; la strada asfaltata è l’unico vero disegno, la strada con la casina rossa del cantoniere, con le piazzole di materiali messe a intervalli regolari, dove dagli stradini sono stati ammonticchiati, in cumuli a forma di perfetta piramide tronca: i sassi e la ghiaia grigia per le toppe, per le riparazioni da fare usciti fuori dall’inverno. E i fontanili, sì anche i fontanili che rispecchiano il cielo sono costruiti dagli uomini, e così i calzini messi agli alberi, la fascia bianca di calce dipinta ai piedi dei tigli che seguono la strada e nella notte segnano il cammino. Tutto il resto, le macchie degli abeti le siepi fitte di rovi gli arbusti i meli selvatici i prati di fragole ribes lamponi uvaspina il ruscello il profilo dei monti, tutto è un capriccio di forme come le nuvole e la loro ombra, come i massi sparpagliati sul terreno e ricoperti di licheni e di muschio.

     L’Abruzzo! Uno stato d’animo speciale, influenzato certamente dal carattere non solo fisico del luogo, che mi ha fatto provare a lungo e molte volte quel brivido metafisico, effetto della mia natura contemplativa e della mia sensibilità panica. Così una stagione di vento, le sempre mutevoli strade che esso percorre, come le strade del cuore. Il vento soffiava quella stagione, lassù sull’Altopiano delle Rocche, in una maniera nuova per me. Era un vento strapazzone e ridente che spirava nei golfi del mio cuore e io ero pieno di vento e facevo parte del vento. Il vento, spirito della notte, sorvolava i tetti frusciando e io con esso perdevo a tratti la memoria nel sonno e a tratti la ritrovavo. Il fruscio lene di altri mondi, di mondi remoti. Avevo allo stesso tempo una sensazione di familiarità con me stesso e di estraneità. Andavo con il vento, come i nugoli di polvere vanno, come le foglie a mulinelli. Udivo il vento urtare sui vetri con violenza, sulla carta incatramata messa a riparo dove mancava una lastra. Il vento passava sotto le porte e spifferava nelle stanze…Quella fu anche la stagione delle lucciole nelle notti serene. Le vedevi per un attimo, vedevi la loro tenue luce solo per un attimo in un punto del buio e un istante dopo in un altro punto. Ma era la stessa luce, la stessa lucciola? Non vi è nella notte un maggior intenerimento che la sorpresa di guardare una lucciola accendersi indifesa sul palmo della tua mano e volare subito via. E non c’era in quelle notti sull’altopiano una visione più alta della Via Lattea, dove la mia ossessione di infinito si placava. Potevo guardare all’infinito, potevo vederlo. Una cosa nebulosa, l’infinito, una cosa imprecisa: ci sono fiamme accese a distanze siderali dove l’occhio non arriva. Ma sai che ardono malgrado i tuoi occhi. 

Abruzzo © Renato Gabriele

Facebook: https://www.facebook.com/RenatoGabrieleScrittore

 

 

 


Parti con noi dal 21 al 26 giugno 2021:

Per rivivere insieme a noi i luoghi di questa “prosa poetica” di Renato Gabriele puoi seguirci nel nostro Viaggio Fotografico che faremo in Abruzzo dal 21 al 26 giugno 2021, poi per chi vorrà il tour prosegue direttamente per il Molise e chi si iscrive ad entrambi i viaggi risparmia 100,00 Euro sul totale. Info, costi e iscrizioni sul sito: https://viaggiofotografico.it/product/abruzzo-aquila-e-pecore/

Contattaci Richiedi informazioni



    * campi obbligatori