Appia Antica, Regina Viarum

Perchè l’Appia

Non prendetemi per pazzo, ho viaggiato in 48 Paesi ma la nostra Italia è il più straordinario di tutti e ci è voluto il Covid-19 per farmela riscoprire in tutta la sua prorompente bellezza.

Abituato a viaggiare a lungo, lo faccio spesso seguendo le strade storiche di tutto il mondo dalla Route 66 alla Panamericana, alla Via della Seta… Ma fare un itinerario del genere rimanendo nel nostro Belpaese è un’esperienza davvero irripetibile. Quale altro posto al mondo se non l’Italia può vantare una così ampia varietà di stimoli culturali, storici, etnici, enogastronomici e paesaggistici? Davvero nessuno… Altri Paesi nei quali c’è qualcosa da vedere bisogna guidare per giorni per passare da un punto di interesse ad un altro. In Italia si trovano location inesplorate ogni 20 chilometri. Ogni angolo testimonia un grande passato, una storia millenaria.

Roma – Villa dei Quintili, al quinto miglio dell’Appia Antica

Da tempo sognavo di fare un grande viaggio tutto italiano, e quest’anno finalmente ne ho avuto l’occasione ad agosto: ben dodici giorni per fare soli  650 chilometri percorrendo tutto il tracciato dell’Antica Via Appia da Roma a Brindisi. Li ho percorsi lentamente, apprezzando ogni pietra miliare che mi ricordava quanto Roma si allontanasse pian piano dietro di me. Un lungo lavoro di ricerca e organizzazione mi hanno portato a disegnare questo itinerario interessantissimo nella nostra storia italiana.

La via Appia, tra le strade Consolari romane, da sempre è stata la più importante arteria di comunicazione, tanto da essere nominata come la Regina Viarum. Molto più di un semplice collegamento tra luoghi; l’Appia stessa è un luogo dotato di una identità, di una storia autonoma che le ha permesso di sopravvivere per 2000 anni e mantenere il suo fascino e la sua funzione. L’Appia è stata la meta stessa del mio viaggio.

Itri (LT) – Il più lungo tratto di Appia Antica ancora visibile. Oggi è un Parco Regionale di 3,5 km da percorrere a piedi o in mountanin bike

Non è un caso che lungo questa strada siano passati papi, eserciti, merci e bestiame. Ma non solo: è stata il luogo in cui sono transitate culture, lingue e popolazioni ciascuna delle quali ha influenzato profondamente il tracciato lasciando i segni evidenti del suo passaggio e rendendolo un mix concentrato di storia. Infatti, una volta arrivati a Brindisi, attraversando il Mediterraneo sia arrivava in Grecia e poi da lì il viaggio continuava verso oriente, fino in Cina seguendo la Via della Seta…

Lungo l’Appia sono nate e hanno prosperato città e paesi di straordinaria bellezza e oggi divenuti Patrimoni UNESCO: Roma, Caserta, Benevento, Matera sono le più famose, ma poi ci sono Melfi, Terracina, Santa Maria Capua Vetere, Gravina in Puglia, Venosa. Meno note ma non meno belle e fascinose…

Pensando a tutto questo, mi stuzzicava molto l’idea di fare un viaggio per riunire tutti questi punti legati tra loro da una Storia comune e non solo da una strada che li unisce semplicemente.

Minturno (LT) – Antica Minturnae

Il Viaggio non è una vacanza, ma è un percorso mentale, uno stato emotivo con il quale ci apprestiamo ad aprire i nostri confini mentali e cognitivi per arricchirci di esperienza e di conoscenza. Percorrere una strada storica è uno dei modi migliori per ottenere tutto questo: mentre viaggiamo non percorriamo chilometri, ma ordiniamo le nostre idee, allarghiamo la nostra visione del mondo.

L’Appia mi ha permesso di fare tutto questo, di fare un vero Viaggio in Italia, non per scoprire culture lontane, ma per ri-trovare le mie origini, ciò che è scritto nel mio DNA. Un viaggio interiore.

Il percorso tra Roma e Brindisi evidenziato sul Lightroom con le foto scattate lungo il percorso

Prepararsi a partire

Un viaggio come questo richiede una lunga e accurata documentazione prima di fare i bagagli. La prima idea è stata quella di fare tutto il tracciato a piedi o in mountain bike, ma ho poi desistito perchè il mio scopo principale era andare a documentare il percorso con la fotocamera e ho preferito l’auto per gestire meglio gli spostamenti e avere più tempo per fotografare.

Ci sono in giro tantissime pubblicazioni, libri, guide che illustrano le varie tappe da cui prendere spunto e ispirazione, io ho trovato più utile studiare le mappe che adoro leggere e osservare, imparare a memoria prima di un viaggio. Le mappe on line e quelle cartacee più qualche sito ufficiale che riporta dettagliatamente il percorso, mi sono serviti per non lasciare nulla al caso. Ho usato anche alcune App fotografiche per pianificare i dettagli sugli orari del sole di cui avevo bisogno per scattare le mie foto con le condizioni di luce migliori.

Le tappe erano pianificate, ma gli Alberghi non li avevo prenotati, quando parto mi piace scoprire sul posto questi dettagli. Volevo che fosse il viaggio di un viandante, di un Viaggiatore che sa succhiare il piacere dell’avventura, che sa osservare il mondo che lo circonda e sa scegliere il miglior posto dove mangiare non dalle relazioni trovate on line, ma dai profumi che sento di giorno in giorno per strada. 

Santa Maria Capua Vetere (CE) – rovine dell’Anfiteatro Romano

Quando sono in viaggio per me l’odore di una strada vale più delle parole spese per descriverla, lo sguardo su un orizzonte vale più delle foto fatte per raccontarlo, e in Italia le emozioni si susseguono ravvicinatissime, una dopo l’altra. Il mio lavoro prima di partire è stato raggruppare i miei sogni, riunire e mettere in fila tutte le emozioni che mi aspettavo di trovare tra Roma e Brindisi. Ho cercato nel mio immaginario tutto ciò che avevo sentito dire su quel tratto di mondo. Ho fatto un vero e proprio brain storming per segnare sul percorso tutto ciò che avrei voluto vivere e sperimentare.

Nella mia lista avevo previsto anche la gastronomia legata ai luoghi: impossibile parlare di Roma senza pensare alla Carbonara. Inutile andare a Caserta senza assaggiare la mozzarella o la pizza e passare per Matera senza prevedere un piatto con i peperoni cruschi. Superficiale transitare in Puglia senza provare il piacere del pane cotto a legna…

Minturno (LT) – Antica Minturnae. i mosaici delle terme ancora perfettamente conservati

La cosa più difficile da organizzare è stata la scelta dei luoghi:  pur sapendo che avrei fatto tutto il tracciato dovevo comunque escludere qualcosa e, vista la quantità enorme di siti, la scelta è stata impegnativa.

Ad esempio, l’attuale SS7 via Appia, NON è, se non in piccoli tratti, la via Appia Antica. Molto spesso infatti le due strade corrono parallele ma su percorsi diversi magari distanti qualche chilometro.

Caserta (CE) – il Presepio di Corte nella Reggia, opera di Luigi Gabriele

Ho cercato metro per metro i tracciati originali, spesso la vecchia Regina Viarum ha perso la sua importanza diventando un tratturo di campagna percorso solo da greggi e pastori. Una ricerca impegnativa però interessantissima e divertente da fare. Erano proprio questi i tratti che di più mi è piaciuto cercare e poi ritrovare.

Ho segnato sulla mappa ogni singola location che volevo raggiungere per fotografarla con lo stesso entusiasmo di chi disegna il luogo in cui ha nascosto il proprio tesoro.

Questo perchè il viaggio è una metafora di vita, e nella vita come nel viaggio non c’è nulla di più bello che decidere dove andare e arrivarci lentamente godendosi non solo la destinazione, quanto la strada fatta per arrivarci.

Melfi (PT) – Panorama

Il Viaggio

Finalmente si parte.

Eravamo in due, io e Simona, la mia compagna di vita e di strada. Non mi piace partire da solo, preferisco avere un buon compagno anche se poi quando siamo in giro viviamo esperienze percettive parallele ma non uguali pur facendo le stesse cose nello stesso momento. In viaggio è bello trovare i propri spazi di indipendenza, fare dei tratti di strada da soli per poi raccontarseli una volta arrivati a destinazione la sera davanti ad una birra ghiacciata e con le foto scaricate nel computer.

Pochi bagagli, nessuna prenotazione. Era l’estate indimenticabile del 2020, subito dopo il primo lungo lockdown imposto dal covid. Siamo partiti per la prima volta nella nostra vita mettendo le mascherine tra le cose necessarie: con quella ritrovata voglia di viaggiare unita alla nuova paura di contagiarsi tra la gente che avremmo incontrato. Non si può viaggiare con la diffidenza, ma la prudenza è sempre necessaria.

La cosa più bella di questo viaggio è stato il goderselo a partire da Roma, la città in cui vivo e che non finisce mai di stupirmi. Roma è parte integrante di questo itinerario fatto di storia e cultura, di paesaggio e gastronomia. Siamo arrivati fino a Brindisi godendoci ogni passo con lentezza e con consapevolezza.

Venosa (PT) – la Chiesa dell’Incompiuta

In 650 chilometri si incrociano testimonianze dei Romani, degli Svevi, dei Normanni e dei Longobardi ma anche dei Sanniti e dei Borbone… La storia si mescola lungo questa strada percorsa da Papi e Cardinali per arrivare fino a Melfi per fare 5 concili in questa piccola cittadina fortificata in provincia di Potenza tutta da scoprire. Osservando le città lungo la strada si sentono palesemente le influenze di tutto questo…

L’Appia attraversa le grandi Pianure Pontine e il Tavoliere delle Puglie e valica gli Appennini passando in paesaggi modificati da migliaia di pale eoliche che producono energia pulita rispettando la natura. Campi coltivati e pascoli enormi si susseguono e si alternano alle grandi grandi aziende che sorgono in prossimità della strada e movimentano le loro merci lungo di essa in un percorso che non annoia mai. La varietà di ambienti è proprio il grande valore aggiunto di questo Viaggio.

Matera – Panorama della città vista da San Pietro Barisano

La strada unisce due mari e passa dai tramonti che si vedono sul Tirreno (nel tratto fra Terracina e Formia) fino alle albe da godere sull’Adriatico a Brindisi dove le colonne Romane sul porto indicano la fine della strada. Vedere un tramonto sull’Adriatico (rimanendo in Italia) è infatti possibile solo da Trieste.

E’ bello attraversare 4 Regioni e ad ogni sosta, in pochi chilometri sentire i dialetti sempre diversi ogni volta che parli con qualcuno anche solo per ordinare un caffè… Il viaggio è anche questo: imparare ad ascoltare ciò che ci circonda, parlare con la gente, sentire il calore genuino dell’accoglienza meridionale.

L’Appia Antica mi resterà nel cuore. Uno straordinario Viaggio da fare a casa nostra.

BUON VIAGGIO A TUTTI

Roberto Gabriele

Leggilo su Acqua & Sapone:

acqua & saponeL’Articolo è pubblicato anche sul mensile Acqua & Sapone nel numero di gennaio 2021: https://www.ioacquaesapone.it/leggi/?n=asgennaio2021#102

Brindisi – le Colonne Romane in cima alla scalinata (di una ne resta solo un piccolo troncone) segnano il punto di arrivo della via Appia dopo 650 chilometri da Porta san Sebastiano a Roma

India, Kumbh Mela 2019

La sacralità del luogo

Il Kumbh Mela è una di quelle esperienze che non si dimenticano, che quando torni a casa senti che qualcosa è cambiato, che hai partecipato ad un evento emotivamente forte, sconvolgente e affascinante.

Non è solo un evento religioso, o un ritrovo di fedeli che si riuniscono in preghiera condividendo tradizioni o rituali, ma è la più grande manifestazione religiosa del Mondo.

Un enorme pellegrinaggio che coinvolge, a seconda degli anni, fino allo spaventoso numero di 100 milioni di persone.

Siamo in India, nello Stato dell’Uttar Padesh, e precisamente ad Allahabad, città in cui confluiscono i tre fiumi sacri agli induisti: il Gange, lo Yamuna e il mitico Sarasvati, oggi scomparso, o a detta di alcuni quasi totalmente sotterraneo, ma che mantiene ancora vivo per i fedeli il Culto della Dea da cui prende il nome.

La storia del Kumbh Mela e le sue celebrazioni sono legate a leggende dai forti connotati mitologici ed astrali, e come in tutti i poemi epici che si rispettino, anche qui buoni e cattivi combattono, e combattono per 12 giorni e 12 notti finchè Vishnu, che aveva ordinato di agitare gli Oceani per ottenere il nettare dell’Immortalità, chiamato Amrita, ne fece cadere alcune gocce nei quattro luoghi che così divennero sacri : Allahabad, Haridwar, Ujjain, e Nashik.

Proprio in queste quattro città si svolge a rotazione, ogni tre anni, questo importantissimo pellegrinaggio.

IndiaL’esperienza umana

C’erano 50 milioni di persone attorno a me. 50 milioni di persone che camminavano, camminavano ininterrottamente, giorno e notte, senza sosta. 50 milioni di pellegrini, fedeli delle più svariate sètte induiste (akhada), che hanno attraversato il paese con treni speciali, pullman, camion, ed ogni altro mezzo di fortuna per radunarsi in un’area di non più di 20 km di lunghezza per 32 km quadrati di superficie.

Inimmaginabile per noi occidentali, impossibile da capire, troppo lontano dalla nostra cultura e dalla nostra esperienza umana.

E soprattutto difficile da descrivere. Quasi impossibile.

Il mio primo impatto in quest’area che sembrava un enorme campo tendato, è stata una scena che ricordava l’esodo biblico.

Decine… centinaia… migliaia di poverissimi pastori che venivano dallo Stato del Bihàr, nell’India nordorientale, arrivati qui con 5 pullman, ogni pullman con più di 100 persone.

IndiaScendevano ordinatamente da un alto terrapieno, non si vedeva l’inizio della sterminata fila di persone. Arrivavano cantando, vestiti con quanto di più povero potessero trovare, tutto ciò di cui avevano bisogno era racchiuso in fagotti di tela che portavano sulla testa o annodati in lunghi bastoni poggiati sulle loro spalle.

I più religiosi portavano con sé della paglia. Erano a digiuno e avevano promesso a loro stessi di “dormire su un letto di paglia” finché non avessero fatto le abluzioni nei fiumi sacri.

Capitava spesso, infatti, di trovarne distese enormi lungo le rive dei fiumi, e sopra di esse altre distese di gente che si spogliava e rivestiva senza alcun pudore o soggezione, o paura di essere guardati male.

Si immergevano, quasi completamente svestiti, nelle acque gelide a qualsiasi età, e a qualsiasi ora, giorno o notte che fosse.

Spesso incontravo figli che portavano gli anziani genitori perché potessero fare la loro sacra immersione prima del trapasso che sentivano avvicinarsi.

Ed è proprio questo il motivo più profondo dell’essere qui, almeno una volta nella vita, per ogni Induista: un dovere che ognuno sente dentro di sé, come liberazione e purificazione dell’anima e dello spirito.

Questo è infatti quello che mi è stato detto anche dalla mia fidatissima guida:

Ogni induista crede che sia molto importante andare almeno una volta nella vita sui luoghi sacri della religione Hindu per fare le abluzioni nelle acque del fiume Gange o degli altri fiumi sacri nei periodi del Kumbh Mela perché questi luoghi sono stati benedetti dalla divinità Vishnu.

Chi farà i bagni sacri nel corso di questi eventi verrà pulito di tutti i peccati e potrà seguire la strada per il moksha, ovvero la liberazione e la salvezza come condizione spirituale superiore”.

La decisione di rimanere nel campo

India

La decisione di rimanere a dormire all’interno dell’area del Kumbh,  senza tornare al nostro comodo campo tendato si è dimostrata vincente .

Troppa folla, i ponti erano stati chiusi, se avessimo dormito al nostro campo non saremmo probabilmente riusciti arrivare nemmeno partendo a mezzanotte. Impossibile.

Con entusiasmo, molta curiosità e tanti chilometri a piedi, ci incamminammo così, verso il tendone dei Sadhu che ci avrebbero ospitati.

La strada era lunga parecchi chilometri,  e quello che c’era intorno a me era incredibile .

Fedeli poverissimi, famiglie con bambini, sadhu, asceti… Guru con vesti  arancioni, o solo con perizomi bianchi, o semplicemente vestiti di cenere.

Tendoni delle varie sette, in ognuno dei quali c’erano cerimonie religiose, venivano accolti i fedeli, si mangiava, dormiva, pregava, predicava, accoglieva…

Sulla strada c’era chi benediva, e chi chiedeva donazioni possibilmente in moneta del paese di provenienza, o chi camminava verso chissà quale luogo dove fermarsi a dormire… chi lavava, cucinava, ed anche qualcuno che stirava.

IndiaE il tutto con un’organizzazione perfetta, con gli eserciti di 5 Stati Indiani, decine di migliaia di bagni, punti di informazione, ospedali da campo.

E soprattutto c’era silenzio, un caos ordinato e un religioso rispetto per chiunque.

Arriviamo dai nostri ospiti.

Ho conosciuto subito il Maestro, un vecchio con occhi buoni e capelli grigi lunghi e stoppacciosi. L’accoglienza è stata bellissima e calorosa.

Quella,  adesso era casa nostra.

IndiaIntorno a me,  a terra,  c’era un gruppetto di devoti,  fumavano marijuana, alcuni erano completamente storditi, dormivano o a malapena tenevano gli occhi aperti.

IndiaErano questi i miei compagni di camera?

Ho mangiato con loro, seduta a terra e servita in piatti di metallo, rigorosamente senza posate. Il cibo, buono e speziato al punto giusto, si prendeva aiutandosi con il pane senza usare le posate.  Tutto bellissimo. Ed emozionante.

Quelle gentilissime persone che mi hanno ospitata per due giorni, servita e riverita erano Naga (Nudo) Baba.

Fanno parte della “famiglia” dei Sadhu, e come dice il loro nome, usano uscire nudi e coprirsi il corpo con la sola cenere.

Si dice che, a differenza di altri gruppi Sadhu, non siano propriamente pacifici, possano essere vendicativi ed arrivare alla mortificazione del proprio corpo e soprattutto del loro pene, desensibilizzandolo in vari modi: ho visto lucchetti, spade, e altri oggetti utilizzati per questo scopo.

Proprio loro, assieme alla più estrema delle sette Sadhu, gli Aghori, alle 3 di mattina hanno aperto la lunga processione fino ai gath alla confluenza dei fiumi sacri.

Erano il gruppo più atteso e scenograficamente più impressionante.

 

La lunga notte del Shahi Snan

L’esperienza più straordinaria è stata nella notte tra il 3 e il 4 febbraio.

Questa notte si è svolto il Shahi Snan, bagno rituale alla confluenza dei tre fiumi sacri, evento più importante di tutto il mese della Festa.

Un esercito di uomini nudi vestiti solo di cenere bianca e ghirlande arancioni sulla testa, con capelli lunghissimi arruffati e raccolti,  o completamente rasati si preparavano fuori dalle loro tende per iniziare il cammino più importante, seguiti da migliaia di seguaci e qualche curioso.

Una scena che difficilmente si dimentica.

IndiaIndiaHo camminato per tre km circondata da tutto il genere umano.

Tutta l’area, illuminata a giorno, aveva un’atmosfera surreale.

Sfilavano i carri degli asceti, sventolavano le bandiere arancioni, i manifesti giganti con le fotografie dei maestri venivano portati dai fedeli, e poi, c’era chi suonava i tamburi, e chi semplicemente camminava, andava avanti quasi per inerzia fino alla meta tanto desiderata.

Tutto intorno gente… gente… e ancora gente… e le tende dove dormivano, file infinite di bagni allestiti per l’occasione, militari a piedi e a cavallo che si occupavano di mantenere la sicurezza e l’ordine, e che severissimi allontanavano i non autorizzati, senza occuparsi troppo se sotto gli zoccoli dei cavalli finiva qualche essere umano.

Anime erranti mi circondavano da ogni lato con sguardi neri e profondi, avvolti da vesti povere ma pulite, e con la testa spesso coperta da cappelli di lana per affrontare la lunga e fredda notte.

Ognuno viveva quel momento da solo, in un intimo e religioso silenzio.

Le abluzioni

L’arrivo ai fiumi è stato memorabile.

Questo era per i fedeli il momento più importante: il momento del bagno sacro, aspettato probabilmente una vita intera e che per sempre rimarrà nei lori cuori e nelle loro anime.

La notte era fredda e ancora fonda. L’illuminazione era perfetta.

Per terra erano accatastati migliaia di abiti e scarpe.

Corpi per lo più magrissimi, prevalentemente con barbe bianche e lunghe, e donne seminude, procedevano verso l’attesa purificazione immergendosi nell’acqua freddissima del Gange o dello Yamuna che proprio qui si incontrano.

Qualcuno cercava di arrivare ad immergersi nell’acqua insieme ai propri maestri, il che rendeva quel momento ancora più sacro e ricco di significato.

Lo spazio in cui si svolgevano le abluzioni era piuttosto piccolo e delimitato da galleggianti, ed i responsabili della sicurezza sui loro gommoni lavoravano per garantire a tutti di poter vivere al meglio le loro abluzioni.

Qui le correnti sono infatti molto forti e i rischi di incidente, considerando anche la forte densità di persone, sarebbero potuti essere molto alti, ma tutto si è svolto per fortuna senza alcun problema e nel migliore dei modi.

L’esperienza al Kumbh si conclude così, un misto di emozioni fortissime si alternano nella mia testa pensando che nonostante questo strano mondo possa sembrare a noi occidentali così diverso, lontano ed incomprensibile, la grande umanità, simpatia ed ospitalità della gente mi ha fatto sentire in una grande

famiglia e sempre più curiosa di continuare a conoscere, ed immergermi in nuove culture che altro non possono fare che arricchirmi e rendermi migliore.

 

Giordania: da Petra al Wadi Rum

Per un Viaggiatore di solito non conta tanto la meta, quanto la “strada” fatta per arrivarci. La Giordania è diversa: per alcuni versi tutto il Paese è una destinazione straordinaria, ma è anche un “percorso” da fare lentamente alla scoperta di un Popolo che si sta aprendo alla modernità occidentale mantenendo ancora intatte le sue tradizioni religiose e culturali.

La Strada dei Re

Abbiamo parlato di strade e non c’è modo migliore di viaggiare in Giordania che evitare la comoda e moderna autostrada che passa in pianura e percorrere l’antica Strada dei Re che è una ampia strada panoramica di montagna che si inerpica tra Paesini anonimi e proprio per questo pieni di fascino.

Questa antica dorsale di comunicazione risale ad oltre 5000 anni fa, poi nota anche come Via Traiana, e si estende per circa 460 chilometri da dalla Capitale Amman, le rovine archeologiche della antica Jerash di epoca romana, passando per Dana, Petra il deserto del Wadi Rum fino ad Aqaba sul Mar Rosso.

Il percorso è mozzafiato: si estende tra gole brulle, aspre, desertiche con curve a tornanti, e ovviamente, visto che in epoca remota era l’unica via di collegamento per uomini e merci con il mare, lungo di essa sono nati, e tutt’oggi si incontrano, i Patrimoni dell’UNESCO di Petra e Jerash che da soli valgono il viaggio.

La Strada dei Re si inerpica tra le montagne. Foto © Roberto Gabriele

Se deciderete di muovervi gustandovi la Strada dei Re (e ve lo suggerisco), tenete presente una velocità media di circa 70-80 km/h e non abbiate fretta: il tempo dilatato giocherà a favore di tante soste da fare nel bel mezzo del nulla per godere al massimo i suoi panorami. E’ questo il percorso migliore da seguire perchè tocca tutte le principali destinazioni di interesse turistico che vedremo in queste pagine.

Molto più di una semplice striscia di asfalto, più di una tratta storica: la Strada dei Re è parte integrante del viaggio stesso, è una meta imperdibile almeno quanto lo sono le località che unisce tra loro. Armatevi di fotocamera e di tanta curiosità: il vostro viaggio è già iniziato.

Il viaggio:

Ora che abbiamo capito che il modo migliore per spostarsi in Giordania è seguire la Strada dei Re, vediamo quali sono i siti imperdibili che rendono questo Paese straordinario e scopriamo cosa c’è da sapere per muoversi in sicurezza.

Tanto per cominciare, sappiate che in Giordania ci si può spostare in tutta tranquillità anche con un’auto a noleggio che potrete guidare voi stessi per muovervi in totale libertà. Suggerisco però di avere sempre un navigatore GPS perchè, specie in zone poco turistiche, potreste trovare che i cartelli indicatori non sono scritti bilingue ma solo in arabo! Il Vostro Google Maps potrebbe essere una buona idea gratuita purchè vi scarichiate le mappe off line in modo da potervi connettere senza utilizzare la rete dati locale che in roaming è costosissima. Se seguirete il percorso che vi suggerisco di fare verso sud lungo la Strada dei Re, per il ritorno potreste tornare verso Amman costeggiano la sponda giordana del Mar Morto oppure arrivare fino ad Aqaba dove prendere un volo di rientro verso l’Italia.

La Giordania è una monarchia islamica: il re è molto benvoluto dal Popolo e gli aspetti religiosi, pur essendo molto radicati nella mentalità della gente, non arrivano mai ad eccessi di intolleranza o di ostilità nei confronti degli Ospiti stranieri, nè ci sono per i Cittadini obblighi o sanzioni per chi non crede nell’Islam. La religione insomma è molto sentita ma non obbligatoria: ci sono molti laici sia tra gli uomini che tra le donne.

La situazione sociale e politica è molto stabile: la Giordania da molti anni è in pace con tutti i Paesi confinanti nonostante si trovi in un’area molto calda a livello di tensioni internazionali. Di norma quindi, i turisti sono ben accetti da tutta la Popolazione e il benvenuto è sincero, non si è mai assediati da insistenti venditori di strada. Un saluto e un sorriso saranno sempre la chiave migliore per aprire qualsiasi rapporto con la popolazione.

Jerash:

L’antica Gerasa, oggi il suo nome in arabo è diventato Jerash, è una antica città Romana ancora perfettamente conservata, patrimonio dell’UNESCO. Si trova a meno di un’ora di auto dal centro di Amman ed è un sito archeologico mozzafiato nel quale è un piacere perdersi tra i resti di una città romana con cardo e decumani ancora perfettamente conservata.

Jerash vi darà il benvenuto con l’Arco di Adriano che si trova all’ingresso della città e da cui parte la Strada dei Re. Subito dopo l’arco troverete l’Ippodromo: un autentico tuffo nel passato, qui sono ancora visibili le tribune e tutto il percorso che veniva fatto dalle bighe, in questo luogo vi sembrerà ancora di ascoltare le urla della folla che incita gli atleti in competizione.

Camminando lungo le strade, ancora tutte lastricate, si arriva al Foro con il suo colonnato ovale che è rimasto intatto, sepolto per secoli e ora riemerso in tutto il suo splendore grazie al lavoro degli archeologi. Potreste rimanere per ore a camminare qui e pian piano spostarvi verso il Teatro e l’Odeon che ancora fanno mostra di sè con gradinate in marmi pregiati e ancora funzionanti con intense stagioni di spettacoli.

Il Foro di Jerash. Foto: © Roberto Gabriele

Riservate una visita di almeno 3-4 ore a questo luogo incantato, avventuratevi tra le sue strade lastricate di pietre bianche e rimanete in silenzio ad ascoltare il frinire assordante delle cicale e dei grilli in estate…

Petra:

Uscite da Jerash e iniziate a percorrere la Strada dei Re verso sud: tra un tornante e l’altro, salendo e scendendo le numerose montagne che troverete lungo il percorso, arriverete a Petra, la vera meta del nostro viaggio in Giordania.

Fate in modo di visitare prima la Piccola Petra, poco distante dal sito maggiore e arrivateci preferibilmente un’ora prima del tramonto quando la luce dorata del sole crea lunghe ombre nel canyon e illumina perfettamente le rovine di pietra calcarea. Ricordate di visitare prima la Piccola Petra che vi permetterà di entrare in un crescendo emozionale per poi vedere Petra.
La visita di Petra richiede dalle 4 alle 15 ore di tempo a seconda di quanto vorrete approfondire la vostra conoscenza, vedrete che, comunque scegliate di farla in base alle vostre condizioni di salute e alle vostre aspettative, quel tempo vi passerà in fretta.

Petra by Night: il Tesoro. Foto © Roberto Gabriele

Per i più arditi suggerisco di mettersi in fila ai cancelli già all’alba, ed entrare alle prime luci del sole (quando l’aria è ancora fresca ed è meno trafficato da turisti di ogni parte del mondo).

Il sito di Petra è una lunga strada di circa 6 chilometri affiancata su entrambi i lati dai resti della vecchia città che si estende dall’ingresso fino al Monastero passando per il Tesoro, le Tombe dei Re, il Teatro e il Colonnato. Potrete vederne una parte o farla tutta, ricordatevi solo che la strada che farete all’andata dovrete rifarla uguale anche al ritorno: dosatevi le energie. C’è la possibilità di fare alcuni tratti su piccoli calessini trainati a cavallo oppure a dorso di asino o dromedario. Per chi vuole arrivare fino al Monastero (ultima parte visitabile) il modo migliore è armarsi di pazienza e affrontare gli 800 gradini da fare a piedi in circa un’oretta di cammino.

Se vi è piaciuta Jerash, una visita approfondita a Petra cambierà per sempre la vostra vita: un vero salto nel tempo che vi riporterà in una full immersion all’epoca dei Nabatei nel VI secolo AC quando la città, nascosta tra le montagne e nel suo Siq scavato dall’acqua nella roccia, prosperava nei commerci tra oriente e occidente.
Impossibile rimanere impassibili al fascino storico di Petra: i suoi monumenti sono ancora intatti e brillano da secoli sotto i tagli di luce che il sole disegna insinuandosi tra le rocce policrome di pietra arenaria.

Formazioni di roccia arenaria policroma a Petra

Il modo migliore di terminare la giornata a Petra (ecco perchè la vostra visita potrebbe durare fino a 15 ore) è assistere allo spettacolo di Petra by Night: 3 notti ogni settimana il Siq e il Tesoro vengono illuminati dalla meravigliosa luce incantata di migliaia di candele che rischiarano la notte e vestono il sito di un’atmosfera surreale che non dimenticherete facilmente.

 

Il Wadi Rum:

Al mattino successivo, dopo Petra, riprendete di nuovo la Strada dei Re e puntate ancora verso sud: in un paio di ore arriverete nel deserto del Wadi Rum. Qui è facile trovare posto per dormire nei tanti campi tendati di lusso che sono nascosti tra le rocce proprio per essere meno visibili e lasciare intatta la bellezza dell’ambiente circostante.

Il Wadi Rum è un deserto relativamente piccolo (circa 70 km di diametro) rispetto ad altri deserti del mondo, ma molto selvaggio e con scorci paesaggistici indimenticabili.

Wadi Rum

Qui, una volta arrivati in auto (o in bus) non potrete procedere con i vostri mezzi tra le dune, ma vi occorre un fuoristrada con un autista che vi porti in giro in sicurezza senza perdervi e senza insabbiarvi con un mezzo non idoneo che potrebbe rivelarsi pericoloso. Il giro che in genere fanno fare ai turisti dura un paio di ore al tramonto, ma il mio suggerimento è quello di arrivare entro le 11 del mattino e fare un tour di almeno 6 ore per vedere il deserto, fermarvi a pranzare tra i resti della casa di Lawrence d’Arabia o all’ombra di un Djebel o sotto la Roccia del Fungo.

Con un pò di fortuna potrete anche incontrare una carovana di dromedari che camminano nel deserto portando approvvigionamenti ai campi tendati.
La notte stellata concluderà il ricordo di uno dei viaggi più belli che potrete fare a sole 3 ore e mezza di volo da Roma.

L’Arco grande nel Wadi Rum. Foto: © Roberto Gabriele

Mangiare in Giordania:

Se vi state chiedendo come sarà il cibo in Giordania ve lo dico io: si tratta di una cucina tipicamente mediterranea perchè gli ingredienti usati sono fondamentalmente gli stessi che utilizziamo noi dal pomodoro all’olio di oliva, dai legumi alle melanzane.

Il pane arabo è buonissimo, lo potrete mangiare caldo appena sfornato in strada e preparato come le nostre piadine ma immaginatele cotte a legna e molto più lievitato…

Tra le cose tipiche da mangiare ci sono l’Hummus (una sorta di crema a base di farina di ceci) e il Mutabbal (anche questa una sorta di crema a base di melanzane al forno con aglio) e i mitici Falafel (polpettine a base di farina di ceci leggermente speziate e fritte), ovviamente non mancano le carni di agnello e pollo cucinate al tegame o alla brace in forma di spiedini che qui chiamano Koftah o Kebab.

Bancarelle nel mercato di Amman. Foto: © Roberto Gabriele

Sempre presente anche il riso (chiamato Maqluba quando servito con la carne di pollo) e tantissimi dolci a base di miele come la Baklava (pasta fillo, miele, pistacchi) e il Knafeh a base di formaggio fuso su una base di sfoglia da mangiare caldo con un filo di miele il cui sapore ricorda le nostre Seadas sarde.

Anche se siete dei patiti dello Street Food, potete stare tranquilli che le condizioni igieniche in Giordania hanno quasi sempre gli standard europei con cibo sempre freschissimo e buone condizioni di conservazione.

Leggilo su Acqua & Sapone:

Questo Articolo è stato pubblicato sulla Rivista Acqua & Sapone a luglio 2017, sfoglialo sul sito: https://www.ioacquaesapone.it/leggi/?n=asgiugno2020#117

Etiopia: il Natale arriva a gennaio

Se pensi al Natale come Babbo Natale che arriva sulla slitta il 25 dicembre e porta regali ai bambini, leggi questo articolo: ti porterò in un posto in cui tutto questo non è vero. Ad esempio, nel nord dell’Etiopia, a Lalibela, è tutto diverso, anche la data di Natale che viene celebrato il 7 gennaio!

Etiopia
Soli, in un villaggio senza nome. Etiopia 2016. Foto: ©Roberto Gabriele

Lalibela è un posto magico, denso di spiritualità, uno di quei posti in cui sentirai esplodere dentro di te il mal d’Africa. Lalibela è la classica cittadina tranquilla africana: poche case in muratura, qualche albergo e tante capanne, sono i tipici tukul con il tetto in paglia a punta. Lalibela però è un Patrimonio dell’UNESCO perchè qui c’è qualcosa che non esiste in nessun altro posto al mondo: le chiese rupestri ipogee monolitiche. Detto in altri termini queste chiese sono state letteralmente scavate svuotando la montagna e ricavando la chiesa da un unico blocco di roccia. 40 anni di lavoro fatto a mano con martelli e scalpelli.

San Giorgio
Le chiese vengono letteralmente scavate nella roccia. Foto: ©Roberto Gabriele

Qui le chiese sono di rito cristiano copto, un rito completamente diverso da quello cattolico, nei costumi, nella durata, nelle modalità di celebrazione e anche nella simbologia. La festa del Natale è la più sentita, la più bella e partecipata dell’anno. Circa 20.000 fedeli arrivano qui per celebrare la nascita di Gesù con una messa che dura 12 ore: dalle 9 di sera fino alle 9 del mattino successivo, il tutto accompagnato da circa 300 sacerdoti che indossano paramenti dai colori sgargianti e da tutti i fedeli che vestono il tipico caftano bianco. L’atmosfera che si respira qui è meravigliosa, che si sia credenti o no è impossibile rimanere impassibili davanti a tutto questo. La simbologia è talmente chiara da sembrare artefatta: sembra che ci sia dietro il lavoro di un abile regista, mentre invece tutto è dettato dalla tradizione più antica e incontaminata. Quando andai io, tra la gente c’era persino il Presidente dell’Etiopia con la sua scorta! Le misure di sicurezza erano fittissime! ;:)

Ragazza legge le Scritture – Foto: © Roberto Gabriele

La notte simboleggia la tenebra e il peccato: il rito non a caso viene celebrato con il buio. La suggestione del momento è enfatizzata dalla presenza di centinaia di candele con le quali i fedeli rischiarano di tanto in tanto la lettura dei testi sacri che portano con se per seguire le letture durante la lunga veglia. E’ incredibile osservare le espressioni e il coinvolgimento emotivo di queste persone rapite dalla preghiera. Ma la notte è fatta anche per riposare e qui nella grande chiesa di Santa Maria (dedicata alla Madonna) si dorme regolarmente durante la lunga veglia notturna del Natale! Quello che da noi in Italia sarebbe impensabile, irriverente, inaccettabile come il dormire in chiesa durante un rito sacro, in Etiopia invece viene accettato senza difficoltà: la notte è fatta per dormire, chi vuole prega, gli altri dormono!

 

I sacerdoti sono centinaia, restano svegli tutta la notte a celebrare il lungo rito. Molti di loro sono sposati e hanno figli, il celibato non è  a loro richiesto. Quasi ogni parte del rito viene cantata e danzata per rendere la partecipazione più corale e intensa. Le letture e le omelie sono ridotte al minimo. Il ritmo lento viene scandito dal Sistro: uno strumento il cui suono assomiglia a quello di un cembalo, costruito con una impugnatura con dei piattelli che vengono suonati alzando o abbassando il braccio in un gesto rituale che simboleggia la morte (braccio abbassato) e la resurrezione di Gesù (braccio alzato). Durante ogni canto, durante tutta la notte, viene ricordato tutto questo.

preghiera
La veglia di Natale dura 12 ore. Foto: ©Roberto Gabriele

E poi c’è la gente che vive in massa tutto questo. A parte chi dorme e chi legge nella chiesa, c’è poi chi rimane all’esterno e partecipa al rito guardandolo sui maxischermi che vengono allestiti per l’occasione perchè all’interno non c’è spazio per tutti. Fuori dalla chiesa, davanti ai monitor si crea un vero e proprio accampamento con tende improvvisate e tavolate di intere famiglie che ricoprono la montagna con le loro vesti bianche che si vedono bene nella notte.

Tra la gente e i sacerdoti c’è la presenza fondamentale di certi mediatori che scendono tra la gente portando a loro i simboli cerimoniali come la croce e un cuscino che viene baciato a turno dai fedeli. Questi mediatori sono quelli che vendono le candele con le quali partecipare alla messa. I loro abiti sono preziosi, dorati, coloratissimi e portano sempre un ombrello damascato coordinato con l’abbigliamento. A ben guardare i loro movimenti, nonostante l’apparenza solenne, appaiono però come abili commercianti che si aggirano durante la lunga messa tra la gente per vendere ancora candele a chi ne fosse rimasto sprovvisto.

Venditore di candele. Foto©Roberto Gabriele

Il Natale copto è il 7 gennaio, con la grande veglia che inizia il 6 sera, in corrispondenza con la nostra Epifania. Il giorno della Vigilia passa tra i pellegrinaggi che vengono fatti dai fedeli nelle chiese: si va in visita alle icone dei santi e ci si mette in fila per una veloce benedizione, si bacia la croce copta in legno o in argento e con questa si viene benedetti dal sacerdote. Migliaia di persone arrivano 1-2 giorni prima del Natale proprio per avere il tempo di fare i pellegrinaggi in tutte le chiese e in particolare in quella di San Giorgio, la più grande e bella: famiglie intere o comunità locali si spostano in gruppo arrampicandosi sui pericolosi muretti alti 10 metri senza protezioni, camminando negli stretti cunicoli in discesa scavati per accedere alle chiese. E per tutto il giorno si mangia in strada dove ci sono ristorantini ambulanti e migliaia di fedeli già vestiti a festa.

ristorantini
Ristorantini di strada in Etiopia. Foto: ©Roberto Gabriele

Alle 21 del 6 gennaio inizia la lunga messa: 12 ore per sentirsi vicini a dio. Durante la prima parte ci sono canti e danze, quando la notte diventa profonda, il ritmo rallenta e la gente si addormenta a terra. Quello è il momento preferito da noi fotografi perchè possiamo muoverci facilmente per fare le nostre foto e camminare infilando i piedi nei pochissimi spazi liberi tra la gente che dorme, anche se ogni tanto può capitare di pestare una mano o un piede nascosti nel buio… La cosa più bella da fotografare sono i contrasti tra le luci delle candele e le ombre, tra il bianco delle vesti e il nero della pelle della gente, tra i colori dei vestiti e il nero della notte. 

 

La lunga veglia prosegue abbastanza uguale a se stessa fino al momento in cui improvvisamente il rito cambia e il buio lascia lo spazio al rito della luce che simboleggia la nuova nascita e l’arrivo del Natale. La chiesa che era caduta nel torpore generale si sveglia improvvisamente tra le urla generali delle folla impazzita: la nascita di Gesù viene celebrata in quel momento con una gioia incontenibile e urla liberatorie. In pochi istanti tutti i fedeli tirano fuori le candele che avevano conservato e le accendono l’una con l’altra in un gesto di condivisione reciproca durante il quale la luce aumenta velocemente in proporzione. Il momento è emozionante: le urla festose, la luce che aumenta, la chiesa che fino a quel momento era stesa a terra a dormire si rialza in piedi e ricomincia a partecipare al rito. Poco dopo la preghiera è fortissima, le urla caotiche vengono riordinate di nuovo dalla coralità della preghiera e, girandosi intorno, tutto ciò che era buio ora è illuminato dalla luce di migliaia di candele accese, tutto ciò che era libero ora diventa ordinato e corale.

Il Natale è la festa della luce. Improvvisamente migliaia di candele illuminano a giorno tutta la chiesa. Foto: ©Roberto Gabriele

La gente ora è tutta in piedi e rivolta verso l’altare con le candele in mano intenta a pregare, questo momento dura un’oretta  di preghiera, poi di nuovo un crescendo di emozioni avvolge i presenti: di nuovo le urla della folla impazzita: alzando lo sguardo verso i bordi laterali si scorgono i sacerdoti che sono saliti sul bordo dello strapiombo intorno alla chiesa e dall’alto cingono con la loro presenza tutta la chiesa e i fedeli in un abbraccio simbolico, hanno cambiato le loro vesti, tolto i colori e sono tornati a vestire anche loro di bianco con solo una fascia colorata. Applausi, lacrime  e sorrisi: si alzano verso di loro migliaia di telefoni cellulari che fotografano la lunghissima fila di Celebranti, tutti hanno tra loro un parente o un amico che dall’alto li sta benedicendo e li ricambiano con una foto ricordo. Anche i sacerdoti, nonostante la sacralità del momento e del loro ruolo, scattano di tanto in tanto qualche foto con il cellulare alla folla sotto di loro alternano questo gesto pagano alla sacralità del suonare il sistro che da ore segna il tempo della cerimonia. La simbologia anche qui è fortissima: dopo la tenebra del peccato arriva la luce e quindi la salvezza.

La luce porta la verità, la nascita. E’ arrivato il giorno di Natale. Foto: ©Roberto Gabriele

La magia della luce continua perchè adesso il cielo inizia a tingersi di rosa: è l’alba di Natale! La messa vera e propria ha inizio alle 6 del mattino, e finirà alle 9 dopo tre ore di canti e danze accompagnati ora dal ritmo dei tamburi che sovrasta e sostituisce il suono melodioso e malinconico del sistro. E qui l’anima africana  degli etiopi fatta di ritmo e danze prende il sopravvento sul rito lento e profondo che si è vissuto per tutta la notte… L’allegria generale da il benvenuto alla festa, segna la fine dell’attesa per la nascita di Gesù nel giorno di Natale.

Mercato
Tra un mercato e l’altro inizia il nostro lungo viaggio di ritorno verso l’Italia che durerà 3 giorni. Foto: ©Roberto Gabriele

Qui siamo lontani anni luce dall’icona tipica di Babbo Natale, siamo lontani dai panettoni e dalla neve. Benvenuti in Africa.

 

La chiesa cristiana copta celebra il rito del Natale con un calendario diverso rispetto al nostro, spostato di 13 giorni in avanti. La festa del Natale è quindi il 7 gennaio con la vigilia il 6, ossia il giorno della nostra Epifania. Quindi, la loro Epifania è il 20 gennaio.

Alma de Cuba

Alma de Cuba

C’è una Cuba che tutti conoscono, è la Cuba della Salsa e di tutti i balli caraibici che la fanno amare da milioni di persone in tutto il mondo, ma non è questa la vera Alma de Cuba. C’è la Cuba legata ai grandi Rum pregiatissimi che sono apprezzati dagli estimatori di 5 Continenti. C’è la Cuba famosa per Che Guevara e Fidel Castro e la loro Rivoluzione. Ma non è di tutto questo che oggi voglio parlarvi, questo già lo sapete.

A me interessa il popolo, quello che fa e che sente la gente vera quando è lontana dai riflettori mediatici. Voglio parlarvi del motore sociale dell’Isola Grande, di coloro che con la loro opera quotidiana rendono questo posto una meta imperdibile per noi Viaggiatori e Fotografi.

Che Guevara
Che Guevara è una vera icona cubana. Foto: ©Roberto Gabriele

Oggi voglio raccontarvi di quel popolo silenzioso e cordiale che vive tutto questo in prima persona in un luogo del mondo che sta crescendo troppo in fretta suo malgrado e senza accorgersene. Oggi vi parlo di come si arriva a quelle eccellenze e di come sta la gente vera, quelli che dopo 60 anni di Fidel Castro ancora lo amano anche dopo la sua morte.

Voglio farvi capire cosa c’è di bello nell’anima della gente di Cuba. Voglio uscire dai luoghi comuni che tutti conoscono, e farvi apprezzare una realtà complessa che ho toccato con mano.

canna da zucchero
Canna da zucchero. Foto: ©Roberto Gabriele

In molti Paesi del mondo per trovare la gente più vera e autentica, occorre allontanarsi dalle grandi città, andare nelle campagne dove si vive ancora come una volta tra antiche tradizioni e uno stile di vita semplice. Bisogna vivere per qualche giorno in un luogo lontano per ritrovare tutt’oggi quello che era il vissuto quotidiano dell’Italia del Dopoguerra. Cuba non fa eccezione: la campagna è il vero senso di questo viaggio.

Ahimè, molto spesso, dobbiamo riconoscere che ci farebbe molto  comodo poter lasciare intere nazioni nel loro degrado fascinoso e autentico, lasciarle nella loro arretratezza rispetto ai nostri standard. Molto spesso pensiamo che stiano meglio loro senza nulla rispetto a noi che abbiamo tutto.

La questione è un pò più complicata e ve la racconto dalla viva voce dei cubani che me la hanno raccontata durante i miei due viaggi ad un anno di distanza nella loro terra. A Cuba un benestante guadagna 100 Euro al mese, ma molti fanno 2-3 lavori, hanno più stipendi, ma riescono a recuperare pochi altri soldi, in genere ci sono famiglie intere che non arrivano a 150 Euro al mese pur con tutti gli extra.

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La lavorazione del tabacco avviene ancora tuta a mano. Foto: © Roberto Gabriele

I Cubani sono gente di cuore, gente che vive di passioni, fondamentalmente onesta e apparentemente felice nel loro piccolo mondo. Apparentemente perchè in pochissimo tempo le cose stanno cambiando velocemente, la gente inizia a sapere cosa c’è oltre il mare che circonda quell’angolo di paradiso e il turismo inizia a diventare di massa. Viene spontaneo quindi per loro, e giustamente, guardarsi intorno e fare le dovute differenze tra chi vive lì e chi ci va per turismo.

sigaro puro
“El Puro” è il sigaro arrotolato a mano tipico delle campagne. Foto: ©Roberto Gabriele

In città da un anno all’altro sono successe tantissime cose. Troppe…

La prima volta che sono andato era appena finito l’embargo e sembrava di vivere nella nostra Italia del Boom economico avendo loro la stessa tecnologia che avevamo noi negli anni ‘60. Tante televisioni, radio qualcuna, nessuna lavatrice, e le mitiche cadillac degli anni ‘50 ancora perfettamente funzionanti.

Cadillac
Le auto a Cuba hanno una media di 70 anni e sono una vera attrazione turistica. Foto: ©Roberto Gabriele

L’arrivo di Internet

Ma la prima rete WIFI pubblica (nelle case ancora non esiste) è arrivata a giugno 2015 e ancora oggi ci si può connettere solo in alcune piazze di alcune città, da quel giorno, nel giro di 15 mesi sono avvenuti dei cambiamenti storici che hanno modificato per sempre la vita dei cubani.

Innanzitutto la visita di Obama, il primo Presidente Americano che sia venuto in visita ufficiale, poi subito dopo questo ha portato l’arrivo della prima nave da crociera, la prima di una lunga serie che scaricano 4-5000 passeggeri al giorno in una città che fino ad un anno prima vedeva le stesse persone in un mese.

E’ arrivato poi il concerto dei Rolling Stones che ha portato… “musica nuova” qualcosa di molto diverso dalle sonorità a cui erano abituati i locali. E infine la morte di Fidel Castro che ha causato la fine di un’ epoca.

I Cubani non sanno più dove stare, sono cambiate troppe cose in due anni, troppo rapidamente. Hanno iniziato a conoscere il lato consumistico del turismo, hanno visto arrivare soldi e sbarcare turisti e hanno visto il guadagno facile. Ma tutto questo senza avere una struttura mentale imprenditoriale, senza conoscere cosa sia il concetto di Qualità, di Servizio, di professionalità.

Sono ancora mentalmente molto legati allo stile di vita assistenzialista che avevano sotto Castro. L’Havana è una città troppo piccola per sostenere ondate così grosse di turisti e non è pronta ad accoglierli. Le campagne vivono i cambiamenti in modo più lento, ma anche lì si stanno iniziando a guardare intorno a capire che ancora molte cose gli mancano.

mercato agropecuario
Mercato agropecuario di Camaguey. Foto: ©Roberto Gabriele

Gli errori più grandi che noi occidentali possiamo fare in questi casi sono due ed opposti tra loro. Il primo è il pretendere che i popoli si adeguino a noi in tempi troppo rapidi. Il secondo errore è quello di pretendere che rimangano in una loro affascinante quanto decadente arretratezza per preservarne la naturalità e la spontaneità.

La verità, invece, è che da queste parti in campagna si vive ancora bene. Questo accade non solo perchè i ritmi sono più lenti e adeguati all’indole del popolo cubano, ma perchè questi ritmi sono quelli più naturali per la nostra natura umana. Ogni momento è legato al ciclo lento delle stagioni che segnano il tempo del lavoro nei campi. La gente vive ancora lontana dal turismo. Ci si reca al lavoro su un carretto trainato da un cavallo oppure prendendo un autobus che passa senza orario.

Ecco… il fascino più vero e autentico dei cubani è proprio la loro lentezza, il non avere stress, avere ambizioni si ma con poca competitività. E tutto questo lo potrete apprezzare nelle campagne, 

A Cuba i pochissimi che hanno una delle vecchie auto se la tengono gelosamente e in perfetto stato: sanno che ha un valore enorme come taxi, come mezzo da dare a noleggio con conducente.

 

Vita di una volta

Ma la vita nella campagna cubana riserva molte soddisfazioni a chi sia così curioso da volerne scoprire la luce calda del mattino quando il sole sorge nella rugiada e le ombre si stagliano in controluce sul cielo, qui è facile vedere i carretti che si dirigono nei campi trainati da un asino o un cavallo, vedere i ragazzi che vanno a scuola a piedi con le loro divise perfettamente pulite e con i colori diversi a seconda del grado di scuola che si frequenta: elementari, medie o superiori.

alba cubana
All’alba e al tramonto La Isla Grande da il meglio di se. Foto: ©Roberto Gabriele

Qui la sera troverai la vita della gente che scende in strada a chiacchierare, a fare una passeggiata tra fidanzati o un giro in bici con gli amici. Strano… La musica non è diffusa ovunque come crediamo! A Cuba, nei posti che ho frequentato io non c’è musica come ce la aspetteremmo. Persino quando ho trovato la musica non era mai la salsa cubana che noi conosciamo dall’Italia.

In campagna la gente suona, ma non i ritmi caraibici ballabili, si sente invece più musica melodica e il repertorio classico alla Buena Vista Social Club…

musica
La musica a cuba è in ogni strada. Foto: ©Roberto Gabriele

L’altra cosa che può sconvolgerci è che a Cuba le case sono aperte, piano terra con la porta aperta e chiunque potenzialmente può  entrare, affacciarsi a guardare dentro casa o a fare una foto. La gente qui si fida. Anzi, sono loro a dirti di entrare. Fidel Castro è dovunque, sui muri, nei portaritratti, sui manifesti…

Che Guevara è un’icona grafica, ha quasi del tutto perso le sue sembianze fotografiche per essere un tratto disegnato in bianco e nero, lo vedi sventolare sulle bandiere, stampato sulle magliette, esposto in case e uffici, la gente gli è grata e devota come se fosse un santo.

E a proposito di santi, in tutta l’isola si trovano luoghi e riti di Santeria, una religione che trae origini in quella cattolica ma sfocia tra lo sciamanesimo e l’animismo, vi si trovano adorazioni di alberi rituali e sacrifici animali, una cosa gioiosa ma spesso cruda e dura come la vita.

Qui non sarà raro vedere rituali che vengono celebrati al ritmo incessante delle percussioni con persone che entrano in trance, si portano offerte ai fantocci e cibi per le comunità o per i poveri.

Cappellaio
Artigiano cappellaio. Foto: ©Roberto Gabriele

In campagna ho trovato il meglio della gente di Cuba, in località piccole come a Vignales, a Pinar del Rio, nella Valle del los Ingenios…. Sono posti relativamente lontani dal turismo di massa, lì dove ancora si riesce a vivere in modo tradizionale, dove un contadino può coltivare il tabacco da vendere alle grandi manifatture governative, ma può anche tenerne una parte per se e farsi un “Puro” rollandoselo sul tavolo o direttamente sui pantaloni e poi incollandone le foglie esterne con il miele per dargli anche un sapore leggermente più dolce.

Beh… di certo non sarà nè perfetto di forma, nè bellissimo a guardarsi, però quel sigaro sarà solo suo, la miscela di foglie necessaria per comporlo sarà un mix unico e irripetibile, fatto in casa. E qualche Puro può anche venderlo in privato, favorendo così una microeconomia con la quale potrà finanziarci qualche spesa extra per casa.

cuba
Tra le vie de L’Havana. Foto: ©Roberto Gabriele

Ho incontrato per puro caso uno di questi contadini in giro tra le campagne, non avevo una guida, nè un interprete, non parlo spagnolo e lui non parlava inglese, per cui ci intendiamo parlando ciascuno la propria lingua madre, convinti che le persone di buon senso se vogliono comunicare possono riuscirci anche solo a gesti. E così andò: ci capimmo al volo…

Poco dopo i normali convenevoli che si scambiano tra i viandanti, gli ho chiesto se conoscesse qualcuno ove potessi andare a vedere come viene fatta la lavorazione del tabacco. Ero infatti molto interessato a fotografare le varie fasi. Senza esitare mi invitò a casa sua per spiegarmi come viene fatta la coltivazione del tabacco, e naturalmente mi ha aperto tutte le porte senza alcun problema, la gente è sempre cordiale e disponibile da queste parti.

 

Il tabacco:

Al mio arrivo tutta la famiglia, compreso il nonno ultraottantenne, stava lavorando per trapiantare le giovani piantine nel campo in cui cresceranno e daranno i loro frutti. L’operazione di piantumazione, sarebbe banale nella sua semplicità, ma risulta essere una vera scoperta per un ingenuo “animale da appartamento” come me.

Qui tutto viene fatto a mano, non c’è fretta di automatizzare tutto, la lavorazione del tabacco da quando viene seminato a quando diventa sigaro dura un anno intero. Mi intrattengo a fotografare le mani degli operai che conficcano le loro dita tozze e forti nel terreno per dare dimora alle giovani piantine.

notte a Trinidad
Di notte, tra le strade di Trinidad. Foto: ©Roberto Gabriele

Ormai dopo mezz’ora di foto nei campi siamo diventati amici con il mio simpatico agricoltore: la fotografia aiuta moltissimo a ridurre le distanze tra le persone, che trovano in essa una loro dimensione di protagonismo. Quasi sempre la gente è portata a rapporti interpersonali informali ed è sempre molto cordiale e quindi quello è il momento giusto per chiedergli di entrare nella sua “Casa del Tabacco”.

Questa è una struttura a metà tra un essiccatoio e un magazzino: è un grande capanno di paglia stesa su un telaio di legno. Al suo interno si crea il giusto microclima per temperatura e umidità necessario alle foglie per essiccarsi in modo semplice e naturale, senza alcun agente esterno che ne velocizzi o rallenti il processo.

La natura segna il tempo di ogni cosa. Un posto del genere è un pò intimo, come una vera casa, ecco perchè ho aspettato a chiederlo, il motivo è che come in una casa, anche qui vengono custoditi i beni più preziosi della famiglia: l’intero raccolto del tabacco che darà lavoro e guadagno a tutti per un intero anno fino al raccolto successivo. Entrando nella casa si vede la quantità di prodotto che poi andrà allo stato, si dimostra così al visitatore la propria capacità di reddito. Infatti il 90% del prodotto andrà allo Stato e solo il 10% trattenuto dalla famiglia per uso personale.

Casa del Tabacco
Le case del Tabacco sono gli essiccatoi nei quali si fa la lavorazione delle foglie destinate ai sigari. Foto: ©Roberto Gabriele

Qui all’interno del capanno, le foglie sono perfettamente sistemate una per una, con la giusta quantità di aria che le avvolge, tutte infilate con il gambo all’insù. Rimarranno qui fino a quando verranno imballate in grossi pacchi e vendute alle manifatture statali. Non si sente ancora il tipico odore del tabacco qui, piuttosto qualcosa che ricorda il bosco in autunno, gli odori tipici del prodotto secco arriveranno poi con la lavorazione e la miscela.

 

I sigari:

La mia visita si conclude con il rituale quasi sacro della produzione del sigaro. Il Puro, quello lavorato alla buona e fatto sul momento ad uso e consumo di chi lo produce per fumarselo. Il Puro viene prodotto con lo stesso sistema dei sigari industriali, solo che viene fatto con molta meno cura, non viene pressato al torchio, la sua forma e dimensioni non sono perfette ma questo non è un problema per loro: il sapore e la qualità non cambiano.

Tutti i sigari, e quindi anche i Puri sono fatti con i diversi tipi di foglie della pianta che danno la giusta miscela e sapore. Le foglie esterne sono diverse da quelle che si trovano all’interno. Mi piace guardare, osservare e fotografare ogni sapiente gesto di quelle mani abili nel fare movimenti studiati, accurati, frutto di anni di esperienza…

Mi affascina vedere le mani che lavorano e questa cerimonia pagana che si celebra sotto la tettoia della veranda di casa circondati da cani, gatti e una scrofa che allatta…

colori
Colori di Cuba. Foto: ©Roberto Gabriele

Acqua & Sapone:

questo articolo è apparso sulla Rivista Acqua & Sapone nel numero di novembre 2017.


Cuba

Guajira: tra Colombia e Venezuela

La Guajira:

“La parte più a nord dell’America del sud” questo è il singolare primato che può vantare la penisola della Guajira, una terra praticamente sconosciuta al turismo di massa che è stata meta di una delle mie originali scorribande in giro per il mondo.

Riconosco che non ne avevo mai sentito parlare, me la nominò il mio amico Dario, un Colombiano che mi raccontava di questo promontorio desertico che si protende verso i Caraibi suddiviso o forse sarebbe meglio dire condiviso tra Venezuela e Colombia. Le sue storie mi incuriosirono a tal punto che decisi di andare a scoprire cosa ci fosse da quelle parti.

Andammo a fine novembre, quando il clima è più mite, il caldo non è soffocante e le piogge sono virtualmente assenti. Il fattore meteo va sicuramente tenuto presente quando si va da queste parti: ci troviamo in piena fascia equatoriale, poco al di sotto del Tropico del Cancro.

Salinas De Manaure
Salinas De Manaure. Foto: ©Roberto Gabriele

Ci troviamo in piena fascia equatoriale, poco al di sotto del Tropico del Cancro.

Il viaggio è lungo e faticoso anche se fatto in aereo: innanzitutto ci vuole almeno uno scalo a Madrid o Lisbona, poi ci vogliono una quindicina di ore di volo dall’Italia. Il ritorno è peggio perchè di ore di volo ce ne vogliono 27 dato che la TAP fa scalo a Panama, l’aereo viene svuotato e i passeggeri imbarcati di nuovo.

Finalmente a Bogotà: 2640 metri di altezza sul livello del mare. Qui vista la posizione, fa freddo e piove, tipica giornata da fine autunno. L’aria è rarefatta vista l’altitudine, salire ulteriormente fino alla montagna del Monserrate con il suo Santuario El Senor Caido a 3150 metri di altezza. Ci arriva la funivia ma i pochi metri che ancora bisogna fare fino alla vetta metteranno alla prova quelli meno allenati a livello respiratorio.

Bogotà Ha un piccolo centro storico in stile coloniale, con casette basse coloratissime che ricordano moltissimo quelle di Trinidad nell’Isola di Cuba. Qui è bello passeggiare tra gli studenti universitari che abitano nel quartiere è lo rendono un luogo stimolante e attivo. Per il resto la città non vanta altre bellezze degne di nota, se non il Museo dell’Oro che è un’esperienza mozzafiato per la ricchezza e l’abbondanza dei reperti che risalgono all’epoca precolombiana.

Dopo la doverosa visita alla Capitale, il giorno dopo ripartiamo con un volo interno alla volta, finalmente, della Guajira. Appena scesi veniamo letteralmente proiettati in un’altra realtà, lontana anni luce dal nostro mondo e anche da quello visto il giorno prima nella grande città.

Atterriamo a Riohacha, un piccolissimo aeroporto di quelli tipici dei Paesi tropicali: le palme, un camioncino dei Vigili del Fuoco arrugginito e la scaletta per scendere direttamente sulla pista e proseguire a piedi fino all’aerostazione che è un grosso salone con porte e finestre aperte perchè non c’è aria condizionata.

Il volo viene operato da Avianca, la Compagnia di Bandiera colombiana che può vantarsi di essere la seconda compagnia aerea al mondo per data di fondazione preceduta solo dalla ben più nota KLM.

Candelaria

La Candelaria è uno dei quartieri più interessanti di Bogotà

la Compagnia di Bandiera colombiana che può vantarsi di essere la seconda compagnia aerea al mondo per data di fondazione

Siamo nel bel mezzo della Guajira, questa doveva essere la meta finale del viaggio con la motocicletta che fecero Che Guevara con il suo amico Alberto Granado, in realtà non arrivarono a destinazione: ma la mia meta aveva affascinato anche loro.

Da queste parti ancora si può provare l’ebbrezza di sentirsi “esploratori” o “viaggiatori” se preferite. Spingersi da queste parti significa essere davvero molto curiosi di sapere “cosa c’è oltre” oltre le solite mete turistiche, dove finiscono le strade asfaltate e inizia la vera avventura. E l’avventura non tarda ad arrivare: ci aspetta Emilio, il nostro autista: un omone gigantesco, un indio portato al sorriso e alla battuta con un tono di voce assordante, parla poco lo spagnolo, più che altro conosce la sua lingua, ma con le sue 20 parole riesce a farsi capire senza problemi su molti argomenti. Saliamo sul suo bel fuoristrada 4X4 a passo lungo ed eccoci ad iniziare finalmente il clou del nostro itinerario.

Guajira
Nelle saline della Guajira in fuoristrada. Foto: ©Roberto Gabriele

Nel pomeriggio ci fermiamo in un villaggio di capanne di fango e paglia, qui è la norma, sembra di stare in Africa. Le donne sono poco abituate al turismo, ci salutano con una certa timidezza e non hanno nulla da venderci, siamo noi stessi a chiedere loro se vogliano esibirsi in canti o danze tradizionali per condividere con noi una parte della loro cultura. Ben felici della nostra richiesta,  le donne convocano un anziano percussionista che con il tamburo accompagna le loro danze che ricordano i movimenti che fanno i pennuti da cortile nei loro corteggiamenti. Questo è il nostro primo incontro con i Wayuu che vedremo più avanti.

Wayuu
Danze Wayuu. Foto: ©Roberto Gabriele

Ma è proprio questo suo fascino selvaggio che ci piace trovare

Proseguiamo fino a Cabo De La Vela un villaggio sul mare in una posizione da sogno, incredibile, con un mare verde smeraldo e le coste sferzate da un vento fresco e gagliardo. Anche qui non esiste il turismo in nessuna forma. Il lungomare è solo il “giardino sul retro” delle capanne costruite sulle dune. Nel villaggio non c’è assolutamente nulla nè da vedere, nè da fare, nè da comprare. Ma è proprio questo suo fascino selvaggio che ci piace trovare in questo piccolo avamposto nel nulla sospeso tra il mare e il deserto. Non esiste corrente elettrica, non esiste segnale telefonico per i cellulari.

C’è giusto il tempo di fare un bagno nell’Oceano al tramonto che arriva la sera: siamo in fascia equatoriale, per cui qui durante tutto l’anno il sole tramonta intorno alle 18, il che vuol dire che alle 19 abbiamo già finito di cenare e alle 21 si spegne il gruppo elettrogeno e tutto il paese resta nel buio più totale… Ne approfittiamo per fare qualche foto ad una notte stellata incredibile che non dimenticheremo facilmente.

Parlavo di avventura e il momento di andare a dormire ci riserva un’altra bella sorpresa: non ci sono le camere, non ci sono muri, nè letti! Si dorme tutti insieme sotto una tettoia di paglia ciascuno sul suo chinchorro (da queste parti le amache si chiamano così), ma ci vuole l’esperienza del nostro autista Emilio che ci spiega la tecnica per dormire su questi inconsueti giacigli: basta mettersi a 45° rispetto all’asse dell’amaca: in pratica è necessario dormire con le gambe appese all’esterno del supporto in modo da farlo rimanere un pò più aperto. Solo i più fortunati riusciranno a dormire un paio di ore a notte…

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La notte stellata su una spiaggia in Guajira. Foto: ©Roberto Gabriele

Per fare uno spostamento di soli 200 km ci vogliono 10 ore di “Colombia Massage”

La Guajira è un vero deserto in mezzo al mare: qui ci sono altissime dune sabbiose che vanno a finire direttamente nell’oceano, ci si sposta solo in fuoristrada 4×4 perchè non ci sono strade: la velocità media che si può tenere sulle piste è di 20 chilometri all’ora, il che vuol dire che per fare uno spostamento di soli 200 km ci vogliono 10 ore di “Colombia Massage”, una giornata intera di sballottamenti tra rocce e sentieri, tra guadi e saline.

Da qui partivano i corrieri del mare, i trafficanti di cocaina del cartello di Medellin che attraversavano il Mar dei Caraibi per fare tappa a Cuba e poi portare la droga nel sud degli USA. Molte delle piste segnate da queste parti e ancora oggi percorribili, sono state tracciate dagli sgherri al soldo di Pablo Escobar e non meraviglia più di tanto il fatto che la penisola sia ufficialmente divisa tra Colombia e Venezuela, ma andando da quelle parti ci si rende conto che tali confini siano piuttosto labili e di fatti i Wayuu sono un Popolo apolide che si sposta più o meno liberamente a seconda delle necessità tra questi due Paesi.

Di fatto i confini tra i due Paesi non vengono controllati: sono pochi e segnati male, ne segue una gran tolleranza per le popolazioni locali che sono piuttosto libere di passare da una parte all’altra nell’indifferenza delle Autorità preposte ai controlli di frontiera.

Cabo de La Vela
Una scuola a Cabo de La Vela. Foto: ©Roberto Gabriele

Migliaia di Fenicotteri rosa

Altra meta da non perdere in Guajira sono laghi e insenature di mare che ospitano migliaia di Fenicotteri rosa pronti a volare via appena l’uomo si avvicini nei paraggi. Per vedere questo spettacolo della natura suggerisco di utilizzare una piccola barca a vela con la quale avvicinarsi senza disturbare gli uccelli e di tenere anche montato il teleobiettivo stando pronti per riprenderli quando immancabilmente si alzeranno in volo: uno spettacolo meraviglioso contraddistinto dal particolare verso gracchiante dei fenicotteri impauriti!

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Fenicotteri rosa. Foto: ©Roberto Gabriele

“La parte più a nord dell’America del sud”

Ma la meta più estrema del nostro giro nonchè il termine del nostro itinerario è Cabo Gallinas: la punta famosa per essere quella più a nord di tutta l’America del Sud! Qui c’è un faro per i naviganti, una meta imperdibile per soddisfare le vanità di ciascuno di noi con un classico SELFIE!

I Wayuu oltre ad essere pastori e allevatori, sono anche abilissimi nuotatori e quindi pescatori, qui a cena puoi mangiare 4 aragoste a persona spendendo solo 18-20 euro… Il nostro viaggio fuori strada continua fino alle ventosissime Dune di Taroa molto note in zona proprio per questo motivo: il vento praticamente costante tutti i giorni dell’anno, può essere a volte così forte da far cadere una persona con le sue raffiche.

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Incontri ravvicinati a Punta Gallinas. Foto: © Roberto Gabriele

I treni che portano il carbone dalle antiche miniere tutt’oggi funzionanti, fino ai porti

La Guajira è una zona che oltre alle sue bellezze porta i segni anche dello sfruttamento del territorio: ci sono delle saline enormi come quella di Manaure: qui ci sono ettari ed ettari di terra in cui viene lasciata evaporare l’acqua del mare per ottenere cloruro di sodio utilissimo per l’alimentazione umana.

L’altra fonte di reddito che viene da questa natura aspra e avara, sono i treni che portano il carbone dalle antiche miniere tutt’oggi funzionanti, fino ai porti o ai consumatori finali: vediamo passare tanti convogli, sono lunghissimi con la tipica motrice a gasolio si spostano lenti portando ogni tanto a bordo anche qualche clandestino che non aveva altro modo per spostarsi.

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I treni minerari. Foto: ©Roberto Gabriele

Il nostro viaggio termina con il lungo e lento rientro verso il nostro mondo occidentale, abbiamo vissuto giornate intense di scoperta di un Paese sconosciuto ai più. Ci resterà il ricordo di una esperienza di vita rude e a contatto con una natura gagliarda in grado di fare del male a chi la sfidi, e al contempo innocua con chi la teme. Ricorderemo il silenzio profondo che pervade quei territori sconfinati e disabitati divisi tra l’oceano e il deserto.

Leggilo su Acqua & Sapone:

Questo Articolo è stato pubblicato sulla Rivista Acqua & Sapone a luglio 2017, sfoglialo sul sito: https://www.ioacquaesapone.it/leggi/?n=asagosto2019#106

Azerbaijan: gas, petrolio, e…

Ci sono i “viaggi del cuore”, c’è il “Viaggio della vita” ci sono le “vacanze spensierate”, i viaggi semplici e quelli avventurosi e poi… E poi c’è L’Azerbaijan, un Paese nel quale non ti saresti mai immaginato di andare, un Paese tutto da scoprire, nel quale letteralmente non sai cosa aspettarti e del quale non trovi neanche info sul web. Parti solo conoscendo la data del volo aereo.

Insomma ti scopri completamente ignorante di un angolo di mondo e decidi di partire, di andare a vedere cosa ti sei perso, cosa si perdono quelli che ancora non ne sanno nulla…

Ed è proprio quello che è successo a me: tornando dall’Uzbekistan ho deciso di fare con il volo uno scalo a Baku, la capitale. Fino a quel momento non l’avevo neanche mai sentita nominare…

La metropolitana di Baku in stile monumentale sovietico. Foto: © Roberto Gabriele

Baku:

Arrivando a Baku mi sono immediatamente accorto che le mie poche, pochissime, aspettative che avevo su questo Paese erano in realtà frutto della mia fantasia e di una specie di bonario “pregiudizio” che avevo sul Paese.

Il pazzesco sillogismo per il quale siamo convinti che una cosa, se non la conosciamo o non ne abbiamo sentito parlare, allora vuol dire che non è bella, che non la conosce nessuno e che non c’è nulla da vedere o da fare… Un vero Viaggiatore non dovrebbe mai ragionare in questo modo, ma è umano, capita di farlo… L’ho fatto anche io. Sbagliando. E per vincere la mia ignoranza ho deciso di andare a colmare le mie lacune.

L’Azerbaijan ha ottenuto la sua indipendenza dalla ex URSS il 18 ottobre 1991, per cui in tempi abbastanza recenti, mi aspettavo quindi che Baku fosse una città con vecchi retaggi da regime, con austeri e imponenti edifici di stampo sovietico. Pensavo a giganteschi condomini e strade enormi per le classiche parate militari da guerra fredda… Pensavo insomma al vecchio clichè architettonico di Berlino Est, piuttosto che a Tashkent o Tiraspol, Astana… A quelle città costruite per dare fasto al regime comunista dell’epoca.

donna di Baku
Tra le vie periferiche di Baku sembra di essere tornati nella ex Unione Sovietica. Foto: © Roberto Gabriele

Ecco… Appena arrivato in aeroporto mi sono immediatamente ricreduto: quello che mi aspettavo fosse un gigante grigio e squadrato di cemento armato, un grosso “scatolone” porta persone, era invece uno dei più begli esempi di architettura aeroportuale che io abbia mai visto…

Un aeroporto ricco e fastoso come quello di un Emirato Arabo: modernissimo, rifinito e pulitissimo, che alterna forme armoniche in vetro e acciaio armonizzandole tra loro con la necessaria razionalità di uno scalo che guarda solo al futuro rinnegando il proprio passato.

Rinnegare il passato per l’Azerbaijan è stato ad esempio scrivere un nuovo alfabeto per cancellare completamente il cirillico a suo tempo imposto dal regime sovietico. Qui in Azerbaijan c’è ora una scrittura di provenienza latina, ma con alcune lettere modificate, segno di una vera e propria rivoluzione culturale che, per cercare una propria identità, ha iniziato a traslitterare la propria letteratura. Il Russo però è una lingua ancora molto parlata, studiata a scuola e conosciuta da chi è nato nella vecchia URSS e ora si trova cittadino Azero.

Il Il Centro Heydar Aliyev di Baku progettato dall’Architetto Zaha Hadid. Foto: © Roberto Gabriele

Lasciato l’aeroporto, in pochi minuti siamo arrivati alle porte della città, il benvenuto ce lo danno le costruzioni più moderne e innovative degli archistar più famosi al mondo: prima tra tutti Zaha Hadid. E’ opera sua l’enorme museo che è alle porte della città, ed è la prima cosa che si nota all’arrivo. Un museo come questo è già esso stesso un’opera d’arte che può ammirare chiunque gli passi davanti. Siamo rimasti due ore a camminare negli enormi prati circostanti, ad osservare e fotografare la gente che andava e veniva…

A pochi passi dal museo siamo arrivati in città e abbiamo notato qualcosa di strano…. barriere, tribune, tende, pubblicità enormi, strutture prefabbricate… Era la seconda sorpresa di cui non immaginavamo nulla: due settimane dopo ci sarebbe stato il Gran Premio di Formula 1 sul circuito cittadino di Baku, un pò come quello ben più famoso di Montecarlo… Pensavamo di trovare un Paese povero, tutto da scoprire e da… “civilizzare” e invece a due ore dal nostro arrivo ci rendevamo già conto che certi eventi muovono cifre incredibili e non può organizzarli un “Paese in via di sviluppo”.

Flame Towers
Le Flame Towers dominano la città di Baku. Foto: © Roberto Gabriele

Il nostro giro nelle strade del centro è stata una scoperta ad ogni passo: l’architettura è quella tipicamente parigina, elegante e neoclassica con i tipici tetti spioventi come nella Capitale francese, e nel centro nulla rimane, inaspettatamente, delle austere linee architettoniche del regime sovietico.

Baku è una città che ci ha saputo stupire, lasciare letteralmente a bocca aperta ad ogni angolo. Modernissimi centri commerciali, una linea di metropolitana semplice ma che copre tutta la città, un centro storico fortificato con vicoli e mura nelle quali è bello perdersi andando in giro ad esplorare ogni scorcio della città tra lussuose Ambasciate che si affiancano ai negozietti di paccottiglia per turisti.

Ma il centro è un susseguirsi di nuovissimi edifici e centri commerciali modernissimi in cui vetro e acciaio la fanno da padroni a copertura delle architetture più moderne e sfarzose. Tra questi il museo del tappeto con la sua tipica forma arrotolata e con tanto di decorazioni orientaleggianti, il lungomare che si estende sul mar Caspio è tutto un susseguirsi di viali alberati, teatri, centri congressi e tantissimi edifici dedicati alla ginnastica, alla danza e agli sport di lotta che sono le specialità in cui da queste parti riescono meglio ad imporsi ai massimi livelli al mondo.

Hammam
L’Hammam tradizionale di Baku è un insieme di arredi bizzarri. Foto © Roberto Gabriele

La gente passeggia nelle strade, ci sono persone che fanno sport e quelli che frequentano gli hammam decorati con un improbabile stile kitch di dubbio pregio ma di grandissimo fascino. E’ evidente un certo benessere generale, le persone lavorano tutte, la disoccupazione non è un problema ad ogni angolo di strada c’è un poliziotto di piantone, persino le stazioni della metropolitana hanno un bile di binario per ciascun senso di marcia, una cosa mai vista in nessun’altro posto al mondo. Hanno belle auto, vestono bene e c’è ancora il piacere di andare a fumare nei locali del centro per chiacchierare dei loro affari, sembra di stare nei caffè di Parigi di un secolo fa, ma senza rinunciare ai piaceri della modernità.

La zona periferica di Baku perde l’eleganza del centro e lascia il posto ad enormi palazzoni di stile ex sovietico. Foto: @ Roberto Gabriele

Fuori dal centro

Andando in periferia la situazione cambia completamente. Dalle boutique scintillanti del centro prendiamo la metropolitana che ha due linee e in poche stazioni, veniamo letteralmente trasferiti come in una macchina del tempo all’epoca della ex Unione Sovietica. Qui tutto ci riporta a quell’epoca, è un’altra città, un’altra epoca storica. E invece no, sono le due facce della stessa medaglia. Qui all’ultima fermata della LINEA ROSSA dallo sfarzo e dalla modernità dei palazzi amministrativi del centro si passa improvvisamente ai giganteschi mostri di cemento armato arruginito che assumono le sembianze di dormitori di 20 piani e 10 scale con centinaia di appartamenti e migliaia di persone che ci abitano.

Ecco… qui possiamo vedere, almeno in parte, quello che ci immaginavamo dell’Azerbaijan prima di partire.

periferia di Baku
Le case popolari di Baku nelle quali si vive ancora come un tempo. Foto: © Roberto Gabriele

La gente in questa zona della città ha una vita frenetica, i palazzi enormi e impersonali in cui vivono, condizionano molto il loro stile di vita. Qui si esce a piedi, senza badare al look, ci si veste per andare al lavoro negli impianti petrolchimici o per andare a fare la spesa al supermercato sotto casa. Di auto ce ne sono poche e quelle che ci sono sono vecchie e malandate. In strada al posto delle scintillanti boutique del centro ci sono fetide palestre e sale bingo, negozi di barbiere e di elettronica, fast food e una serie infinita di negozi di abiti da sposa, talmente numerosi che ci domandiamo quanti possano essere i matrimoni in un anno…

petrolio
Un lago di petrolio: l’Azerbaijan. è uno dei più grandi produttori di oro nero al mondo. Foto: © Roberto Gabriele

Gas, Petrolio e un mondo artigiano

Uscendo da Baku troviamo un’altra sorpresa: l’Azerbaijan è uno dei più forti produttori di petrolio e gas naturale al mondo e ce ne rendiamo conto immediatamente. Qui ci sono laghi di oro nero a cielo aperto: delle pozze putride sotto le quali da oltre 100 anni si estrae il greggio che viene esportato in tutto il mondo. Anche nel Mar Caspio ci sono giacimenti di gas a pochi metri dalla riva e vicinissimi al centro città. La zona estrattiva è molto limitata… una ventina di chilometri di diametro proprio intorno alla capitale: qui ci sono migliaia di pozzi, non ci sono recinti ma sono controllatissimi dal personale che non manca mai.

La terra è grassa, molle, priva di vita perchè impregnata di preziose sostanze, ci sono le Yanar Da, le montagne di fuoco dalle quali ininterrottamente da oltre mille anni escono lingue di fuoco e che sono state luogo sacro per la religione zoroastra. Il gas che fuoriesce dalla collina prende fuoco per autocombustione e crea un fronte di circa 12 metri di fiamme che venivano venerate dal popolo.

Azerbaijan
Un fabbro che lavora ancora in modo tradizionale. Foto: © Roberto Gabriele

Ci siamo poi allontanati da Baku in direzione di Sheki per fermarci tra le aspre montagne che sono intorno a Lahic. Qui abbiamo visto la parte meglio conservata dell’Azerbaijan, dove la gente vive come una volta in una società agropastorale che a stento e solo negli ultimissimi tempi si sta aprendo al turismo e alla modernità.

Qui puoi trovare solo qualche albergo, la connessione wifi e qualche ristorante, il resto è ancora tutto come una volta: un salto nel tempo alla nostra Italia del secondo dopoguerra…

I ritmi di vita sono sereni e rilassati, il venerdì si va alla moschea, la gente parla in strada o gioca a domino mentre sorseggia un bicchiere di the fumando liberamente nei locali pubblici.

Foto: © Roberto Gabriele

Qui si possono fare amicizie fatte di sguardi e di sorrisi, la gente non parla inglese ma ha voglia di socializzare e allora ti accoglie come può offrendoti un bicchiere di the o un caffè o chiedendoti una sigaretta in cambio. Per accogliere qualcuno non serve aver studiato le lingue, non serve neanche avere chissà quali discorsi da fare, a volte basta sedersi a tavola con un estraneo che ti fa capire che ha piacere di stare con te. E’ una sensazione molto forte, alla quale noi non siamo abituati, ma che invece è invece importante saper apprezzare.

Questo è il mio Azerbaijan, un Paese pieno di sorprese e tutto da scoprire.

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Pozzi di petrolio in pieno centro città a Baku. Foto: © Roberto Gabriele

Roberto Gabriele

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