Ogni volta che penso all’India mi sento avvolto da favole e poesie… Un proverbio indiano afferma che ci vogliono tre vite per comprendere un Paese grande come un continente. In questo Paese, a mio parere, niente è come sembra.
Il primo impatto con l’India è, per molti viaggiatori, forte, quasi insopportabile: luci abbaglianti, odori impregnanti, situazioni incomprensibili per logica.
Poi i tuoi sensi si abituano, vedi e percepisci tutto, anche cose che non immaginavi potessero arrivare alla tua mente, e non ne uscirai più.
Ho viaggiato da quelle parti diverse volte, nelle grandi città ho visto cambiamenti incontrollati,veloci e radicali, ma nei villaggi e nelle campagne ho sempre ritrovato le persone, le situazioni e l’ atmosfera eterna delle tradizioni.
In India si viene continuamente assaliti da sensazioni ed emozioni che fanno scaturire domande….”la prossima volta che verrò non dimenticherò e sarò preparato”…
Non sarà così ma certamente sarò travolto e rinnovato dalla incredibile energia in cui sarò immerso, e il problema non sarà capire l’India ma come considerare il resto del mondo dopo averla vissuta…
….salvo essere assaliti dal dubbio di avere immaginato tutto e di avere viaggiato dentro ad una delle tante favole.
In Madagascar la strada non è solo un luogo di passaggio, ma un teatro vivente. Le persone si incontrano, aspettano, vendono, giocano, si guardano e si lasciano guardare. Tutto avviene all’aperto: il sacro e l’ordinario, il rumore e il silenzio, il pieno e il vuoto.
Questo progetto è il mio modo di attraversare – visivamente – Diego Suarez e Nosy Be. Due luoghi distinti, uniti da un’identità condivisa: muri vissuti, bambini ovunque, bandiere che ondeggiano sopra mercati polverosi, animali che fanno parte del paesaggio.
E poi i tuk-tuk, onnipresenti: mezzi di trasporto, rifugi, scorci mobili di realtà. In tre immagini li ho seguiti, osservati, lasciati entrare nel racconto come simboli viventi della strada malgascia.
Ho scelto di muovermi senza aspettative, con uno sguardo lento, cercando non lo straordinario, ma il senso delle cose normali.
La mia street photography non rincorre l’estetica ad effetto né l’esotismo facile. Osserva e cammina. Si lascia toccare. Ho fotografato gemelle che mangiano in silenzio, bambini che corrono, persone che stanno ferme. Ho lasciato spazio alla sorpresa e all’attesa. E ho cercato, ovunque, un equilibrio tra presenza e assenza.
L’ultima foto mostra un cane che cammina nell’acqua, al tramonto. Una scena apparentemente distante dal linguaggio urbano. Ma per me è il punto d’arrivo più autentico. Quella linea sottile tra terra e mare è ancora una strada. Il cane, con la sua solitudine tranquilla, è forse il passante perfetto: attraversa il mondo senza fare rumore, senza sapere di essere guardato.
Anche quella, in fondo, è “ny lalako”: la mia strada.
In un tempo in cui il viaggio è spesso ridotto a performance, e il paesaggio a sfondo per la presenza umana, questo portfolio nasce come una scelta contraria: togliere, sottrarre, sparire. Smettere di essere centro. In Islanda, nel cuore dell’inverno, ho lasciato che fosse la natura a parlare, a imporsi con la sua voce muta ma inesorabile. Le quindici fotografie qui raccolte sono frammenti silenziosi di un’esperienza che ha più a che fare con l’ascolto che con lo sguardo.
Le immagini non sono un diario di viaggio né una sequenza descrittiva. Sono visioni. Ogni scatto nasce dal desiderio di raccontare la selvaggia, primordiale bellezza islandese, senza interferenze. Il filo conduttore è il minimalismo: superfici spoglie, orizzonti sospesi, vuoti pieni di presenza. Il bianco delle bufere, il nero delle spiagge laviche, l’azzurro glaciale dell’acqua: colori essenziali, assoluti, come se il mondo qui si fosse ridotto all’osso per meglio farsi comprendere.
Alcune immagini ritraggono i paesaggi più iconici: una grotta di ghiaccio dal ventre blu trasparente, una cascata che scende come un sipario gelato, l’oceano che urla contro la costa in una tempesta senza tregua. Altre, invece, sono intimi dettagli: trame di ghiaccio millenario, bolle intrappolate, crepe, superfici di lava pietrificata, luci riflesse. Sono visioni quasi astratte, in cui la natura sembra diventare pittura o scultura. Macrocosmo e microcosmo si confondono.
In questo viaggio ho fotografato il silenzio, la distanza, il vento. Non c’è quasi mai figura umana prevalente. Non per disinteresse, ma per rispetto. L’uomo, qui, è minuscolo. E la fotocamera diventa strumento per accogliere, non per dominare. Ho cercato di farmi trasparente, per lasciare spazio alla presenza assoluta del paesaggio.
Ogni scatto vuole evocare un senso di sospensione. Guardare queste immagini è come trovarsi davanti a qualcosa di immenso, che ci guarda a sua volta, ma senza parole. È l’esperienza del sublime, che non ha bisogno di spiegazioni né di conquiste. Solo di resa.
Questo portfolio è il racconto di un viaggio non verso un luogo, ma verso una percezione. È un invito a rallentare, a osservare, a lasciarsi svuotare per poter finalmente vedere. È l’Islanda invernale che ci attraversa, non il contrario.
Questo portfolio racconta la città attraverso i suoi abitanti: la gente del mercato che anima le strade con colori e voci, i bambini che giocano e si tuffano nelle acque del Bosforo, i fedeli nelle moschee che custodiscono secoli di spiritualità, gli animali che condividono gli spazi urbani, e i passeggeri sui traghetti che attraversano il ponte tra due continenti.
Un viaggio visivo che cattura l’autenticità, l’energia e la quotidianità di una metropoli sospesa tra tradizione e modernità, dove ogni volto e ogni gesto raccontano una storia unica e universale.
Così racconto Istanbul: attraverso le persone che abitano questa città-ponte. Uomini e donne di ogni età, religione e provenienza, che lavorano, pregano, ridono e vivono qui. Ogni sguardo e incontro svela la vera essenza di questa città umana, accogliente e in continuo cambiamento, sempre pronta a fondere Oriente e Occidente, passato e futuro.
Apriamo il 2026 con una nuova mostra fotografica proposta dall’Associazione Fotografica Marco Polo di Venezia, in memoria del grande fotografo Gianni Berengo Gardin recentemente scomparso.
Con la scomparsa di Gianni Berengo Gardin avvenuta il 6 agosto scorso, la fotografia italiana ha perso uno dei suoi autori più prestigiosi, conosciuto e apprezzato anche a livello internazionale; altrettanto riconosciute furono le sue doti umane, l’integrità morale e a coerenza tra pensiero e azione fotografica che fecero di lui forse l’osservatore più attento della realtà sociale italiana nel secondo dopoguerra.
Foto @ Doriana Pagan
Era nato a Santa Margherita Ligure ma il papà era veneziano e anche Gianni, a ragione, può essere considerato tale.
Dei veneziani di un tempo aveva l’ironia sommessa, lo sguardo indagatore ma mai invadente, la partecipazione vera, non speculativa, alle vicende umane.
Con questo spirito fotografò molto Venezia, specie agli inizi della sua carriera; opera fondamentale fu il libro “Venise des saisons” un volume senza sequenze spettacolari, senza approfittare dell’iconica bellezza della città ma descrivendone la vita vera, quella di tutti i giorni.
Per ricordarne la figura e l’opera, l’Associazione Marco Polo, di cui Berengo era Socio Onorario, ha deciso di produrre questa piccola mostra con scatti, naturalmente in bianco e nero che, in qualche misura, ricordassero nell’estetica e nella sostanza le immagini veneziane di Gianni.
Ovviamente non c’è alcuna velleità di confronto, ma più semplicemente la testimonianza che la lezione del grande Maestro non è andata perduta anzi è ancora, e lo sarà anche in futuro, fonte di riflessione e di confronto per tutti coloro specialmente veneziani, quali sono i soci del Marco Polo, che desiderano attraverso la fotografia, ritrovare lo spirito e l’essenza più nascosta di questa città che Gianni, così magistralmente, aveva saputo cogliere.
L’Associazione Marco Polo è nata nel 2013 con la finalità di promuovere, dal punto di vista fotografico, la crescita tecnica e artistica dei singoli soci attraverso la collaborazione, il confronto ed il lavoro di gruppo. Tra gli iscritti ci sono appassionati, fotoamatori e professionisti, tutti con la voglia di mettersi in gioco per la diffusione di una visione culturale diversa della fotografia e legata alle tradizioni e al territorio.
La nostra Associazione propone uscite fotografiche, incontri, mostre, dibattiti tematici e tutto quello che può incentivare la cultura dell’immagine fotografica.
Gli Autori:
Questi sono i 22 autori della mostra – in ordine alfabetico: Giuliano Bandieri, Lucia Bassotto, Matteo Chinellato, Alberto De Marchi, Marc De Tollenaere, Paolo Felletti Spadazzi, Gigi Ferrigno, Davide Gasparini, Davide Maggi, Manfredo Manfroi, Silvia Meloni, Marica Michieli, Doriana Pagan, Fiorenza Paganuzzi, Antonio Prevedello, Ruggero Ranzani, Antonella Salvagnin, Maria Santello, Marisa Scarso, Giancarlo Tappeto, Katia Toso
Diamo a tutti la possibilità di partecipare alla mostra con un orario di apertura durante tutto il pomeriggio. Dalle 16,00 alle 20, puoi venire quando preferisci. Saranno presenti alcuni degli autori con cui avrai modo di confrontarti.
Le aurore boreali, dette anche luci del nord, appaiono di notte quando il cielo è buio. Sono come un balletto celestiale di luci che danzano nel cielo notturno, con una tavolozza di colori che vanno dal verde al blu e talvolta anche rosa e viola. Nei tempi antichi si pensava fossero dovute a degli spiriti o agli dei, ma oggi sappiamo che è un fenomeno dovuto al vento solare, all’elettromagnetismo e alla rifrazione della luce, ma resta sempre un enigma. Si possono anche inseguire le previsioni del tempo, le statistiche, l’indice Kp, ma lei ci riserverà sempre delle sorprese. L’aurora resta una dea e come tale volubile…va pregata con tutti i mezzi possibili.
Vedere tale spettacolo non è semplice, in quanto diversi fattori devono coincidere: la zona geografica (a nord del circolo polare artico oppure a sud del circolo polare antartico), il periodo dell’anno (è necessario che ci sia la notte!), la condizione atmosferica (assenza di nuvole), la lontananza dalle sorgenti di luce artificiale e un’attività solare significativa.
Si tratta di cercare, di spostarsi da un punto all’altro della zona in cui siamo, percorrendo anche centinaia di chilometri cercando di trovare il posto ed il momento giusto.
Ci si deve imbottire di vestiti termici, poi bisogna puntare il nostro sguardo un po’ più su dell’orizzonte, in cerca delle stelle. Nel frattempo dovremo cercare di tenere i piedi un po’ sollevati da terra, per non sentirli ghiacciarsi mentre il freddo ti assale e ti fa venire voglia di rimandare l’impresa all’indomani.
L’indice Kp è un grande aiuto, ma è solo negli ultimi, fatidici minuti che si scopre se la zona in cui siamo arrivati potrebbe andare bene o no. Ci può capitare che, non sapendo cosa cercare, potremmo anche avercela davanti e quasi non accorgercene. La puoi scambiare per una nuvola chiara, quando invece se la inquadri con una macchina fotografica digitale realizzi subito che è proprio lei. A occhio nudo appare grigia, quasi incolore, ma il monitor ci restituisce degli scatti chiaramente verdi: è quindi solo questa la famosa aurora per cui la gente fa dei lunghi viaggi? Questa nebbiolina appena percettibile?
Poi appena iniziamo a dubitare, rapidamente, l’aurora si trasforma. Diventa molto simile ad una striscia di evidenziatore anche se piccola e raccolta; poi si fa sempre più ampia e grande fino a riempire la maggior parte del nostro campo visivo, per un tempo che può arrivare anche ad un’ora o più. Si assiste ad una danza delicata e infinita, dopo la quale ci si può sentire come ubriachi, sospesi nel vuoto, galleggianti quasi quanto i bagliori a cui avevamo assistito.
Ho fatto diversi viaggi dedicati a questa ricerca e, dopo essermi spostato ed aver atteso inutilmente diverse notti, sono riuscito ad assistere a tale fenomeno.
La vivacità e la gioiosità dei bambini, pur nella diversità dei popoli e della localizzazione geografica, è sempre molto simile qualunque cosa facciano e per loro il processo scolastico è un fatto generalizzato.
Diversamente, i bambini Mundari – un’ etnia seminomade strettamente legata alle attività pastorali tradizionali – affrontano fin dalla più tenera età compiti, lavori e sfide quotidiane con una precoce assunzione di responsabilità e la loro educazione è limitata all’ambito famigliare.
Si abituano a svegliarsi all’alba prima degli adulti, con il compito di accendere i fuochi tipici dei Cattle Camp Mundari e poi di raccogliere lo sterco degli animali, un compito affidato esclusivamente a loro e alle donne.
Lo sterco, una volta essiccato al sole, viene utilizzato per alimentare i fuochi e per generare un fumo denso che tiene lontane le zanzare; la cenere prodotta dalla combustione viene poi cosparsa sul corpo di uomini, donne, bambini e anche degli stessi animali: questa, in mancanza di acqua, è la loro principale forma di protezione igienica.
La loro alimentazione è povera, talvolta limitata alla condivisione del latte direttamente dalle mammelle delle mucche insieme ai vitelli. Ai bambini viene anche affidata la cura degli animali più piccoli o più giovani (capre e vitelli).
Alle bambine il trasporto della poca acqua disponibile. Svolgono i compiti assegnati con attenzione ma senza allegria; crescendo in questo modo sviluppano, come i loro padri, un rapporto simbiotico con il bestiame e perpetuano le tradizioni tribali della loro comunità.
Il gioco è quasi assente dalla loro vita, salvo qualche esercizio di lotta, sul finire della giornata, quando tutte le attività quotidiane sono completate.
The deep South
Nel profondo Sud degli Stati Uniti!
I turisti che visitano gli Stati Uniti d’America prediligono come mete le grandi città, come New York o Los Angeles. Oppure gli spettacolari paesaggi della Monument Valley o del parco di Yellowstone.
Foto @Roberto Manfredi
Ma a noi piace esplorare, fuori dalle rotte turistiche, ciò che è più autentico, spontaneo, l’America che si mostra senza filtri, quella più quotidiana, più ruvida, più spontanea.
Foto @Roberto Manfredi
Il viaggio nel profondo sud degli USA, tra Texas, New Mexico e Oklahoma, ci ha permesso di conoscere non tanto il “sogno americano” quanto il suo risveglio quotidiano: polveroso, teatrale, talvolta surreale — ma autentico nella sua messa in scena.
€795,00Il prezzo originale era: €795,00.€745,00Il prezzo attuale è: €745,00.Parti con noi
Così abbiamo conosciuto il vero “south”, l’America che ancora si mette gli stivali e il cappello da cowboy, che sfila in parata con i cavalli e le vacche longhorn dalle lunghissime corna, ma anche l’America che sa ironizzare su se stessa, realizzando teatrini dove finti banditi rappresentano improbabili rapine in banca e dove riemerge l’influenza della cultura messicana con il suo particolarissimo rapporto con la morte.
Foto @Roberto Manfredi
Abbiamo visto cittadine dai nomi da film western — Tucumcari, Terlingua, Alamogordo — ciascuna allineata lungo una main street con locali irlandesi che servono pizza e negozi che vendono armi e munizioni; ad Amarillo, al Big Texan Steak Ranch, alla faccia del colesterolo si gareggia a colpi di bistecche da due chili: chi riesce a finirla in meno di un’ora, non la paga. Persino le tipiche cassette della posta che vediamo in tanti film e serie americane, allineate come soldatini in disarmo, sembrano raccontare un’America che non conosciamo.
Foto @Roberto Manfredi
Abbiamo guardato e fotografato l’America senza alcuna nostalgia, né compiacimento. Piuttosto, ci ha guidato una curiosità. Una fascinazione per una quotidianità che si prende il proprio tempo per mostrarsi. Senza maschere ma con una certa inclinazione teatrale e un pizzico di ironia.
Resta in contatto con noi
Iscriviti alla nostra Newsletter
Iscriviti GRATIS alla nostra Newsletter e resta sempre in contatto con noi. Riceverai i nostri racconti dal mondo, gli sconti per partire con Viaggio Fotografico, le info su Mostre, Dirette, Workshop...