Sulle orme di Emmett Till

Simbolo della lotta ai diritti civili nel Sud USA

Dopo aver vissuto il 60° anniversario della marcia da Selma a Montgomery, momento chiave per il movimento dei diritti civili in America, sono rientrata nel Mississippi. Qui ho seguito le orme di un’altra storia cruciale, profondamente radicata in quella stessa lotta: la vicenda di Emmett Till. Una storia per lo più sconosciuta qui in Italia, ma che negli Stati Uniti ha rappresentato un punto di svolta per l’inizio del lento cambiamento.
In un clima di razzismo e intolleranza si inserisce la vicenda di Emmett Till, un quattordicenne afroamericano di Chicago che, nell’estate del 1955, si recò in vacanza dai parenti a Money, un piccolo paese rurale del poverissimo Delta del Mississippi.
La sua storia avrebbe cambiato per sempre la coscienza del Paese.

©Simona Ottolenghi

La segregazione razziale nel Delta del Mississippi

La situazione per gli afroamericani nel Delta era radicalmente diversa da quella di Chicago. Qui la segregazione razziale era parte integrante della vita quotidiana. Le leggi e le consuetudini dividevano nettamente bianchi e neri in ogni ambito sociale, giustificando profonde disuguaglianze e una cultura diffusa di violenza e intimidazione verso la popolazione afroamericana.
Le leggi Jim Crow, emanate a partire dalla fine del XIX secolo, separavano i bianchi e i neri in ogni ambito della società: dall’istruzione ai trasporti, dai ristoranti alle scuole. Nonostante l’abolizione della schiavitù nel 1865 e i successivi emendamenti costituzionali, la supremazia bianca era ancora radicata, e la violenza contro gli afroamericani era considerata giustificata in molti casi.
Il soggiorno di Emmett Till si trasformò in tragedia quando, il 24 agosto, un presunto e innocuo complimento rivolto a Carolyn Bryant, la proprietaria bianca dell’omonimo negozio di alimentari, scatenò una reazione brutale e inimmaginabile.

Nel mio viaggio in solitaria ho cercato di seguire il percorso della sua storia.
A Money la Bryant Grocery oggi non esiste più, ma è ben segnalata da un cartello che ne ricorda la storia. Una fitta siepe nasconde quasi completamente ciò che resta di quel negozietto diventato tristemente famoso. Intorno il tipico paesaggio del Delta: distese pianeggianti e strade polverose con vaste piantagioni di cotone, dove per generazioni gli afroamericani avevano lavorato come schiavi e mezzadri.
Nonostante la sua apparente tranquillità, sono ancora vivi i segni del suo passato di sfruttamento e ingiustizia razziale.
Una curiosità: Non lontano da qui si trovano anche la tomba e i luoghi legati alla memoria del leggendario bluesman Robert Johnson, a testimonianza della ricca e complessa storia culturale e sociale di questa regione.

Il rapimento e il viaggio verso l’orrore

©Simona Ottolenghi

Pochi giorni dopo quel presunto episodio, nella notte del 28 agosto, Emmett fu rapito nella casa dello zio da Roy Bryant e J.W. Milam. Le testimonianze dell’epoca riportano la straziante scena del ragazzo, prelevato con la forza dalla casa di suo zio e condotto verso un pick-up Ford blu nel pieno della notte. Questo dettaglio del veicolo è rimasto impresso nella memoria collettiva come un elemento cruciale di quei momenti finali.

©Simona Ottolenghi

La ricerca del ponte

Fu brutalmente picchiato, torturato e infine ucciso. Il suo corpo gettato nel fiume Tallahatchie dal Bayou Bridge.
Trovare quel ponte non è stato facile, ma alla fine ce l’ho fatta. Avevo anche chiesto informazioni sul dove si trovasse agli addetti del Museo dedicato alla storia Emmett Till a Glendora, ma non lo sapevano con certezza nemmeno loro… “Dovrebbe essere da quella parte… ma è chiuso da allora!”.
Oggi, ciò che rimane è una struttura abbandonata, arrugginita e inagibile, in gran parte sommersa dalla vegetazione e riassorbita dalla natura circostante. Con spirito di avventura e un pò di coraggio mi sono addentrata fino alla base del ponte tra tanto fango misto a rami secchi, una selva di cipressi spogli e piante selvagge.

Bayou Bridge. ©Simona Ottolenghi

Il paesaggio sul lento e fangoso fiume sottostante toglie il fiato per la sua bellezza. Le ombre quasi spettrali dei cipressi creano una texture che sembra essere disegnata o proiettata direttamente sull’acqua.

Il Tallahatchie River visto dal ponte. ©Simona Ottolenghi

Graball Landing: il ritrovamento

Continuo la mia ricerca in macchina, tra una mappa e un cartello che segnala qualcosa di poco comprensibile con una freccia. Seguo la freccia e la strada sterrata e arrivo al Graball Landing, il punto sulla riva del fiume dove  un pescatore ritrovò il suo corpo, sfregiato ed irriconoscibile. Aveva al dito un anello che è stato fondamentale per il riconoscimento altrimenti quasi impossibile con i mezzi di allora.
La targa commemorativa indica che, sebbene la posizione esatta del ritrovamento non sia certa, diverse testimonianze lo collocano in quest’area, nel bel mezzo della vegetazione palustre.

Il luogo del ritrovamento del corpo. ©Simona Ottolenghi

Il forza della madre

La straordinaria forza, il coraggio e la dignità di sua madre, Mamie Till-Mobley furono fondamentali per portare questa storia all’attenzione dell’intera Nazione Americana. Prese con fermezza la decisione di tenere un funerale a bara aperta, mostrando al mondo le orribili mutilazioni subite dal figlio. Questa scelta che generò un’ondata di indignazione e sdegno, e così doveva essere. Le immagini pubblicate su riviste come Jet Magazine ebbero un impatto profondo, e contribuirono a sensibilizzare l’opinione pubblica e a mobilitare il movimento per i diritti civili.
Nel 2022 è uscito il film diretto da Chinonye Chukwu Till – Il Coraggio Di Una Madre che descrive tutta la sua storia dal punto di vista di mamma forte, e decisa a far uscire la verità sul figlio.

Emmett Till e la madre. ©Simona Ottolenghi

Sumner e la memoria di una svolta

Per caso sulla strada vedo un altro cartello che segnala qualcosa legato alla vicenda di Till. Lo seguo fino alla piccola cittadina di Sumner, dove, con mia grande sorpresa, si trova la Court Room, l’aula di tribunale in cui si svolse il processo.
In quella sala, nel settembre del 1955, si tenne il processo contro Roy Bryant e J.W. Milam, i due uomini bianchi accusati dell’omicidio. Nonostante le prove presentate, inclusa l’identificazione del corpo da parte dello zio di Emmett, e le testimonianze, una giuria composta interamente da uomini bianchi deliberò per poco più di un’ora, prima di emettere un verdetto di non colpevolezza. L’assoluzione, anche se prevedibile considerato il contesto, sconvolse profondamente la comunità afroamericana e scosse tutto il paese. Era chiara l’ingiustizia di un sistema legale che non considerava la vita di un ragazzo nero alla pari di quella di un bianco.

L’aula dove avvenne il processo. ©Simona Ottolenghi

Negli anni successivi, protetti dalla legge sul doppio rischio, Bryant e Milam ammisero pubblicamente in un’intervista del 1956 alla rivista Look di aver rapito e ucciso Emmett, descrivendo nei dettagli il loro brutale crimine. Questa confessione, avvenuta l’assoluzione, non portò a un nuovo processo penale ma servì a rafforzare nella coscienza collettiva l’orrore di quanto accaduto e l’impunità di cui godevano i bianchi nel Sud segregazionista. Il caso di Emmett Till divenne un potente catalizzatore per il movimento per i diritti civili, ispirando nuove generazioni di attivisti a lottare per l’uguaglianza e la giustizia.”

©Simona Ottolenghi

Questo viaggio mi ha segnata molto. In questo periodo storico così difficile in cui sembra che ci si sia dimenticati della Storia, anche recente, credo sia davvero molto importante informarsi, andare oltre, conoscere fatti come questo che risalgono pochi decenni fa ma che in fondo riguardano tutti noi. L’attualità purtroppo ce lo conferma.

Mississippi

BLUES IN THE NIGHT – MISSISSIPPI

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Il reportage fotografico dal titolo ‘ Blues in the night’ è stato scattato nel 2023 in occasione del mio primo viaggio nel Mississippi.

La sequenza delle foto si propone di catturare le atmosfere del festival del blues che si svolge nel Delta del Mississippi, ispirandosi al fascino del silenzio notturno interrotto solo dalla musica avvolgente.

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Per me vedere i luoghi della segregazione razziale nel Delta del Mississippi è stato come ricevere un cazzotto in faccia. La dura realtà di quelle storie di ingiustizia e discriminazione ha lasciato una impronta indelebile nella mia mente.

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Ma allo stesso tempo, scoprire il blues è stato come ricevere una folgorante flashiata in faccia

Le note struggenti di quella musica autentica hanno risuonato dentro di me, scuotendo le mie emozioni e aprendo una finestra su un mondo nuovo fatto di dolore e di speranze.

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Ho provato, come le note di ‘Blues in the night’, a trasmettere la passione per il blues e la gioia di vivere ma anche una malinconia per un mondo che non c’è più.

Il Delta del Mississippi

Attraverso le tappe del viaggio nel delta del Mississippi, da Memphis a Clarksdale ad Helena, fino all’arrivo a Jackson tutto riporta alle radici profonde della musica blues e la sua connessione con la storia e la cultura del luogo.

Mississippi

Il Delta del Mississippi, nonostante la sua bellezza intrinseca, è oggi uno delle zone più povere dell’America, una realtà che aggiunge un ulteriore strato di significato e complessità alle immagini notturne.

Nell’ultima fotografia scattata a Jackson, se chiudiamo gli occhi possiamo rivivere il coraggio dei manifestanti per i diritti civili del 1961, che sfidarono la segregazione negli autobus Grayhound, mescolando ricordi e musica nello scenario notturno.

‘Blues in the night’ rappresenta un inno visivo al potere unificante della musica, alla bellezza di un luogo che non si vuole arrendere e che continua a cantare la propria anime blues sotto il cielo scuro del Mississippi.

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Questo racconto di Rosario Lo Presti è il vincitore del Travel Tales Award 2024

Tracce di Blues

Tracce di Blues

La HW 61 da New Orleans a Saint Louis è un itinerario leggendario che accompagna il fiume Mississippi nel suo sonnacchioso scorrere verso il mare. Evoca nella mente e nell’anima quella fetta di terra Americana intrisa da quel genere musicale che è il blues del Delta.

Mississippi

Una strada è una strada, ma a volte è di più… una strada suona e canta. Ho guidato lungo questa pianura spesso simile alla mia terra, alla ricerca della sua musica, ho attraversato questi luoghi accompagnato dal Blues che usciva dalla radio costantemente ed ho raccolto immagini e parole testimoni di questo mondo che trasuda ancora del Blues.

Il blues nasce come canzone di protesta, nasce nelle piantagioni di cotone del delta Mississippi, dove le comunità di schiavi afroamericani lavoravano duramente, sottopagati e sfruttati.

Nasce al calar del sole nelle calde sere, nelle bettole dove s’incontravano per bere, suonare e cantare insieme.

 

I luoghi

I luoghi del blues sono parte inscindibile della tradizione e a livello storico sono una sorta di atlante, che si apre dinnanzi agli occhi di noi viaggiatori curiosi col suo patrimonio fatto di miti e leggende. In queste contrade sperdute nel nulla, questa musica è nata e cresciuta. 

Il blues l’ho incontrato ovunque, al “Poor Monkey” al Reed’s o al Ground Zero, dove sul palco si esibivano bluesmen locali, ma anche al Lorraine Motel dove la storia dei diritti civili non si è fermata nemmeno davanti al brutale assassinio del Reverendo Martin Luther King. L’ho incontrato nei cimiteri dove i bianchi sono ancora da una parte e i neri dall’altra, sui murales che colorano le città che ti vedi passare lungo la “61”.

Mississippi

L’ho incontrato dal barbiere, perché è lì che lo si incontra veramente, oppure su quei divani sfondati che troviamo davanti alle case di legno, nelle vecchie piantagioni come fantasmi che non se ne vanno o lungo i binari di quella ferrovia che li ha portati via.

Questo è stato il mio viaggio e le sue sensazioni sono ancora dentro di me.

 


Gigi Montali

La casa in Mississippi

Viaggio fotografico sulla Strada della Musica, siamo tornati per la terza volta in Mississippi e questa è la STRE-PI-TO-SA casa di una nostra amica che si presenta con il fascino del tempo passato e di una vita vissuta intensamente al fianco dei migliori bluesman e musicisti del mondo.

Avevamo visitato la Oak Alley Plantation nei pressi di New Orleans, la famosa casa di Via col vento…. Ma… Nulla da fare, questa la batte in fascino e autenticità.

Foto: © Roberto Gabriele
Foto: © Roberto Gabriele

Una casa che ha visto passare come ospite ed amico Robert Plant con la sua band, ospitato come noi tra queste mura. Una donna che ha in tutta casa foto di lei abbracciata con BB King, con Joe Cocker e con gli ZZ Top che hanno donato un milione e mezzo di dollari per costruire il Museo del Delta Blues di Clarksdale.

Una casa vera, vissuta, con una forte personalità e una storia densa di emozioni. Perchè qui dentro è la musica che dà emozioni a chiunque entri.

Quando visiti in un museo hai il senso della storia ma non della testimonianza diretta che invece senti quando entri in una casa come questa.

Foto: © Roberto Gabriele
Foto: © Roberto Gabriele

La padrona di casa è una giornalista e fotografa e nella sua vita ha accumulato amicizie, conoscenze, frequentazioni e business con i migliori musicisti del’900 e di questo primo scorcio del terzo millennio, non parliamo di una reggia, nè di una casa/bomboniera, parliamo del concetto di “casa” come luogo di vissuto quotidiano, di quel posto che puó riunire tra quattro mura i ricordi e le esperienze immateriali di una vita di una persona o di una intera famiglia.

Le mura sanno raccontare una storia non scritta altrove e guardando le foto non si puó che emozionarsi al solo pensiero di quante cose possono essere accadute nella vita di una persona così.

Il patio con sedia a dondolo davanti al giardinetto con prato su strada ci introduce ad un pezzo di mondo e di storia. All’interno la struttura è semplice e le camere sono poche. All’ingresso un pianoforte e una libreria enorme, traboccante di libri, vinili e Cd ammucchiati a terra chissà se ordinati o semplicemente accantonati. Alle spalle c’è una stufa con un piccolo vano con due sedute.

Foto: © Roberto Gabriele

Il salone enorme e finestrato su due lati è una specie di museo personale o forse dovrei dire che è una sorta di enorme “scatola dei ricordi” in cui vivere in una alternanza di passato e presente con uno sguardo sempre rivolto al futuro. Un divano rosso che conta almeno 10 lustri, un enorme mazzo di girasoli sul tavolinetto al centro della sala e anche qui troviamo una incredibile quantità di foto scattate da lei ai suoi amici che hanno scritto la storia del Blues!!!

Foto: © Roberto Gabriele
Foto: © Roberto Gabriele

Una piccola cucina che ha l’odore forte del cibo per i suoi gatti che a quanto pare mangiano più della padrona di casa. Tra un manifesto e una locandina, tra una foto autografata e la copertina di un disco tenuto come un cimelio passiamo nello studio con il computer, stampanti varie, la ciclette impolverata è circondata da libri che rendono impossibile raggiungerla.

Foto: © Roberto Gabriele
Foto: © Roberto Gabriele

La camera da letto è l’ultima stanza che chiude il giro di questa casa strepitosa. Il letto a baldacchino ha ormai perso tutti i suoi ornamenti ed è rimasto “ingabbiato” nella struttura che sosteneva i tendaggi ed ora è diventata a sua volta una specie di cornice tridimensionale che racchiude la rete con il materasso come uno dei tanti ricordi della casa. Accanto alla finestra una gabbia per uccelli vuota, ripenso ai tanti gatti in casa e… Credo di sapere il motivo!!!!

Foto: © Roberto Gabriele
Foto: © Roberto Gabriele

Mississippi, la gente, la musica

Ultima notte in Mississippi, lo Stato americano che amo di più, dove la gente è vera, dove i neri sono più dei bianchi, dove l’accoglienza che ci viene riservata è quella tipica degli africani e non degli americani. Il Mississippi è nel sud degli USA e la gente che ci vive è calda e ospitale come lo sono nel sud di ogni posto del mondo, Italia compresa.

Foto: © Roberto Gabriele

Il Mississippi è uno di quegli stati in cui i neri sono arrivati come schiavi, portati qui dall’Africa e da sfruttare come macchine da lavoro. Da Jackson, sono partiti i primi movimenti di rivolta per l’integrazione e l’uguaglianza, contro la discriminazione. Da qui è partito Martin Luther King, così come le proteste raccontate nel film The Help.

Foto: © Roberto Gabriele

Qui si vive come in Africa, i ritmi sono lenti e c’è poca della tipica organizzazione americana. Nessuno si meraviglia se in un ristorante vuoto si viene serviti in un’ora, se le ordinazioni sono diverse da quelle fatte e se i negozi sono chiusi la domenica del giorno del Festival più importante dell’anno: la domenica e il riposo sono sacri, qui si va a messa e si fanno cori gospel di una straordinaria potenza non per fare botteghino e vendere biglietti ai turisti, ma perchè qui, semplicemente, si prega così.

Le strade sono deserte e i vecchi centri abitati sono  in decadenza da decenni, da quando la meccanizzazione dell’agricoltura e l’integrazione dei neri hanno lasciato la gente senza lavoro. In quel momento al dramma dello sfruttamento si è sostituito quello della disoccupazione. Le città sono abbandonate, la gente si trasferisce in periferia a vivere in prossimità di un supermercato o del distributore di carburanti…

Foto: © Roberto Gabriele

Ma nel DNA di questa gente c’è la musica. Il Blues e il Gospel li hanno inventati loro, il primo durante il lavoro massacrante nelle piantagioni di cotone, il secondo nelle chiese dove la gente aveva l’unico momento a disposizione per dedicarsi ai propri valori e incontrarsi con i propri simili. Musica nera, ovvio. I bianchi possono essere ottimi musicisti, inventare il Rock e il Country, ma il Blues e il Gospel restano per blacks.

E il Blues è stato proprio la parte centrale del nostro Viaggio Fotografico, la più sentita, la più lunga e importante. Lo abbiamo vissuto, non solo ascoltato. Ne abbiamo scoperto le differenti sonorità da quelle più tristi e struggenti a quelle che con le opportune deviazioni ed ispirazioni hanno dato origine al Rock’Roll. Abbiamo scoperto il Blues lento e appassionato con voce e chitarra, e quello fatto di virtuosismi musicali mozzafiato.

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Foto: © Roberto Gabriele

Questo è il Mississippi, e la mia ultima notte l’ho dedicata proprio a fotografare la gente in strada. Di notte come di giorno le strade sono vuote, ma qui la gente si raduna in fetidi locali decadenti e pieni di fascino, coloratissimi e naturalmente frequentati quasi esclusivamente da neri.

Ed è proprio in prossimità di questi locali che sono uscito a fare queste foto. Qui si viene solo per ascoltare musica e qualche volta per bere una birra, ma la consumazione non è obbligatoria, basta non portarsi da bere da casa! In alcuni rari casi di locali particolarmente frequentati (in cui c’è anche qualche bianco) si possono mangiare le strepitose costate di maiale fatte al Barbeque.

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Foto: © Roberto Gabriele

Alcuni la notte sono ubriachi ma mai molesti, la birra scorre a fiumi, la gente è allegra e ti da a parlare, vogliono sapere da dove vieni e soprattutto perchè sei venuto fin qui tre volte dal’Italia, in questo angolo sperduto di mondo e quando glielo dici capiscono che ti sei innamorato di questi luoghi e di questa gente, della loro musica e del loro modo di vivere.

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Foto: © Roberto Gabriele

Qui in questi luoghi che penseresti siano un covo di spacciatori e contrabbandieri non solo non c’è nulla che vada oltre una birra, ma sono i luoghi in cui si esibiscono i migliori bluesman del mondo e lo fanno per i loro amici, per quelli della città vicina, per se stessi e per la loro voglia di fare musica. Il Bluesman deve stupire. Non può suonare solo per il piacere di farlo, deve legarsi a capacità che gli altri bluesman non hanno come ad esempio suonare la chitarra con la lingua, cantare mentre si suona chitarra, grancassa, charleston e alternare la voce all’armonica a bocca, oppure si può stupire con una voce vellutata o per suonare il piano in piedi o esibirsi scalzi sul palco o per suonare una chitarra a forma di gallo!

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Foto: © Roberto Gabriele

Qui tutti sono amici, lo spirito di questi locali è la condivisione, l’ospitalità e il segnare pagine di storia della musica.

La fotografia mi ha permesso di sentire tutto questo addosso, dentro di me, di avvicinarmi a queste persone scorendone gli sguardi, i sorrisi, trovarle amiche senza conoscerle, di chiacchierare con uno sconosciuto e promettersi di vederci il prossimo anno. Con la fotografia si ha sempre un canale privilegiato di contatto, è un potentissimo mezzo di socializzazione. Prometto sempre di inviare le mie immagini, e le promesse vanno mantenute, in questo modo ho amici in tutto il mondo. Amici con i quali mi sono scambiato un sorriso, 4 chiacchiere e una birra in cambio di un CD con la loro musica….

Testi e foto: Roberto Gabriele

Riproduzione riservata

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Foto: © Roberto Gabriele

Sunflower Blues – Mississsippi

Mississippi:

Ogni anno, ad agosto la piccola cittadina di Clarksdale in Mississippi diventa la Capitale del Blues diventando la sede del più grande festival del mondo dedicato a questo genere musicale quando dai 17.000 Abitanti la cittadina esplode a oltre 100.000 durante il Sunflower Blues Festival

Ci troviamo nel sud degli Stati Uniti d’America, in quelle zone dove tra il XVI e il XIX secolo vennero portati gli schiavi dall’Africa per coltivare il cotone negli immensi campi dei bianchi che abbiamo visto in film come Via col vento…. La cosa bella è che da quelle parti vivono ancora oggi quasi esclusivamente i discendenti di quegli stessi schiavi. Gli americani che sono lì sono tutti neri e hanno i tipici caratteri somatici africani, da questa gente e dalle loro storie è nato il blues, la più “malinconica” musica americana.

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Josh “Razorblade”Stewart fotografato al Ground Zero da Roberto Gabriele

Partecipare al Sunflower diventa quindi un modo non solo per ascoltare i migliori musicisti del mondo di questo genere che è nato qui da loro e dai loro padri, ma è anche un modo per conoscerli dal vivo. I Bluesman non sono certo persone schive, nè divi del Rock che devono tenere a distanza i loro fans. Venendo al Festival Vi capiterà, di sedervi accanto a loro la mattina dopo al bancone di un saloon e di mettervi a chiacchierare con loro e magari di ricevere un Cd in omaggio in cambio del tuo indirizzo email. Ed è proprio quello che è successo a noi con Josh “Razorblade” Stewart del quale puoi ascoltare le note che abbiamo registrato dal vivo durante il suo concerto…. Clicca sul player qui sotto e inizia a sognare…

 

Arrivare a Clarksdale

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Foto: © Roberto Gabriele

Già all’entrata in città ti capiterà di accorgeryi che sei proprio all’incrocio della musica: dove si incontrano la Route 49 e 61 lì nasce il blues e lo si capisce da subito, non potrebbe che essere così. Tutto da queste parti è fatto per favorire l’industria e l’indotto della musica. Dai negozi ai locali in cui ascoltare musica dal vivo, dai servizi agli hotel in perfetto stile Mississippi. Ma qui la musica non è solo business, è un vero e proprio stile di vita, un modo di essere che si tramanda da generazioni.

Qui siamo nel sud degli Stati Uniti e come diceva Renzo Arbore (Bluesman anche lui) “Siamo sempre Meridionali di qualcuno”, qui nel Mississippi ti sembrerà di stare nel nostro meridione per la cortese ospitalità della gente di queste parti, per l’ottima cucina ben condita e per la tipica tradizione contadina che qui viene conservata dai pronipoti di quegli schiavi neri portati qui dall’Africa Orientale nelle Piantagioni di cotone, i bianchi sono ancora pochissimi e quando sarai qui ti accorgerai che la gente ti sorride quando ti incontra per strada.

Qui in città naturalmente c’è anche il Delta Blues Museum che ha una parte importantissima nel Festival in quanto partner e promotore culturale del Festival e di tutte le sue attività formative e concerti. Una visita qui servirà sicuramente a capire meglio cosa si sta per vivere durante i concerti live che durano 3 giorni. A proposito di musei, a poca distanza da Clarksdale, a Indianola c’è il Museo di BB King che forse in assoluto è il nome più famoso che ricordi questo genere musicale.

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Parrucchiere anni ’50 Foto © Roberto Gabriele

Ma a Clarksdale tutto è “Black Style”, anche, naturalmente, il parrucchiere del villaggio in cui il tempo pare si sia fermato agli anni ’50 con i suoi caschi per capelli da signora, con la sua clientela rigorosamente nera di carnagione e con le acconciature che qui si usa fare, molto più simili alla tradizione africana che non alla modernità americana. Qui per molti versi ti sembrerà di essere in Africa: per la gente, per la trascuratezza dei luoghi, per lo stile di vita… L’unica cosa che ti ricorderà l’america sarà la musica che sentirai già appartenere alla tua cultura, al tuo modo di essere, il Blues ti scorre nelle vene, mentre sei li scopri la tua vera Black Soul, una vera anima nera che forse non sapevi ti appartenesse, eppure scopri di averla dentro da sempre. Questa musica ti entra dentro al cuore e non ti abbandona. Mai. Nemmeno dopo che sarai tornato a casa.

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Staff al Ground Zero. Foto: © Simona Ottolenghi

Ground Zero

E’ il più mitico e inconfondibile locale che esiste in città, acquistato da Morgan Freeman si dice per per salvarlo dalla sua fine e ora è un pezzo vivente e cuore pulsante della Storia della musica e del Blues. Se riuscirai a sederti sui suoi lerci e schifosi divani damascati e in pelle che sono sulla terrazzetta esterna potrai godere del miglior posto possibile per capire a fondo lo stile spartano ed essenziale del Blues e di questo locale in particolare.

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i divani fradici fuori al Ground Zero. Foto © Simona Ottolenghi

Al Ground Zero puoi passarci la vita senza invecchiare. Al Ground zero il tempo viene scandito non dall’orologio ma dal ritmo della batteria, dal tempo del basso elettrico e dalle melodie della chitarra acustica dei musicisti che iniziano a suonare musica live alle 10,00 del mattino mentre gli ospiti seduti mangiano i famosissimi Pomodori Verdi Fritti cucinati secondo la più classica delle ricettte e annaffiati da fiumi di birra che vengono consumati non solo ai tavoli ma anche in piedi, fuori dal locale dove le note arrivano e si sentono a decine di metri di distanza…

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Live in Ground Zero – Foto: © Simona Ottolenghi

I Musicisti qui vengono per divertirsi, per suonare ma fondamentalmente ti accorgi che lo fanno per incontrare e allietare i loro amici che vanno a trovarli, sono i migliori del mondo e raccolgono le offerte con il piattino e mentre cantano li senti ringraziare per ogni singola mancia che qualcuno gli lascia durante il concerto. Qui la musica si sente ad alto volume ma si riesce sempre a parlare ed è impossibile non battere il tempo con la testa e con tutto te stesso mentre sei lì sorseggiando l’ennesima birra…

Lo stile del locale è il più scarno e autentico che possa esserci: pareti fatte con assi di legno inchiodate e su di esse trovi attaccata e scritta la testimonianza di chi è stato qui prima di te: locandine, fotografie, giornali, stumenti musicali e copertine di dischi sono attaccati a tratti sui muri, affinchè nulla prevalga sul resto qui vince la regola che chi scrive dopo domina su tutti gli altri. Persino le pareti dei bagni sono completamente ricoperte dalle firme praticamente di tutti i clienti che sono transitati di là e che lasciano alla storia il segno del loro passaggio…

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L’interno del Ground Zero. Foto: © Simona Ottolenghi

 

Il Sunflower river Blues Festival

A Clarksdale durante il Delta Blues Music Festival in Mississippi la musica va avanti per tre giorni e ogni luogo è buono per suonare: la mattina i concerti ufficiali si tengono nella scuola della piccola cittadina, nella palestra in cui ti immagini le ragazzine che durante il resto dell’anno si allenano lì a fare le Majorette. Qui al mattino suonano gli stessi grandi musicisti che suonano la sera in piazza, è solo un fatto di compatibilità di orari e non di qualità della musica.

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concerto serale. Foto © Simona Ottolenghi

Il grande palco ad ingresso libero è montato in un piazzale e lì si suona durante tutto il pomeriggio e la serata. La folla arriva con i caravan e si accampano dove capita per ascoltare ogni nota che esce dagli strumenti e dalle voci di questa gente fatta per fare musica.

I concerti sono tutti rigorosamente gratuiti e si susseguono l’uno dopo l’altro in un clima caldo e davvero friendly, per dirla a modo loro. due giorni qui volano, le cose da vedere, la musica da ascoltare, gli ambienti da fotografare sono così tanti che di certo non ci si annoia.

Su quel palco hanno suonato tutti i più grandi Bluesman della storia da BB King a Eddie Cusic, Denise LaSalle, Lisa Knowles & the Brown Singers…  Impossibile perdersi questi concerti destinati tutti ad entrare nel mito di questo luogo incantato.

Quando sei nel prato di Clarksdale al Sunflover Blues Festival senti un senso di appartenenza a qualcosa che non sapevi facesse parte così intensamente di te, senti che sei lì con altre migliaia di persone a costruire un pezzo di Storia della Musica.

 

 

 

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