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Travel Tales Weekend 2023 a Roma:

Travel Tales Weekend a Roma: 25 e 26 novembre 2023

Siamo giunti alla terza edizione del Travel Tales Weekend TTA Weekend Roma 2023 che faremo anche quest’anno presso OTTO Gallery e NON solo! 😉

Si tratta di un weekend aperto a tutti gli appassionati di viaggi e di fotografia riuniti insieme dalla grande iniziativa internazionale di Travel Tales Award che promuove le eccellenze autoriali della fotografia di viaggio. Centinaia di Autori hanno partecipato a queste prime 3 edizioni del nostro contest diventato ormai un appuntamento fisso e un tavolo di confronto e di crescita per tutti durante le tante iniziative rivolte agli Autori che tramite  noi possono partecipare ai più prestigiosi Festival di Fotografia in Italia (Corigliano Calabro Fotografia e Colorno Photolife) e all’estero (Plovdiv – Bulgaria) oltre che esporre a Roma, Milano, pubblicare sulle riviste cartacee e digitali come IL FOTOGRAFO e Travel Globe.

PROGRAMMA del Weekend:

Il tradizionale weekend autunnale romano si svolge presso OTTO Gallery, l’unico spazio  espositivo a Roma creato per unire le attività espositive di una Galleria fotografica all’interno di un B&B. Presso la OTTO Gallery ci sarà tutta la parte riguardante le premiazioni, le mostre  e le proiezioni, ci sono poi altre attività come le visite alle mostre e la Photowalk che si svolgeranno sempre a Roma in altre location e meglio specificate più avanti.

La mostra di Helmut Newton:

Uno degli Autori più acclamati della seconda parte del ‘900: fotografo di moda e glamour che per 30 anni ha firmato le più importanti campagne pubblicitarie del mondo per le più importanti Aziende e Riviste di settore. Una retrospettiva imperdibile in un museo di straordinaria bellezza come l’Ara Pacis di Roma. Appuntamento sabato mattina ore 10,00 davanti alla biglietteria del Museo per la visita guidata da Roberto Gabriele (prenotarsi con il form in fondo alla pagina).

Le Proiezioni:

Proietteremo tutti i lavori Finalisti di Travel Tales Award 2023 e quelli selezionati dai nostri Partner per le pubblicazioni sulle riviste ecc. Sui nostri monitor passeranno in loop le foto dei nostri Autori realizzate in tutto il mondo e che si sono distinte per la forza delle immagini e dei testi con i quali sono state raccontate le storie in gara. Appuntamento libero da OTTO Gallery dalle 16,00 alle 20,00 in Piazza Mazzini 27 (zona Prati metro A Lepanto oppure bus 19-30-89-280-490-495-680)

Le Premiazioni:

Nel pomeriggio di sabato ci saranno le Premiazioni ufficiali dei primi tre VINCITORI ASSOLUTI della nostra iniziativa che si sono distinti per le loro storie e sono stati votati dalla nostra Giuria. Il Primo Classificato si aggiudica una mostra fotografica personale all’interno di OTTO Gallery, il secondo e terzo classificato vinceranno buoni Amazon: tutto si scoprirà sabato pomeriggio. Appuntamento libero da OTTO Gallery dalle 16,00 alle 20,00 in Piazza Mazzini 27 (zona Prati metro A Lepanto oppure bus 19-30-89-280-490-495-680)

La cena:

Per la cena abbiamo preso 30 posti in un ristorantino siciliano vicino a OTTO Gallery, se vuoi partecipare è necessario riempire il form qui sotto in fondo alla pagina.

La Photowalk:

Come di consueto domenica mattina alle 9,00 faremo una bella passeggiata fotografica nelle borgate romane tra ponti e antichi acquedotti, scopriremo la Roma multietnica in una mattinata di Streeet Photography e Paesaggio Urbano. Prepara la fotocamera. Appuntamento alla Metro Malatesta, Linea C alle ore 9,00.

Chi può partecipare:

Tutte le attività sono gratuite e aperte a chiunque anche se esterno a Travel Tales e a Viaggio Fotografico. Per alcune di queste è vi chiediamo cortesemente (dove indicato) di iscrivervi con il form qui sotto in fondo alla pagina.

Sabato 25 novembre

10,00 Visita alla mostra di Helmut Newton (aperta a tutti gli interessati). Appuntamento alla biglietteria dell’Ara Pacis. Si paga solo il biglietto di ingresso, la visita guidata è gratuita. (per partecipare Riempi il form)
16,00 Inaugurazione mostra e proiezione di TUTTI i vincitori e finalisti di tutte le iniziative
18,00 Premiazioni Travel Tales Award 2023
20,00 Fine attività e cena libera (per partecipare Riempi il form)

Domenica 26 novembre

9,00 Photowalk “Tra ponti e Acquedotti”: la Roma che non conosci. Appuntamento alla stazione Metro Malatesta. (per partecipare Riempi il form)

13,00 Fine attività, pranzo libero

AUTORI IN MOSTRA al TTA weekend Roma 2023:

Ecco gi Autori esposti alla mostra durante il TTA weekend Roma 2023, tra di loro ci sono anche i Vincitori assoluti della sezione Storie e Portfoli:

 

QUESTIONE DI ATTIMI

Giovedì 7 settembre dalle 16.00 alle 20.00, presso Otto Gallery in piazza Mazzini 27 a Roma, si inaugura la mostra fotografica di Stefano Mirabella: Questione di attimi, uno sguardo su Roma in versione Street.

LA MOSTRA

La fotografia, secondo il mio pensiero, è la sintesi tra la rappresentazione della realtà e la capacità di trascenderla. Il quotidiano e la strada sono un teatro incredibile dove il fotografo è allo stesso tempo attore e spettatore.
Un palcoscenico ricco di situazioni, di persone e di aneddoti che vanno visti e colti.
L’imponderabilità, l’anarchia e l’imprevedibilità, sono fattori determinanti che rendono l’indagine fotografica difficoltosa, ma assolutamente affascinante.
La curiosità e la vivacità dello sguardo sono alla base di ogni buona fotografia e si trasformano in un occasione irripetibile per vivere il quotidiano con uno spirito diverso. Senza questo spirito ogni scena rischierebbe, come spesso accade, di essere già vista e rivista.
Tutti gli scatti in mostra sono stati realizzati nella città in cui vivo da sempre, questo non vuole essere per forza un filo conduttore, ma è assolutamente importante per me. Vedere qualcosa di nuovo in un luogo che, per i miei occhi è “vecchio”, è una sfida che mi appassiona e mi spinge ogni giorno a camminare.
Perché è solo camminando e osservando che un fotografo che ha scelto la “strada” può continuare a scattare e a meravigliarsi.
Meravigliarsi e mai permettere all’abitudine di distruggere l’occhio, questo è quello che provo ad essere e questo è quello che vuole essere il “Cielo in una stanza”

Stefano Mirabella

L’AUTORE

Stefano Mirabella è nato e vive a Roma dal 1973, nel 2003 muove i primi passi nel mondo della fotografia frequentando alcuni corsi nelle migliori scuole di Roma. Subito dopo inizia un percorso fotografico personale, che lo vede impegnato nel reportage sociale, numerosi i viaggi fotografici all’estero: Thailandia, Cambogia, Laos, Birmania, India, Siria e territori occupati palestinesi. Queste esperienze danno vita ad alcune mostre personali e pubblicazioni varie.
La passione per la fotografia lo porta a intraprendere la strada dell’insegnamento, tiene costantemente corsi di fotografia avanzati e di base, individualmente o per conto di associazioni e scuole.
Dal 2012 pratica la Street Photography. Entra subito a far parte del collettivo italiano Spontanea. Vive la fotografia di strada come un’opportunità per stare tra la gente e riscoprire la sua città. Predilige quel tipo di fotografia che è in bilico tra la voglia di rappresentare la realtà e il desiderio di trascenderla.

Ama profondamente il genere e cerca di condividerlo tramite l’insegnamento, è docente presso Officine Fotografiche. Vincitore del Leica Talent 2014 è docente della prestigiosa Leica Akademie.

 

DOVE?

OTTO Gallery
Piazza Giuseppe Mazzini 27 – Piano 4 Scala A.
00195 Roma
Citofona OTTO Rooms
Ecco il link: https://goo.gl/maps/YZFemWnRGQstxum2A

 

Come arrivare:

OTTO Gallery si trova nel Quartiere Prati di Roma ed è collegata benissimo anche con i mezzi di trasporto:

  • Metro Rossa LINEA A stazione Lepanto
  • Oppure in bus che arrivano fino qui da tutta Roma: 19-30-69-89-280-301-490-495

E se vieni da lontano:

Puoi dormire direttamente nella di OTTO Rooms!

Per prenotare la tua camera da OTTO Rooms CLICCA SU QUESTO LINK.

 

 La mostra sarà visibile fino al 22 Novembre su appuntamento.

CONTATTI:

Website: www.stefanomirabella.com

Facebook: https://www.facebook.com/stefano.mirabella.1

Instagram: https://www.instagram.com/stefanomirabella/

 

Frammenti di una Quarta Roma

Frammenti di una Quarta Roma

Come dice Marcello Fiori a proposito di Massimo Valentini, le città si raccontano attraverso le loro forme, il reticolo infinito di strade, palazzi, piazze e giardini, statue e lampioni, scorci di cielo e di luce che ne esaltano i vuoti o enfatizzano la maestosità di certi volumi. Una teoria enigmatica di dettagli che si deposita nella memoria e che lì trova la sua ragion d’essere, svela i suoi significati. 

Sono pietre e ricordi tenuti insieme da uno sguardo.

E lo sguardo di Massimo Valentini è uno sguardo particolare, attento, penetrante e sempre pervaso da un amore incrollabile per questa città.

Poche immagini come le sue raccontano la disperata ricerca della bellezza in un’epoca di abbandono e di solitudine come quella che i cittadini di Roma stanno vivendo. 

Le immagini di questo libro sembrano essere attraversate da un doppio filone narrativo. Due chiavi di interpretazione che a volte si sovrappongono. Da un lato i frammenti di una città nuova che attraverso geometrie e architetture cerca una sua identità contemporanea. Dall’altro le contraddizioni della difficoltà di tenere insieme “il peso” e la bellezza dell’eredità di un immenso patrimonio storico, con la possibilità di conservarlo adeguatamente e, in modo coerente, farlo convivere con la città di oggi.

Massimo Valentini

La Mostra:

Massimo Valentini ci propone un punto di vista, una chiave di lettura: frammenti di una città dentro mille altre città, tessere di un puzzle che solo il sogno di una quarta Roma potrebbe ricollocare in un modo ordinato, logico, ricco di senso in un mosaico che definisce una nuova idea di città. Ecco servirebbe una idea, una visione di cui, per ora, non si intravede la genesi.

Queste immagini, si incastrano tra loro come brani di un racconto. Offrono ritmi e dettagli, danno voce a protagonisti muti e presenti, dentro la quotidianità della metropoli. E sono come la scrittura contemporanea: sincopata, spezzata, contaminata dal sovrapporsi continuo e disordinato dei diversi linguaggi.

Caos di un racconto spezzato generato da contaminazioni linguistiche e silenzio di profonde geometrie interiori: in questo contrasto è la loro bellezza, la loro originale poesia.

 

 

  • Mercoledì 15 Febbraio 2023 OPENING dalle 16 alle 20 con la presenza degli autori
  • Da Giovedì 16 Febbraio all’11 Aprile: tutti i giorni dalle 14 alle 20, con ingressi ogni mezz’ora previa PRENOTAZIONE al 3755790929.

 

DOVE?

OTTO Rooms
Piazza Giuseppe Mazzini 27 – Piano 4 Scala A.
00195 Roma
Ecco il link: https://goo.gl/maps/AhST5w2Nkc52

E se vieni da lontano:

Puoi dormire direttamente nella di OTTO Rooms! Per prenotare la tua camera da OTTO Rooms CLICCA SU QUESTO LINK: https://ottorooms.kross.travel/

Massimo Valentini

Mostra Travel Tales Award a Colorno

al MUPAC di Colorno, dal 26 al 28 agosto:

Vi aspettiamo al MUPAC di Colorno (PR) questo week end  in occasione del festival COLORNOPHOTOLIFE (dal 26 al 28 agosto). Ci saranno tanti eventi tutti dedicati alla fotografia, alcuni di questi ci riguardano da vicino perchè saranno le prime uscite ufficiali dei Finalisti di Travel Tales Award 2022.
Leggi qui di seguito tutti i dettagli dei vari momenti della serata e poi di tutto il week end…

 

Venerdì 26 agosto ore 21,00 inaugurazione mostra Travel Tales Award

Inaugurazione di 4 mostre durante il https://www.colornophotolife.it/  saranno presenti Roberto Gabriele con Gigi Montali e Angelo Cucchetto a dare il benvenuto insieme a qualche autore della mostra e del libro!
L’appuntamento è all’Aranciaia della reggia di Colorno (MUPAC) in Viale S. Rocco, 1 a Colorno (PR) CLICCA QUI PER LA MAPPA

Tra le varie mostre fotografiche, ci sarà la collettiva “Travel World Pics”, una selezione delle migliori opere singole iscritte a Travel Tales Award tramite Instagram utilizzando l’hashtag #TTA2022

Per maggiori info sulla collettiva Travel World Pics CLICCA SU QUESTO LINK.

MUPAC
FOTO: © Svetlin Yosifov

Venerdì 26 agosto ore 21,30 (durante le mostre) anteprima del libro Travel Tales Award

Nello stesso luogo, ossia all’Aranciaia della reggia di Colorno (MUPAC) in Viale S. Rocco, 1 a Colorno (PR) e nello stesso momento sempre venerdì 26 agosto ma mezz’ora dopo, alle 21,30 ci sarà l’anteprima dei 16 racconti selezionati per il libro Travel Tales II.
Il libro cartaceo lo presenteremo a Roma nel week end del 1 ottobre presso OTTO Gallery, CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIU’, ma in questa serata vedremo le opere montate con dei bellissimi video realizzati da Gigi Montali e saranno il momento conclusivo dell’iniziativa VIAGGI SOTTO LE STELLE.
Per maggiori info sul libro Travel Tales II CLICCA SU QUESTO LINK
MUPAC
Foto: © Younes Mohammad

Sabato 27 agosto ore 10,00 Masterclass di Fotografia “Dietro le quinte la fotografia fa spettacolo”

Sempre all’Aranciaia della reggia di Colorno (MUPAC) in Viale S. Rocco, 1 a Colorno (PR) sabato mattina 27 agosto, dalle 10,00 alle 13,00 ci sarà la Masterclass diretta da Gigi Montali di Colorno e da Roberto Gabriele di Viaggio Fotografico per imparare a fotografare gli eventi teatrali da dietro le quinte: una velocissima carrellata di suggerimenti molto pratici da mettere subito in pratica la sera stessa in occasione di TUTTI MATTI PER COLORNO.
Per maggiori info e iscrizioni alla Masterclass CLICCA SU QUESTO LINK
Foto: © Gigi Montali

Travel Tales Weekend 2022

Cosa è Travel Tales Award

TTA è una grande iniziativa rivolta a Fotografi Professionisti ed Appassionati che vogliano “tirare fuori” dai cassetti le loro migliori storie di viaggio e raccontarle con una visione narrativa fotografica di alto livello. Travel Tales Weekend è il momento conclusivo di 10 mesi di preparazione del più grande evento dedicato alla Fotografia di Viaggio che esiste in Italia.

Ecco quindi che Starring, con Photographers.it e Isp, propone la seconda edizione  TRAVEL TALES AWARD, un’iniziativa estesa per la promozione di progetti autoriali legati alla Fotografia di Viaggio, in collaborazione con la rivista  Il Fotografo, il sito Viaggio Fotografico.it, il festival Colorno Photo Life e la OTTO Gallery .

Già l’edizione 2021 dell’Award ha visto la partecipazione di oltre 200 autori, con una prima selezione di 50 storie, e una serie di storie premiate con varie modalità, che puoi vedere nella sezione dedicata TTA edizione 2021

Per il 2022 abbiamo inserito una nuova sezione dedicata alle foto SINGOLE che si sono iscritte tramite l’Hashtag #tta2022 alla nostra iniziativa. Davvero numeri da record con oltre 2800 foto si sono candidate pubblicando l’hashtag #tta2022.

Il Viaggiare inteso come metafora e stile di vita e raccontato con la fotografia.

Abbiamo cercato storie di viaggi realmente fatti, raccontati con originalità e creatività che raccontino in modo personale la storia di viaggi fatti ovunque nel mondo e con qualunque modalità e stile di viaggio.

I nostri Autori hanno raccontato le loro STORIE FOTOGRAFICHE trasmettendo il senso stesso del viaggio, il mood emozionale, lo spirito del Viaggiatore che va ben oltre quello del turista o del fotografo in cerca solo scatti perfetti.

Ne sono uscite storie affascinanti dei Viaggiatori, del loro viaggiare in qualsiasi modo e tutte caratterizzate da una eccellenza del linguaggio fotografico. Storie di chi è partito con uno zaino e una Moleskine oppure con un camper, a piedi o con 36 ore di volo da casa.

TTA Weekend

LA MOSTRA

Tanti sono stati i premi e i riconoscimenti per gli autori che hanno partecipato con le loro storie di viaggio al Travel Tales Award. Il livello dei lavori che abbiamo ricevuto è stato molto alto, e altrettanto è stato stimolante quanto difficile la selezione e la scelta dei vincitori.

Ciascuno con il proprio linguaggio, ha rappresentato quanto richiesto dal regolamento: STORIE che trasmettessero il senso stesso del viaggio, il mood emozionale, lo spirito del viaggiatore che va ben oltre quello del turista o del fotografo in cerca solo di scatti tecnicamente perfetti.

Volevamo storie originali e affascinanti, che raccontassero i viaggiatori e il loro itinerare con qualsiasi mezzo, caratterizzate da un linguaggio fotografico personale e maturo.

Per ciascuna foto, è possibile vedere il lavoro completo e leggere il testo scritto dall’Autore, scansionando il codice QR che si trova sui pannelli esposti.

Ecco i nomi degli Autori selezionati:

Travel Tales Weekend

GIURIA 2022

Come ogni iniziativa che si rispetti anche in questo caso c’è una Giuria che valuta i progetti iscritti per decretare i migliori. La Giuria 2022 di Travel Tales è così composta:

  • Angelo Cucchetto, titolare di Photographers.it e ISP, editore di CITIES
  • Giovanni Pelloso, direttore di IL FOTOGRAFO
  • Roberto Gabriele, fotografo e titolare di ViaggioFotografico.it
  • Simona Ottolenghi, titolare di ViaggioFotografico.it e curatrice Otto Gallery
  • Loredana De Pace, Giornalista e curatrice
  • Attilio Lauria, Giornalista e curatore
  • Gigi Montali, fotografo e Direttore Artistico del festival Colorno Photo Life.
Il corridoio centrale di OTTO Gallery. Le foto in primo Piano sono di Maurizio Trifilidis VINCITORE ASSOLUTO dell’Edizione 2021

PROGRAMMA DEL WEEK END:

Nel weekend, che farà base da  Otto Rooms & Gallery, Roberto Gabriele e Simona Ottolenghi faranno gli onori di casa, coadiuvati da Giovanni Pelloso, direttore del Il Fotografo, e accompagnati da molti degli autori selezionati e premiati.

Venerdì 30 settembre

Non ci sono eventi ufficiali, ma faremo solo una cena informale con chi vorrà esserci. Occorre prenotare entro il 26 settembre via email a info@viaggiofotografico.it

Sabato 1 ottobre

Domenica 2 ottobre

  • 9,00-13,00 tour fotografico a Roma accompagnati da Roberto Gabriele di Viaggio Fotografico. la partecipazione è libera e GRATUITA, il luogo dell’appuntamento verrà comunicato a chi si prenota via email a info@viaggiofotografico.it
  • 10,00-13,00 letture portfoli di viaggio a cura di Giovanni Pelloso e Simona Ottolenghi (su prenotazione)
  • 10,00-20,00 mostra Travel Tales Award 2022 aperta per visite libere e gratuite senza prenotazione.
  • 21,00 Cena informale con chi vorrà esserci. Occorre prenotare entro il 26 settembre via email a info@viaggiofotografico.it

LA CURATRICE

Simona Ottolenghi, Architetto, fotografo, accompagnatore turistico… e da sempre viaggiatrice instancabile.

Nei primi anni 2000 si avvicina al mondo fotografico, e da allora la fotografia è diventata il suo strumento per comunicare e per raccontare la sua personale visione del Mondo.

Dal 2010 è socia della ONG Bambini nel Deserto Onlus con cui è andata più volte in Africa (Marocco e Burkina Faso) a seguirne e documentarne progetti. Con le sue immagini sono stati pubblicati i libri “Dal Sole l’Acqua” e “Il Regno del Moro Naba”.

Nel 2013 ha creato assieme a Roberto Gabriele ViaggioFotografico.it che le ha permesso di trasformare le sue passioni nel lavoro più bello del mondo: Insegnare fotografia in viaggio, direttamente sul posto.

Dal 2019 gestisce la OTTO Gallery di Roma nella quale si occupa della curatela delle mostre e organizza presentazioni di libri, di Autori e di progetti.

Simona ha curato il libro TRAVEL TALES, storie di viaggi e di viaggiatori.

Non chiederti di cosa ha bisogno il mondo, chiediti cosa ti rende felice, e poi fallo, Il mondo ha bisogno di persone felici”. Il Piccolo Principe

La Memoria dell’acqua – di Giorgio Scala

Giorgio Scala in mostra a Roma presso OTTO Gallery

Giorgio Scala a Roma con la sua mostra intitolata La memoria dell’acqua presso gli spazi di OTTO Gallery dal 7 luglio al 30 settembre 2022 .

L’inaugurazione dell’evento c’è stata giovedì 7 luglio a partire dalle ore 16.00 nelle sede di OTTO Gallery, in Piazza Mazzini 27 a Roma, alla presenza dell’Autore Giorgio Scala.

L’esposizione si inserisce nel panorama espositivo della OTTO Gallery con le sue opere legate al mondo dello sport acquatico e quindi in occasione dei Campionati Europei di nuoto 2022 che si terranno al Foro Italico ad agosto 2022.

Giorgio Scala

Giorgio ScalaL’editing dell’allestimento è stato pensato in ottica autoriale, tralasciando il racconto più strettamente reportagistico del singolo evento, egregiamente raccontato attraverso le lenti di Giorgio Scala nel corso della sua lunga carriera di fotografo della Federazione Italiana di Nuoto.

Giorgio Scala è nato a Roma l’anno in cui Ham lo scimpanzé ha battuto Yuri Gagarin diventando il primo primate nello spazio.

C’è chi dice che Giorgio abbia imparato a nuotare prima di imparare a stare in piedi.

Da adolescente, suo nonno gli regalò la sua prima fotocamera Reflex: una Pentax MX. Nel 1982 vende le sue prime foto.

Giorgio Scala
4th FINA High Diving World Cup Abu Dhabi (UAE) Photo © Giorgio Scala/Deepbluemedia/Insidefoto

 

Un paio di anni dopo, ha allestito una custodia simile a un acquario utilizzando vetro e plexiglass, l’ha dotata di due fotocamere e ha scattato le sue prime “foto sopra l’acqua”.

Quel tipo di lavoro portò a un contratto per illustrare un’enciclopedia intitolata Conoscere il Nuoto, edita da Rizzoli. Con i ricavati ha acquistato due fotocamere Nikon e da allora ha sempre utilizzato quel marchio.

La Fotografia

In quel periodo inizia la sua collaborazione con il gotha del panorama acquatico italiano: Novella Calligaris, i due fratelli Dennerlein, Klaus di Biasi e Giorgio Cagnotto, Gianni Lonzi e Rumi Cucchetti.

Nel 1989, quando Giorgio Lamberti stabilì a Bonn il suo record mondiale di 200 stile libero, Giorgio Scala era lì e scattò le foto che catturarono quel momento storico.

Nel 1992 Giorgio si trasferisce per 10 anni in Africa Orientale, vivendo prevalentemente nella savana. Tornato in Italia, agli albori dell’era della fotografia digitale, noleggia una macchina fotografica Kodak e scatta al Trofeo Sette Colli e al Roma Sincro.

Nel 2004 è stato nominato fotografo ufficiale della LEN (Federazione Europea di Nuoto) e nel 2008 fotografo ufficiale della FINA (Federazione Internazionale di Nuoto), per cui ha ricoperto l’incarico di fotografo ufficiale in occasione delle Olimpiadi di Pechino.

Oggi Giorgio Scala è considerato un’icona della fotografia acquatica e della gestione di grandi eventi sportivi. Le sue foto sono esposte nella International Swimming Hall of Fame, insieme ai colossi di tutti i tempi della fotografia sportiva. Quando non è a bordo piscina, organizza viaggi fotografici, insegna abilità comunicative e lavora per salvaguardare l’ambiente, cercando di rendere lo sport più sostenibile.

Ha fondato Deepblueye, oggi DBM – DeepBlueMedia, società di comunicazione di cui è a capo.

La Mostra

La mostra di Giorgio si può definire quindi una vera e propria immersione visiva negli sport acquatici, per la quale sono state scelte immagini che distano molto tra loro sia a livello cronologico che della specialità sportiva, ma che invece creano nel loro insieme un piacevole e ritmico percorso visivo, che attraversa il lavoro decennale dell’autore, allo stesso tempo coerente e di grande impatto.

Giorgio Scala
18th FINA World Aquatics Championships. Photo © Giorgio Scala / Deepbluemedia / Insidefoto

OTTO Gallery

OTTO Gallery è un uno spazio espositivo prettamente fotografico inserito all’interno di OTTO Rooms, un’elegante Guest House nel cuore del quartiere Prati a Roma, inaugurata a novembre 2018.

Un pionieristico concetto di accoglienza che permette agli ospiti della Guest House di fruire gratuitamente delle opere esposte negli ampi spazi comuni, e nello stesso tempo concepito come vera e propria “casa del fotografo”.

Qui tutti gli appassionati di questa nuova arte possano incontrarsi per condividere, confrontarsi e crescere attraverso tutti gli eventi organizzati e proposti.

L’idea nasce dalla grande passione di Simona Ottolenghi, architetto, fotografa e Curatrice delle mostre di OTTO Gallery, e di Roberto Gabriele, fotografo professionista e accompagnatore turistico. Entrambi sono viaggiatori instancabili, compagni nella vita, e nelle avventure lavorative.

L’obiettivo è quello di utilizzare questa nuova struttura non solo a scopo ricettivo, ma anche sfruttare i suoi spazi comuni per attuare un folto programma di attività culturali e fotografiche.

OTTO Gallery propone artisti ed opere di alto livello qualitativo, sia emergenti che professionisti, che possano essere di forte impatto anche per gli ospiti che soggiornano nelle camere.

La scelta delle opere da esporre la fotografia è la protagonista, nelle sue svariate accezioni: da lavori più classici, a interpretazioni più creative e multimediali.

La mostra sarà visitabile su prenotazione dal 7 luglio al 30 settembre 2022, dalle 12.00 alle 20.00, negli spazi espositivi di OTTO Gallery.

Per saperne di più: https://www.deepbluemedia.eu/story/mostra-giorgio/

Info e prenotazioni: ottorooms@gmail.com oppure: +39 375 5790 929

Giorgio Scala

FEMMINILEsingolare

FEMMINILE singolare

In FEMMINILEsingolare due donne, due fotografe, due artiste che parlano di sè attraverso la fotografia e l’autoritratto.

Rachele Gabrielli e Paola Tornambè si incontrano qui, alla OTTO Gallery, con la mostra FEMMINILESINGOLARE che le unisce nonostante i loro molto diversi linguaggi e modi di intendere l’immagine.
Ho scelto di esporle in una mostra bi-personale perché tanti sono i punti che rendono i loro rispettivi lavori legati da un sottile filo da esplorare e scoprire attraverso un percorso unico, pur mantenendo, presi singolarmente, una propria peculiare forza e validità.

Rachele in Illusion affronta in modo delicato il tema intimo ma al contempo universale, sulla ricerca della maternità. Lo fa partendo da se stessa, dal suo inconscio, abbattendo i propri muri, sviscerando e mettendo a nudo le proprie emozioni.
Le sue opere sono evanescenti e chiare come la purezza della nascita ma per la sua irraggiungibilità crea uno spazio impalpabile che sembra quasi sgretolarsi nella luce. Protagonista dei suoi scatti non è solo il suo corpo ma anche altri elementi sapientemente utilizzati in modo metaforico e allusivo che riescono a trasmetterci, dirette, tali sensazioni.

Paola in Tra il visibile e l’invisibile ritrae se stessa a tu per tu con il passare del tempo.
Non ferma l’attimo ma lo dilata, frammentandolo in tanti attimi che fluiscono in modo dinamico in un singolo scatto.
Stratifica la sua esistenza rendendola sfocata, moltiplica la sua immagine come se un solo punto di vista non le bastasse.
Si nasconde e riappare, emergendo improvvisamente agli occhi estranei di chi cerca di seguire il percorso nascosto nel frame, lasciando agli altri una propria personale interpretazione del suo tempo.

Entrambe le autrici si mettono quindi a nudo di fronte alle loro rispettive fotocamere utilizzate come mezzo per dare forma al loro io più intimo e profondo.

Simona Ottolenghi – la curatrice

Rachele Gabrielli

Nata a Roma nel 1987, da sempre appassionata al mondo dell’arte, mi diplomo in beni culturali presso il liceo artistico di Roma e studio musica e canto jazz fino ai 23 anni.
Mi avvicino alla fotografia solo all’età di 30 anni frequentando, presso l’associazione Officine Fotografiche, diversi corsi e workshop sulla tecnica e sul linguaggio fotografico, ricevendo insegnamenti dai grandi del panorama fotografico italiano, tra cui Simona Ghizzoni, Lina Pallotta, Graziano Panfili.
Da subito mi interesso agli aspetti invisibili che la fotografia è capace di restituire e di riportare alla luce, alla sua capacità di guardare e scavare nel proprio inconscio.
Per me la fotografia non è quindi un mezzo di riproduzione di una realtà visibile agli occhi, ma uno strumento artistico capace di trasformare la realtà, ridisegnandola secondo lo sguardo del fotografo che guarda al mondo secondo la propria sensibilità e necessità. Utilizzando un linguaggio fotografico principalmente metaforico e concettuale, traduco in immagine le mie emozioni, la mia storia, utilizzando il più delle volte la tecnica dell’autoritratto, come mezzo di ricerca personale e strumento di analisi finalizzato alla comprensione ed al superamento delle mie paure.

“La mia meta era così vicina, eppure così irraggiungibile da vederla ogni volta svanire”
Le immagini sono tratte dalla serie Illusion, che tratta, in modo simbolico e metaforico, il tema della nascita, della maternità o meglio assenza di maternità.
E’ un viaggio personale che passa attraverso l’inconscio, in uno spazio impalpabile e impercettibile che enfatizza l’irraggiungibilità della nascita. All’interno di questa dimensione onirica e atemporale si manifestano rappresentazioni di emozioni derivanti da tale condizione, quali desideri, paure, attese, illusioni.

Illusion
2020, Ed. 10+1 p.a. 75×50 cm, Stampa inkjet fine art


Paola Tornambè

Paola Tornambè nasce a Roma nel 1982, ma le sue origini siciliane da parte di padre hanno sempre influenzato la sua carriera di fotografa e visual artist.
Si avvicina alla fotografia fin da piccola, ed è con l’Accademia di fotografia che inizia ad esprimere pienamente la sua anima artistica, attraverso una fotografia introspettiva e onirica, basata su lunghi tempi di esposizione che le permettono una fusione di immagini a più strati a creare un effetto pittorico. Completa gli studi sotto la guida di Simona Ghizzoni che la avvicina alla tecnica dell’autoritratto creativo. I suoi lavori sono presenti su diversi siti e riviste di fotografia e d’arte italiani e internazionali, tra cui ricordiamo: Fotografia Moderna, Zir Art Magazine, The Bestselected Book vol. IV, F-Stop Magazine, Shots Magazine del Minnesota e Knack Magazine di Chicago.

Paola è vincitrice del “Conceptual Artist 2018” della webartexpo di Grifio Art Gallery e finalista nazionale alla biennale MarteLive 2019; nonché premiata con numerose menzioni d’onori in concorsi internazionali come i MonoVisions Photography Awards 2020, i Neutral Density Photography Awards 2020 e i Chromatic Awards 2020.
Espone regolarmente in Italia e all’estero le sue fotografie in divenire che risultano volutamente sfumate, oniriche, evanescenti. Immagini che si collocano in quel territorio di confine tra “il visibile e l’invisibile” e sono capaci di dare un volto direttamente alle emozioni lievi e sfuggenti, alle sensazioni improvvise e rivelatrici, alle dimensioni profonde dell’anima inquieta e della sua immaginazione. Tra le principali mostre ricordiamo la bi-personale “Parti di Invisibile” nell’autunno del 2019 nelle Marche, poi approdata a Roma a Palazzo Velli Expo. La collettiva internazionale della 1963 Gallery “Cluster Photography and Print”, nel febbraio 2020 a Londra, la collettiva internazionale della PH21 Gallery “Imagination”, nel giugno 2020 a Budapest, il Prague Photo Festival a novembre 2021. L’ultima esposizione è la bi-personale: “Tutto quel che resta”, proprio lo scorso novembre, alla Galleria La Nica di Roma.
Attualmente vive e lavora a Roma.

Tra il visibile e l’invisibile

Una serie di opere appartenenti a progetti differenti rappresentativi del suo lavoro che ci forniscono l’occasione di affacciarci sul panorama completo del suo percorso artistico: dalle prime opere in bianco e nero, ai ritratti sfumati fino all’uso del colore sempre più vivido. Ferme restano le caratteristiche che la contraddistinguono: l’uso di lunghi tempi di esposizione che le permettono, in un unico scatto, la fusione a più strati di immagini e il raggiungimento di una dimensione intima ed onirica, esteticamente vicina al linguaggio pittorico.

CONTATTI

Email: lamarea82@gmail.com
Instagram: https://www.instagram.com/paola_tornambe/


PROGRAMMA:

  • Mercoledì 6 aprile 2022: OPENING dalle 16 alle 20 con la presenza delle artiste
  • Da Giovedì 7 aprile a Venerdì 17 giugno: tutti i giorni dalle 14 alle 20, con ingressi ogni mezz’ora previa PRENOTAZIONE al 3755790929.

 

DOVE?

OTTO Rooms
Piazza Giuseppe Mazzini 27 – Piano 4 Scala A.
00195 Roma
Ecco il link: https://goo.gl/maps/AhST5w2Nkc52

E se vieni da lontano:

Puoi dormire direttamente nella di OTTO Rooms! Per prenotare la tua camera da OTTO Rooms CLICCA SU QUESTO LINK: https://ottorooms.kross.travel/ 

Travel Tales a Milano

Un’altra occasione di presentazione del TTA, TRAVEL TALES AWARD, sarà Giovedi 11 Novembre alle ore 19.30  da NOC – New Old Camera, in Viale S. Michele del Carso, 4 a Milano presenteremo il progetto e gli output editoriali connessi; i Tre portfoli selezionati da Il Fotografo e pubblicati nel numero di luglio / agosto della rivista, le 4 storie che compongono la sezione Travel Tales sul numero 9 di CITIES, le 21 storie che compaiono nel libroTravel Tales a cura di Simona Ottolenghi. Qui potrete vedere tutte le storie premiate a https://traveltalesaward.com/storie-premiate/

Mostreremo anche le Storie premiate con la mostra attualmente allestita a Roma da Otto Gallery.

Ospitati da Giordano Suaria saranno presenti Angelo Cucchetto, Simona Ottolenghi, Roberto Gabriele, Giovanni Pelloso, Federica Berzioli e alcuni degli Autori selezionati, tra cui Mario Cucchi, Roberto Manfredi, Giuseppina Di Falco, Alessandro Castiglioni e Tania De Pascalis.

Ricordiamo  il grande successo del Travel Tales Weekend, 1,2 e 3 ottobre 2021, che è stato il momento conclusivo di una serie di eventi nati per la promozione di progetti autoriali legati alla Fotografia di Viaggio, lanciata da Starring con Photographers.it e Isp in collaborazione con la rivista  Il Fotografo, con il supporto tecnico di  Viaggio Fotografico.it e di NOC e con il supporto operativo di OTTO Rooms e OTTO Gallery

Come arrivare:

Saremo a Milano in Viale San Michele del Carso 4 presso New Old Camera.

  • Metro 1 CONCILIAZIONE
  • Tram 10 16 fermata Piazzale Baracca
  • Bus 50, 57, 67, 68 fermata Piazzale Baracca

Oppure clicca su questo link: https://goo.gl/maps/FWfdHbtewbK3XmEq8

Travel Tales Weekend

Travel Tales Weekend, è il momento conclusivo di una serie di eventi nati per la promozione di progetti autoriali legati alla Fotografia di Viaggio, lanciata da Starring con Photographers.it e Isp in collaborazione con la rivista  Il Fotografo, con il supporto tecnico di  Viaggio Fotografico.it e di NOC e con il supporto operativo di OTTO Rooms e OTTO Gallery a cui si aggiunge per l’iniziativa Officine Fotografiche Roma, una delle maggiori strutture  dedicate alla Fotografia.

Rispettando lo schema di iniziative previste dall’Award la commissione composta da Angelo Cucchetto, Giovanni Pelloso, Roberto Gabriele, Simona Ottolenghi, Loredana De Pace e Paolo Petrignani ha selezionato 50  Storie tra tutte quelle che hanno partecipato all’Open Call dell’Award, e tra queste  sono infine state scelte le storie poi premiate con le varie possibilità previste, che potete vedere a  https://traveltalesaward.com/storie-premiate/ 

È quindi arrivato il momento di festeggiare, e per farlo degnamente abbiamo strutturato un’iniziativa dedicata a Roma, TRAVEL TALES AWARD WEEKEND, grazie al supporto dei nostri partner. La festa inizierà venerdi  1 ottobre con la serata di premiazione dedicata da Otto Gallery, e proseguirà sabato da Officine Fotografiche.

Per il week end (vedi programma qui sotto) abbiamo previsto una grande mostra finale con una selezione di Autori che verranno esposti a Roma dal 1 ottobre al 30 novembre 2021, la letture di portfoli di viaggio, la presentazione di Cities 9 e del libro “Travel Tales – Storie di viaggi e di viaggiatori“, una tavola rotonda e un tour fotografico a Roma con Roberto Gabriele.

Una grande festa nella quale tutti gli eventi SONO GRATUITI MA E’ NECESSARIO PRENOTARE con il form qui sotto, nel rispetto delle norme anti covid.

Mostra:

Gli Autori (e i loro viaggi) esposti in mostra presso OTTO Gallery saranno: Maurizio Trifilidis (Cina), Ilaria Miani (Afghanistan), Alessandro Zaffonato (Romania), Alessandro Castiglioni (Siberia), Tania De Pascalis (Marocco), Roberto Manfredi (India), Laura Loiotile (Cuba), Lia Taddei (Uzbekistan), Roberto Malagoli (luce del Mondo), Laura Pierangeli (Bhutan), Giulio Cesare Grandi (India). La curatela della mostra è di Simona Ottolenghi che ha progettato anche l’allestimento dello spazio.

Letture Portfolio:

Due mattinate (sabato 2 e domenica 3 ottobre) interamente dedicate alla lettura dei portfoli. Giovanni Pelloso, Angelo Cucchetto e Simona Ottolenghi saranno disponibili gratuitamente per esaminare progetti e fare consulenze gratuite di Autori che si sono dedicati alla Fotografia di Viaggio. L’attività è completamente gratuita ma occorre prenotarsi con il form qui in basso.

La copertina del libro “Travel Tales – Storie di viaggi e di viaggiatori”

Libro:

Il libro “Travel Tales – Storie di viaggi e di viaggiatori” edito da Starring ha selezionato 21 progetti autoriali di fotografia di viaggio e li ha pubblicati in un prezioso volume che presenteremo sabato pomeriggio presso Officine Fotografiche. Questi gli Autori presenti: nel volume a cura di Simona Ottolenghi:  Milot market di Stefano Bianchi, Nel segno di Evo di Massimiliano Cambuli, Siberia on the road di Alessandro Castiglioni, Rasputin di Alessandro Castiglioni, Cobra Grande di Pierluigi Ciambra, Che ne Saharà di noi di Mario Cucchi, Kupkari di Carmen Garcia, Quel treno Asmara – Arbaroba di Gualtiero Fergnani, I colori della luce di Roberto Malagoli, The Shoe Factory di Marco Marcone, I suoni del silenzio di Jessica Melluso, Ebano di Adriana Miani, Tracce di Blues di Gigi Montali, Carovane del Tigrai di Riccardo Panozzo, Iran di Diego Pedemonte, Color Mundi di Laura Pierangeli, viaggiare in Italia di Vito Raho, Dolomiti on the road di Francesco Sammarco, Eagle’s Festival di Maurizio Trifilidis, Guizhou di Maurizio Trifilidis, Donne del Maramures di Alessandro Zaffonato

PROGRAMMA:

Ecco il programma previsto salvo ulteriori modifiche e restrizioni imposte dal COVID-19:

Venerdi 1 ottobre

  • 15,00 – 20,00 presso Otto Gallery (ingresso scaglionato con prenotazione obbligatoria)
  • Presentazione progetto Travel Tales Award e visione Storie premiate e pubblicate su Il FOTOGRAFO, NocSensei, CITIES. Libro Travel Tales.
  • Opening Mostra Travel Tales
  • Proclamazione 1°, 2° e 3° vincitori assoluti.
  • Ore 21,00 cena su prenotazione fino ad esaurimento posti.

Sabato 2 ottobre

10,00 – 13,00 presso Otto Gallery

  • Consulenze progettuali gratuite in slot di 20 minuti, con Giovanni Pelloso, Angelo Cucchetto, Roberto Gabriele, Simona Ottolenghi, focus sullo story telling (ingresso scaglionato con prenotazione obbligatoria)

17,00-19,00 Presso Officine Fotografiche

  • Presentazione nuovo numero di Cities 9 con 4 Progetti di Travel Tales pubblicati
  • Tavola Rotonda sulla Fotografia di viaggio, con Giovanni Pelloso, Roberto Gabriele, Simona Ottolenghi, Angelo Cucchetto e Maurizio Trifilidis
  • Presentazione con proiezione delle storie del libro Travel Tales, a cura di Simona Ottolenghi.

Domenica 3 ottobre

9,00-13,00 uscita fotografica gratuita a Roma con Roberto Gabriele, si scatta!
10,00 – 12,00, da Otto Gallery  Consulenze progettuali gratuite in slot di 30 minuti, con Giovanni Pelloso, Simona Ottolenghi e Angelo Cucchetto, focus sullo story telling (ingresso scaglionato con prenotazione obbligatoria)
Partecipare all’evento è COMPLETAMENTE GRATUITO, è però NECESSARIO PRENOTARE con il form qui di seguito e mostrare il GREEN PASS prima di entrare.

ISCRIVITI QUI A TUTTI GLI EVENTI:

Scegli il tuo orario in base alle tue esigenze: abbiamo messo un orario esteso dalle 15 alle 20 proprio per evitare assembramenti e dare a tutti la possibilità di godere al meglio della mostra e di scambiare due chiacchiere con gli Autori o gli altri visitatori. Abbiamo previsto uno slot di 30 minuti che saranno più che sufficienti per fare tutto, volendo potrai intrattenerti ancora dopo la fine del tuo orario in base ai flussi di persone del momento.

Radici – Joseph Koudelka a Roma

«Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente» così Josef Koudelka ci presenta il suo lavoro Radici esposto in questi giorni a Roma nel Museo dell’Ara Pacis fino al 29 agosto 2021.

Sono andato a visitare questa questa mostra straordinaria per la sua originalità che è stata riaperta in questi giorni (dopo la chiusura causa covid delle scorse settimane) e per fortuna l’esposizione è stata prolungata: hai tempo fino al 29 agosto per vederla, salvo nuove chiusure e restrizioni che speriamo non ci siano!

Koudelka Roma
TURKEY. Aphrodisias. 2014. @Magnum Photos

“Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza” questo è il titolo della mostra ed è l’unica occasione in Italia per apprezzare da vicino oltre 100 fotografie in formato gigante da Josef Koudelka, il fotografo Magnum stranoto per i suoi reportage (come quello sulla Primavera di Praga del 1968) che in questa occasione ci mostra il suo lavoro che in oltre 30 anni ha dedicato a fotografare i siti archeologici di tutto il Mediterraneo. Tutte le foto hanno incantevoli tagli panoramici e anche le poche in verticale usano questo formato allungato che si presta perfettamente alla narrazione degli scorci raccontati dall’Autore. Le stampe, tutte in bianco e nero sono provengono dagli scatti realizzati dall’Autore tra Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro, Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania, Croazia e, naturalmente, la nostra Italia.

Koudelka roma

Koudelka definisce questo i suoi tagli “Prospettive instabili” ed in effetti guardandole si ha un senso di disorientamento perchè in alcune occasioni gli orizzonti sono volutamente e visibilmente inclinati per rendere più dinamica l’immagine, per enfatizzare il senso della millenaria storia di questi luoghi testimoni del tempo. Non tutti sanno che Koudelka ha una formazione da Ingegnere aeronautico e queste immagini (insolite per un Autore come lui) rendono il senso del volo radente acrobatico.

La mostra RADICI allestita all’Ara Pacis è una scelta precisa per integrare il senso dell’archeologia in un museo che è un ponte ideale di collegamento tra l’antico monumento romano e l’edificio costruito per conservarlo dall’architetto Richard Meier. Le immagini di Koudelka dialogano con la struttura che le contiene e allo stesso tempo è contenuto e contenitore della grande storia di Roma.

Koudelka Ara Pacis
La mostra di Koudelka all’Ara Pacis di Roma. Foto: © Roberto Gabriele

Quello che mi è piaciuto di questa mostra è il suo senso immersivo, il suo valore di testimone della storia e dei luoghi. Entrando nei bellissimi spazi allestiti si viene proiettati in un mondo inaspettato, senza tempo. Apparentemente immutato da oltre 20 secoli. Le stampe, bellissime, sono tutte in bianco e nero di grande formato e panoramiche. Il visitatore ha l’impressione di osservare il mondo attraverso una fessura che gli permette di “spiare” un mondo che da solo, non sarebbe in grado di vedere. E la fotografia in quanto tale  ha questo grande potere: mostrare agli altri ciò che ha visto l’Autore, ciò che era lì in quel momento ma che nessun altro ha avuto la sensibilità e l’acume di rilevare.

In alcuni casi con queste immagini si sfiora l’astrattismo. La purezza delle forme viene sintetizzata in un bianco e nero che per la sua semplicità tende a farle diventare opere grafiche che sembrano disegnate dalla mano dei secoli. Ed è così che un anfiteatro assume le sembianze di cerchi concentrici disegnati nella roccia, che i frammenti di una colonna sembrano essere una serie di ruote dentate di un antico meccanismo.

Koudelka, da bravo fotografo, si serve della luce per “dipingere” le sue creazioni prima sulla pellicola, adesso sul sensore della sua fotocamera. La luce fornisce i contrasti, i volumi, ci da il senso della materia e ci permette di toccare ciò che possiamo solo vedere. “Radici” esprime perfettamente tutto questo. Alcune opere sono state montate su dei cubi di legno: l’osservatore per vederle deve chinarsi su di esse proprio come farebbe per osservare un reperto ritrovato in un sito archeologico.

Un viaggio virtuale nel tempo e nello spazio: camminando tra le opere ci si perde nel cercare di riconoscere i luoghi dell’iconografia classica e restare colpiti da come la capacità di un grande Artista abbia saputo interpretarli rendendo iconica ogni pietra. Ci si immerge in una sorta di bagno rituale nel quale il viaggiatore trova un onirico oblio dei propri pensieri.

Non perdetevi questa mostra, sarà l’occasione per ri-vedere Roma e ri-scoprire un grandissimo Fotografo che sicuramente non conoscevate in questa veste.

Koudelka Roma
Roma, foro Romano @Magnum Photos

SITO UFFICIALE:  www.arapacis.it
DOVE: Lungotevere in Augusta (angolo via Tomacelli) . Museo dell’Ara Pacis, 
QUANDO: Fino al 16 maggio 2021, PROROGATA FINO AL 29 AGOSTO 2021
CATALOGO: Contrasto – Radici.
ORARI: Dal lunedì al venerdì, ore 9.30-19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima).
BIGLIETTI: “solo Mostra”  intero € 11; ridotto € 9; € 22 biglietto speciale Famiglie; integrato Museo dell’Ara Pacis+ Mostra per non residenti a Roma intero € 17 (€ 16 per residenti); ridotto € 13 (€ 12 per residenti).
NORME COVID: Verificare sempre gli orari sul sito con le nuove disposizioni per Covid-19
PREVENDITA OBBLIGATORIA: turni di ingresso contingentati salvo differenti disposizioni dell’amministrazione di Roma Capitale. Info tel. 060608 (tutti i giorni ore 9 – 19) PER LA PREVENDITA OBBLIGATORIA CLICCA QUI.

E’ morto Giovanni Gastel

Oggi 13 marzo 2021 intorno alle ore 18, il mondo della fotografia piange uno dei suoi più indiscussi Maestri.

E’ morto Giovanni Gastel ci ha lasciati oggi a soli 65 anni a causa del Covid-19. Sono cresciuto con le sue immagini: 30 anni fa, quando ho iniziato ero solo un ragazzino e lui, poco più grande di me era già Giovanni Gastel
Una persona raffinata, colta, elegante, un grande ritrattista che si è contraddistinto per le sue immagini pulite, creative, potentissimi strumenti di comunicazione che per 40 anni esatti hanno segnato la storia della fotografia commerciale, moderna e contemporanea.

Giovanni Gastel ha fotografato le donne più belle del mondo rendendole ancora più affascinanti e mai volgari, mai ammiccanti ma sempre sature di infinita personalità. Ma a parte una sua predilezione per il le donne ha fotografato anche tanti uomini, artisti, industriali, politici…

Una persona che ha sempre avuto intorno a se solo stima e mai clamore, mai uno scandalo, uno dei pochi di cui si poteva solo parlare bene e del quale mai nessuno è riuscito a mettere in dubbio l’efficacia e del suo stile semplice e inconfondibile.

Giovanni Gastel nasce a Milano il 27 dicembre 1955 ultimo di sette figli e nipote di Luchino Visconti, inizia la sua carriera nel 1981 a soli 26 anni collaborando con riviste come Vogue Italia e Rolling Stone, e firmando nei rampanti anno ’80 campagne pubblicitarie per i più grandi stilisti di tutto il mondo tra cui Versace, Missoni, Trussardi, Dior, Nina Ricci, Guerlain e molti altri.

Quel che mi piaceva di lui era la semplicità: non aveva bisogno di urlare. A Gastel bastavano pochi elementi, schemi di luce piena senza effetti drammatici e senza speculazioni. Lui sapeva tirare fuori la bellezza intrinseca dei suoi soggetti. Di lui ricordo i suoi Polaroid scattati con il banco ottico 20×25, delle opere d’arte che hanno segnato la mia formazione e la mia crescita fotografica.

La sua mostra al MAXXI di Roma è finita il 5 marzo 2021, 8 giorni fa. Di lui mi piaceva molto anche il lato umano che emergeva dalle sue pagine Social nelle quali spiegava ogni giorno i motivi della sua arte, cosa spingeva i suoi scatti, quali erano le sue emozioni a stare dietro alla fotocamera. Le pagine social in cui pochi mesi fa, nell’autunno 2020, non parlava più di fotografia ma del fatto di essere diventato nonno e della sua enorme gioia di questo.

Oggi sono triste, davvero. Di lui non voglio dire molto di più. Vi lascio con le sue parole, quelle che potete andare a leggere voi stessi sulla sua pagina facebook: https://www.facebook.com/GiovanniGastelFotografo

Ciao Maestro, grazie di aver ILLUMINATO la mia fotografia.

Roberto Gabriele


Serie “Madonne”

Gastel madonne
Serie “Madonne” foto: © Giovanni Gastel

Il progetto ‘Madonne’, ideato da me e il grandissimo stylist Simone Guidarelli, con la bellissima modella Beatrice Brusco nasce dall’idea di lasciare un interpretazione contemporanea della Vergine come tutte le epoche hanno fatto attraverso l’arte. L’ispirazione è alle Madonne barocche e andine.

Il mio amore per la figura della Santissima Vergine Maria come simbolo del massimo amore e insieme del massimo dolore è immenso!


Serie “My Ladies”

Serie “My Ladies”. Foto: © Giovanni Gastel

Le donne sono state per tutta la mia vita faro e muse del mio cammino. Ancora oggi dedico a loro il mio lavoro fotografico e letterario!

Grazie mille vi amo tutte e vi ringrazio di essermi sempre vicine.


Roberto Bolle

Roberto Bolle
Roberto Bolle. Foto: © Giovanni Gastel

Foto dell’amico e sublime danzatore Roberto Bolle che ho avuto la gioia di fotografare la prima volta a 18 anni nel foyer del teatro alla Scala quando era già un promessa della danza mondiale. Qua Roberto siede pensoso, per una volta nella platea.


Serie: Metamorfosi

Metamorfosi Giovanni Gastel
Serie “Metamorfosi”. Foto: © Giovanni Gastel

Mi ha sempre affascinato la commistione contenuta nella Mitologia tra Esseri di diversa natura. Quasi un monito a non allontanarci da essa.

Macchina: Plaubell 300 mm su Polaroid 20×25
Foto rielaborate con sovrapposizioni e filettature in post-produzione


Luciana Littizzetto

Giovanni Gastel
Luciana Littizzetto Foto: © Giovanni Gastel

Quando Luciana è arrivata da me era visibilmente contraria all’idea di farsi ritrarre. Allora ho cercato di calmarla e alla fine ne è uscito questo ritratto in cui si è riconosciuta con grande gioia.

Una donna straordinaria e un onore fotografarla.
Torna presto Luciana!
Un bacio grande grande ?
Gio

Liberatoria immagini – copyright

Le immagini e i testi scritti in corsivo su questo articolo sono state reperite su internet, principalmente tramite ricerca libera con il motore di Google e sulla pagina Facebook di Giovanni Gastel. Dunque, proprio perchè trovate liberamente su pagine web, sono state giudicate di pubblico dominio. In ogni caso si precisa che se qualcuno, potendo vantare diritti su immagini qui pubblicate, avesse qualcosa in contrario, può scrivere al nostro indirizzo di posta elettronica : dp@iss.sm per chiederne la rimozione delle stesse, rimozione che nel caso verrà immediatamente effettuata.

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Morto Giovanni Gastel

How did we get to this!

Presentazione:

Ci fa davvero molto piacere poter ospitare la prima Mostra di Laura Pierangeli. Conosciamo infatti Laura da molti anni e nel tempo abbiamo potuto apprezzarne una grande crescita: non solo il suo modo di fotografare e di approcciarsi con la gente e con l’ambiente in cui si trova, ma anche quello di costruire lo scatto con coscienza e grande senso di osservazione.

Alla OTTO Gallery sono le 3 i lavori di Laura in mostra: “How did we get to this!“, che è l’esposizione principale e dà il titolo a tutta la mostra, “Entanglement”, e “La gestualità”. Tre diversi modi interpretare la fotografia ed il racconto fotografico, con un linguaggio che riporta comunque sempre alla sensibilità di Laura.

How did we get to this!

LA MOSTRA:

“How did we get to this!”

Ogni cosa in natura interagisce con tutto ciò che gli sta intorno così che anche la cosa più piccola può insieme a tutte le altre creare un universo di significati più ampi e complessi al fine di esprimere se stessa. E’ questo gioco di rimandi che ho cercato di creare con la costruzione di questi dittici e trittici di immagini.
Attraverso un particolare accostamento tra le persone, le linee, i colori e le parole voglio comunicare un “significato altro” che non è solo quello suggerito dalle singole fotografie ma anche e soprattutto dalle emozioni che si provano nella visione di insieme delle stesse.
L’armonia tra gli scatti è data dall’interazione tra la persona ritratta nel suo habitat e quello che nello stesso l’uomo ha realizzato, questo collegamento produce in base alla persona che guarda una gamma di sensazioni che piò attrarre, incuriosire o anche respingere a seconda della propria sensibilità.
La percezione della sensazione sarà dovuta ad una questione di affinità tra la composizione realizzata e l’ambiente emotivo interiore di chi osserva.il primo impatto con la fotografia è dunque una risposta visiva immediata che porterà ad uno stato emozionale differente quando l’immagine verrà letta dalla nostra mente in relazione con quella che la accompagna e ne percepirà quindi in ulteriore messaggio.

Chi è L’Autrice:

Sono nata a Roma nel 1971 e ho cominciato a giocare con la macchina fotografica da quando avevo 8 anni, comunicare per immagini fa parte di me, del mio modo di essere e di sentire la vita, non lo faccio per nessun altro motivo se non quello di esprimere me stessa.

Mi sono formata con la fotografia di reportage frequentando i corsi della Libera Accademia di Belle Arti di Roma (RUFA) e dal 2007 al 2014 con il gruppo fotografico “Benaco 12” ho preso parte a diverse mostre collettive e ho collaborato alla parte fotografica del libro “Quelle voci dal vuoto” di Guido Tassinari, al mensile “Pane e acqua” e “all’ “Agenda della notte” edita da Iacobelli Editore.

Inoltre, dal 2016, grazie alla partecipazione a workshop fotografici con fotografi sia italiani che internazionali, mi sono appassionata alla “streetphotography”. Avere ad esempio la possibilità di rivelare un’emozione, una storia, un intero mondo in una sola immagine penso sia un’esperienza creativa impagabile.

Tra i diversi progetti a cui ho partecipato ci sono: “Cities” il primo magazine di streetphotography italiana, il progetto internazionale “24hour photoproject”, e il long term project “Roma + Officine” ispirato al lavoro di William Klein.

Seguo attualmente progetti sia collettivi che personali con i quali cerco di raccontare attraverso le immagini i molteplici e imprevedibili aspetti della quotidianità.

PER CONOSCERE MEGLIO LAURA PIERANGELI, questo è il link: https://www.instagram.com/laurapierangeli/?hl=it

Quanto costa:

L’ingresso alla Mostra di Laura Pierangeli è completamente gratuito e aperta a tutti. NON E’ NECESSARIO PRENOTARE!

Info sull’Evento:

Per ogni info contattare OTTO Rooms
Mobile: 375 5790929
email: ottorooms@gmail.com
 

Dopo l’inaugurazione la mostra sarà visitabile negli spazi di OTTO Rooms dalle 15 alle 20, previo appuntamento, chiamando il 375 5790929.

Programma dell’incontro:

  • 18,00 apertura sala
  • 18,30 presentazione della mostra
  • 20,00 chiusura evento 

La Diretta su facebook del 10 giugno 2020:

Dove:

OTTO Rooms
Piazza Giuseppe Mazzini 27
00199 Roma
Ecco il link: https://goo.gl/maps/AhST5w2Nkc52

E se vieni da lontano:

Puoi dormire da OTTO Rooms. Per prenotare la tua camera da OTTO Rooms clicca su BOOK NOW.


 

Domon Ken a Roma all’Ara Pacis

Alzi la mano chi di Voi ha sentito parlare di Domon Ken! Almeno sentito nominare? Almeno visto una sua foto senza sapere che lui fosse l’autore??? Nessuno??? Beh… Confesso che anche io fino alla scorsa settimana non sapevo di lui assolutamente nulla.

A Roma invece, da qualche giorno si vedoxno le sue foto nelle locandine che pubblicizzano una sua mostra all’Ara Pacis. Una mostra da vedere entro il 28 agosto, c’è ancora tanto tempo, ma visto il periodo vacanziero non tutti riusciranno ad organizzarsi per vederla, e allora ho deciso di parlarvene io così se non siete di Roma potete comunque imparare qualcosa di nuovo…

Domon Ken è il Maestro del Realismo fotografico giapponese. Detto in altri termini è padre storico giapponese per il Reportage e la Street Photography e ha un intero museo a lui dedicato nella sua città natale, Sakata, in riva ad un lago che contiene tutto il suo archivio. E poi, se leggi qui sotto tutta la sua storia, ti accorgerai che è stato un vero EROE dell’arte fotografica per come l’ha affrontata, portata avanti e approfondita ogni giorno della sua vita.

Ma perché interessarci a Domon Ken se in Italia non lo conosce praticamente nessuno? Perché è bravo, perché la sua mostra all’Ara Pacis è davvero bella e ripercorre mezzo secolo di storia del ‘900 giapponese.

"Bambini che fanno roteare gli ombrelli", 1937 circa, dalla serie "Bambini (Kodomotachi)" Ogōchimura 535 x 748 mm. (Ken Domon Museum of Photography)
“Bambini che fanno roteare gli ombrelli”, 1937 circa, dalla serie “Bambini (Kodomotachi)”
Ogōchimura
535 x 748 mm.
(Ken Domon Museum of Photography)

Fondamentale per capire l’importanza di questo personaggio è leggere la tabella che c’è proprio all’entrata con la cronistoria della sua vita. Questa ci fa capire anche moltissimo del suo carattere. Nasce nel 1909 e inizia la sua carriera artistica con la pittura, avrà 7 figli, ma la cosa sconvolgente sono le 3 emorragie celebrali che lo porteranno a delle battute di arresto dalle quali è uscito sempre più malconcio, ma mantenendo sempre la sua voglia di fotografare e osservare come sia cambiato il suo modo di lavorare in seguito alla malattia che lo ha messo su una sedia a rotelle. Leggi sotto come è andata, perché è davvero interessante…

Domon Ken Roma Ara pacis soldati

Gli esordi furono con la fotografia istituzionale: foto di personaggi potenti del mondo della politica giapponese, per lui ritratti di famiglia e rasserenanti immagini di regime che ritraevano la prosperità del Paese alla vigilia della seconda guerra mondiale, la bellezza delle infermiere della Croce Rossa e le esercitazioni di queste e dei soldati con corpi scultorei che in massa si preparavano ordinatamente ai combattimenti, le strade affollate per lo shopping, i mezzi pubblici funzionanti. I punti di vista che enfatizzano le geometrie, le moltitudini delle masse, l’ordine dei pattern e l’abbondanza di figuranti ricordano molto da vicino l’opera di Leni Riefenstahl, la Fotografa del Nazismo che raccontava quello che nello stesso periodo voleva esprimere la Germania. Colleghi di stile, immagini uguali, due Paesi in guerra tra loro. Questo aspetto fa un po’ riflettere….

Domon Ken Roma 1

Alla vigilia della guerra Domon Ken si staccò pian piano da quel tipo di immagini patinate che non raccontavano la verità reale che lui aveva davanti al suo obiettivo e decise di allontanarsi da questo genere per avvicinarsi al reportage, ricevendo i primi arresti da parte di chi fino a quel momento si era servito di lui. Ma questo è normale che accada, non è giusto, ma normale. Iniziò in questo modo il suo Realismo fotografico, quello che come dicevo all’inizio noi oggi chiamiamo Reportage. E fu così che Domon Ken iniziò una vera e propria rivoluzione stilistica cambiando radicalmente il suo punto di vista e concentrandosi sui poveri, sugli ultimi, invece che sul regime e i suoi splendori. A questo periodo appartengono le immagini dei pescatori e delle pescatrici, quelle dei saltimbanchi e quelle degli antichi mestieri.

"Hitsuji (Pecora), dai dodici guardiani (jūnishinshō) del Murōji", 1941 - 1943 Murōji, Nara 535 x 748 mm. (Ken Domon Museum of Photography)

Iniziò così a cambiare stile approdando ad un genere di fotografia più tecnica, più riflessiva, passò dal pratico formato Leica 35 mm al Banco Ottico che richiedeva ovviamente tempi di allestimento set decisamente più lunghi, attrezzature più ingombranti, l’uso del cavalletto e tempi di scatto lunghissimi che richiedevano una non semplice complicità e partecipazione da parte dei suoi soggetti. Infatti fu questo il periodo in cui iniziò a fotografare il Bunraku, ossia il Teatro delle Marionette. I risultati sono delle immagini di altissima qualità ottenute in luce ambiente praticamente prossima allo zero ma che riportano l’occhio di noi osservatori contemporanei a notare il senso estetico modernissimo che aveva Domon Ken già 80 anni fa….

Sempre parlando di Realismo Fotografico, possiamo fare un altro parallelo di sicuro con il nostro cinema del Neorealismo che ci riporta a quegli stessi anni in cui evidentemente in tutto il mondo c’era bisogno di dire altro, di esprimere e raccontare la gente comune, quello che succedeva nelle strade, fu un po’ da questo che nacque la Street Photography. Domon Ken iniziò a raccontare la strada, lo fece in particolare modo concentrandosi sui bambini, sulle loro abitudini, i loro giochi, i loro sorrisi e la loro vita libera e fondamentalmente felice con poco. La guerra era già arrivata, ma le sue immagini raccontavano, con grande eleganza e discrezione tipicamente orientale i volti di chi nonostante tutto ha ancora una speranza.

Domon Ken Roma Ara pacis 2

Nel 1957 ormai a 38 anni di età era un Reporter a tutti gli effetti, i suoi esorti istituzionali non gli appartenevano più e da Giapponese sentì la necessitá di raccontare a 13 anni di distanza la più grande tragedia della storia che mai abbia colpito il suo paese: la bomba atomica esplosa ad Hiroshima. E questa credo che sia la parte più intensa di tutta la sua produzione. Domon Ken ha realizzato ad Hiroshima circa 7000 scatti nel corso di diversi suoi viaggi tra le rovine e tra i sopravvissuti alla tragedia, qui nella mostra ne vediamo una ventina.

"Paziente in ospedale", 1957, dalla serie "Hiroshima" 457 x 560 mm. (Ken Domon Museum of Photography)
“Paziente in ospedale”, “Hiroshima”
1957
(Ken Domon Museum of Photography)

La cosa che sconvolge l’osservatore è il fatto che anche in questo caso, l’Autore non ci racconta la tragedia con il sangue, con i morti, con la distruzione. Riesce sempre ad avere uno stile pulito, mai falso, ma riesce a parlarci della speranuza che pian piano la gente ricominciava ad avere dopo la tragedia. Ci parla di ferite ben visibili ma rimarginate, ci parla degli orrori e delle ustioni ma anche delle ricostruzioni in chirurgia plastica, ci parla di un padre sopravvissuto e sfigurato ma felice e sorridente che tiene in braccio suo figlio nato sano. Hiroshima è quindi la serie della speranza, ma subito dopo sarebbe arrivata la malattia dalla quale lui stesso uscì grazie alla sua visione positiva del mondo.

"La morte di Keiji", 1957, dalla serie "Hiroshima" 457 x 560 mm. (Ken Domon Museum of Photography)
“La morte di Keiji”, 1957, dalla serie “Hiroshima”
457 x 560 mm.
(Ken Domon Museum of Photography)

imageArrivò la prima emorragia celebrale, arrivò il primo colpo di arresto della sua carriera fotografica, ma non smise di fotografare e andò avanti continuando a scattare le sue foto nonostante tutto. Fu questo un lungo periodo di 15 anni nei quali andò a realizzare i ritratti dei suoi amici, altri artisti e intellettuali della scena giapponese. La selezione dei soggetti andò a cascata: lasció un pennarello su una porta dentro casa e gli amici che andavano a trovarlo gli scrivevano man mano una lista sempre più lunga di altre persone da aggiungere al suo lavoro.

In seguito alla seconda emorragia celebrale finì sulla sedia a rotelle ma non perse la sua voglia nè la forza di fotografare il suo Giappone. Continuó quindi il suo lavoro ma cambiando radicalmente le modalità di eseguirlo, i soggetti, la tecnica, lo stile. Per ovvi motivi logistici legati alla sua condizione di semi-infermità, riprese a scattare con il suo banco ottico (nella vita ogni capacità acquisita non è mai fine a sè stessa) e il cavalletto, facendosi montare il tutto dai suoi Assistenti ad una altezza compatibile con il suo punto di vista ormai ribassato rispetto alla media.

imageL’ultima parte della sua produzione fotografica è stata una ricerca sui luoghi sacri giapponesi, sui giardini tradizionali, sui dettagli di statue sacre. Continuò a scattare con nuove modalità, un nuovo stile, stavolta molto più rallentato, universale. In quest’ultimo periodo le sue immagini hanno perso il dinamismo coinvolgente del reportage e si sono evolute nello still life e nella fotografia di architettura che richiedono pazienza, studio, (sono pochi i Fotografi che abbiano la voglia di ristudiare il proprio stile).

Dopo la terza emorragia celebrare è finito in coma e ci è rimasto praticamente per gli ultimi 12 anni della sua vita senza mai riprendersi. Da quel momento la natura ha avuto il sopravvento sulla sua voglia di fotografare, sulla sua possibilità di farlo.

Questa è la storia di un fotografo-eroe, di una persona che non ha mai smesso di evolversi, di chi ha saputo crescere, cambiare genere, ricominciare, rimettersi in gioco. Battuto ma non vinto, ha sempre avuto la forza d’animo di trovare nuovi linguaggi espressivi che lo facessero esprimere con la fotografia.

testi di Roberto Gabriele

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Gianni Berengo Gardin a Roma

Vera fotografia

Roma: Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale 194, fino al 28 agosto  2016 c’è la mostra fotografica di Gianni Berengo Gardin. A cura di Contrasto e Fondazione FORMA per la Fotografia.

Vera Fotografia, è il timbro verde che l’Autore, così come moltissimi della sua generazione (classe 1930) erano soliti porre sul retro delle stampe da negativo per distinguerle da quelle stampate tipograficamente che erano di minor pregio e per certificarne l’autenticità di immagine ottenuta senza manipolazioni di camera oscura, nè, tantomeno con postproduzione digitale. In realtà, come sappiamo, ogni foto nel momento stesso in cui viene sviluppata (con metodi chimici o digitali) è già stata in qualche modo alterata, resa atta alla stampa e i suoi toni sono già stati modificati. Senza dubbio anche il passaggio da una realtà a colori ad una immagine in bianco e nero è già una prima alterazione (e non trascurabile nè reversibile) della realtà stessa.

Berengo Gardin Catalogo
Catalogo della Mostra di Roma

Ho visitato la mostra con un gruppo di Allievi di Viaggio Fotografico e la prima impressione che ne ho avuto è stata quella di trovarmi non solo davanti ad un Grande Maestro, ma davanti ad uno che era tale per aver scritto, ancora VIVENTE, una delle più belle pagine della Storia della Fotografia. E la differenza tra essere un bravo Fotografo e scrivere la storia è enorme. Di bravissimi Fotografi, professionisti o meno ce ne sono tanti al mondo, ma solo pochissimi sanno innovare il linguaggio fotografico ed espressivo, dettare le nuove regole alle quali poi moltissimi si ispireranno. E, ovviamente, Berengo Gardin è senz’altro uno di loro e il motivo lo capiamo proprio vedendo la sua mostra.

La prima impressione che ho avuto entrando nella mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma è quella di uno spazio ben ordinato, con sale tematiche e divise in ordine cronologico. Questo dettaglio che sembra normale, addirittura scontato, è invece quello che dimostra quanto sia longeva l’attività artistica e giornalistica di Gianni Berengo Gardin,un fotografo ancora vivente che ha esposto in centinaia di mostre in tutto il mondo e scritto oltre 250 libri fotografici. Un portento. Una vera forza della natura che produce Fotografie ininterrottamente da oltre 60 anni. E il senso della storia si sente fortissimo in questa mostra. Mi sia concesso un paragone, ma io credo che Berengo Gardin abbia raccontato un pezzo di Storia Italiana oltre che di Storia della Fotografia così come negli stessi anni fece nel cinema Alberto Sordi, raccontando gli Italiani e il loro costume che cambia. Berengo Gardin racconta una Italia senza tempo che sembra appartenerci ancora. Le sue immagini, raccontano così bene la nostra Italia che ci riconosciamo in esse, nei luoghi e nelle persone, come se facessero parte del nostro quotidiano.

gli Zingari uno dei temi a lui più cari
gli Zingari uno dei temi a lui più cari

Un innovatore: oggi tanto si parla di Street Photography. Probabilmente uno dei primi iniziatori della Fotografia di Strada fu proprio Gianni Berengo Gardin che ha sempre fatto della spontaneità del momento il suo cavallo di battaglia. Della semplicità di linee e forme la sua arma vincente, della innocenza delle persone ritratte il suo obiettivo finale.

Il Bianco e nero mai rinnegato per un modernistico o stilistico passaggio alla fotografia a colori uniforma i toni di tutta la mostra che sembra realizzata con immagini scattate in pochi mesi. In realtà di tempo tra le immagini ne è passato tanto, ciò che invece è rimasto uguale è lo stile che non è mai cambiato, ha sempre mantenuto una pulizia formale e un grande silenzio. Le foto di Berengo Gardin non hanno parole, non hanno rumori, le trovo ovattate, icone fortemente espressive ma che non esprimono rumori. Un pò come si esprime un mimo sul suo palco, così Berengo Gardin riesce a farci sentire la musica senza ascoltarla e anche le sue foto di fabbriche vengono percepite come spazi silenziosi.

Scanno (AQ): la gente guarda se stessa fuori casa
Scanno (AQ): la gente guarda se stessa fuori casa

Immagini che raccontano. Le sue immagini appaiono da subito come pensate, efficaci (è sua la famosa frase che non esistono belle fotografie ma solo buone fotografie) dirette, costruite ma mai artefatte. Se fa un ritratto in strada non sta lì a curare la luce o i set modificandoli, scatta con ciò di cui dispone, non cambia neanche obiettivo, preferendo scattare tutto con un 35 mm… Lui non crea, racconta. Ma i suoi racconti hanno la potenza delle parole di un grande poeta. Racconta come lui stesso ama dire con le immagini, come un giornalista fa con le parole.  Ed è lui stesso a definirsi non più come un artista ma come un giornalista. Ma come è facile intuire, di arte nelle sue immagini ce n’è tanta.

Ogni anno viene data un’enfasi mondiale ai vincitori del prestigioso Premio di Fotogiornalismo World Press Photo, e viene immediatamente da pensare a quanto le immagini classiche e intramontabili di Berengo Gardin siano diverse da queste, pur volendo entrambe raccontare il mondo per come lo ha osservato il Fotografo. Berengo Gardin sa rendere straordinaria la normalità quotidiana. Nelle immagini del WPP assistiamo invece alla spettacolarizzazione della fotografia, oggi le immagini di fotogiornalismo non raccontano: urlano. E se le immagini non urlano nessuno le ascolta. Berengo Gardin ci dimostra che è sufficiente alzarsi di 1-2 metri al di sopra della scena per avere un punto di vista completamente nuovo, diverso, insolito ma ancora tanto rasserenante, dall’altra parte le ultime due edizioni del World Presso Photo sono letteralmente invase di immagini realizzate con costosissimi droni di ultima generazione. Il risultato che si ottiene nel primo caso è il sapersi meravigliare della semplicità che era sotto i nostri occhi e che non avremmo saputo cogliere, nel secondo caso invece ci accorgiamo che ci viene mostrato un mondo distante, diverso, sconosciuto che non ci appartiene perchè tutto viene spettacolarizzato, anche il dolore.

Berengo Gardin 5
Venezia: il vaporino.

Ovviamente le fotografie sono tutte tecnicamente perfette, ben composte. La cosa che mi è piaciuta di più è proprio il linguaggio moderno e senza tempo delle foto di Berengo Gardin che riesce ad esprimersi con eleganza, efficacia e tanta chiarezza, sa farsi amare senza imporsi. Usa inquadrature classiche, con il soggetto al centro o sfruttando la regola dei terzi. Conosce bene l’importanza delle sequenze di piani e delle sfocature, sa usare le prospettive per comporre e condurre lo sguardo verso il soggetto principale, sa bene come utilizzare le linee di forza all’interno dell’inquadratura per creare enfasi sul soggetto, conosce perfettamente il valore dell’istante decisivo di bressoniana memoria. Leggendo queste ultime considerazioni ci si rende conto che la straordinarietà di Berengo Gardin si trova nel saper rendere eccellenti e meravigliose le cose che dovrebbe sapere un Allievo alla fine di un Corso Base di Fotografia!!!! E questo non sminuisce affatto l’importanza e la bravura del nostro Autore che al contrario riesce ad essere inarrivabile proprio su un piano al quale tutti potrebbero aspirare di arrivare essendo fatto con pochi mezzi e poca tecnica ma che necessita di una esperienza e una sensibilità unica e inimitabile.

i Manicomi, uno dei temi che ha seguito più a lungo
i Manicomi, uno dei temi che ha seguito più a lungo

Infine è lo stesso Gianni Berengo Gardin a raccontarci la semplicità intenzionale del suo lavoro. A raccontarci come si avvicina ad un soggetto, studiandolo prima da lontano, poi avvicinandosi pian piano ad esso, descrivendolo via via sempre più da vicino, girandogli intorno come in un rituale di avvicinamento amoroso. Mi ricorda la storia del “Piccolo Principe” che voleva creare dei legami con la Volpe la quale gli chiedeva di avvicinarsi a lei pian piano ogni giorno un pò di più e poi di sedersi senza fare nulla, affinchè lei riuscisse a conoscerlo e a fidarsi di lui per poi diventare amici. E’ proprio quello che fa Berengo Gardin con le sue immagini e i suoi soggetti.

La mostra termina con le immagini di forte denuncia di un recente lavoro sulle “Grandi Navi da Crociera” che entrano nella laguna di Venezia apparendo con la stessa grazia di un elefante in un negozio di cristalleria. Le navi appaiono gigantesche e sproporzionate all’ambiente in cui si muovono. Appaiono offensive, infinitamente più grandi della città in cui navigano. Le sentiamo minacciose per la loro forza e violenza, per la loro modernità che troppo si contrappongono con la fragilità storica della Serenissima.

Roberto Gabriele
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[tbicon icon=’icon-mail’ size=’15px’ class=’awe’] robertogabrielefotografo@gmail.com

Berengo Gardin 10
per la serie sulle Grandi Navi da Crociera

Max Serradifalco

Domenica pomeriggio: siamo andati a vedere una delle nostre mostre fotografiche a Roma. L’abbiamo scoperta quasi per caso, in una galleria nuovissima inaugurata a fine 2015 dalle parti di Viale Marconi, vicino al celebre mercato di Portaportese.

La Galleria è enorme, si chiama Fondazione Exlcusiva, appena ristrutturata e ricavata in una ex fonderia con un pregevole intervento di recupero architettonico e funzionale. Un bellissimo spazio completamente imbiancato che propone con uno stile minimal (less is more) una mostra di immagini fotografiche di altissimo impatto visivo perchè colorate da Madre Natura. Le foto sono perfettamente illuminate da un sistema progettato e realizzato su misura da una ditta tedesca esattamente per questo spazio.

Fondazione Exclusiva

Dovevo descrivervi la scatola prima di potervi parlare del Contenuto, perchè come ogni buon contenuto ha bisogno di una scatola degna di contenerlo, che sappia vestirlo, impreziosirlo e valorizzarlo ma senza fare clamore primeggiando in una gara di bellezza tra contenuto e contenitore.

Max Serradifalco

Serradifalco1

E finalmente arriviamo alle bellissime immagini di Max Serradifalco, un Grafico prestato alla Fotografia. Un fotografo che per scattare non compra neanche la fotocamera ma preferisce scattare con quella non sua messa a disposizione dal satellite prendendo le sue foto dagli screeenshots di Google Earth; la sua modella preferita è la nostra terra vista dallo Spazio. Ancora più particolare l’atteggiamento di questo Fotografo/Grafico che non utilizza neanche Photoshop per modificare i suoi files se non per modificarne leggermente la nitidezza, operazione necessaria per poter stampare in alta risoluzione delle immagini che per forza di cose partono comunque ad una dimensione da monitor.

Max Serradifalco ritrattoCi accoglie Max nella sua mostra, come farebbe un bravo padrone di casa, è un personaggio mite ma molto portato a parlare del suo lavoro del quale è palesemente innamorato, lo fa con toni pacati e non autocelebrativi ma con la consapevolezza di chi sa il fatto suo.

Più volte premiato dal MIFA di Mosca ad una menzione d’onore agli International Photography Awards negli USA nel 2012, ha poi esposto dal Giffoni Festival al MIA fair di Milano fino ad una importantissima selezione come miglior Progetto sulla Piattaforma creativa Behance di Adobe.

Max, come un segugio, cerca le sue immagini scansionando ed esaminando il Pianeta Terra palmo per palmo fino a trovare in esso dei soggetti interessanti per renderli dei veri e propri quadri dipinti dalla natura e visibili solo dal cielo. Continui cambi di rapporti di ingrandimento, zoom in e out e poi spostarsi con il mouse alla ricerca di quadri già pronti che deve solo isolare dal contesto in cui si trovano.

Entrando un pò di più sul tecnico, alcune immagini hanno un lato reale che corrisponde a decine di chilometri, alcune a poche centinaia di metri sul terreno, e il suo lavoro di ingrandimento e riduzione è quello che farebbe qualsiasi altro fotografo con un obiettivo macro allontanandosi e avvicinandosi ai suoi soggetti.

Serradifalco5

Max Serradifalco oltre ad essere un Fotografo sui generis perchè scatta con fotocamere non sue, è anche un Viaggiatore originale poichè conosce tutto il mondo senza muoversi dal suo PC, vola nello spazio senza essere un astronauta e senza avere un’astronave, un esploratore che racconta luoghi che non conosce… Un pò come Jules Verne che scrisse di un Giro del Mondo in 80 giorni o di un viaggio dalla terra alla luna senza aver mai fatto nessuno dei due…. Non so se Max Serradifalco sia anche un pittore (intendo dire se sappia usare pennelli e colori), ho dimenticato di chiederglielo! Ma di sicuro Quelli che “vede” sono dei quadri che solo la geologia sa dipingere con tanta magnifica perfezione e lui diventa una sorta di Ambasciatore della Natura, un Agente Rappresentante del Pianeta, un Avvocato della Natura. Tutte rispettabilissime Professioni che hanno a che fare con cose non realizzate direttamente da loro. Non ho usato la “professione” di ladro, perchè lui non ruba nulla a nessuno, CERCA qualcosa per noi, questo non è rubare, è concedere agli altri il dono della bellezza.

Rangiroa atoll sud ovest

I suoi soggetti preferiti sono i deserti e le foci dei fiumi, i primi generano per lui interessantissimi patterns e veri e propri quadri decorati che a volte ricordano Jackson Pollock, altre rimandano a figure antropomorfe, altre ancora sono vere e proprie campiture di colore o incredibili disegni visibili solo dal cielo. La forma delle montagne con le loro ombre riportate, i detriti portati dai fiumi, isolotti che si formano in vari luoghi del mondo in quel confine sempre mutevole tra le zone di acqua e di terra… Le istantanee di Max Serradifalco sono davvero delle opere d’arte.

Serradifalco6

Il suo lavoro di FotoRicercatore si esprime principalmente in tre direzioni:

WEB LANDSCAPE PHOTOGRAPHY Foto/Quadri generati dal Paesaggio

EARTH PORTRAIT Paesaggi terrestri che assomigliano a figure e profili umani

E-ART-H Paesaggi terrestri che assomigliano a quadri famosi

Max Serradifalco Urlo_orig
L’Urlo di Munch rivisto da Max Serradifalco

Da Viaggiatore e Fotografo quale sono, mi trovo molto in empatia con questo giovane e performante Artista nel quale riconosco la mia grande passione per le mappe (da bambino il mio libro preferito era l’Atlante De Agostini, lo sapevo a memoria), per la fotografia in generale e per quel magnifico gioco che è Google Earth che sa farci sognare. Rimango incantato anche io per ore ad esplorare la nostra terra, la cosa che più mi piace, è atterrare dove voglio con questa astronave virtuale usando Street Wiew per sentirmi completamente immerso in una realtà diversa. La Fotografia non mi da la stessa sensazione che provo con Street Wiew… Capisco insomma il suo interesse per questa materia affascinante che è il nostro mondo.

Roberto Gabriele

E’ morto Fulvio Roiter

Ricordo Fulvio Roiter fin da quando ero un ragazzino: mio padre comprò un suo libro fotografico e me lo mostrò. In verità mio padre non è mai stato un appassionato di Fotografia in senso stretto, ma quel libro ben fatto, quelle foto suggestive su Venezia e il suo Carnevale attrassero la sua attenzione di uomo curioso e affamato di cultura in senso generale e lo comprò insieme a migliaia di altri libri di arte e letteratura che avevamo in casa.
E quel libro finito in casa mia insieme ad una piccola collezione di altri Grandi Fotografi furono un pò la mia iniziazione fotografica. Non pensavo da anni a questi fatti, eppure quel libro iniziò a farmi sognare ad occhi aperti. Iniziò a mostrarmi un modo di raccontare il mondo con le immagini invece che con le parole.
Fulvio RoiterErano i rampanti anni ’80 e io guardavo quelle foto di Venezia scattate durante il Carnevale alla fine degli Anni’70. Sono passati quasi 40 anni e quelle immagini ci portano ad una Venezia che non c’è più. La Venezia di Fulvio Roiter infatti è una Venezia ancora relativamente poco turistica.
Roiter Passeggiata alle ZattereNelle sue immagini ci sono vastissimi scorci della città quasi completamente deserta, oggi sarebbe impensabile per chiunque poter pensare di scattare foto di giorno con Piazza San Marco vuota e senza turisti.
Ricordo che quando guardavo le foto di Fulvio Roiter (allora non avevo alcuna competenza fotografica, le sfogliavo come un quindicenne curioso troppo grande per leggere Topolino e troppo giovane per studiare Fotografia) mi appariva in tutta la sua forza il detto: “Quanto è triste Venezia”. Vedendo quelle foto Venezia mi sembrava davvero tanto triste, la nebbia del mattino, in alcune persino la neve, l’acqua alta e i le onde nei canali.
Roiter UmbriaAppena ho saputo della sua morte, che è stata oggi 19 aprile 2016 all’età di 89 anni, sono andato a cercare il suo libro che avevo gelosamente conservato in tutti questi anni e puntualmente l’ho ritrovato dopo 4 traslochi esattamente dove doveva stare, insieme agli altri libri della stessa Collana dei Grandi Maestri dei Fratelli Fabbri Editori. Si trovava in ottima compagnia, a stretto tra le copertine di Tina Modotti e Jeanloup Sieff (in ordine alfabetico) e poco più in là della stessa serie c’erano David Hamilton, Cartier Bresson e altri illustri colleghi. Stranamente il nostro Roiter era l’unico con la copertina grigia invece che nera… “Serie Argento“….
Roiter Cartolina

Riceviamo da Donatella Bisutti un bel contributo, un racconto vissuto in prima persona di un viaggio fatto con Fulvio Roiter. Un pezzo di vita vera, il ritratto di un grande Fotografo

RICORDO DI FULVIO ROITER – UN VIAGGIO IN CAPPADOCIA

Ieri è morto a 89 anni un grande fotografo, Fulvio Roiter. Abitava da anni al Lido di Venezia ed era diventato famoso soprattutto per le foto che aveva dedicato a Venezia e al suo Carnevale. Ma in realtà per anni la sua grande passione era stata viaggiare e aveva percorso mezzo mondo ricavandone una serie di libri fotografici che si distinguevano per il rigore e l’originalità compositiva con cui trasformava il reportage in opera d’arte secondo uno stile del tutto personale. Roiter era in certo modo un “pittore della fotografia”.

Io l’avevo conosciuto tantissimi anni fa e da allora eravamo diventati amici, anche con la moglie belga. Io allora ero una ragazza molto giovane e, per circostanze familiari – mio padre aveva fondato a Istanbul una società per conto della Pirelli – abitavo con i miei in Turchia, un Paese che mi affascinava e a cui per questo mi sento ancora legata. Ma siccome volevo tornare in Italia e costruirmi una vita mia – mi ero appena laureata, in Belgio, sempre per via del lavoro all’estero di mio padre – e sognavo di diventare giornalista, scrissi di mia iniziativa il diario di un viaggio alla scoperta delle antiche colonie greche dell’Asia minore, principalmente Smirne ed Efeso. Allora non c’era in quella regione alcuna attività turistica e gli archeologi francesi e tedeschi stavano solo cominciando a disseppellire rovine che ridisegnavano quelle città facendole risorgere da un paesaggio deserto, da cui nei secoli il mare si era ritirato. Fu così che scoprii, tra parentesi, l’archeologia – che fino ad allora avevo associato al chiuso un po’ muffito dei musei – come un’eccitante avventura. Mandai questo articolo all’unica rivista che avevo allora a portata di mano, e cioè alla rivista Pirelli, una rivista insigne che per qualche tempo aveva avuto come direttore anche un grande poeta come Vittorio Sereni. Il direttore di allora che credo fosse Castellani, dopo aver precisato che non pubblicava l’articolo per via di mio padre ma perché gli era piaciuto – e questo mi riempì di orgoglio, e riempì mio padre di stupore – a riprova di questo fatto inviò sul campo Fulvio Roiter che allora era ovviamente un giovane fotografo . Lui arrivò con la moglie Louise detta Lu, che per combinazione era belga, Paese in cui io avevo vissuto per anni. Facemmo subito amicizia. Fulvio Roiter allora non era ancora famoso, ma chi se ne intendeva lo considerava già un grande fotografo. Lui e la moglie erano una giovane coppia povera, perché lui era molto selettivo: non voleva lavorare per giornali e settimanali come avrebbe potuto, ma solo per due riviste che secondo lui gli davano la garanzia di una qualità di stampa ottimale, la rivista Pirelli appunto e la storica rivista svizzera Du. Avendo pochi soldi alloggiarono in qualche sorta di ostello e ricordo che venivano a fare la doccia a casa nostra.

Insomma Fulvio arrivò in una tenuta un po’ hippy e subito disse: ok, ho letto l’articolo e vado a fare le foto in Asia minore, però tu devi scrivere un altro articolo sulla Cappadocia e insieme dobbiamo andare a Goreme. Goreme oggi è famosa per le sue chiese e abitazioni scavate nel tufo ed é una delle mete turistiche privilegiate in Turchia, sfondo per ambientazioni cinematografiche. Ma allora nessuno ne sentiva parlare. Io c’ero stata qualche tempo prima con un gruppo della cosiddetta colonia italiana locale, che comprendeva alcune persone di origine italiana che vivevano a Istanbul o ci erano venute per lavoro, come un simpaticissimo professore di matematica napoletano che insegnava al liceo italiano, liceo che esiste credo ancora oggi. Avevamo noleggiato uno scassatissimo pullman e avevamo affrontato un viaggio non da poco. Di turisti nemmeno l’ombra. Credo che fummo i primi ad arrivare a Goreme. Ricordo che ci facevano entrare nelle case e ci facevano sedere a un tavolo, ci portavano frutta, dolci e loro in piedi ci circondavano e ci guardavano mangiare.

Le donne ci toccavano i vestiti per vedere com’erano fatti , palpare la stoffa, e siccome allora andavano di moda in Italia delle sottogonne di una sorta di crinolina, ci sollevavano le gonne per guardare sotto e così anch’io ne approfittai e scoprii che i loro pantaloni “turchi” erano in realtà gonne cucite nel mezzo.

Tornando a Roiter, non era possibile dirgli di no, anche se era estate e c’erano più di quaranta gradi. A Istanbul era arrivato anche il mio fidanzato, poi diventato mio marito, e mio padre gli affidò la sua macchina con mille raccomandazioni. Così partimmo in quattro per un viaggio di mille chilometri che si rivelò una vera avventura. Un’avventura indimenticabile. Il viaggio procedeva a rilento, perché Fulvio ogni poco gridava a Roberto di fermarsi perché aveva visto qualcosa da fotografare e si buttava fuori dalla macchina con la sua Canon appesa al collo. Ma non era mai questione di un attimo, perché lui, proprio come un pittore, non accettava la realtà com’era, ma voleva crearla. Per esempio vedeva alcune donne che lavavano i panni in un torrente, però non formavano quella composizione che aveva in mente lui, e che si ispirava a un’idea grafica, in cui la natura e la presenza dell’uomo si accordavano in una forma che tendeva all’astrazione. Allora lui si metteva in attesa, e noi con lui, ma chiaramente con un interesse minore del suo. Tuttavia non c’era verso di smuoverlo, finché spontaneamente le figure del quadro non avessero assunto le posizioni e il ritmo giusto. Chiaro che non bisognava avere fretta. Finalmente scattava e potevamo ripartire.

A questo ritmo arrivammo all’ora del tramonto in vista di Goreme, dove sapevamo esistere da poco una piccola locanda. Ci stavamo inoltrando nel paesaggio lunare di Goreme, fra pareti e coni di tufo rosato perché illuminato dalla luce obliqua del tramonto, quando con un soprassalto una scena magica, a una curva, si presentò davanti ai nostri occhi: la Fuga in Egitto!

Su un asinello che procedeva lungo il bordo della strada, davanti a noi, c’era una donna vestita come la Madonna di azzurro, con il capo ricoperto di una stoffa bianca che le scendeva a guisa di velo lungo le spalle, l’asino era condotto dal marito che camminava a piedi tenendolo per la cavezza. Fermo! gridò immediatamente Fulvio e la nostra macchina si arrestò di botto, mentre lui come un pazzo si buttava sulla strada e cominciava a fotografare. Ma l’uomo, infastidito, subito aveva fatto cenno alla moglie di nascondere il viso e lei aveva girato il capo verso la parete di tufo , dandoci le spalle e stringendosi addosso il velo bianco, mentre l’uomo pungolava l’asino perché si affrettasse ad allontanarsi e intanto faceva segno a Fulvio di smettere, di andarsene, con aria va via più minacciosa. Fulvio!, lo chiamammo io e Lu, preoccupate. Ma lui niente. Non poteva perdersi una scena così. Tutto successe in un attimo: l’uomo aveva improvvisamente estratto una roncola e si stava gettando su Fulvio, in un secondo gli avrebbe forse staccato la testa. Lì ammirai la freddezza e la presenza di spirito di quello che allora era il mio fidanzato: poiché Fulvio e l ‘uomo si trovavano alle nostre spalle rispetto alla posizione della macchina ferma, lui innestò subitamente la retromarcia puntando con l’auto dritto contro l’uomo, che arretrò, e intanto passando accanto a Fulvio io e Lu lo afferravamo e lo trascinavamo dentro la macchina senza riguardo per la preziosa attrezzatura fotografica penzolante dal suo collo e sbatacchiata qua e là. Innesto della prima e via, mentre una pietra mancava di poco il lunotto posteriore dell’auto affidataci da mio padre con tante raccomandazioni .

Scendeva la sera, trovammo un luogo dove nasconderci e aspettare. Come entrare nel villaggio, ci chiedevamo, dove nel frattempo il vecchio doveva essere arrivato e aver dato l’allarme? Come saremmo stati accolti?

Decidemmo di aspettare il calare delle tenebre per raggiungere la locanda inosservati. E così andò. Eravamo in salvo. Ma l’indomani?

Anche qui ci venne in soccorso un’idea: chiedemmo al proprietario della locanda se poteva procurarci qualcuno del luogo che ci facesse da guida. E al mattino presto arrivò Mehmed , un ragazzo giovane, aitante e simpatico, che miracolosamente parlava anche inglese. Andammo a piedi all’interno del villaggio con lui, che coscienziosamente voleva illustrarci tutto quanto c’era da vedere. Davanti al nostro disinteresse per le sue spiegazioni, rimase perplesso e deluso, finché gli dicemmo la verità: in realtà quello di cui avevamo bisogno era una guardia dl corpo e anche qualcuno che persuadesse gli abitanti a farsi fotografare. Quando Mehmed ebbe capito, ritornò di buon umore e si divertì ad aiutarci: grazie ai suoi buoni uffici Fulvio poté fotografare tutti quanti. Mehmed salì in macchina con noi e cantava in turco delle ballate bellissime, ci eravamo affezionati a lui ed eravamo diventati amici. Con grande dolore apprendemmo pochi mesi dopo che era morto in un incidente stradale.

Donatella BisuttiRoiter VeniseFleuril Critico Michele Smargiassi su Repubblica.it pubblica su Fulvio Roiter un Articolo che puoi leggere cliccando qui.

Nha Terra

La mostra

Voglio parlarvi di questa mostra che ho visto nel 2013 a Parigi, a due passi dal Centre George Pompidou, durante quello che fu il primo Viaggio Fotografico della nostra storia. Il Viaggio si chiamava Parigi in Bianco e Nero e questa esposizione (a sua volta in Bianco e nero) la scoprimmo per puro caso durante le nostre visite in città.

A tre anni di distanza ho conservato il materiale e i riferimenti della mostra e ora che mi ritrovo tutto tra le mani mi torna in mente quella mostra e voglio raccontarvi le mie impressioni avute all’epoca.

L’Africa:

Nha Terra” – era il titolo della mostra di questo fotografo ossia la mia terra tradotto dal portoghese, che è la lingua parlata in Guinea Bissau.

Di mostre bellissime sull’Africa ne ho viste tante, a partire da quelle stranote di Sebastiao Salgado che contengono sempre delle sezioni incredibili sul Continente Nero, fino ad arrivare ai vari vincitori del World Press Photo che in un modo o nell’altro trattano altri temi legati alle migrazioni, a guerre, carestie, sfruttamenti e ogni altro genere di scempi fatti da noi occidentali direttamente o indirettamente ai danni degli Africani.

Nedjima Berder 400_p1050823-bcbdaInvece questa mostra di Nedjima Berder (totalmente sconosciuto nel panorama dei grandi nomi della Fotografia) mi colpì veramente. Mi colpì per il suo allestimento fatto all’interno della chiesa di Saint-Merry, già questo è un elemento di nota che da noi in Italia risulterebbe alquanto bizzarro se non addirittura impensabile. Una bella chiesa che accoglie una bella mostra. Viste le tematiche della mostra, anche la scelta del luogo mi sembra appropriata: un luogo nato per accogliere, che accoglie realmente. Un luogo per tutti che parla degli Ultimi. Al dilà della ritualità sacramentale, assistiamo qui alla condivisione di storie reali che raccontano e divulgano un mondo lontano al quale non siamo estranei.

Le immagini, se vogliamo, non sono neanche particolarmente originali e usano una tecnica che andava di moda forse una quindicina di anni fa: rendere una foto in bianco e nero lasciando solo un colore. Qui assistiamo alla stessa tecnica leggermente rivisitata che invece di un solo colore evidenzia un oggetto (con tutti i suoi colori) della foto nelle mani di uno dei soggetti ritratti.

Nedjima Berder 1-0b936

Le foto:

La cosa che mi piace è che queste foto raccontano di un’Africa che esiste e che per fortuna pur vivendo con poco, non muore di fame. Le foto sono state scattate nei pressi di un mercato in Guinea Bissau, uno dei paesi più poveri al mondo, molti non sanno neanche esattamente dove collocarlo sul mappamondo, ma ci parlano della dignità di queste persone, e del loro rapporto con la terra e con ciò che mangiano. Sono infatti i ritratti dei contadini, pescatori o allevatori che vanno a vendere i loro prodotti al mercato.

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Le foto non hanno le classiche pose da “Bambino povero che sorride” e neanche quelle altrettanto viste da “Disperato e perseguitato vittima di violenze e torture”. Qui vediamo gente fiera di vivere la propria quotidianità africana. Gente che ostenta la forza della natura della propria terra mostrandoci quanto questa sia generosa verso di loro donando abbondanza a costo zero, anche senza fatica.

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I prodotti vengono sempre raccolti e presentati con una cura estrema, il loro basso valore economico viene invece venduto con la sconcertante semplicità di chi conosce solo la bellezza, la semplicità e la freschezza di quel poco che ha.  E così vengono presentate enormi radici o mazzi di peperoncini, o il frutto di una pesca miracolosa portata in un mercato nel quale anche parlare di “banco” è una parola grossa.

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I fisici di queste persone hanno la forza e l’eleganza di chi vive in armonia con la natura, lontano dai grassi, lontano dagli additivi chimici. E’ chiaro l’intento selettivo del fotografo Nedjima Berder che sceglie con cura i suoi modelli per enfatizzarne la bellezza e la loro perfetta armonia e simbiosi con i luoghi in cui vivono. I suoi set sono fatti in luce ambiente, con uno sfondo bianco che rende asettico un angolo di mondo che sarebbe invece circondato da polvere e fango, perchè il Fotografo nel cercare l’immediatezza dei suoi scatti, riesce ad ottenere queste pose fermando i modelli per pochi secondi davanti al suo set mentre loro passano per andare a vendere le merci. Portarli in uno studio significherebbe perderne la spontaneità e l’innocenza. Fotografarli di sorpresa al volo porterebbe all’ennesimo scatto rubato che abbiamo già visto altre volte.

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Nelle foto di Nedjima Berder  troviamo l’intero ciclo della vita, che sfila davanti alla fotocamera. Taglio quadrato, oggettivo, simmetrico, semplice. I suoi modelli hanno qualsiasi età e vivono il lavoro e la vendita con dignità e non sono mai autocompassionevoli e autocommiserevoli. Nelle immagini di questo fotografo c’è l’inno alla fertilità intesa come riproduzione umana ma anche come frutti della terra. I frutti sono sempre enormi e generosi, colorati e allegri, sono essi stessi un inno alla vita e attraverso essi il fotografo ci trasmette tutta la sua passione per il continente nero.

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Infine la scelta del fondale bianco. Anche questa è funzionale al discorso di semplicità che l’Autore si pone di trasmetterci. Un fondale diverso avrebbe portato lo sguardo dell’osservatore a distrarsi dal soggetto, a contestualizzare con altri riferimenti il senso della storia. Lo sfondo viene qui lasciato di un bianco naturale, con quelle tipiche imperfezioni e rugosità che rendono particolarmente unico e fascinoso il Continente Nero. Il bianco, poi, che si contrappone al nero della pelle, diventa anche una scelta grafica e formale di tutto rispetto. La scelta di non utilizzare Photoshop per scontornare il soggetto è, quindi tutt’altro che casuale per questo cameraman-documentarista che in questa occasione si è prestato alla Fotografia.

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Ho amato particolarmente questa mostra, mi ha parlato di un’Africa che pensavo di conoscere, avendola a mia volta fotografata 15 volte, ma che in realtà non avevo mai visto così bella e raccontata in modo così originale. Mi piace questo lavoro fotografico, mi piace per la sua coerenza, per il suo stile, per la sua potenza visiva seppur ottenuta con mezzi essenziali e di basso costo. L’Africa ci insegna che la vita può scorrere anche in un altro modo, con lentezza, essenzialità, e senza sovrastrutture, questo Continente riesce sempre ad appassionare anche chi la conosce.

L’Africa sa raccontare storie senza parlare e sa far molto rumore anche senza muoversi.

Roberto Gabriele

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World Press Photo 2015

La mostra allestita al Museo di Roma in Trastevere

World Press Photo

Il World Press Photo 2015

 

Finalmente si è ridotta la quantità di sangue e di morti esposti e vincitori delle passate Edizioni del World Press Photo!

 

Diciamolo, da appassionati di questo genere fotografico, da cultori del Reportage, da frequentatori di mostre e fedelissimi proprio di World Press Photo, possiamo dire che le ultime Edizioni di questo prestigiosissimo Premio Fotografico si erano caratterizzate per essere ogni anno delle lunghe carrellate di morti e di sangue, di esplosioni e di violenze. Fatte salve le foto sportive, per anni l’attenzione era concentrata sulla crudezza delle immagini.

 

L’Edizione 2015 invece si è contraddistinta a mio avviso per un deciso cambio di stile e di tecnica che è servito a smorzare i toni e a far vincere la bella fotografia.

WPP Darcy PadillaFoto: © Darcy Padilla

Come sappiamo la Fotografia, come qualsiasi altro linguaggio si evolve, qualcuno direbbe che segue le mode, ma io preferisco vederne l’evoluzione e il cambiamento e pensare che siano le mode a seguire i linguaggi visivi e non il contrario. Ricorderai quando negli anni ’70 a Roma si diceva “‘na piotta” per indicare 100 lire, o quando dopo il film di Carlo Verdone le parole più ricorrenti tra i giovani erano “un sacco bello” e “cioè”… Ecco…. Ora queste espressioni non hanno più alcuna rilevanza nel lessico quotidiano e da fenomeno di costume che erano all’epoca, un diciottenne di oggi non sa neanche a cosa si faccia riferimento. In fotografia è accaduta la stessa cosa. Anni fa si parlava di Analogico/Digitale per chi era a favore del vecchio o del nuovo. Ora nessuno più si pone il problema. Semplicemente sono rimaste alcune persone a volersi divertire a scattare in pellicola non più come preferenza, ma solo per piacere personale. Tutto si evolve.

Foto: © Anand VarmaFoto: © Anand Varma

GLI STRUMENTI:

 

Anche i linguaggi delle foto esposte e premiate al World Press Photo di quest’anno sono evoluti e influenzati dalla presenza di uno strumento di ripresa che fino allo scorso anno non era mai stato presente e del quale fino a 2 anni fa non si sentiva neanche parlare… Ora i costi di questi strumenti sono crollati, sono diventati oggetto di uso comune in pochi mesi e i lavori fatti con essi iniziano a diventare Fotografie d’Autore e non solo mezzi tecnici di ripresa. Si sta insomma evolvendo un vero e proprio nuovo stile fotografico assolutamente inimmaginabile e impensabile fino alla loro invenzione. Naturalmente sto parlando dei Droni!

Foto: © Tomas van Houtryve

Il Drone insomma quest’anno è sbarcato al World Press Photo 2015 dimostrando che nelle mani di un bravo fotografo questo strumento di ripresa diventa un potente mezzo espressivo e non solo un mero metodo di rilievo dall’alto. Ma la foto qui esposta non è l’unica che sia stata fatta con questa tecnica. E tutte quelle esposte sono davvero spettacolari, ci propongono una visione del mondo a volo d’uccello, a bassa quota e in modo del tutto insolito per la nostra visione umana. Il drone insomma trova una sua collocazione come quella a suo tempo trovata dalla macrofotografia o dall’utilizzo di sensori ad alti ISO che hanno fatto dimenticare l’uso dei flash in modo quasi naturale e senza alcun rimpianto. E l’abbassamento dei costi di acquisto di un drone ne hanno facilitato la diffusione, solo due anni fa il costo di un drone professionale era di 20.000 Euro, oggi con 5.000 Euro hai una versione ancora superiore, stabilizzata e più evoluta rimanendo sempre tra le apparecchiature professionali senza scendere in qualcosa che sia ben sotto i 1000 Euro ma che è un giocattolo evoluto, in grado di fare il suo lavoro, ma non in modo professionale.

[caption id="attachment_14719" align="aligncenter" width="640"]WPP Massimo Sestini alta Foto: © Massimo Sestini

LO STILE:

L’altro elemento caratteristico che mi ha colpito quest’anno è stato un minore uso di Photoshop, meno saturazioni esagerate, meno forzature nelle desaturazioni, ma un più autentico lavoro di pulizia e naturalezza dell’immagine. Anche qui il segno di un mondo che cambia. Anche nel caso dell’uso degli strumenti di correzione cromatica nelle precedenti Edizioni si è parlato a lungo in questi anni: foto eliminate “per eccessivo uso di Photoshop” fotografi radiati dall’Ordine dei Fotogiornalisti per aver eliminato parti di foto con il “Timbro clone”, ecco di queste cose e queste polemiche quest’anno non se ne sono viste. Non credo che i Fotografi abbiano capito la lezione dagli episodi citati. Credo che invece anche lo stile e il modo di usare gli strumenti preesistenti sia una naturale evoluzione dell’Arte fotografica. Quando i Fotografi (di bassa lega) iniziarono a scoprire Photoshop, qualche anno fa, il primo istinto era quello di stravolgere completamente la gamma tonale delle foto aumentando i contrasti, solarizzando le foto fino a renderle “alla Andy Warhol” e “drammatizzarle” il più possibile giustificando il loro operato con “Mi piacciono le tinte forti o le ombre profonde” o in altri casi dicendo:”preferisco sottoesporre”….

WPP Cecenia
Foto: © Jérôme Sessini

Quest’anno per magia il trend è andato verso la natura e la naturalezza dei toni cromatici, delle ombre, delle luci. Abbiamo visto immagini di ottima qualità, belle, ma senza clamori. Sono mancate, per fortuna le forzature cui eravamo abituati e alle quali iniziavamo a stancarci da tempo. L’uso di Photoshop non è stato bandito, ci mancherebbe, ma è servito più a “pulire” le immagini che non a caricarle, come si dice: “il trucco c’è ma non si vede”.

WPP Babbo Natale
Foto: © Ronghui Chen

I NUMERI:

quest’anno sono arrivate in Giuria 97.912 foto inviate da 5.692 fotografi professionisti di 131 Paesi diversi.

La giuria ha creato 8 categorie: Spot News, Notizie Generali, Storie d’attualità, Vita quotidiana, Ritratti, Natura, Sport, Progetti a lungo termine. Sono stati premiati 41 fotografi di 17 diverse nazionalità: Australia, Bangladesh, Belgio, Cina, Danimarca, Eritrea, Francia, Germania, Iran, Irlanda, Italia, Polonia, Russia, Svezia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti.

La Foto dell’anno 2014 è del danese Mads Nissen. L’immagine mostra una coppia gay russa in intimità.

Nove i fotografi italiani vincitori: Fulvio Bugani, Turi Calafato, Giulio Di Sturco, Paolo Marchetti, Michele Palazzi, Andy Rocchelli, Massimo Sestini, Gianfranco Tripodo e Paolo Verzone.

L’Agenzia Contrasto si è aggiudicata due premi assegnati a Michele Palazzi (Primo Premio, Vita quotidiana, Storie) e Gianfranco Tripodo (Terzo Premio, Notizie generali, Foto singole).

WPP Mads Nissen
Foto: © Mads Nissen

 

Danubius di Marco Bulgarelli a Roma

Siamo andati a vedere la mostra Danubius di Marco Bulgarelli al Museo di Roma in Trastevere. Per chi non lo conoscesse, questo bellissimo spazio espositivo si trova nel bel mezzo di uno dei quartieri più storici e caratteristici della Capitale, Trastevere, appunto. Il museo è ricavato nelle sale di un ex convento con tanto di chiostro ora riadattato a galleria espositiva, e le foto sul Danubio sono esposte nella Galleria al piano superiore, in quelli che furono i corridoi tra le varie stanze.

image-4Descrivo lo spazio perchè ben si presta alle foto di Marco Bulgarelli, la cosa che si nota infatti è proprio il percorso di avvicinamento che fa il Visitatore per arrivare a fruire di queste immagini. Trastevere è una zona pedonale e per arrivare alla mostra fortunatamente si è obbligati (uno dei pochissimi posti di Roma) ad attraversare a piedi una vasta isola pedonale chiusa al traffico e piena di persone. Si cammina, quindi, almeno una decina di minuti dal più vicino luogo di transito delle auto. Il camminare riduce la velocità degli spostamenti e allontana dallo stress del traffico. Insomma, per quando arrivi al Museo sei rientrato in empatia con te stesso, hai lasciato i rumori dei motori lontano, hai dimenticato il fattore tempo, così importante per vivere in una città come Roma. Quando arrivi insomma le tue orecchie hanno iniziato a riascoltare il canto dei gabbiani che ti volano sulla testa, ti sei accorto che Trastevere è un luogo a misura d’uomo in cui l’auto non serve e le persone ancora possono salutarsi per strada perchè riescono a parlare, a sentire le voci anche se i toni sono bassi. Quando arrivi alla mostra anche gli occhi sono più attenti ai dettagli, più liberi di guardarsi intorno e di relazionarsi prima con la città, ora con le opere. Camminando tra la gente hai seguito per circa un chilometro un flusso di persone, una serie di incontri con Turisti e Romani e hai seguito una direzione, lentamente. Tutto questo in un ritmo a misura d’uomo, riuscendo a percepire la temperatura dell’aria e altri fattori in cui non siamo abituati a muoverci e proprio per questo quindi ci risultano particolarmente congeniali.

Senza accorgertene sei arrivato fin qui imitando, senza volerlo, il lento percorso silenzioso che fa il fiume Danubio nel suo scorrere e fluire fino al Mar Nero per 2860 chilometri attraversando 10 Stati. Tu stesso sei diventato fiume, goccia umana in un flusso di uomini, sei arrivato fin qui seguendo il corso della natura. Silenziosamente.

image-1E il silenzio è proprio ciò che di più colpisce vedendo le bellissime fotografie di questa mostra. Il silenzio dei passi che camminano dentro Trastevere, il silenzio di un ex Convento in cui sono esposte le foto, il silenzio che esplode senza far rumore dalle immagini di questo silenzioso Fotoreporter romano che espone nella Galleria più caratteristica e bella della sua Città.

Già, quel silenzio ti pervade mentre guardi la mostra. Sarà forse la neve a rendere l’osservazione più ovattata? Sarà per quel fenomeno gestaltico che riorganizziamo il nostro campo percettivo e ci sembra di sentire silenzio mentre vediamo la neve? Forse si…. Tutta quella neve che imbianca le foto di Bulgarelli amplifica il silenzio che circonda l’osservatore rendendolo ancora più profondo.

Vedendo le foto di Bulgarelli noto il silenzio di quei luoghi innevati in cui ci sono si, sempre persone, ma non c’è mai fracasso, mai sembra di percepire alcun rumore al dilà di un leggero brusio di sottofondo. Le foto di Bulgarelli emettono il silenzio del momento in cui sono state scattate, in quei paesaggi invernali con sconfinate pianure innevate. E’ un pò il motivo di questa mostra. Anche le persone presenti nelle immagini appaiono sospese in un luogo senza rumori. Anche lo scatto in cui si vedono decine di persone in fila che appaiono essere profondamente vuoti dal punto di vista acustico. Le persone non parlano, non schiamazzano… Anche le foto fatte in estate hanno gli stessi silenzi ovattati di quelle invernali. Già, perchè le foto della mostra sono frutto di numerosi viaggi fatti lungo il Danubio in tutte le stagioni dell’anno, la ricerca di Bulgarelli si è protratta per anni nell’esplorazione di tutto il fiume dalla sorgente al sul delta…

E questo silenzio accompagna il Viaggio di un Viaggiatore Solitario come Bulgarelli che esplora il Danubio spostandosi in bicicletta, anche in questo caso senza eccedere in velocità, e, ovviamente, senza far rumore. Il Danubio scorre lentamente, non è un ruscello di montagna fragoroso, è un grosso Fiume che porta migliaia di metri cubi di acqua, merci, persone, il tutto senza clamore. Come Bulgarelli: non fa clamore ma è una persona straordinaria portata a stare con le persone, che nei suoi viaggi avvicina persone con il linguaggio non verbale (e stavolta neanche fotografico!) fatto dalle persone sincere che sanno scambiarsi stima, simpatia e ospitalità attraverso la semplicità e la spontaneità di un sorriso: codice universale di accoglienza e predisposizione verso l’altro. Avvicinare Bulgarelli non è difficile, non fa il divo Bulgarelli, ha la guardia bassa, non sta in difesa, ha la calma delle persone sicure di se che non hanno paura di nulla.

INFO SULLA MOSTRA:

Andate a vederla, questa mostra al Museo di Roma In Trastevere, per leggere una presentazione ufficiale vai sull’Evento di Facebook cliccando qui.

Per info e orari andate sul sito Ufficiale cliccando su questo link.

IL LIBRO:

Il LIBRO della mostra “DANUBIUS” (Museo di Roma in Trastevere, fino al 12 gennaio 2014) uscirà a metà dicembre, è un ottimo regalo di Natale, parlane anche con i tuoi amici e parenti. Sarò eternamente grato per questo piccolo gesto di grande valore. ACQUISTALO ONLINE SUL SITO DELLA CASA EDITRICE: http://www.postcart.com/danubius.php

 

The Trip in Mostra a Roma

Questa mostra sembra essere stata fatta apposta per noi di Viaggio Fotografico! Nel nome, nei contenuti e per lo stile… Invece NON ci assumiamo la paternità di questa bellissima esposizione e ne parliamo con la voce di chi l’ha visitata e apprezzata.

Prendiamo uno dei più begli spazi espositivi del mondo, immaginiamo che questo spazio “espone” qualcosa da più di 2000 anni, prima era un mercato ed esponeva merci, ora è una prestigiosissima galleria d’arte che espone opere. Immagina, se non ci sei mai stato, che questo spazio enorme  si affaccia con ampie vedute e terrazzi sui Fori Imperiali, pensa che tra un’opera e l’altra puoi camminare tra le rovine di epoca romana e avere una vista mozzafiato sulla storia, cerca di immaginare infine cosa significa vedere una mostra di arte moderna in uno spazio così antico… Ecco… hai fatto già due viaggi: uno nel tempo e uno con la fantasia. In questo contesto unico al mondo, il terzo viaggio te lo fa fare The Trip Magazine con la sua mostra Travel Routes in Photography.

Vedere una mostra in un contesto del genere è già di per sè un’esperienza straordinaria, aggiungici poi quattro bellissimi progetti fotografici e hai un mix incredibile di emozioni che ti verranno dal visitarla. Simon Norfolk, Elaine Ling, Giancarlo Ceraudo e Cristina De Middel sono i quattro Autori che ci raccontano il loro modo di viaggiare e di vedere il mondo. Lo fanno con il tipico stile della rivista The Trip, un free magazine bellissimo, curatissimo, dalla grafica raffinata di impaginazione diffuso a livello internazionale che viene diffuso anche grazie ad happening strategici come questa mostra, o le serate fatte al Chiostro del Bramante e al MACRO di Roma…

Il primo dei quattro Progetti, di Elaine Ling, ci propone all’ingresso della mostra delle gigantografie sospese con dei bellissimi baobab (giganti anche loro) scattati in grande formato su Polaroid Bianco e Nero a sviluppo istantaneo.

Il secondo lavoro a cura di Giancarlo Ceraudo ci parla di Cuba e di un modo onirico di raccontarla, anche questa in bianco e nero, l’isola caraibica perde i suoi famosi colori per essere vista con un dinamismo particolare dato da inquadrature suggestive, dal mosso e dal probabile uso del lensbabyes per ottenere effetti molto particolari di sfocatura zonale.

Passiamo poi a Cristina De Middel che al primo piano ci propone un ironico, geniale e improbabile viaggio spaziale rievocando una divertente conquista dello spazio da parte dello Zambia, una sorta di Armata Brancaleone alle prese con un’impresa più grande di lei.

Per finire espone Simon Norfolk che riprende delel vecchie fotografie dell’800 fatte dal primo fotoreporter che sia andato a documentare la guerra in Afghanistan e le ripropone oggi documentando come sia cambiato tutto, tranne, purtroppo la guerra che continua a martoriare questo paese.

Abbiamo visitato la mostra con gli Allievi della mia Photo Academy e camminare tra le opere esposte in mezzo ad antichi resti è un viaggio nel viaggio, vorrei suggerire a Te che sei arrivato a leggere fin qui di non perderti questa straordinaria esperienza visiva.

Helmut Newton in mostra a Roma

Il Palazzo delle Esposizioni di Roma ha fatto l’ennesimo grande omaggio alla Fotografia contemporanea, ormai la prestigiosa galleria in via Nazionale ci propone solo emozioni fotografiche di altissimo livello.

Sono andato ieri con i miei Allievi della Photo Academy in visita alla mostra di Helmut Newton, senza dubbio un nome che ha fatto la storia della fotografia anche quando era ancora vivo. Famosissimo e amatissimo da tutti Helmut Newton è sempre stato un personaggio di grande spicco, un divo a tutti gli effetti, parte integrante dello star system che ha sempre raccontato e descritto nelle sue immagini. Newton insomma non è mai stato un osservatore di un certo mondo, non un narratore reporter affascinato dai suoi soggetti, lui raccontava il suo mondo vivendoci dall’interno come suo stile di vita e mostrandoli all’esterno con le sue fotografie come icone di un mondo altrimenti inaccessibile ai più.

Le sue immagini ci raccontano di ville con piscina a Montecarlo, di attici a Manhattan o ai piedi delle Torre Eiffel, lui scattava per lo più in casa di amici o in quelle delle persone che ritraeva o nelle sue case che aveva sparse per il mondo. Le sue location preferite erano le grandi città come Parigi o Berlino, o le ville monumentali del lago di Como… Visioni di vita quotidiana, la sua. Concessioni fatte all’umanità di poter dare uno sguardo ad un mondo abitato da donne bellissime, discinte e disponibili, che vivono in case da film. Quelle di Newton sono delle visioni voyeuristiche di una società occidentale ricca e opulenta, arrogante e trasgressiva. Le donne di Newton sono annoiate, prepotenti, capricciose  e  fisicamente perfette, sono le donne che tutti gli uomini vorrebbero avere ma nessuno vorrebbe sposare, ma sono donne spesso tristi, insoddisfatte, la loro disponibilità è solo  fisica, non morale.

Queste donne si baciano tra loro per noia, perchè vivono da sole in case senza uomini troppo affaccendati a fare altro. Le rare volte che gli uomini appaiono al cospetto di queste donne languide hanno sempre un ruolo subalterno, sottomesso, servile. Ecco quindi uomini baciare manichini o stare con lo sguardo basso, preso da altri pensieri mentre ci sono due donne davanti a lui riflesse nello specchio che amoreggiano tra loro completamente nude. Le donne di Newton arrivano ad interpretare il ruolo dell’altro sesso fino al punto di indossare abiti maschili e a tagliarsi i capelli in un continuo gioco fatto di ruoli e di identità. Gli uomini nel migliore dei casi stanno a guardare o sono schiavi della bellezza femminile.

Le modelle che il grande maestro tedesco sceglie per le sue visioni fotografiche giocano alla cavallina con tanto di frustino tra i denti all’interno di lussuosissime residenze, vestono con vertiginosi tacchi a spillo e ostentano la loro superba bellezza facendone un uso di fortissimo erotismo, mai volgare, mai pornografico. Per primo Newton ha portato il nudo nella fotografia di moda, pubblicizzando gli abiti e gli atelier internazionali con modelle in nudo integrale.

Vedendo la mostra di Roma, con oltre 200 foto tratte da 3 libri che sono stati diffusi in tutto il mondo, si ripercorre la storia della poetica visiva di questo grande artista. L’osservatore poco attento viene immancabilmente rapito dalla bellezza plastica delle modelle che qui vengono usate nel vero e proprio senso letterale del termine per interpretare il loro quotidiano, per quanto questo sia distante dal vissuto comune. Ad uno sguardo più approfondito ci si rende conto di come queste foto abbiano dettato 40 anni fa gli stili della fotografia moderna e contemporanea, di come le sue inquadrature, i suoi tagli e lo stile cromatico che otteneva in camera oscura siano oggi del tutto attuali e gli stessi che cerchiamo di ottenere con gli effetti di Photoshop.

Altra cosa che sconcerta chiunque visiti la mostra di Newton al Palazzo delle Esposizioni di Roma è la vastità e la quantità delle opere esposte oltre che il loro allestimento. La sezione dei Big Nudes è quella che mi ha di più affascinato, qui le donne appaiono nelle gigantografie stampate a dimensione naturale in una sorta di ricostruzione “in copia dell’originale”. Le ragazze diventano cloni di sè stesse in scala 1:1 e la loro giovane bellezza viene consegnata all’immortalità della fotografia mediante la conservazione eterna del negativo fotografico.

 

Per saperne di più:

Consultare il sito del Palazzo delle Esposizioni di Roma: http://www.palazzoesposizioni.it/categorie/mostra-helmut-newton Apertura al pubblico fino al 21 luglio 2013.

 

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