La vivacità e la gioiosità dei bambini, pur nella diversità dei popoli e della localizzazione geografica, è sempre molto simile qualunque cosa facciano e per loro il processo scolastico è un fatto generalizzato.
Diversamente, i bambini Mundari – un’ etnia seminomade strettamente legata alle attività pastorali tradizionali – affrontano fin dalla più tenera età compiti, lavori e sfide quotidiane con una precoce assunzione di responsabilità e la loro educazione è limitata all’ambito famigliare.
Si abituano a svegliarsi all’alba prima degli adulti, con il compito di accendere i fuochi tipici dei Cattle Camp Mundari e poi di raccogliere lo sterco degli animali, un compito affidato esclusivamente a loro e alle donne.
Lo sterco, una volta essiccato al sole, viene utilizzato per alimentare i fuochi e per generare un fumo denso che tiene lontane le zanzare; la cenere prodotta dalla combustione viene poi cosparsa sul corpo di uomini, donne, bambini e anche degli stessi animali: questa, in mancanza di acqua, è la loro principale forma di protezione igienica.
La loro alimentazione è povera, talvolta limitata alla condivisione del latte direttamente dalle mammelle delle mucche insieme ai vitelli. Ai bambini viene anche affidata la cura degli animali più piccoli o più giovani (capre e vitelli).
Alle bambine il trasporto della poca acqua disponibile. Svolgono i compiti assegnati con attenzione ma senza allegria; crescendo in questo modo sviluppano, come i loro padri, un rapporto simbiotico con il bestiame e perpetuano le tradizioni tribali della loro comunità.
Il gioco è quasi assente dalla loro vita, salvo qualche esercizio di lotta, sul finire della giornata, quando tutte le attività quotidiane sono completate.
The deep South
Nel profondo Sud degli Stati Uniti!
I turisti che visitano gli Stati Uniti d’America prediligono come mete le grandi città, come New York o Los Angeles. Oppure gli spettacolari paesaggi della Monument Valley o del parco di Yellowstone.
Foto @Roberto Manfredi
Ma a noi piace esplorare, fuori dalle rotte turistiche, ciò che è più autentico, spontaneo, l’America che si mostra senza filtri, quella più quotidiana, più ruvida, più spontanea.
Foto @Roberto Manfredi
Il viaggio nel profondo sud degli USA, tra Texas, New Mexico e Oklahoma, ci ha permesso di conoscere non tanto il “sogno americano” quanto il suo risveglio quotidiano: polveroso, teatrale, talvolta surreale — ma autentico nella sua messa in scena.
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Così abbiamo conosciuto il vero “south”, l’America che ancora si mette gli stivali e il cappello da cowboy, che sfila in parata con i cavalli e le vacche longhorn dalle lunghissime corna, ma anche l’America che sa ironizzare su se stessa, realizzando teatrini dove finti banditi rappresentano improbabili rapine in banca e dove riemerge l’influenza della cultura messicana con il suo particolarissimo rapporto con la morte.
Foto @Roberto Manfredi
Abbiamo visto cittadine dai nomi da film western — Tucumcari, Terlingua, Alamogordo — ciascuna allineata lungo una main street con locali irlandesi che servono pizza e negozi che vendono armi e munizioni; ad Amarillo, al Big Texan Steak Ranch, alla faccia del colesterolo si gareggia a colpi di bistecche da due chili: chi riesce a finirla in meno di un’ora, non la paga. Persino le tipiche cassette della posta che vediamo in tanti film e serie americane, allineate come soldatini in disarmo, sembrano raccontare un’America che non conosciamo.
Foto @Roberto Manfredi
Abbiamo guardato e fotografato l’America senza alcuna nostalgia, né compiacimento. Piuttosto, ci ha guidato una curiosità. Una fascinazione per una quotidianità che si prende il proprio tempo per mostrarsi. Senza maschere ma con una certa inclinazione teatrale e un pizzico di ironia.
Tokaido (letteralmente: via costiera orientale), in senso stretto era la strada che univa Edo (oggi Tokyo, allora capitale degli Shogun Tokugawa) alla capitale imperiale Kyoto, costeggiando l’Oceano Pacifico.
Faceva parte del Gokishichido, il sistema di strade che univa le parti più remote del Giappone con la Capitale.
“Cinquantatré stazioni del Tokaido” è una celebrata raccolta di xilografie di Utagawa Hiroshige, appartenenti al genere detto ukiyo-e (“il mondo fluttuante”), caratteristico del periodo Edo, che va dal 1603 (i fatti, se vogliamo, narrati dalla nota serie televisiva “Shogun” e che portarono alla completa chiusura dell’Impero alla cultura occidentale) fino al 1853, quando le “navi nere” del Commodoro Perry ruppero per sempre a cannonate l’isolamento del Giappone.
L’ukiyo-e riflette la vita e la cultura giapponese dell’epoca, offrendo uno spaccato della società e dei costumi, mettendone in evidenza al tempo stesso l’impermanenza, vista, in squisita ottica buddista, quale fonte della sofferenza e del continuo ciclo di morte e rinascita cui gli esseri umani sono condannati.
Il presente progetto fotografico si ispira all’opera di Hiroshige, raccontando in 53 immagini la vita e la cultura del Giappone d’oggi, particolarmente iconico per le nuove generazioni. Partendo dal remoto Osore-zan (Il “monte terrore”, la porta dell’aldilà per la mitologia nipponica), lungo un cammino per città, montagne, campagne e luoghi sacri, termina ad Hiroshima, a suo modo in una rappresentazione del Samsara.
Per il presente portfolio ho scelto le immagini delle seguenti 15 location che danno del progetto una rappresentazione slegata ed incompleta, e tuttavia, sono rimasto a mia volta sorpreso di come restino nondimeno fedeli alle emozioni che gli scatti vollero, sin dal primo momento, raccogliere.
@Lorenzo Savoini_Ohara #29
Presentazione libro Mauritania Roma
Mercoledì 16 luglio 2025 a Roma:
Siamo felici di presentare il nuovo libro fotografico “Mauritanie. Le peuple du désert” i cui autori, oltre aSimona Ottolenghi e Roberto Gabriele, hanno partecipato al Viaggio Fotografico in Mauritania nel 2023 e 2024.
Questo bellissimo libro di oltre 200 pagine, con le immagini di 7 autori, segna una nuova iniziativa di collaborazione tra Viaggio Fotografico e la ONG Bambini nel Deserto ETS di cui Roberto e Simona sono soci attivi da circa un decennio.
La copertina del nostro libro
Il libro:
Sfogliare il libro “Mauritanie. Le peuple du désert” è come ripercorrere assieme ai 7 autori le esperienze loro vissute in un percorso personale e intimo, che li portati a vivere la vastità ed eterogeneità di questo vastissimo territorio dominato da infinite distese di sabbia desertica.
E’ il deserto infatti il protagonista assoluto che ha plasmato la gente del posto, dalla vita quotidiana alle tradizioni vissute dagli autori attraverso la condivisione del tè nelle loro tende, o nella partecipazione al festival dei nomadi che si svolge nel mese di dicembre alle porte della città di Chinguetti custode di biblioteche con manoscritti antichissimi.
Gli autori:
I 7 autori dello splendido volume sono (in ordine alfabetico):
Andrea Del Genovese
Brunella Martucci
Elisabetta Tufarelli
Luca Maiorano
Roberto Gabriele
Silvana Di Segni
Simona Ottolenghi
QUANDO:
Vi aspettiamo mercoledì 16 Luglio 2025 dalle 18:45.
Saranno presenti alcuni degli autori, tra cui Luca Maiorano e Silvana Di Segni, Simona Ottolenghi e Roberto Gabriele di Viaggio Fotografico, Luca Iotti presidente di Bambini nel Deserto, Dahi Kourou nostro referente in Mauritania e Marco Borghesi del Tour Operator TibiWorld.
DOVE?
Studio Aedificante di Luca Fiorentino
Via Tripolitania 164
00199 Roma
Come arrivare:
Lo studio Aedificante,è collegato benissimo anche con i mezzi di trasporto, e si trova 6 minuti a piedi dalla stazione Metro Libia, sulla linea BLU:
IL LIBRO SARA’ IN VENDITA DURANTE LA SERATA
I mercati di Marrakech
Quando l’ombra si fa colore
Sono gli inizi di maggio e sto costeggiando i giardini dell’Oliveraie a Marrakech. Ancora pochi metri e, oltrepassata la stretta porta di Bab Ighli, entrerò nel centro storico di questa antica e famosa città, diretto al mio riad.
L’autista corre veloce e sicuro, malgrado i mille motorini, carretti e viandanti. Vicoli stretti e affaccendati tra i mercati di Marrakech, di gente veloce e laboriosa che disbriga mille incarichi e lavori. C’è chi trasporta verdure e casse di birra, vende pane e souvenir di vari colori; alcuni mi offrono bibite colorate o semplicemente attraversano di corsa strade e cortili per andare chissà dove.
Penso a Napoli per l’enorme (e apparente) confusione, oppure a Genova per i vicoli stretti e l’atmosfera ombrosa, ma nei mercati di Marrakech è tutto molto di più. Il clacson e lo sfrecciare dei numerosi veicoli sono più intensi; le stradine appaiono ancora più anguste e trafficate.
Poi i colori: intensi e vividi. Nascono sempre improvvisi, nelle ombre dei riad e dei caravanserragli, si manifestano e si allungano nelle vesti e nei tessuti e nelle più svariate merci espose.
Le scene passano veloci sotto i miei occhi senza riuscire a capirne, a volte, il senso: la mente ancora non è abituata a questi ritmi. Tanti occhi attenti mi guardano, soppesano i miei gesti e mi “valutano” pur essendo uno sconosciuto tra le tante migliaia di turisti che attraversano, ogni giorno,queste vie e piazze. Questo popolo ha una innata capacità di scambio e commercio: senza conoscerti, quegli occhi sanno già che tipo di acquirente sarai.
Marrakesh è così un grande insieme di souk: grandi ed intricati mercati di tappeti e ceramiche, ferro e spezie, tessuti e pelli. Nelle ombre spesse dei cortili e delle strade penetrano lame di luce di sole africano che esaltano i tanti colori degli oggetti esposti. È un po’ come se la vita di questa città fosse scandita ed intrisa dal susseguirsi delle tante cromie e dal loro significato. Il rosso simbolo di fertilità, il blu dell’infinito, il verde della speranza, il giallo della gioia.
Questo intrecciato fervore di vita, tra i mercati di Marrakech, si svolge ai piedi di palazzi spesso sontuosi ed antichi: al di là delle trasparenze ombrose delle loro mura ocra, posso solo immaginare vite fiabesche, tessuti raffinati e sguardi potenti e carichi di storia, ma anche una umanità ricca di piccoli gesti e molto solidale.
Poi, svoltato un angolo, a volte, mi ritrovo nella calma rarefatta ed intima di un giardino segreto con essenze esotiche ed architetture islamiche. E qui anche l’olfatto, riposa.
Ma è forse col sopraggiungere della sera, che tutto si impasta: i colori si combinano in un “blu notte” che rende le atmosfere ancora più incantate e affascinanti.
Salendo su uno dei tanti terrazzi panoramici, attorno a piazza El Fna, il colpo d’occhio è formidabile.
Le lampade di luce fredda delle centinaia di bancarelle e “street food” illuminano una moltitudine che, in quest’ora del tramonto, si muove a ritmi più lenti e sostenibili, quasi si preparasse ad affrontare, ancora con maggiore forza, le luci del giorno successivo, in un infinito e perpetuo movimento di vita e colori.
Prendete lo “slow train” dalla stazione di Bangkok Thonburi e viaggiate verso ovest nella pittoresca provincia di Kanchanaburi per un appuntamento con la storia. La prima parte del tragitto offre un’altra prospettiva sulla capitale thailandese viaggiando attraverso i sobborghi occidentali prima di raggiungere l’incrocio di Nong Pladuk nella provincia di Ratchaburi. Ed è qui, a circa 50 miglia a ovest di Bangkok, dove la diramazione si dirige a nord-ovest verso Kanchanaburi che inizia la vostra esperienza sulla storica Ferrovia della Morte.
Durante la seconda guerra mondiale, l’esercito giapponese occupò territori che andavano da Singapore fino alla Birmania. Per rifornire le proprie forze in Birmania e prepararsi ad un attacco alle truppe britanniche in India, l’esercito giapponese voleva stabilire una rotta terrestre che evitasse le rotte marittime alternative dove erano attive le navi alleate. Con la linea ferroviaria già operativa tra Singapore e Bangkok, i giapponesi decisero di costruire un’ulteriore diramazione a ovest della capitale e che sarebbe poi andata a nord verso la Birmania. La ferrovia Thailandia-Birmania fu costruita nel periodo 1942-43 tra Nong Pladuk (Thailandia) e Thanbuyazat (Birmania), coprendo una distanza di circa 420Km.
Si stima che 240.000 uomini siano stati costretti a lavorare sulla ferrovia Thailandia-Birmania. Più di 60.000 prigionieri di guerra alleati (POW) hanno avviato il progetto e nella fretta di completare la linea, altri 180.000 uomini furono arruolati ai lavori forzati. Con cibo e forniture mediche inadeguate e costrette a lavorare per lunghe ore in condizioni selvagge, migliaia di persone morirono di colera, dissenteria, malaria, fame o esaurimento. Il numero esatto di morti non è noto, ma gli storici parlano di almeno 90.000 operai e più di 12.000 prigionieri di guerra uccisi. Le cupe statistiche hanno portato la linea a essere soprannominata la “Ferrovia della morte”.
Dopo la guerra, gran parte della linea fu riparata e ancora oggi è utilizzata per i servizi passeggeri locali tra Bangkok e il capolinea a Nam Tok. Sebbene la ferrovia oltre Nam Tok non sia più in servizio, sezioni come il famigerato Hellfire Pass (Konyu Cutting) sono state recuperate e conservate come parte del Hellfire Pass Memorial Museum. Intraprendere un breve viaggio sulla Ferrovia della Morte è un’esperienza emozionante soprattutto durante l’attraversamento del ponte sul fiume Kwai e dell’incredibile viadotto Wang Po.
Una delle principali attrazioni turistiche di Kanchanaburi ha una storia affascinante. Il ponte è diventato famoso in tutto il mondo quando è apparso nel film di David Lean del 1957, The Bridge on the River Kwai. Sebbene la pellicola fosse vagamente basata su personaggi della vita reale che lavorarono alla Ferrovia della Morte, non è una rappresentazione fedele della storia. La fama del film e il conseguente aumento del turismo nell’area di Kanchanaburi ha creato una situazione difficile per le autorità thailandesi perché non esisteva un fiume chiamato “Kwai”.
Quando i turisti iniziarono ad arrivare a Kanchanaburi, il fiume dove si trova il ponte si chiamava in realtà Mae Khlong. Negli anni ’60, le autorità thailandesi hanno escogitato una soluzione creativa ribattezzando il fiume in “Khwae Yai” (sono due i fiumi affluenti, Khwae Yai e Khwae Noi, che sfociano nel Mae Khlong). Ma a causa dei diversi modi in cui il thailandese viene traslitterato in inglese, “Kwai” è stato utilizzato nelle traduzioni e per molti, questo è il nome e la pronuncia che è rimasta. Durante la guerra furono costruiti due ponti a Kanchanaburi.
All’inizio del 1943, completarono la costruzione di un ponte temporaneo in legno, mentre pochi mesi dopo terminarono il ponte in cemento e acciaio. Tuttavia, le bombe alleate danneggiarono il ponte e ripararono il danno installando campate a linee rette, mentre le campate curve sono quelle originali che i giapponesi trasportarono da Java.
Visitando Kanchanaburi, consigliamo di partecipare all’annuale “Festival del ponte sul fiume Kwai” e alla Fiera della Croce Rossa. L’evento si tiene solitamente dalla fine di novembre fino all’inizio di dicembre con uno spettacolo di luci e suoni che illumina suggestivamente il ponte.
Un incredibile tratto di binari attende i passeggeri mentre il treno esce dalla città di Kanchanaburi e prosegue verso Tham Krasae. Con il fiume Khwae Noi da un lato, rocce e fitta giungla dall’altro, la ferrovia è sopraelevata su una serie di impressionanti palafitte di legno che formano il viadotto Wang Po. I prigionieri di guerra costruirono originariamente questa mozzafiato sezione del binario, costretti a lavorare in condizioni inimmaginabili utilizzando solo strumenti di base. La maggior parte degli uomini che hanno lavorato su questo tratto sono morti. Oggi, questo è un luogo straordinariamente bello con ampie vedute del fiume e uno sfondo lussureggiante di verdi colline. Ma quando lo si attraversa con il treno o semplicemente si cammina lungo i binari, non si riesce a non pensare agli orrori che hanno avuto luogo qui.
I passeggeri possono scendere dal treno alla stazione di Tham Krasae, ammirare le viste spettacolari o meditare sulla tragica storia della ferrovia. Prima che il treno torni a Tham Krasae per il viaggio di ritorno a Kanchanaburi e Bangkok, c’è tempo per camminare lungo il single track fino alla grotta che un tempo era un rifugio per i prigionieri di guerra che lavoravano su questa sezione della ferrovia. Un’immagine di Buddha all’interno della grotta suggerisce che si tratta di una tranquilla area di contemplazione.
La linea passeggeri termina a Nam Tok, ma originariamente la ferrovia continuava fino alla Birmania, attraversando l’Hellfire Pass. Proprio qui consigliamo la visita dell’Hellfire Pass Memorial Museum: apprezzerete di più la storia di quest’area e la dura realtà della vita di chi lavorò alla ferrovia.
Questa è stata una delle sezioni più difficili della pista da posare con prigionieri di guerra e lavoratori asiatici che avevano bisogno di tagliare la solida roccia. Qui la gente lavorava 24 ore su 24 e di notte accendevano lampade a olio e fuochi. Le fiamme, il rumore delle trivellazioni e la vista di uomini malnutriti costretti a lavorare in condizioni spaventose erano una scena infernale. Ecco perché il tratto di ferrovia conosciuto come “Konyu Cutting” è meglio conosciuto come Hellfire Pass.
Dopo la fine della guerra, un determinato gruppo di ex prigionieri di guerra australiani tornò in Thailandia e riscoprì il sito della linea ferroviaria negli anni ’80, bonificandolo dalla giungla. Con il successivo aiuto del governo australiano e la benedizione delle autorità thailandesi, Hellfire Pass è diventato un sito commemorativo per onorare coloro che hanno perso la vita qui. Il Governo Australiano ha costruito e mantenuto L’Hellfire Pass Memorial Museum e il percorso pedonale e li ha aperti nel 1998. Ristrutturato nel 2018, il sito è dedicato ai prigionieri di guerra alleati e ai lavoratori asiatici che hanno sofferto e sono morti a Hellfire Pass durante la seconda guerra mondiale.
Come visitare la Ferrovia della Morte
Una visita a Kanchanaburi e alla Ferrovia della Morte è una popolare gita di un giorno da Bangkok e può essere organizzata anche da Hua Hin. Per viaggiare in modo indipendente è comodo prendere il treno da Bangkok a Kanchanaburi partendo dalla stazione di Bangkok Thonburi. I treni su questo percorso sono classificati dalle Ferrovie dello Stato della Thailandia (SRT) come treni “normali”. Il tempo di percorrenza è di 2,30 hrs, le carrozze di 3a classe sono semplici ma l’esperienza è piacevole. E’ sufficiente presentarsi e acquistare il biglietto in stazione.
Da Kanchanaburi, la fermata è quella vicino al ponte sul fiume Kwai. Il treno attraversa il ponte e poi il viadotto Wang Po prima di dirigersi alla fine della linea a Nam Tok. Se si prende il treno del mattino e si scende alla stazione di Tham Krasae, c’è tutto il tempo (quasi 2 ore) per scattare foto, camminare lungo i binari fino alla grotta e pranzare prima di prendere il treno di ritorno per il centro di Kanchanaburi.
Lavoro in questo edificio da così tanto tempo che oramai lo chiamo casa.
Qua trascorro gran parte della mia giornata e con ago e filo cucio insieme scampoli di stoffa e scampoli di vita.
Le fotografie sbiadite alle pareti raccontano di un tempo lontano, lavoravamo in tanti, oggi sono rimasta solo io.
Scrivo a mano con precisione sul mio quaderno gli ultimi ordini.
A breve il laboratorio sarà venduto, stanno costruendo grandi alberghi, stanno immaginando grandi cose e strumenti piccoli come ago e filo non ce la fanno più a tenere insieme i pezzi della storia.
Non so cosa ci sarà qui domani e se resterà la traccia di un ricordo, quello che so è che tutto ciò che fin ora ho realizzato l’ho fatto con le mie mani.
Foto e parole di Laura Pierangeli
“La materassaia di Bukhara” ha partecipato al Travel Tales Award 2023. Clicca sul link per partecipare anche tu alla nuova edizione.
MAURITANIA
Mauritania, le sfumature del silenzio
I ricordi fanno rumore: le voci, suoni di passanti, risa dei bambini o del vento che insinua ovunque la sabbia divenuta respiro.
Un andare e venire nel mobile sguardo che tutto vuole accogliere e di cui non ha mai abbastanza: orizzonti leggermente frastagliati, cespugli di faticoso verde, vette miti accerchiate d’intenso arancio, morbide dune che dividono lo spazio con l’azzurro liquido, divorato dal verso dei gabbiani.
E il cielo, il grande cielo azzurro o disseminato di nastri di nuvole a raccogliere ombre.
La luce disegna e definisce luoghi, sguardi, intenzioni, pietre, mura policrome sbrecciate incomplete antiche e nuove, uomini e animali, donne e passi frettolosi, bambini e la curiosità del divenire, in un frammento costante pieno di vita.
Quando poi al buio, tutto diventa uno, custodito dal silenzio delle stelle.
Foto di Roberto Malagoli, parole di Lisanna Pina
“Mauritania” è il SECONDO CLASSIFICATO di Travel Tales Award 2023. Clicca sul link per partecipare anche tu alla nuova edizione.
KUSHTI
Si tratta di un’ antica lotta indiana chiamata “kushti”.
Ho cercato di raccontare l’intimità e lo svolgersi delle loro giornate/quotidianità
Giovani bambini, spesso di famiglie povere, o salvati dalla vita di strada, vengono assorbiti nella scuola palestra-monastero chiamata akhara già in tenera età, iniziando un percorso di duro allenamento fisico e mentale.
Al rigoroso allenamento si uniscono le fondamentali regole religiose che educano i ragazzi. Tra queste niente sesso, niente alcol, poca vita sociale e rigorosa preghiera alle prime ore del mattino e durante la giornata.
Combattono nella Sacra terra di argilla rossa, chiamati “Akhada”.
L’obiettivo è concentrarsi su uno stile di vita puro per costruire forza mentale e fisica: la debolezza sarà debellata, forza e virilità restituiti all’ uomo, l’orgoglio della nazione restaurato.
La kushti tradizionale sta vivendo un periodo di profonda crisi perdendo il contatto con la terra rossa sostituita da materassini e perdendo la filosofia che la caratterizza a causa di un processo di modernizzazione sociale che tende a svalutare l’aspetto spirituale e rendendo lo spazio/scuola più sicuro e lontano da vecchie pratiche e regole religiose.
I bambini spesso vengono presi dalla strada, orfani e soli. Oppure figli di famiglie povere, quelli piu forti verranno accolti nella scuola. Qui però non riceveranno istruzione scolastica. Se non otterranno titoli e premi nella lotta verranno allontanati e si ritroveranno soli, senza cultura, senza saper leggere. Senza amici e senza saper dare una carezza alla vita, saranno facilmente assorbiti nel crimine!
Travel Tales Weekend 2023
Il Travel Tales Award 2023 è giunto al termine!
Nel weekend di sabato 25 e domenica 26 Novembre si è svolto a Roma il Travel Tales Weekend negli spazi espositivi della OTTO Gallery .
Tante sono state state le iniziative che hanno caratterizzato questo evento, dalla visita alla mostra di Helmut Newton all’Ara Pacis il sabato mattina ad una piacevolissima passeggiata fotografica tra le periferie romane, accompagnati da Roberto Gabriele, nella mattina di domenica.
Il cuore di tutta l’iniziativa è stato il sabato pomeriggio con l’inaugurazione della mostraTTA2023, e la proclamazione dei 3 vincitori del TRAVEL TALES AWARD 2023.
La mostra Travel Tales Award 2023
La mostra vede esposti 10 racconti fotografici tra le 50 storie selezionate dal contest di fotografia di viaggio.
Di seguito gli autori e le rispettive opere esposte:
Jacopo Della Valle, Waterworld
Roberto Manfredi, Once upon a time there was a sea
Soumayan Biswas, Salt worker
Roberto Malagoli, Mauritania
Maurizio Gjivovich, Sri Lanka
Laura Pierangeli, The mattress maker of Bukhara
Christian Giudice, Chadar, old iced route
Yuliy Vasilev, miglior autore selezionato al 10th “Plovdiv International Photo Salon”
Luigi Rota, India, a magic place
Suryene Ramaget, Kushti
In ordine dall’alto a sx: Jacopo Della Valle, Roberto Manfredi, Soumayan Biswas, Roberto Malagoli, Maurizio Gjivovich, Laura Pierangeli, Christian Giudice, Yuliy Vasilev, Luigi Rota, Suryene Ramaget
I 3 vincitori del Travel Tales Award:
Durante l’inaugurazione della mostra, si è svolta la premiazione dei primi tre selezionati per i lavori più meritevoli, scelti dalla giuria italiana ed internazionale, del TTA2023:
I tre vincitori, da sinistra Roberto Malagoli, Suryene Ramaget e Jacopo Della Valle, con i rispettivi diplomi. Assieme a loro anche i “padroni di casa” Simona Ottolenghi e Roberto Gabriele.
Siamo quindi felici di condividere i VINCITORI DEL TRAVEL TALES AWARD 2023:
1° classificato:
Jacopo Della Valle, con la storia Waterworld.
Un racconto molto coinvolgente che esplora la vita degli abitanti nomadi delle acque, conosciuti come “zingari del mare”, lungo le coste delle Filippine, della Malaysia e dell’Indonesia.
In quanto vincitore vedremo presto il suo lavoro esposto negli spazi della OTTO Gallery.
@Jacopo Della Valle
2° classificato:
Roberto Malagoli, con la storia Mauritania
Un bel lavoro in chiave “street” che coglie con autenticità la vita quotidiana della gente nell’immensa e desolata Mauritania desertica.
@Roberto Malagoli
3° classificato:
Suryene Ramaget, con la storia Kushti
Un importante reportage a lungo termine sull’antica lotta indiana del Kushti, che esplora in profondità la cultura e la persistenza di questo antico stile di lotta nel difficile contesto Indiano.
@Suryene Ramaget
Il video della premiazione:
Se non sei riuscito ad essere con noi durante il Travel Tales Weekend puoi vedere a questo link il video della premiazione con le storie raccontate dai autori: https://www.youtube.com/watch?v=Z1xS1YFikbc.
Pubblicheremo nelle prossime settimane tutte le 50 storie selezionate sul nostro sito.
La mostra di Travel Tales 2023 è gratuita e visitabile tutti i giorni dalle 15.00 alle 20.00 presso la Otto Gallery in piazza Mazzini 27, Roma (per info e prenotazioni chiamare il 375/5790929).
Balance in the confusion – Giulio Cesare Grandi
Balance in the Confusion
di Giulio Cesare Grandi
Balance in the confusion – Mi sono trovato spesso a chiedermi come sia viaggiare in India per la prima volta. Io la mia opportunità non l’ho mai avuta. Sono figlio di un viaggiatore che ha fatto dell’India la sua meta preferita, perciò i tantissimi racconti di questo luogo non mi hanno permesso di viverla questa “prima volta “.
Posso però mostrare come vivo interiormente i miei diversi viaggi in questa terra.
Il titolo del progetto lo racconta brevemente e il mio vissuto lo trasforma in quelle che sono le mie personali sensazioni, quando entro in questo luogo che per me è magico.
All’interno di un mondo confusionario fatto di suoni, rumori, occhi grandi di bambini che sorridono e altri che ti “squadrano”. Fatto di oscurità e colore, di profumi e odori forti, di commercianti e mendicanti, e di fede.
In mezzo a tutta questa apparente confusione io trovo la mia pace, il mio equilibrio, un mondo rallentato che mi permette di osservare dentro ad ogni persona che inquadro e mette tutto al suo posto regalandomi quel senso di magia che provo ogni volta che sono qui.
Foto e parole di Giulio Cesare Grandi
Questa storia ha partecipato a Travel Tales Award 2022. Clicca sul link per partecipare anche tu alla nuova edizione.
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