Donne del Maramures

Il Maramures: Romania

Il Maramures è una regione a nord della Romania confinante con l’Ucraina.

In questa regione vi sono alcuni comuni in cui tutto il sostegno economico viene dall’agricoltura, ed è qui che sono state scattate queste fotografie.

Romania

In queste comunità, quello più mi ha colpito, è la vita delle donne, a cui è demandato non solo la gestione della casa e degli animali, ma in moltissimi casi accudiscono anche il marito.

Molte storie si assomigliano: Maria, che ha lavorato per anni in Italia come badante, è tornata ad accudire il marito molto malato; Ana vive sola dopo la morte del marito e continua ad accudire il bestiame di famiglia; Loana mi invita in casa ad assistere al funerale della loro regina trasmesso dalla televisione e mi parla del marito morto da poco per un tumore alla gola.

Romania

Tutte queste donne accumunate da una grandissima dignità e dalla voglia di farti sentire a casa. Donne come Gabriela che vive col marito e si prende ancora cura della casa e del figlio che sta tentando di aprire un museo di oggetti tipici e mi invita ad unirmi per pranzo, dopo esseri vestita in abiti tipici per una foto.

Questo sarà solamente il primo dei tanti pranzi fatti con diverse famiglie.

La cultura contadina è sempre presente e diverse donne mi mostrano orgogliose le loro pecore o le loro mucche ma, alla domenica, tutte in chiesa a pregare e partecipare alla lunga cerimonia ortodossa che a me sembra non finire mai.

Come da tradizione possono entrare in chiesa ma devono rimanere nella zona posteriore, possono andare nella zona anteriore solamente per baciare le icone.

La gente nelle case

La vita scorre lenta, al ritmo della vita contadina, ed alla sera, invece di stazionare davanti alla TV, ci si riunisce lungo la strada per scambiare due parole.

Romania

Dopo una settimana termina il mio viaggio e ne esco arricchito per aver trovato una ospitalità incredibile. Ripensando ai racconti su mio nonno, che di lavoro faceva il contadino, penso di aver visto come poteva essere la sua vita, molto più semplice ma decisamente più ricca della nostra.


Alessandro Zaffonato

Tracce di Blues

Tracce di Blues

La HW 61 da New Orleans a Saint Louis è un itinerario leggendario che accompagna il fiume Mississippi nel suo sonnacchioso scorrere verso il mare. Evoca nella mente e nell’anima quella fetta di terra Americana intrisa da quel genere musicale che è il blues del Delta.

Una strada è una strada, ma a volte è di più… una strada suona e canta. Ho guidato lungo questa pianura spesso simile alla mia terra, alla ricerca della sua musica, ho attraversato questi luoghi accompagnato dal Blues che usciva dalla radio costantemente ed ho raccolto immagini e parole testimoni di questo mondo che trasuda ancora del Blues.

Il blues nasce come canzone di protesta, nasce nelle piantagioni di cotone del delta Mississippi, dove le comunità di schiavi afroamericani lavoravano duramente, sottopagati e sfruttati.

Nasce al calar del sole nelle calde sere, nelle bettole dove s’incontravano per bere, suonare e cantare insieme.

I luoghi

I luoghi del blues sono parte inscindibile della tradizione e a livello storico sono una sorta di atlante, che si apre dinnanzi agli occhi di noi viaggiatori curiosi col suo patrimonio fatto di miti e leggende. In queste contrade sperdute nel nulla, questa musica è nata e cresciuta. 

Il blues l’ho incontrato ovunque, al “Poor Monkey” al Reed’s o al Ground Zero, dove sul palco si esibivano bluesmen locali, ma anche al Lorraine Motel dove la storia dei diritti civili non si è fermata nemmeno davanti al brutale assassinio del Reverendo Martin Luther King. L’ho incontrato nei cimiteri dove i bianchi sono ancora da una parte e i neri dall’altra, sui murales che colorano le città che ti vedi passare lungo la “61”.

L’ho incontrato dal barbiere, perché è lì che lo si incontra veramente, oppure su quei divani sfondati che troviamo davanti alle case di legno, nelle vecchie piantagioni come fantasmi che non se ne vanno o lungo i binari di quella ferrovia che li ha portati via.

Questo è stato il mio viaggio e le sue sensazioni sono ancora dentro di me.


Gigi Montali

Isole Svalbard: sole di mezzanotte

Puoi prepararti mentalmente, puoi aspettarti qualcosa, puoi partire preparato, ma finchè non arrivi di persona alle Isole Svalbard non potrai mai capire cosa sia in grado di fare la natura a queste latitudini. Quello che succede è talmente diverso da ciò a cui siamo abituati in Italia, che ti lascerà destabilizzato…

Longyearbyen:

Longyearbyen è il capoluogo (nonchè l’unica città) delle Svalbard ed è la località abitata più a nord del mondo, ci troviamo a 1307 km dal Polo Nord! Sembrano tanti ma in realtà se pensi che fra te e il Polo non c’è nessun altro la cosa è abbastanza sconvolgente; solo ghiaccio, orsi bianchi e poco altro, e nessuno può avventurarsi oltre quel limite senza una guida, senza uno scopo preciso visto che non ci sono strade nè piste, solo natura selvaggia… A partire dal clima che vista la latitudine è da record tutto l’anno: In estate si va dai 3 ai 7 °C con pochissima escursione termica perchè il sole non tramonta mai; durante l’inverno invece le temperature massime sono di circa 11 gradi sotto lo zero, per arrivare alla minima temperatura mai registrata di -46,3°C registrata a marzo 1986.

Nei miei viaggi quello che mi piace osservare è il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive, mi piace scoprire la straordinaria capacità di adattamento alle condizioni più estreme che vanno dai deserti aridi e assolati alle terre più fredde e inospitali come da queste parti. 

Longyearbyen non la si può definire una vera città, innanzitutto perchè ha abitanti nativi del luogo: ti basti pensare che qui non c’è un ospedale ma solo un piccolo pronto soccorso traumatologico, qui il medico di guardia ha il potere di farti salire sul primo aereo  a spese del servizio sanitario nazionale e di farti andare a curare ad Oslo (che è la città più vicina e si trova a 3 ore e mezza di volo). Vivere qui è veramente difficile, ci sono in tutto due supermercati e un paio di ristoranti, 4-5 alberghi di lusso e il resto della ricettività è in case private, c’è persino un museo nazionale e uno privato sulla storia delle esplorazioni artiche aperto da un Italiano che è arrivato lì 20 anni fa e non è più tornato.

Qui ci vivono solo scienziati, ricercatori, persone che si fermano per qualche tempo a studiare i vari fenomeni climatici, geologici e biologici che esistono solo in questo angolo sperduto del nostro mondo. Ad esempio la cosa più importante che esiste qui e che non è visitabile per nessun motivo è lo Svalbard Global Seed Vault ossia il “Deposito globale di sementi delle Svalbard” che è di fatto un caveau blindato sotterraneo nel quale si trovano archiviati tutti (o quasi) i semi delle specie vegetali esistenti al mondo, una sorta di banca dati del DNA botanica.

Il villaggio ha da pochi anni un aeroporto internazionale e fino ad una decina di anni fa, gli aerei volavano a vista senza strumentazione su una pista di terra battuta (innevata in inverno) adibita allo scopo. Il porto riceve merci e passeggeri delle navi da crociera che si spingono fino a qui e solo durante la breve estate. Una chiesetta in legno chiude i servizi necessari alla vita locale dei 2144 abitanti calcolati nell’estate 2015.

Le strade anche in centro sono tutte sterrate, l’unico pezzo asfaltato è la pista dell’aeroporto, ci si accorge subito che tutte le case sono costruite su palafitte e che le tubature sono esterne e sopraelevate, questa è una necessità a causa del permafrost: quel fenomeno tipico delle terre artiche emerse che fa rimanere il terreno perennemente ghiacciato anche in estate. Le tubature non possono essere interrate perché a causa delle temperature congelerebbero immediatamente diventando inservibili, le case invece vengono costruite su palafitte perchè in questo modo non sono a contatto con il terreno sempre freddo e perchè a lungo andare  la parte ghiacciata della terra a causa delle differenze di temperatura potrebbe avere degli spostamenti anche di alcuni centimetri che andrebbero a causare cedimenti strutturali sugli edifici.

Longyearbyen è stata etichettata come La cittadina dove è vietato morire perchè a causa delle temperature estremamente rigide per tutto l’anno, esiste un divieto di sepoltura all’interno del piccolo villaggio di Longyearbyen. Infatti la decomposizione dei cadaveri, viene impedita dalle condizioni climatiche che con le temperature rigide rallentano la normale distruzione dei microrganismi. La norma è stata decisa in seguito ad una epidemia avvenuta tra il 1917 e il 1920 e del ritrovamento di virus “ancora attivi” nei tessuti prelevati da corpi riesumati a distanza di anni.

Escursioni:

Le Svalbard si trovano oltre il 78° parallelo nord e qui non ci si viene per visitare la città, ma per rimanere estasiati dalla natura incontaminata, che potranno visitare i più arditi che si faranno scortare da una guida con fucile per difendersi dagli orsi bianchi che sono carnivori e molto spesso attaccano l’uomo per cibarsene. Gli uomini vanno in giro armati anche in città per difendersi da eventuali aggressioni, ho visto persino una giovane mamma con passeggino andare in giro con il fucile in spalla. La caccia all’orso ovviamente è vietata, ma in caso di necessità è ammesso ucciderli per difendersi in caso di attacco. Le statistiche dicono che ogni anno, tra i vari attacchi mediamente muoiono un uomo e un orso…

Svalbard

Tra le escursioni possibili in giornata c’è da fare la vecchia Miniera raggiungibile a piedi con circa tre ore di trekking a piedi da fare sempre con la guida armata per motivi di sicurezza. Il camminare in spazi così vasti senza protezione mi ha fatto sentire un pò come una polpetta per orsi pronta all’uso! La nostra guida era molto attenta perchè sono mammiferi velocissimi anche a correre ed è necessario essere davvero prudenti, non è sufficiente scappare, nè si può uccidere un orso solo per prudenza per impedirgli di attaccare. Durante la passeggiata si possono vedere anche i radiotelescopi che trasmettono i loro segnali nell’universo…

La vecchia miniera di carbone di Pyramiden:

Ma il posto più incredibile da raggiungere e visitare accuratamente è di sicuro la vecchia miniera di carbone di Pyramiden, costruita dai Russi e improvvisamente abbandonata nel 1996 quando in un incidente aereo durante l’atterraggio morirono 130 operai dei circa 1000 che lavoravano in questo sito. Il lutto unito all’esaurimento della vena produttiva e alle mutate situazioni politiche di quegli anni (legati al crollo della ex Unione Sovietica) fecero decidere per una immediata chiusura: i pochi dipendenti rimasti vennero licenziati e invitati a ripartire entro 4 mesi. Pyramiden da sola vale il viaggio, è raggiungibile da Longyearbyen in motoslitta durante l’inverno quando il mare gela e si crea uno strato di ghiaccio in grado si sostenere un camion oppure si raggiunge in nave durante l’estate.

Pyramiden non è solo un’enorme miniera, ormai è una ghost town abbandonata in cui è un piacere addentrarsi a curiosare e fotografare i vecchi edifici abbandonati di fretta dagli operai russi. Qui c’è una piscina di acqua di mare riscaldata (ormai vuota), un campo di calcetto coperto e il cinema nel quale ancora si trovano aggrovigliate le vecchie pellicole di celluloide in bianco e nero di qualche cineasta sovietico.

Nei pressi del porto mercantile ci sono i magazzini all’epoca c’era persino un ospedale attrezzato con sala operatoria! Gli operai vivevano in tre edifici: uomini, donne e famiglie: le strutture sono ancora visibili ma non tutte visitabili e in una di queste c’è uno spartano albergo che è stato riadattato e oggi è in grado di accogliere avventurosi ospiti che sappiano accontentarsi di un letto, una doccia calda e qualcosa da mangiare in questo avamposto nel nulla.

Le austere scritte in cirillico ancora rimaste, ci ricordano inequivocabilmente il passato recente di questi luoghi che ancor oggi vivono di un silenzio eterno rotto solo dalle strida di migliaia di gabbiani che in estate trovano sempre pesce abbondante di cui sfamarsi. Qui non ci sono motori, non ci sono più i camion della miniera, nè i rumorosi nastri trasportatori che caricavano la materia prima a bordo delle navi, arriva solo una nave che scarica i turisti per qualche ora….

Camminare a Pyramiden è un’esperienza mistica di contemplazione sul tempo delle cose, puoi vivere una giornata come un filosofo addentrandoti tra i suoi edifici abbandonati ma non cadenti, non fatiscenti che sono rimasti “congelati” al momento in cui furono abbandonati poco più di venti anni fa. Se cerchi un bar dove prendere un caffè o una terrazza dove consumare un aperitivo sei nel posto sbagliato: devi tornare al villaggio distante 40 chilometri per trovare qualcosa del genere…

Agosto: quando il sole di mezzanotte lascia spazio al buio

Il fenomeno più conosciuto che si verifica da queste parti è quello del sole di mezzanotte e di conseguenza quello delle lunghe notti invernali. La cosa che invece è meno nota è il fatto che il buio e il sole non durano come molti pensano 6 mesi ciascuno, in natura le cose non sono mai così nette e i passaggi sono graduali. Ma la cosa che più sconvolge è la rapidità di questa gradualità che fa aumentare o diminuire la durata del giorno e della notte di ben due ore ogni settimana e che in soli due mesi si perdono 24 ore di luce!

Non puoi rimanere indifferente al sole di mezzanotte, è una sensazione unica: il sole non sorge mai e non tramonta mai, lo vedrai girare sopra la tua testa a qualsiasi ora più o meno sempre alla stessa altezza, a mezzogiorno è quasi alla stessa altezza in cui si trova alle 2 del mattino… La luce non cambia mai di intensità e le ombre sono sempre uguali (non le vedrai allungarsi al tramonto).

A fine agosto alle Svalbard è quindi il periodo migliore per rendersi conto del cambiamento e anche per iniziare a dormire un pò almeno durante le brevi notti: perchè andando in piena estate il sonno sarà senz’altro disturbato dalla mancanza di alternanza giorno/notte, è questo un fenomeno di cui tenere assolutamente conto in un viaggio come questo poichè il nostro organismo tenderà a rimanere sempre sveglio quando è in presenza di luce. Persone che vivono lì mi hanno parlato al contrario di una sorta di letargo nel quale cadono i pochi presenti durante la lunga notte invernale quando la popolazione si riduce da 2000 a 4-500 persone: sono mesi nei quali ogni genere di attività è ferma, gli alberghi chiusi, le escursioni impossibili e anche andare a fare la spesa al supermercato può essere pericoloso a causa degli orsi che arrivano fino al villaggio per cercare cibo…


Il sole di mezzanotte dura per circa quattro mesi: dal 19 aprile al 23 agosto, la notte tra il 23 ed il 24 agosto è l’ultima in cui il sole rimane costantemente sopra l’orizzonte, e dalla notte successiva inizia a tramontare e il 26 ottobre inizia la lunga notte polare che termina il 16 febbraio per ri-diventare sempre giorno in meno di due mesi!

Buzkashi o Kupkari, ossia: acchiappa la pecora

Certi viaggi fanno parte di noi ancor prima di partire. Fanno parte del nostro DNA da quando nasciamo, ci appartengono come se fosse un nostro diritto farli prima o poi, e quando riusciamo a partire per certe destinazioni non ci stupiscono neanche più di tanto perchè già ne  conosciamo i dettagli, le cose che vediamo dall’altra parte del mondo appartengono già al nostro archivio dei sogni, alla galleria iconografica che giorno dopo giorno costruiamo nella nostra vita quando, dentro noi stessi, archiviamo le emozioni ed esse diventano il nostro modo di essere. Tutto questo è proprio quello che mi è successo quando sono partito la prima volta per l’Uzbekistan.

Kupkari
La Maestra del villaggio ci da il benvenuto a casa sua: è onorata della nostra visita

Chi se lo sarebbe mai immaginato: in due anni ci sono andato tre volte… Molte persone non sanno neanche dove si trovi questo Paese, alcuni non lo hanno neanche sentito nominare, altri non hanno neanche idea che la famosa Samarcanda si trova qui. Ma in Uzbekistan ci sono altre cose che abbiamo studiato sui libri di geografia come il Lago Aral, il quarto più esteso del mondo, che nel giro di soli trent’anni è stato completamente prosciugato da una scellerata politica agricola dei Bolscevichi che all’epoca governavano. Tanti altri hanno studiato a scuola la Via della Seta di Marco Polo e magari non sanno che una parte di quei 12.000 chilometri che uniscono Roma e Pechino passano proprio in territorio uzbeko. Adesso la situazione è forse più chiara per molti e tutti si sono fatti un’idea di dove cercare sul mappamondo…

Prima del Buzkashi vengo invitato a casa della Maestra a prendere un the e a mangiare delle arachidi con loro.

Insomma siamo in Asia Centrale, circondati da Paesi ancor meno noti come il Tagikistan, il Turkmenistan, il Kazakistan e l’Afghanistan… Un territorio lontanissimo dal mare ma molto fiorente di commerci e scambi culturali… Culture sospese tra oriente e occidente, interi popoli  che portano ancora ben chiare nella memoria storica recente le dominazioni sovietiche che ci sono state fino ai primi anni 90 del ‘900.

In tutta questa enorme area del mondo, ci sono montagne aspre e selvagge che hanno portato l’uomo a vivere a strettissimo contatto con le forze della natura e a vivere di pastorizia: il rapporto con gli animali diventa quindi quotidiano di rispetto e di sfruttamento. Gli animali vanno accuditi perchè forniscono carne, latte, uova, o forza lavoro. E in questa ottica va letto lo sport più diffuso e sentito da queste parti che non si trova in alcuna altra parte del mondo. Qui, nelle gole rocciose e aride dei monti del Pamir, tra gli sconfinati spazi del deserto del Kyzylkum o nella fertile valle dell’Amu Darya si svolge una competizione equestre chiamato Buzkashi, che letteralmente significa “Acchiappa la pecora” ed è proprio ciò che accade tra uomini e animali in un rito le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Kupkari

L’accoglienza:

Un’amica mi aveva segnalato questa sentita tradizione locale e in occasione del mio secondo viaggio in Uzbekistan ho deciso di uscire dal tipico itinerario turistico fatto tra le bellissime città di Samarcanda (quella famosa per la canzone), Bukhara (famosa per i tappeti) e Khiva (Patrimonio dell’UNESCO e nota per le sue mura) e di mettermi alla ricerca di un Buzkashi in giro da qualche parte per vivere in prima persona questo evento popolare e  fare un pò di foto che si preannunciavano come un evento decisamente suggestivo..

Sapevo che era probabile che sarei riuscito a trovarne uno da qualche parte cercandolo bene perchè queste competizioni si fanno in occasione di feste nazionali o religiose, o per festeggiare un matrimonio o la circoncisione di un bambino. Nei giorni in cui ero lì si celebrava in Navruz per dare il benvenuto alla primavera e un Buzkashi sarebbe stato davvero la parte di programma più originale della giornata.

Ma la mia ricerca è stata tutt’altro che facile, perchè qui siamo in Uzbekistan e ad oggi ancora non esiste un sito che dia le date certe di queste gare che sono sempre affollatissime di persone che si danno un vero e proprio passaparola su gruppi di Whatsapp o di Telegram, ma che non comunicano con ufficialità l’evento che resta quindi assolutamente spontaneo e incontrollabile. La cosa incredibile sono proprio i numeri: si arriva facilmente a migliaia di persone che si incontrano in un posto non segnalato e non controllato in alcun modo. Ma la ricerca in loco, invece è stata difficile perchè cercavo un Buzkashi e la gente non mi capiva… Nessuno sapeva cosa fosse, nessuno poteva aiutarmi: il motivo l’ho capito dopo un pò che cercavo…. In Uzbekistan il Buzkashi si chiama Kupkari oppure Uloq, non Buzkashi che è proprio il nome afghano dello stesso sport!

Scommesse clandestine sui fantini

Una volta svelato l’arcano del nome, la ricerca è stata più semplice, ero nei pressi di Samarcanda e la gente mi ha indicato un paesino in cui si sarebbe svolta la competizione. Mi sono avviato con la mia Guida Locale alla ricerca del posto… Ci avevano detto che era una specie di cava in campagna, ma non erano stati troppo chiari… La ricerca doveva ancora essere perfezionata e le sorprese ancora non erano finite: quel giorno era festa, il 21 marzo infatti si celebra in Navruz, la festa che da il benvenuto alla Primavera e mentre andavamo verso il campo di gara, siamo passati in un paesino sperduto, oserei dire un caseggiato senza nome, nel quale ci hanno letteralmente bloccati e fatti scendere dal pullman per invitarci a casa loro a mangiare e bere in compagnia. Volevamo andare via per non perdere la gara che era il motivo del nostro viaggio fin lì, ma loro sono stati irremovibili: “il Kupkari lo organizziamo noi e finchè noi siamo qui con voi la gara non ha inizio” e così è stato.

Alle 10,30 del mattino ci hanno portati di peso in casa ad offrirci vodka e cetrioli, fagottini di carne e intingoli vari. Ci ha accolti una donna dalla vistosissima arcata dentale superiore interamente ricoperta di oro (da questa parte è un vezzo estetico che amano ostentare per motivi economici) che parlava un discreto inglese perchè era la professoressa di lingue della scuola. Lei ha fatto gli onori di casa offrendoci ogni genere di cibi, vodka e cognac che non potevamo rifiutare e che cercavamo di stemperare alternandoli con una tazza di the.

Qui la vita scorre lentamente, siamo a mezz’ora dal caos di Samarcanda ma qui il tempo sembra si sia fermato: la gente veste ancora in modo molto tradizionale con gli uomini che indossano il loro tipico berretto ricamato e le donne vestono con ampie gonne di velluto nero con fiori policromi e un evidente “stile Matrioska” completato con delle scarpe rigorosamente a sabot, aperte dietro come una elegante pantofola…

Servizi accessori al Kupkari

Mentre parlavamo con la padrona di casa il marito era fuori sotto al portico che gioca a scacchi con un suo amico incurante di tutto ciò che gli gira intorno come siamo ad esempio noi che benchè fossimo andati lì per fotografare eravamo invece noi i soggetti preferiti dalla popolazione locale che volevano farsi i selfie con noi non avendo praticamente mai visto dei pazzi turisti avventurarsi fino al loro villaggio per nessuna ragione e men che meno per andare a vedere il Kupkari! Noi eravamo per loro il vero elemento di attrazione e questo mi sembra chiaro e comprensibile.

Altri uomini sul retro di casa erano lì a fare scommesse ma non puntavano sugli esiti del Kupkari che ci sarebbe stato di lì a pochi minuti, ma facevano un gioco che ricorda molto da vicino il nostro gioco delle tre carte… Per queste persone il tempo non è un fattore importante, per loro la vita scorre senza grossi cambiamenti, per cui noi eravamo una vera attrattiva per tutti loro che venivano a guardarci con amichevole sincerità.

Ritirati i bicchieri del thè ci hanno finalmente detto che stava per iniziare il Kupkari e che dovevamo seguire una certa strada a piedi per arrivarci perchè lì non c’è altro modo per raggiungere i terreno di gioco.

Il Buzkashi:

Un chilometro a piedi e siamo arrivati:  un enorme campo di terra grezza circondato su due lati con un terrapieno che serve agli spettatori come tribuna per godersi lo spettacolo a costo zero ma seduti a terra.

Le regole sono presto dette: un numero indefinito di cavalli e cavalieri (possono arrivare a 100 partecipanti su altrettanti cavalli) si contendono la carcassa di una povera pecora sgozzata per l’occasione e abbandonata a terra. I cavalieri non sono divisi in squadre, ma giocano ciascuno individualmente. Partono al galoppo verso il povero corpo che giace a terra senza vita e senza fermare la corsa nè scendere devono prendere il corpo della pecora (circa 35-50 chili), caricarselo sul cavallo e consegnarlo in un punto convenuto per prendere un piccolo premio in denaro (20 Euro circa) e un regalo di modesto valore come potrebbe ad esempio essere una camicia di imitazione italiana o un tappetino da preghiera.

La gara è molto cruenta, ma assolutamente radicata nella cultura del popolo uzbeko

La competizione è molto dura, forte da vedere, il corpo morto della pecora viene conteso senza esclusione di colpi tra i cavalieri che possono letteralmente strapparlo di mano all’altro contendente che lo aveva preso e sperava di riuscire a difenderlo… Al nostro occhio occidentale di certo può sembrare un maltrattamento nei confronti degli animali, anche e soprattutto dell’uso che viene fatto della pecora morta, ma occorre tenere presente che lì il rapporto tra uomini e animali non è fatto di amore ma di necessità.

Prima di iniziare l’Imam della Moschea benedice i partecipanti che se la rischiano anche in certi momenti di lotta corpo a corpo, poi parte la sfida con numerosissime cariche al galoppo che vanno a raccogliere la povera pecora che viene straziata durante il trasporto e le dispute tra i cavalieri.

Qualcuno viene disarcionato, gli incidenti non sono rari…

La partecipazione ad un evento del genere è un’esperienza che coinvolge tutti i sensi, non si può rimanere indifferenti, si vive ogni istante in un modo immersivo: le urla della gente, la puzza dei cavalli che si mescola con i fumi della carne grigliata, il sole che batte sulla testa e il sapore della polvere che arriva fino in gola, gli occhi che osservano attraverso l’obiettivo della fotocamera.

Non si può stare in un Kupkari senza sentirsene parte integrante, senza vivere in prima persona il brivido di una carica di 30 cavalli che ti corrono incontro al galoppo e rischiano di travolgere chiunque pochi istanti prima si sentisse al sicuro in un’area protetta… E anche ad un osservatore esterno come può essere un occidentale, di questa giornata resta molto di più delle foto scattate, restano i sorrisi e l’ospitalità dei locali, resta il segno indelebile del cuore che batte quando ci sentiamo in pericolo, resta l’assaggio di una grande cultura.

Da cercare sul WEB:

Prima di partire mi ero documentato moltissimo sul web e avevo persino trovato un film afghano bellissimo: Buzkashi Boys che racconta la storia di questo ragazzino che sogna di salire su un cavallo e andare a prendere la sua pecora e vincere, un corto di 27 minuti che però mi fece emozionare non poco quando vidi come era girato, la forza delle immagini che conteneva…

Cercando in internet mi è capitata un’altra scena di un film molto più famoso: Rambo 3 girata in cui il protagonista Sylvester Stallone irrompe con il suo cavallo in mezzo al deserto a gareggiare al galoppo per prendere la malcapitata pecora.

Il rito del thè:

Fatti i convenevoli, quando vengono ritirati i bicchierini del the, l’ospite deve capire che il padrone di casa lo sta invitando ad alzarsi per iniziare a prendere congedo. Ci si ringrazia a vicenda per l’ospitalità e la compagnia, ma quando arriva il momento bisogna salutarsi e andare. Non è mai l’ospite ad andare, ma il proprietario della casa a prendere l’iniziativa.

Foto e parole di: Roberto Gabriele

Il Festival del Navruz in Uzbekistan

Samarcanda:

Se ami viaggiare, ma viaggiare veramente, Samarcanda non può mancare tra i viaggi che devi fare, o che hai già fatto. E anche se non ci sei mai stato, sai già che Samarcanda si trova lungo l’antica Via della Seta, la strada carovaniera che univa l’Oriente e l’Occidente, Pechino a Roma passando per tutta l’Asia Centrale, la Turchia, i Balcani per arrivare in Italia. La via percorsa da Marco Polo.

 

Samarcanda quindi non è solo il titolo di una famosa canzone nè di una città mitica e ormai scomparsa, anzi… Samarcanda oggi è una città frizzante, piena di vita e di turismo, che mantiene integra la sua bellezza antica insieme ad uno stile di vita occidentale ma allo stesso tempo molto legato alle tradizioni.

 

Siamo in Uzbekistan, molti di noi non lo hanno neanche studiato a scuola, semplicemente perchè all’epoca non esisteva neanche sulle carte geografiche, era ancora una delle tante, sconosciute, Repubbliche Sovietiche.

 

Vedere questa città per molti viaggiatori è vivere un sogno che magari attende da 10 o 20 anni di essere realizzato. Arrivare qui ed entrare nella Piazza Registan illuminata al tramonto è un’esperienza che ti lascerà senza fiato, sentirai un senso di appartenenza a qualcosa che già faceva parte del tuo DNA.

 

A Samarcanda la cosa più famosa sono le tre enormi madrasse, ossia le scuole coraniche che con i loro minareti costituiscono i tre lati di una piazza di rara bellezza. Le madrasse sono aperte al pubblico dei visitatori anche non musulmani: qui l’Islam è una religione molto sentita perchè moderata, pacifica e accogliente. Gli Uzbechi sono un popolo sorridente, e sorridendo mostrano con orgoglio i denti d’oro che nella loro cultura vengono apprezzati come un vezzo estetico e come status symbol del livello sociale.

La Via della Seta:

Il periodo d’oro di questo Paese fu quello di Tamerlano, un conquistatore che creò un regno enorme ed efficientissimo, la Via della Seta qui mostra ancora i suoi antichi splendori con edifici decorati con maioliche coloratissime e disegni geometrici che a ben guardare sono versetti del corano stilizzati. Sono stato già 3 volte in Uzbekistan a fare foto: la lunga strada che attraversa il Paese, i suoi caravanserragli, le stazioni di sosta degli animali, i mercati straordinari di scambio delle merci ancora oggi si distinguono per la varietà dei prodotti che si possono trovare. Dai tappeti alle sete più raffinate, dall’artigianato al pane che si presenta in ogni forma e viene cucinato con le tecniche più diverse che merita un’attenzione particolare.

I commerci nei secoli hanno unito culture lontane, hanno fatto incontrare viaggiatori lungo le loro strade, hanno portato benessere a chi li ha praticati e a chi di essi si è giovato per migliorare la propria vita. In effetti qui la gente sta bene, c’è una cultura molto pacifica e accogliente nei confronti di chi passa in viaggio da queste parti e si ferma anche solo per un thè prima di riprendere il suo cammino.

Viaggiare lungo la Via della Seta ti fa sentire molto forte proprio questa “presenza” di altri viaggiatori che prima di te hanno percorso quella strada, trovandola nei secoli sempre uguale a sè stessa, con le sue moschee e minareti, le stazioni di posta, le botteghe degli artigiani che ancora oggi si affacciano su di essa. La Via della Seta va vissuta dai viaggiatori di oggi come quelli del passato nel ricordo e nella percezione della sua importanza storica e culturale.

Il Navruz:

In tutto l’Uzbekistan, il 21 marzo si celebra il Navruz: la festa più importante dell’anno che in tutto il Paese da il benvenuto alla Primavera. In ogni quartiere, in ogni città, in ogni villaggio del Paese ci si riunisce per festeggiare con riti che richiamano alla tradizione uzbeka.

 

I festeggiamenti possono essere celebrati in vari modi a seconda delle usanze del luogo. Mi è capitato di vedere due volte questa festa, in un villaggio piuttosto isolato nei pressi di Samarcanda. Occorre arrivarci, sapere dove si trovano certi eventi perchè assistervi non è così semplice, spesso si rischia di arrivare solo ad una tavolata comune a cielo aperto, una sorta di pranzo di quartiere… Io invece con la mia guida sono riuscito ad arrivare in questo posto nel quale più che una vera piazza come la intendiamo noi c’era uno slargo sterrato tra le casette dell’agglomerato urbano e lì si svolgeva la festa.

 

Gli uomini, riuniti in quadrato intorno ad un grande tappeto da gara imbottito come una sorta di tatami artigianale, si esibiscono rigorosamente tra loro in un torneo di Kurash, la lotta libera locale nella quale sono fortissimi. Gli incontri durano pochi minuti, il giudice di gara non è una persona ma è tutto il pubblico che testimonia la regolarità dell’incontro. Gli atleti si presentano scalzi sul campo di gara indossando i vestiti di tutti i giorni, quelli con i quali vanno al lavoro nei campi, niente divise, nessun abbigliamento da gara, niente rituali di preparazione: la lotta non è violenta e non prevede colpi, ma solo leve di forza per mettere l’avversario con le spalle a terra. Il vincitore dell’incontro porta a casa premi in natura come ad esempio una gallina viva, o un sacco di 25 chili di riso.

 

Mentre gli uomini lottano,  sul lato opposto della piazza, le donne sono invece tutte vestite a festa con abiti coloratissimi dai tipici disegni uzbechi che ricordano molto da vicino le matrioske con i loro fazzoletti annodati sulla testa e un tipo di trucco che unisce le sopracciglia rendendo sul viso l’effetto di una specie di onda molto caratteristico. I loro vestiti sono pieni di merletti, di ricchi copricapo decorati, a vestire con grande eleganza e femminilità. Si esibiscono in danze e improvvisate, sfilate di moda che servono alle ragazze anche per trovare marito mostrandosi nel migliore dei modi a quelle che sono le loro potenziali future suocere che potrebbero intercedere a loro favore nei confronti dei figli maschi. Non pensare a matrimoni combinati, a obblighi di sposarsi con persone stabilite dalla famiglia, vedila piuttosto come una presentazione informale tra le famiglie che esprimono in partenza il loro gradimento per il formarsi della coppia che poi è completamente libera di piacersi o no.

 

Le donne danzano con grazia e con gioia mentre i loro uomini combattono. Questo è il Navruz, ma non finisce qui. In altri villaggi la disputa si fa con uno sport chiamato Buzkashi. Si tratta di una gara piuttosto cruenta nella quale la palla è sostituita da una pecora decapitata che ha le modalità di contesa tipiche del rugby fatto però a cavallo e la pallacanestro poichè per segnare punti il malcapitato animale viene gettato in una buca o in un pneumatico di camion. Si tratta di feste davvero isolate, momenti di grande tradizione e storia ai quali è difficile assistere sia perchè lontani dai normali percorsi turistici, sia perchè occorre avere una buona guida che sappia trovarli e anche questo non è assolutamente facile, nè è sicuro che si riesca ad assistervi.

 

Per tutti , poi, il Navruz termina con una enorme tavolata in strada a cui prende parte tutto il villaggio e i fortunati ospiti che sono riusciti ad arrivare fino a lì come è stato nel mio caso. Anche questa va vista con un occhio attento alla cultura, la tavolata infatti si fa nelle case, non in strada, ed è rituale: ha una apparecchiatura estetica e molto curata con cibi che hanno un valore simbolico, come ad esempio i dolci che sono l’augurio ad un anno dolce, un piatto con germogli di grano fioriti che rappresentano la fertilità della terra, i frutti della campagna che sono arance e mele che per il loro odore rappresentano il piacere e la frutta secca, tipico cibo dei viandanti. Il tutto accompagnato rigorosamente da una tazza di thè caldo. Nelle tavolate in piazza invece mangerai grigliate di pecora, maiale, manzo e salsicce tipiche, il tutto condito con buonissime salse di ceci o di sesamo.

 

In alcuni casi, infine, potrà ancora capitarti di vedere i salti rituali del fuoco a fine serata. Sono dei riti di passaggio e prove di ardimento, viene celebrato l’alternarsi delle stagioni saltando dei falò che vengono arsi in strada. Oggi questo tipo di rito è più raro da vedersi perchè ci sono normative di sicurezza che in città impediscono di appiccare incendi nelle strade, può capitare di vederli ancora ma sempre più raramente nelle campagne.

 

E se vuoi seguire le mie tracce alla ricerca delle particolarità più belle dell’Uzbekistan, devi proprio uscire dagli itinerari tradizionale turistici, lasciare la Via della Seta alle tue spalle e proseguire verso nord, seguendo la strada diretta in Kazakistan, e arrivare sulle sponde di quello che fu il Lago Aral, lì ci sarai solo tu. Ci vuole un intero giorno di auto da Khiva per arrivare fino qui. Un angolo di mondo completamente sconosciuto al turismo che è il teatro di uno dei più grandiosi scempi ecologici della storia: un intero lago di 300 chilometri di diametro è stato completamente prosciugato per irrigare i campi di cotone che si trovano a monte del fiume immissario.

 

Oggi il lago Aral è un deserto arido e salato sulle cui sabbie giacciono centinaia di barche arrugginite ormai definitivamente arenate su quello che un tempo era il fondo. Dal punto di vista fotografico è una situazione bellissima in cui scattare, ma dal punto di vista sociale ed economico questa è una piaga della quale dopo più di 30 anni ancora non si riesce a riprendersi, ormai il lago è definitivamente morto. La gente che viveva di pesca sulle sue sponde, di commercio e trasformazione del pesce è rimasta senza lavoro e la vecchia enorme fabbrica in cui veniva inscatolato, è ormai un luogo decadente e abbandonato, nella città semideserta restano ormai solo pochissime persone. Per arrivare fin qui occorre un intero giorno di auto da Khiva, poi occorre cambiare i mezzi e prendere i fuoristrada per poter entrare in sicurezza sul fondo ormai desertico del lago e spostarsi alla ricerca dei vecchi relitti navali. 

 

Dopo il lago Aral, inizia il rientro verso casa, in aereo si ritorna alla capitale Tashkent per poi tornare con un volo via Mosca. La Via della Seta è ormai lontana, ma sento ancora la grande influenza che ha avuto nella mia vita e nella mia voglia di conoscere, scoprire e fotografare il mondo.

 

Color Mundi – Bhutan

Sono a Paro (Bhutan) per assistere allo Tsechu 2019, una delle festività religiose più importanti del Buddismo Tibetano.

Mi ritrovo catapultata in un mondo fuori dal tempo, inizialmente l’obiettivo è quello di documentare l’esibizione di teatro/danza dei monaci che si svolgerà davanti al Tempio, ma dopo pochi minuti sono talmente assorbita, nel vero senso della parola, dalla calca sugli spalti che finirò per dimenticarmi dello spettacolo.

Non è facile muoversi ne’ camminare liberamente, la gente è tanta e tende ad aumentare con il passare delle ore, per lunghi momenti sono bloccata in mezzo ad una folla eccitata e coloratissima in cui a causa del mio abbigliamento scuro non riuscirò mai a mimetizzarmi, non mi resta altro da fare che immergermi in questa colorata umanità.

Accade tutto nella maniera più spontanea, ogni gruppo di persone presso le quali mi fermo mi accoglie come una di loro. La caratteristica degli Tsechu è che non ci sono quelli che noi chiamiamo “punti di ristoro” tutto il necessario per la giornata è portato da casa, io sono piuttosto impreparata e ho con me solo la macchina fotografica, così mi ritrovo a condividere snack e succhi di frutta potendo ricambiare solo con un sorriso.

Non avrò più modo di guardare l’esibizione dei monaci, un muro umano si frappone tra me e le danze, il mio spettacolo inaspettato sarà la gente, farò parte delle loro risate, dei loro momenti di gioco, delle loro arrabbiature, delle loro preghiere e anche dei loro malori; è una tipica giornata dell’autunno Himalayano, si passa in un attimo dalla pioggia al sole battente ed è facile rimanere storditi senza la possibilità di trovare un riparo.

Continuo ad avanzare lentamente tra le famiglie in festa, scattando foto non a tutto quello che vedo ma a tutto quello che vivo, sentendomi parte integrante di questa straordinaria comunità chiamata mondo.

Mi piace immaginare che per le persone che ho conosciuto quel giorno, lo Tsechu 2019 verrà ricordato anche per l’incontro con uno strano personaggio che si aggirava sugli spalti con una macchina fotografica, senza cibo ne’ acqua ma che cercava di interagire con tutti attraverso gesti gentili e sorrisi.

Mettersi in viaggio in fondo vuol dire entrare per assistere ad una rappresentazione teatrale e ritrovarsi a partecipare ad uno spettacolo di vita.


Laura Pierangeli

Ferite delle Famiglie Kurde

Il Progetto:

Alla fine del 2019, inizio a viaggiare per le città e i villaggi del Kurdistan iracheno documentando i sacrifici dei peshmerga curdi nella lotta per reprimere l’ISIS.

Il progetto mi ha portato nelle province del Kurdistan iracheno a parlare con diverse centinaia di Peshmerga, scattando ritratti intimi dei combattenti feriti, delle loro famiglie e documentando sia le storie della battaglia che le loro continue lotte per navigare nella vita post-conflitto.

Attraverso il lavoro ho trovato storie di immensa sofferenza. Combattenti che hanno imbracciato le armi, non perché fossero obbligati a farlo, ma perché era giusto ed era quello che si doveva fare.

Questi uomini, spesso combattendo fianco a fianco con fratelli, zii, cugini, padri e figli, sapevano che era in gioco la libertà e la sopravvivenza del loro popolo.

Farzande Nazhat Khorshid was born in 1961, he was Peshmarga since 1979, and his son Renas Farzande Nazhat was born in 1988 and he becomes peshmarga in 2004.
Both of them got wounded in fighting ISIS in Rabia in Sep 2014 by a suicide car bombing.

Mentre raccontavano le storie di aver visto la famiglia e gli amici uccisi davanti a loro, e di battaglie a cui non si aspettavano di sopravvivere, piangevano contemporaneamente per le perdite e per l’orgoglio di ciò che i loro compagni avevano fatto.

Salman Farman Saleh with his two kids, He was born in 1992 joined the Peshmerga in 2009.
He was wounded in fighting ISIS in Dec 2014 in Makhmour near Mosul.
As a member of a team that clears IEDs, he was cleaning a field of mines when one exploded near him. The blast took both his legs, one hand, one eye, and an ear.
He has a 100% disability. He has two kids.

Quasi tutti gli uomini hanno mostrato gravi lesioni fisiche. Braccia, gambe e occhi persi. Corpi così crivellati di ferite da proiettili e schegge che il semplice movimento creava un dolore tremolante.

Dawoud 12 years old, posing for a photo while he has his father’s artificial feet in hand.
His father, Bahman has been a Peshmerga since 2007 and he was wounded while fighting ISIS in October 2015 in the Qwer area near Mosul province.
During the battle, he was first shot by two enemy bullets and was wounded again when a coalition airstrike came too close.
The severity of his wounded forced doctors to amputate his right leg.

Il ritorno a casa:

Questi uomini mostravano anche i segni del pesante fardello dei traumi mentali, del disturbo da stress post-traumatico e dei ricordi che non li avrebbero abbandonati. Nonostante tutto quello che hanno sofferto, hanno spesso detto che sarebbero tornati di nuovo alla lotta se mai fossero stati chiamati a farlo. Lo farebbero per i loro figli, per le loro famiglie, per la loro gente e per il resto del mondo.

Weshyar Aziz Maghdid born in 1981, he is Peshmarga since 2006 and he got wounded in fighting ISIS at Aug 2014 in the Qwer area in Mosul Governorate by an improvised explosive device (IED) and he lost Left leg and left eye and both ear especially the left one as well as he got a lot of Shrapnel in his body.
He has a 95% disability and he has three kids: Rayan 2011, Rozhin 2015 and Ahmad 2019.
His wife Chenar Khalid Abdullah born 1987.
According to Media reporters, more than 10,000 Peshmargah were wounded in the IS war.

Tragicamente, la loro sofferenza non finisce con il ritorno a casa poichè lì gli uomini affrontano nuove sfide, come ottenere arti protesici, cure continue e devono provvedere alle loro famiglie nonostante le lesioni debilitanti e altro ancora.

E’ questo il momento in cui si chiedono se darebbero tutto per aiutare a proteggere il mondo, se il mondo li aiuterà o li dimenticherà ora che hanno riposto le loro armi.

Sabri Lavand Omar was born in 1956, he is Peshmarga since 1974 and he got wounded in fighting ISIS in Jul 2014 with a direct sniper bullet in Sinjar in Mosul province.
For treatment, he went to Turkey. He has ten kids and he has a 45% disability.
According to Media reporters, more than 10,000 Peshmargah were wounded in the IS war.

Spero che, attraverso questo lavoro di esplorazione delle questioni umanitarie di conflitto e postbellico, il mondo possa capire meglio ciò che questi uomini e le loro famiglie hanno dato al popolo curdo, alla regione e, di fatto, al mondo.


Younes Muhammad

Finalista al Travel Tales Award 2021

 

L’ultimo zampognaro

Dicembre è il mese di Natale, e mentre la tradizione anglosassone porta l’immaginario collettivo tra renne e abeti innevati accompagnati dal suono di jingle e campanelle, le atmosfere legate al Natale italiano si caratterizzano con presepi, paesini illuminati e per il caratteristico e inimitabile suono delle zampogne.

In Molise c’è Scapoli, il paese delle zampogne: qui persino la musica di attesa del centralino del Comune è suonata con la zampogna.

Scapoli, in Molise è il Paese delle Zampogne. Foto: ©Roberto Gabriele

Scapoli è il tipico paesino appenninico adagiato sul costone della montagna: ci troviamo in Provincia di Isernia, ai piedi del Monte Marrone, nella catena delle Mainarde, teatro dell’omonima Battaglia del 31 marzo 1944 che servì a far indietreggiare la linea Gustav dell’esercito tedesco arroccatosi sulla cima. Oggi solo 600 anime popolano questa piccola località che in 20 anni si è quasi dimezzata per numero di abitanti.

Scapoli è una località fuori dal tempo che cerca di resistere alla fuga dei giovani verso le città: il centro storico ha solo una strada che è il corso del paese, l’ufficio postale, il Comune e 2 bar che sono il vero centro centro di aggregazione sociale degli Scapolesi, ovviamente c’è la chiesa, un minimarket e un camioncino che porta la frutta fresca in piazza ogni giorno. Alla sommità del paese ci sono i bastioni fortificati della città vecchia e il Cammino di Ronda che ancora oggi costituiscono la passeggiata da fare nelle sere d’estate.

A metà aprile a Scapoli può anche nevicare: siamo alti in quota e siamo lontani dal mare, le stradine sono deserte e silenziose, tra i suoi vicoli si sentono solo i garriti delle rondini che riempiono il cielo, nessuna voce, nessuna auto, nessuna musica: a Scapoli si può perdere l’equilibrio perchè il silenzio è talmente profondo da essere destabilizzante.

il Museo della Zampogna. Foto: © Roberto Gabriele

Ma il paese si riempie di orgoglio due volte all’anno: a Carnevale quando viene fatta la festa del Raviolo Scapolese, e d’improvviso il paese si riempie di migliaia di persone che vengono a mangiare questa specialità che non ha uguali nella cucina italiana: è un raviolone enorme, la porzione normale ne prevede solo 3 in un piatto. Poi per mesi, si ritorna nel silenzio fino a fine luglio quando c’è il Festival Internazionale della Zampogna (da due anni sospeso a causa del covid) il quale raccoglie ancora più persone che arrivano fino qui per partecipare a questo evento unico al mondo. Poi di nuovo il silenzio e la vita tranquilla con i ritmi di una volta, quelli che mancano a chi vive in città…

la calda accoglienza di una casa senza tempo. Foto: ©Roberto Gabriele

Nel 2014 alla zampogna di Scapoli è stato persino dedicato un francobollo di Poste Italiane proprio per celebrare il valore culturale di questo strumento musicale, inoltre qui si trova il Museo Internazionale della Zampogna, purtroppo anche questo al momento è chiuso a causa della pandemia e per successivi lavori di ristrutturazione che promettono saranno finiti nella primavera 2022.

Ma la zampogna non va vista in una bacheca, va ascoltata, va vissuta come i pastori, insieme ai pastori: è uno strumento che non può prescindere dalle sue origini. Strumento antichissimo, usato già dagli antichi romani (che all’epoca lo chiamavano Utriculus ossia “otre”), la zampogna è parte integrante del rapporto tra l’uomo e le sue greggi. L’esperienza più straordinaria alla quale si possa assistere è ascoltare il suono della zampogna in montagna, con i musicisti vestiti da pastori con i loro gilet di pelliccia, i camicioni bianchi o a quadri, i pantaloni di velluto alla zuava infilati nei calzettoni di lana e con le tipiche “ciocie” ai piedi e annodate sui polpacci: La ciocia è la scarpa che qui un tempo era così diffusa tra la gente da dare il nome di Ciociari a tutti quelli che le indossavano e anche la Ciociaria (che si stende in tutto  il basso Lazio tra le provincie di Frosinone e Latina) prende il nome da questa gente e dalle loro calzature. Tutti vecchi ricordi, tradizioni ancora vive nel cuore della gente che però li ha persi nel loro valore di quotidianità…

Zampognaro
Le tipiche ciocie, sono le tipiche calzature degli zampognari. Da qui il nome della Ciociaria. Foto: ©Roberto Gabriele

L’unico eroe che è rimasto attaccato in tutti i sensi alla cultura della sua terra è il Maestro Franco Izzi. Un uomo, un pastore, l’ultimo zampognaro rimasto che ha deciso di vivere e lavorare costruendo zampogne, altri artigiani realizzano zampogne, ma lui è l’unico che ancora lo fa per professione.

Il Maestro Franco Izzi, ultimo costruttore di zampogne professionista rimasto a Scapoli. Foto: © Roberto Gabriele

Sono stato un paio di giorni con questo uomo forte e deciso, di solidi principi e dal carattere apparentemente introverso. In realtà Franco Izzi dietro la sua coriacea scorza da pastore, da montanaro, nasconde una grandissima voglia di socializzare e di condividere il suo sapere, la cultura popolare nella quale è cresciuto e della quale è un vero ambasciatore con noi “gente di città”.

Ero andato fino a Scapoli per intervistarlo, per fargli un pò di domande sulla sua musica, sul suo lavoro, sulle zampogne… Al primo incontro mi ha spiazzato: non ci eravamo mai visti ma lui mi ha accolto come un vecchio amico invitandomi a pranzo, un indimenticabile pranzo frugale e straordinario: si mangia quello che c’è, come si farebbe con un ospite di famiglia.

Capii subito che c’era molto da imparare da quest’uomo. Un bel piatto di pasta, una bistecca di bovino allevato in libertà e una bella insalata mista. Semplice e naturale. Osservai le grandi mani di Franco abbracciare il pane e tagliarlo con cura, con il rispetto rituale che si ha per le cose sacre. Quelle mani sagge mi davano sicurezza, mani forti di campagna abituate a lavorare: mani da zampognaro, così diverse da quelle di un pianista.

Zampognaro
Le mani di Franco Izzi hanno la sacralità di un gesto nel tagliare il pane. Foto: ©Roberto Gabriele

La casa di Franco la trovai bellissima, senza tempo, il calendario in cucina fermo a dicembre 1956, tutto era semplice e incredibilmente accogliente, senza fronzoli: pietre a vista sui muri, un tavolo, le sedie, una poltroncina e il caminetto che, oltre a riscaldare l’ambiente, ci è servito per cucinare la bistecca. Davanti a noi i suoi quattro cani, ordinatamente seduti sul divano, ci osservavano armeggiare per preparare il pranzo.

Il Maestro con uno dei suoi cani. Foto: ©Roberto Gabriele

Franco è un filosofo, ha il buon senso tipico della brava gente, di quelli che vivono tra regole dalle quali vorrebbero scappare. Il tempo a tavola con lui è volato veloce: i sapori, i profumi, gli argomenti di discussione sono stati vari ma ancora non riuscivamo a parlare di zampogne… Ero venuto apposta per parlare di questo, ma mi accorsi che c’era molto di più in quest’uomo da ascoltare, da imparare… Dopo pranzo, verso le 15, mi fece fare il giro di casa: nell’altra camera c’era il pc, la tastiera con la quale studia musica…

la sala studio di Franco Izzi con il PC e quel che serve per suonare. Foto: © Roberto Gabriele

Ad un certo punto si allontanò e quando ritornò era vestito da zampognaro: quello era il momento di parlare di musica e Franco iniziò ad indossare i panni del grande esperto: mi parlava di toni, semitoni, ottave e chiavi, mi spiegò esattamente come funziona la zampogna, la sua storia, le dimensioni, le difficoltà per suonarla e gli accorgimenti costruttivi per costruirla, mi parlava di bordone e di canto, di otre e di campana… Io lo ascoltavo affascinato senza purtroppo riuscire a capire altro che la sua enorme passione, la competenza che metteva e mette ancora oggi nel suo lavoro. Mi rendevo conto di avere davanti a me una pietra miliare, un testimone e un protagonista della storia della musica tradizionale italiana, questo clima di armonia mi ispirava a fotografare ogni cosa che avevo davanti ai miei occhi in quel momento.

Zampognaro
L’uomo, la sua casa, il suo lavoro. Foto: © Roberto Gabriele

Franco mi parlava con comprensibile orgoglio del suo “Bordone Modulabile” da lui inventato e poi brevettato a Campobasso: una innovazione che ha portato la zampogna a diventare uno strumento completo, ovvero con la possibilità di avere tutto il giro armonico della propria tonalità. Una lezione di musica, di scale, di tonalità e armonie… Pur non capendo restavo incantato ad ascoltare il suo modo di esporre i concetti.

canne e bordoni appena torniti aspettano di essere montati sulla zampogna. Foto: © Roberto Gabriele

Ma in casa si parla tra persone, ma per parlare di musica siamo scesi dove la musica si costruisce, ossia nella bottega. “Casa e bottega” si dice, e qui è davvero così: alla bottega si accede direttamente dalla scala interna di casa.

Uno uomo, la sua casa, il suo lavoro, la sua vita. Foto: © Roberto Gabriele

E mentre io impazzivo in quella bottega profumata di essenze di legno stagionato e per quella luce con intensità variabile “a zone” diversa in ogni  angolo della stanza… Franco mi mostrava con le sue mani forti tutti i procedimenti costruttivi delle sue zampogne: dalla realizzazione dell’ancia alla tornitura delle canne, mi mostrava i suoi legnami invecchiati per 8 lunghi anni prima di poterli lavorare per farli diventare canne o bordoni di una zampogna…

Zampognaro
La zampogna con le iniziali personalizzate del musicista. Foto: © Roberto Gabriele

Franco il suo museo della zampogna privato se lo è fatto nel laboratorio e tra una spiegazione e l’altra mi portò fuori, nel vicoletto, poi si mise nascosto dietro una delle finestre del Cammino di Ronda che faceva da cassa armonica e abbracciando la sua zampogna da 32 iniziò a suonare riempiendo delle sue note tutta la valle. Una sorta di flash mob con il quale marca di tanto in tanto il territorio: il suo concerto improvvisato serviva a ricordare a tutti che lui è veramente l’ultimo zampognaro.

Alle pendici di Monte Marrone. Foto: ©Roberto Gabriele

Ma l’indomani Franco mi invitò di nuovo a pranzo: per me aveva ancora qualcosa di veramente speciale, prima di salutarci decise di esibirsi in un concerto privato solo per me al Monumento ai Caduti di Monte Marrone. Un momento veramente toccante, vibrante, un grande omaggio a tutte le Vittime della guerra cadute da ambo le parti. Franco non esitò neanche un attimo: si arrampicò a diversi metri di altezza su una serie di blocchi di cemento sovrapposti (uno per ciascuna Regione Italiana) e da lì sopra iniziò a suonare le sue note: la “Ninna nanna del bambino” un pezzo appositamente composto da lui per questo luogo. Salì in alto perchè il vento potesse portare la sua arte lontano e donarla a chi non ha potuto ascoltarla in vita…

Le note della zampogna vengono donate alla valle. Foto: © Roberto Gabriele

E sulle note potenti e acute delle ance della zampogna arrivò per me il momento di tornare a casa. Grazie, Maestro: mi hai donato la tua amicizia, la compagnia dei tuoi cani, la luce del tuo laboratorio che odora di legno resinoso, l’arietta fresca delle tue verdi montagne molisane.

Zampognaro
Grazie, Franco. Giornata indimenticabile. Foto: © Roberto Gabriele

Foto e parole di Roberto Gabriele

Facebook: https://www.facebook.com/roberto.gabriele

La grande corsa all’Antartide

I giapponesi la chiamano “hoganbiiki”, ma stavolta l’esotico proprio non ce l’ha quel fascino immaginifico dell’intraducibile. Molto meglio una “simpatia per il perdente”, decisamente più calda e aggregante come descrizione di un sentimento che di questi tempi è fortemente sospettato di anarchia.
Il Capitano Scott

Comunque sia, l’epica (o più correttamente la contro-epica) della sconfitta è ciò che rende umani quegli eroi originariamente predestinati, ma che alla fine non ce l’hanno fatta, come accade a volte “all’uomo qualunque che è il vostro papà”( BattistiMogol) nell’affrontare certi giorni della vita.

“Elogio della sconfitta” lo ha definito una maestra, Rosaria Gasparro, in piccolo testo dal senso educativo che circola da un po’ sulla rete, memore di quella “nobiltà della sconfitta” pubblicato da Ivan Morris negli anni ’70. E probabilmente è quella fragilità del perdente che ci fa sentire umanamente vicini ad uno come il capitano della marina inglese Robert Falcon Scott.

Il Capitano Scott celebra il suo 43° compleanno

La sfida

Se possibile, uno al quale è andata ancora peggio di un leggendario secondo come Dorando Pietri: oggi, 14 dicembre 2021, ricorrono i 110 anni dalla conquista del Polo Sud da parte di Roald Amundsen, che precedette di soli 34 giorni la spedizione guidata appunto dal capitano Scott. Il quale, dopo aver perso il primato, nel viaggio di ritorno perse anche la vita per una serie di circostanze avverse insieme ad altri 4 compagni, Edgar Evans, Edward Wilson, Henry Bowers e Lawrence Oates.

Un uomo della spedizione in cima al Matterhorn Berg con il vulcano attivo Mt. Erebus sullo sfondo

“Dal 21 abbiamo avuto una tempesta da ovest-sud-ovest e sud-ovest – si legge nell’ultima pagina del diario di Scott datata giovedì 29 marzo 1912 – avevamo combustibile per fare due tazze di tè a testa e cibo per due giorni, il 20.

Ogni giorno eravamo pronti a partire per il deposito a sole undici miglia da qui, ma fuori della tenda infuria la tormenta.

Non penso che si possa più sperare. Lotteremo fino all’ultimo, ma stiamo diventando sempre più deboli e, naturalmente, la fine non può essere lontana.

Peccato, ma non credo di poter ancora scrivere. Abbiamo corso dei rischi. Sapevamo di correrli. Le cose si sono rivoltate contro di noi. Non abbiamo motivo di lamentarci. Se avessimo vissuto, avrei avuto un racconto da fare sulla durezza, resistenza, e coraggio dei miei compagni che avrebbe commosso il cuore di ogni inglese. Queste rozze note e i nostri corpi morti dovranno raccontare questa storia.”

L’ultima pagina del diario di Scott

E poi l’ultima nota, lucidamente rassegnata, “Per l’amor di Dio, pensate ai nostri parenti.”

Herbert Ponting nella sua camera oscura improvvisata

Eppure, nonostante il fallimento della missione, è proprio Robert Scott piuttosto che Amundsen ad essere circondato da un’aura leggendaria . A lui sono dedicati libri, fra i quali “Ultimo parallelo” di Filippo Tuena, uno dei romanzi italiani più importanti degli anni Duemila, una canzone certamente non indimenticabile (www.youtube.com/watch?v=YM7oBjeQuyQ) , e un profilo Twitter (https://twitter.com/captainrfscott) che in 2797 tweets tratti dai diari di Scott ne ripercorre tutta la vicenda, fino a quell’ultimo “tweet” del 29 marzo. I diari di Scott, appunto: se l’uomo che accetta di perdere suscita simpatia, questo comunque non basta alla costruzione del mito, c’è dell’altro.

Scott insieme ad altri 8 componenti della spedizione

Amundsen

A differenza di Amundsen, un ordinario elencatore di eventi, Scott era molto bravo con la parola scritta, un autentico narratore che ha reso i suoi diari avvincenti, oltre che ricchi di informazioni preziose. Ma soprattutto, per comprendere la fortuna postuma di Scott basta guardare queste foto, che ci catapultano immediatamente nel cuore di una storia simile a un film, resa ancora più affascinante dalla consapevolezza dell’epilogo tragico.

Se Amundsen portò con sé una macchina fotografica che si ruppe abbastanza presto durante il viaggio, per cui la maggior parte delle foto sopravvissute sono quelle scattate da Olav Bjaaland con la propria macchina fotografica, certamente non un fotografo esperto, Scott, già consapevole della grande efficacia comunicativa della fotografia, portò con sé il fotografo professionista e direttore della fotografia Herbert Ponting.

Il fotografo Herbert Ponting

E proprio le foto di Ponting si possono considerare le principali artefici della costruzione di un monumento alla memoria della spedizione Scott, un documento di grande bellezza formale oltre che di narrazione non convenzionale per l’epoca, fatto soprattutto di momenti in-between. Come non sentirsi coinvolti dalla calda atmosfera di chiacchiere miste all’odore di tabacco che si crea davanti alla stufa a legna, o dei momenti di relax nella stanza delle cuccette; come non immaginare i momenti di solitudine di quegli uomini dai pensieri rivolti ai propri cari lontani mentre coltivano una strana normalità, suonando un pianoforte o giocando con dei pinguini.

Il geologo Thomas Griffith Taylor e il meteorologo Charles Wright

Scott e gli altri 4 compagni furono ritrovati un paio di settimane più tardi dai sopravvissuti della spedizione, che per commemorarli eressero una croce di legno con l’iscrizione di un verso dell’Ulisses di Tennyson: “Lottare, cercare, trovare e non arrendersi”.

la zona notte. Foto: © Herbert Ponting

Attilio Lauria

Facebook: https://www.facebook.com/attilio.lauria

 

Attilio Lauria, Autore del brano

Lisbona, il Tago e il Fado

Lisbona è una Capitale a misura d’uomo, una città “mediterranea” che si affaccia sull’Oceano Atlantico, questo che sembra un ossimoro geografico in realtà non lo è dal punto di vista culturale! Pur essendo lontana dai nostri mari, Lisbona già esisteva in epoca Romana e ha mantenuto nella gente molto del carattere latino a partire dalla lingua che ancora oggi qui si parla. Ma qui ci si sente come a casa, il calore delle persone è quello tipico nostrano: si viene sempre accolti con la sincera schiettezza di un sorriso.

Lisbona: panorama dal cimitero di Cemitério do Alto de São João – Foto: © Roberto Gabriele
Tram a Lisbona – Foto: ©Roberto Gabriele

Una città romantica nelle cui stradine è bello “perdersi”. Nei vicoletti silenziosi in cui si sente il vociare operoso della gente locale ci si sente come a casa, protetti dal rumore dei passi che echeggiano lontani dal traffico e dalle auto che qui non possono circolare a causa delle scale che sostituiscono le strade nei tratti molto ripidi di salita. In centro, il rumore più forte che si sente è quello del frullino di un muratore che sta ristrutturando un appartamento per farlo diventare un B&B con vista sulla città.

C’è poi il rumore piacevole dello sferragliare del tram della linea 28 che attraversa la città e si arrampica su ardite salite e con strettissime curve nelle quali passa sfiorando gli angoli delle case dalle quali passa a pochi centimetri. Se si evitano le strade della movida, le uniche cosa che si sentono sono il rumore dei passi, la musica gracchiante di una radiolina che arriva da una finestra aperta o lo struggente Fado che arriva da qualche locale di Chiado.

Fado
Il Fado a Lisbona – Foto: © Roberto Gabriele

E’ bello camminare a piedi e scoprire degli angolini deliziosi dovunque: Lisbona non ha la grandeur parigina, nè l’imponenza imperiale di Vienna nè il brulichio impiegatizio dei manager nella city di Londra, questa è una città per sognare e rilassarsi. Andando ad esplorare i suoi vicoletti, ci si rende conto che la gioia è nelle piccole cose, nello scoprire qualcosa avendo l’impressione di essere stati i primi ad accorgersene. C’è una certa decadenza che non è mai abbandono, è il fascino del tempo che segna questa città i cui palazzi sono ben restaurati accanto ad altri che mantengono la loro dignità nobiliare pur essendo caduti in disgrazia. E’ quello che è accaduto al Convento do Carmo la famosa chiesa rimasta poi per sempre totalmente senza tetto in seguito ad un terremoto e mai più ricostruita: inarrivabile la bellezza delle sue navate gotiche attraverso le quali è possibile vedere la meraviglia del cielo.

La chiesa del Carmo – Foto: ©Roberto Gabriele

Anche i tram e le teleferiche portano il fascino delle cose vecchie che ancora sono belle e funzionanti e che nessuno ha voglia di sostituire: la linea 28 è la più famosa, a bordo ci sono forse più borseggiatori che passeggeri, ma un giro sul più famoso tram del mondo è impossibile da perdere.

Lisbona
I tram viaggiano incessantemente di giorno e di notte – Foto: © Roberto Gabriele

Spesso in fondo alle strade del Bairro Alto si scorge il mare: una presenza costante in tutta la città, di cui è impossibile non tener conto. E se Roma è famosa per i suoi Sette Colli, anche Lisbona è famosa per le sue alture (decisamente più ripide di quelle nostrane) e per i suoi innumerevoli belvedere dai quali godere di scorci indimenticabili a qualsiasi ora del giorno. Miradouro da Graça, Miradouro de São Pedro de Alcântara, Miradouro do Castelo de S. Gorge, tanto per citare i più famosi che si affacciano sul centro città, ma il più originale è anche il meno conosciuto e meno turistico: il belvedere è quello che si gode dal camminamento in cima alle arcate del vecchio Acquedotto delle Acque Libere con la vista che spazia fino al Ponte 25 de Abril.

L’Acquedotto è bellissimo al tramonto quando con il sole calante proietta le lunghe ombre delle sue arcate – Foto: © Roberto Gabriele

Ogni quartiere è un micromondo ben caratterizzato, con una sua storia e personalità. Si parte dal centro nei pressi della metropolitana Rossio ed è il classico cuore pulsante della città, la parte più turistica e animata, e ci sono una serie di altri quartieri deliziosi come l’Alfama che è il quartiere più tradizionale anche questo arroccato sulla sua collinetta panoramica. Da non perdere il Barrio Alto famoso per la sua vita notturna e il quartiere Oriente nato in occasione dell’Expo ‘98 con le sue architetture moderne e persino una funivia panoramica che corre sul mare.

Expò 1998 – Foto © Simona Ottolenghi

Poco staccato dal centro, c’è il quartiere che sorge intorno alla Torre di Belem, una zona ad altissima densità turistica ma davvero interessante per il Monastero dos Jerónimos e il panorama della città che si gode dalla cima della torre.
Infine, per i veri intenditori, c’è l’Almada un quartiere di straordinaria bellezza che si trova di fronte a Lisbona, raggiungibile con un comodo  battello sulla sponda opposta della grande foce del Tago: è un tipico borgo marinaro con ristorantini tipici sulle sponde del porticciolo e che offrono una vista bellissima sulla città.

A pranzo sul Tago – Foto: © Roberto Gabriele

Lisbona non sarebbe la stessa se non avesse una costante fissa: ovunque si vada si trovano i suoi famosi Pastis: i tipici dolci alla crema che si vendono ovunque in città e si mangiano uno dopo l’altro: difficile resistere, impossibile non provarli in una famosa pasticceria nel quartiere di Belem dove si può fare una fila di un’ora per aggiudicarsene uno. E per rimanere in tema gastronomico, l’altra costante è il Bacalao, ossia il baccalà che da queste parti preparano in ogni modo possibile con un occhio alla tradizione e uno all’innovazione.

I Pasteis de Belem nella famosa pasticceria che li ha inventati – Foto: ©Roberto Gabriele

Lisbona resta nel cuore anche per la sua musica, che come la colonna sonora di un film vissuto in prima persona dal viaggiatore, resta attaccata ai ricordi che lo legano a questa città. Il Fado con le sue sonorità nostalgiche e raffinate è la musica perfetta per questa città calda, passionale e magnificamente decadente. Ci sono decine di locali in cui è possibile cenare (a base di Bacalao e di Pastis) o bere qualcosa ascoltando il fado cantato dal vivo. Una serata di fado è indelebile nel dna di chi l’abbia vissuta almeno una volta: i musicisti su una pedana allietano gli ospiti ai tavoli di localini poco illuminati con una musica notturna di grande eleganza apprezzata tanto dai locali, quanto dai turisti.

Belem – Foto © Roberto Gabriele

E per ultimo non si può dimenticare un altro elemento caratteristico della città: le sue maioliche azzurre chiamate Azulejos. Tutt’altro che paccottiglia turistica per vendere souvenir cinesi in Portogallo, queste da sempre vengono usate come elemento decorativo delle facciate dei palazzi più belli ed eleganti: un segno distintivo e caratterizzante di tutta la città e dei suoi dintorni.

Sintra, interno – Foto: © Roberto Gabriele

Scoprire i dintorni:

Oltre al centro città, intorno a Lisbona ci sono due località imperdibili che meritano sicuramente la visita e si trovano a meno di un’ora di treno dal centro città.

La prima cittadina da visitare è Sintra a cui conviene dedicare una giornata intera: caratteristica non solo per la sua urbanistica e il cinquecentesco Palácio Nacional in stile manuelino con i suoi comignoli conici alti 33 metri e divenuti il simbolo della città, ma anche e soprattutto per il Castelo dos Mouros in stile moresco e Patrimonio UNESCO. E’ una roccaforte adagiata sulle ripide creste di un monte e dai cui camminamenti merlati si domina tutta la città di Sintra fino a Lisbona che si scorge in lontananza all’orizzonte guardando in direzione sudest.

Il palazzo di Sintra – Foto:© Roberto Gabriele

Per finire in bellezza la giornata a Sintra, bisogna necessariamente dedicare un oretta al bizzarro Palácio Nacional da Pena, anche esso Patrimonio UNESCO. Un edificio decisamente originale con i suoi colori decisi e le decorazioni che sono un insolito mix di vari stili rivisitati: neogotico, neomanuelino, neoarabo, neorinascimentale e neobarocco. E’ un luogo fatto per stupire, ironico e divertente. Camminando tra le sue scalette, affacciandosi ai suoi balconcini, esplorando i suoi interni sembra di vivere nelle irreali prospettive di Escher o nei colori fiabeschi di Walt Disney.

Il castello di Sintra – Foto: ©Roberto Gabriele

La seconda cittadina alla quale non si può mancare è la deliziosa Cascais alla quale dedicare almeno una mezza giornata e concluderla con la relativa cena a base di bacalao tra le sue stradine nei ristorantini all’aperto. Il ritorno in treno fino a Lisbona è garantito fino a tarda sera.

Il faro di Cascais – Foto: © Roberto Gabriele

Cascais è l’affaccio di Lisbona sull’Oceano: da qui si sente indissolubile il legame con il mare. Da non perdere, con una bella passeggiata che parte dalla stazione dei treni, sono il porticciolo con le sue spiaggette. Il suono della risacca arriva fino alle stradine dei bastioni con vista sul mare, il faro bianco e blu che si infuoca di rosso al tramonto e i vicoli tipici da borgo marinaro conducono il visitatore tra tantissimi palazzi decorati con le Azulejos blu che hanno i colori del cielo e del mare che esaltano la bellezza del borgo.

Cascais – Foto © Roberto Gabriele

IL VIAGGIO:

Ora che si può ricominciare a pensare a viaggiare, Lisbona è una meta ideale e facilmente raggiungibile: con circa 3 ore di volo e una manciata di Euro (In questo periodo si fa Andata e Ritorno con la Compagnia di Bandiera a 70-80 euro in tutto), è quindi alla portata di tutte le tasche, si può persino spendere meno volando con le low cost. Una destinazione così vicina ed economica diventa automaticamente parte dei “luoghi del cuore” per molte persone: si va a scoprirla per innamorarsene. Molti sono gli aeroporti italiani collegati con voli diretti con varie compagnie e questo rende la città veramente alla portata di tutti.

Il quartiere Oriente dell’Expo 1998 – Foto: ©Roberto Gabriele

Il modo migliore per muoversi a Lisbona oltre a camminare tanto a piedi, non sono i tram, ma la sua fitta rete di treni e metropolitane che con le sue 4 linee permette di raggiungere ogni luogo di interesse turistico e tutti i quartieri anche più lontani dal centro. Un abbonamento giornaliero a corse illimitate è comodo per muoversi ovunque ad un costo irrisorio. 

La Stazione Oriente – Foto: © Roberto Gabriele

Per un bel giro della città fatto con calma e approfondito nei contenuti bastano 4-5 giorni pieni più il viaggio, si riuscirà così a vedere un pò tutto ciò di cui abbiamo parlato fin qui e facendosi un’idea del rapporto di questa città con l’Oceano sul quale si affaccia…
Roberto Gabriele

 

 

Roberto Gabriele

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Acqua & Sapone

La copertina della rivista di Acqua & Sapone diretta da Angela Iantosca

Questo Articolo con foto e parole di Roberto Gabriele è stato pubblicato sulla rivista Acqua & Sapone diretta da Angela Iantosca nel numero di ottobre 2021

 

 

Le campane del Santo Padre

foto e parole di Roberto Gabriele

Oggi ci troviamo in Molise, deliziosa Regione italiana poco più grande della Valle d’Aosta ma quasi totalmente sconosciuta al turismo. In tutta la Regione vivono circa 400 mila abitanti, grosso modo quelli di un popoloso quartiere di una città come Roma o Napoli.
L’ambiente (a parte pochi chilometri di costa adriatica) è quello delle montagne appenniniche, la Maiella è poco distante, il territorio è totalmente verdeggiante con boschi a perdita d’occhio e si trova qualche campo coltivato anche se l’agricoltura non è la principale forma di economia rurale da queste parti.

Le fasi della lavorazione delle campane – Foto: © Roberto Gabriele

Ma il Molise non è solo Paesaggi, riesce a stupirci con paesini arroccati e scenografici come Pescopennataro che sembra circondata dalla Dolomiti, o il Teatro Italico di Pietrabbondante che è ancora perfettamente conservato nonostante i suoi 2000 anni di storia. E poi ci sono tradizioni culinarie sempre legate alla società agropastorale e alle vecchie tradizioni come i celebri Ravioli Scapolesi, i sughi fatti con il ragù di pecora, la pasta fatta in casa e salumi locali di produzione artigianale introvabili nei negozi…

Si arriva in Molise in circa 3 ore di auto da Roma, ma vale la pena dedicare a questi luoghi almeno un week end lungo: 4-5 giorni sono l’ideale per scoprirli con la giusta calma, anche perchè le strade anche extraurbane spesso sono strette e la velocità media di spostamento è di circa 50 chilometri orari.

Calchi in gesso da usare per fusioni di bronzo a “cera persa” – Foto: ©Roberto Gabriele

In questa Regione, ci sono -come spesso accade in Italia- delle eccellenze uniche al mondo; una di queste su tutte, vale il viaggio fino a qui. Stiamo parlando della Pontificia Fonderia di Campane Marinelli che dal 1924 con una Bolla di Papa Pio XI  è l’unica al mondo ad avere l’onore di  potersi fregiare dello Stemma Pontificio per rappresentarlo nel volto delle campane che qui vengono fuse.
Entrando in questo luogo si sente subito qualcosa di diverso. Già il museo della campana ha cimeli che raccontano 700 anni di storia: qui è conservata la più antica campana firmata Marinelli della quale si abbia data certa che risale al 1339 ad opera di Nicodemo Marinelli (detto Campanarus), ma notizie non provate fanno risalire le prime notizie intorno all’anno 1000…

L’archivio dei calchi in gesso è una delle aree più importanti della Fonderia Marinelli – Foto: ©Roberto Gabriele

Dopo la seconda guerra mondiale i Marinelli costruirono il concerto di campane per la Cattedrale di Montecassino, distrutta dai bombardamenti. Il legame di Marinelli con la Santa Sede viene poi ulteriormente celebrato con la storica visita del 19 marzo 1995 di San Giovanni Paolo II. Ma il fascino di questo stabilimento non è tanto la sua storia, quanto la sua sacralità…

Un lavoro che ha un valore sacro – Foto: ©Roberto Gabriele

“La voce di Dio”:

L’antica città sannita di Agnone è giustamente nota per essere il “Paese delle campane”, ma il merito della sua fama lo deve proprio alla famiglia Marinelli che da 10 secoli tramanda di padre in figlio la difficilissima arte campanaria e pare che questo sia il più longevo stabilimento al mondo per la fabbricazione delle campane.

Una campana non è e non può in nessun caso essere vista “solo” come un prodotto artigianale. E’ un prodotto che nasce appositamente per creare un legame tra l’uomo e il divino a tal punto che qualcuno dice che le campane sono “la voce di dio. Ed in effetti, il loro suono che riecheggia anche a grande distanza nasce proprio per chiamare i fedeli ai momenti di rapporto con Dio.

Anche il momento della fusione del bronzo è qualcosa che va molto oltre la metallurgia ma che rientra nel rituale sacro. Le campane non vengono mai prodotte in serie nè per fare magazzino di pronta vendita, ogni pezzo viene realizzato su commissione con una attenta scelta anche degli elementi decorativi e delle scritte che andranno a rifinire la superficie. Al momento della fusione del bronzo nel suo stampo a cera persa, ci sarà un sacerdote per effettuare la Benedizione del Fuoco. Ecco quindi che anche nelle fasi più concrete e materiali della produzione, c’è la sacralità rituale del momento che viene celebrato con una profondità e una spiritualità che non si trovano in nessun altro procedimento industriale o artigianale.

Durante la fusione ci sono le invocazioni e a volte anche un sacerdote che fa la “Benedizione del Fuoco” – Foto: ©Roberto Gabriele

Dal bronzo fuso nasce la campana benedetta con l’acqua santa che si mescola al fuoco in un rito ancestrale di grande suggestività fatto di arte e preghiera. Molto spesso a questo evento partecipano intere comunità parrocchiali che vanno ad assistere alla nascita della loro campana.

La fusione è un momento suggestivo che va verso la sacralità – Foto:©Roberto Gabriele

Qui tutto è rituale, ogni gesto sa di antico, è misurato, tramandato di padre in figlio da secoli. Entrare nella sala dei calchi di gesso che andranno a formare le  decorazioni che appariranno in bassorilievo sulle campane è un’esperienza mistica. Ci sono migliaia di immagini sacre che possono essere applicate sulla campana a seconda delle necessità. Si possono scegliere immagini della Trinità, della Madonna e praticamente di tutti i Santi, degli angeli e di tutta la simbologia legata alla cristianità. Ma la personalizzazione viene completata con scritte e date commemorative, con preghiere e versetti biblici. Ogni scelta è definitiva, resterà per sempre scolpita sulla campana e anche questo ci fa sentire la sensazione di qualcosa che nasce per essere eterno.

Dietro la perfezione di una campana c’è un lavoro pesante in fonderia – Foto: ©Roberto Gabriele

Per creare la campana occorre innanzitutto scegliere la nota, perchè entrando qui la prima cosa che si impara è che il detto “essere stonato come una campana” è del tutto falso! E’ vero l’esatto contrario: le campane sono intonatissime, ciascuna  suona una sola nota ma lo fa in modo perfetto seguendo la Scala Campanaria che è un insieme di regole e misure relative allo spessore, al peso, alla circonferenza e all’altezza che sono rapportate tra loro in base al timbro sonoro che si vuole ottenere. E’ possibile calcolare con assoluta precisione il suono che emetterà una volta finita e senza bisogno di ulteriori intonazioni. L’armonia, la matematica e la perfezione divina trovano un punto di incontro nella costruzione di una campana.

Le decorazioni faranno parte della fusione della campana e vengono applicate a mano – Foto: ©Roberto Gabriele

La Pontificia Fonderia:

Armando e Pasquale Marinelli con i loro figli guidano un’Azienda che esporta eccellenza in tutto il mondo,  ma parlando con loro ci si sente a casa, accolti come in una famiglia. Qui non ci sono i ritmi frenetici e l’ansia di fatturato e di produttività di una multinazionale, qui c’è il rispetto per le persone, per i loro gesti, per il tempo che dedicano al lavoro. In questa fucina tutto è etico, sostenibile, naturale, sequenziale. Anche i dialoghi tra le persone sono misurati: qui si parla a bassa voce, non serve urlare perchè non ci sono macchine al lavoro, ma solo uomini e donne che hanno gesti misurati, rituali.

Si percepisce a pelle la passione e la dedizione di tutti per il lavoro che fanno insieme fianco a fianco. Una intera azienda al lavoro per mesi per realizzare un solo pezzo che non ha elettronica per funzionare, che non ha bisogno di essere progettato e disegnato perchè la sua forma è talmente perfetta da non poter essere cambiata in alcun modo. Un solo pezzo di bronzo in grado di essere un prodotto finito la cui nascita, per quanto è perfetto, è già un miracolo. Qui sono la passione e la fede a muovere tutto: un binomio inscindibile.

Un’azienda con 1000 anni di storia familiare legata alle tradizioni e con un occhio alla modernità – Foto: ©Roberto Gabriele

Parliamo di passione perchè questa Azienda ha un Museo grande esattamente quanto la superficie dedicata alla produzione. Una scelta coraggiosa e generosa quella di dedicare così tanto  spazio alla propria storia, a raccontare le proprie origini ma che ha portato Marinelli a produrre anche la campana commemorativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Stato e Chiesa si… “fondono” in questo posto.

La famiglia Marinelli cura in prima persona ogni fase della produzione – Foto: ©Roberto Gabriele

Entrando nella Fonderia Marinelli si percepisce subito un forte odore di officina, di fumo e terra bruciata e di metalli limati, di concretezza e operosità.  Il processo di produzione di una campana è affascinante e dura diversi mesi. Si inizia dalla creazione dell’Anima alla realizzazione del Mantello e della Falsa Campana che è un’intercapedine perfettamente identica alla campana che vi verrà fusa all’interno mediante un procedimento a Cera Persa.

Non è uno spazio silenzioso come potrebbe essere un luogo sacro, ma qui anche i pochi, pochissimi rumori che  si sentono sembra che servano a scandire il tempo, il tempo della giornata, il tempo di una vita e di una tradizione plurisecolare.

Si fonde la cera per creare scritte e decorazioni che andranno applicate sulle campane – Foto: ©Roberto Gabriele

Nello stabilimento potrà capitare di sentire qualcuno che batte con un martello per togliere l’argilla residua all’interno della campana appena fusa, ma è un rumore ovattato, lento, mai fastidioso, è più vicino ad un tonfo pesante che esce dalle sapienti mani di chi lavora da quando è nato in questa fonderia sospesa tra l’umano e il divino. E ogni tanto il silenzio viene rotto dal Campanaro che verifica con il suo diapason la perfetta intonazione della campana prima di spedirla a destinazione. E’un suono divino, mai fastidioso: che si sia credenti o no, il fascino di questo opificio che trasuda di storia e di qualità è percepito da chiunque.

Qui vengono fuse anche delle campane commemorative non religiose come questa dedicata alla carriera del Mago Silvan – Foto: ©Roberto Gabriele

Benvenuti in Molise, terra di zampogne e campane, di tradizioni ed eccellenze tutte da scoprire. “Il Molise esiste e mena duro” ha detto Maria Centracchio, molisana, quando ha vinto il bronzo nel Judo alle ultime Olimpiadi di Tokyo: una Regione tutta da scoprire.

Roberto Gabriele

 

 

Roberto Gabriele

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Acqua & Sapone

La copertina della rivista di Acqua & Sapone diretta da Angela Iantosca

Questo Articolo con foto e parole di Roberto Gabriele è stato pubblicato sulla rivista Acqua & Sapone diretta da Angela Iantosca nel numero di ottobre 2021

Travel Tales a Milano

Un’altra occasione di presentazione del TTATRAVEL TALES AWARD, sarà Giovedi 11 Novembre alle ore 19.30  da NOC – New Old Camera, in Viale S. Michele del Carso, 4 a Milano presenteremo il progetto e gli output editoriali connessi; i Tre portfoli selezionati da Il Fotografo e pubblicati nel numero di luglio / agosto della rivista, le 4 storie che compongono la sezione Travel Tales sul numero 9 di CITIES, le 21 storie che compaiono nel libroTravel Tales a cura di Simona Ottolenghi. Qui potrete vedere tutte le storie premiate a https://traveltalesaward.com/storie-premiate/

Mostreremo anche le Storie premiate con la mostra attualmente allestita a Roma da Otto Gallery.

Ospitati da Giordano Suaria saranno presenti Angelo Cucchetto, Simona Ottolenghi, Roberto Gabriele, Giovanni Pelloso, Federica Berzioli e alcuni degli Autori selezionati, tra cui Mario Cucchi, Roberto Manfredi, Giuseppina Di Falco, Alessandro Castiglioni e Tania De Pascalis.

Ricordiamo  il grande successo del Travel Tales Weekend, 1,2 e 3 ottobre 2021, che è stato il momento conclusivo di una serie di eventi nati per la promozione di progetti autoriali legati alla Fotografia di Viaggio, lanciata da Starring con Photographers.it e Isp in collaborazione con la rivista  Il Fotografo, con il supporto tecnico di  Viaggio Fotografico.it e di NOC e con il supporto operativo di OTTO Rooms e OTTO Gallery

Come arrivare:

Saremo a Milano in Viale San Michele del Carso 4 presso New Old Camera.

  • Metro 1 CONCILIAZIONE
  • Tram 10 16 fermata Piazzale Baracca
  • Bus 50, 57, 67, 68 fermata Piazzale Baracca

Oppure clicca su questo link: https://goo.gl/maps/FWfdHbtewbK3XmEq8

Carovane del Tigrai

“Vanno le carovane del Tigrai…” recitava il ritornello di una canzone scritta durante l’invasione italiana dell’Etiopia, che a ritmo di foxtrot descriveva la discesa delle carovane tigrine verso la Piana del Sale, in Dancalia, il deserto Etiope al confine con l’Eritrea. La canzone dipingeva i nostri soldati non come invasori ma come soccorritori di un popolo che “… giammai conobbe libertà …” e che grazie a noi avrebbe potuto “… andare incontro alla civiltà …”. L’unica verità che traspare tra le molte inesattezze del testo, è la descrizione delle durissime condizioni di vita dei raccoglitori e dei trasportatori del sale.

Estrazione delle lastre di sale. Etiopia – Foto: ©Riccardo Panozzo

Le carovane raggiungono all’alba, dopo essersi messe in movimento il giorno precedente, la Piana del Sale. E’ l’ampia area pianeggiante formatasi nella depressione dancala per effetto dell’alternanza, governata dai fenomeni di sollevamento tettonico e di variazione del livello del mare, dei periodi di invasione delle acque del Mar Rosso e delle successive fasi di essiccamento. I sedimenti di questa piana, di spessore variabile da 1 a 3 km, sono tuttora teatro dell’estrazione delle lastre di sale destinate al consumo animale.

Estrazione del sale in Dancalia. Etiopia – Foto: ©Riccardo Panozzo

Il sale viene cavato dalla superficie e tagliato in forma di tavolette trasportate dalle carovane di dromedari fino alle alture del Tigrai. E’ un’attività che viene svolta per un periodo limitato di tempo nell’anno, tra ottobre e marzo: prima e dopo il caldo è insopportabile anche per gli Afar, l’etnia etiope che cava e dà forma alle tavolette. Oltre al caldo i cavatori devono affrontare l’abbacinante luce riflessa dalla superficie salata, motivo per cui gradiscono particolarmente l’omaggio di occhiali da sole.

Il sale è a portata di mano, ma le condizioni di lavoro sono durissime. Etiopia – Foto: ©Riccardo Panozzo

Non si sa quanto potrà ancora durare la loro attività, minacciata dall’avanzare di nuove strade realizzate da imprese cinesi che porteranno sulla piana del sale camion in grado da soli di svolgere il lavoro di più carovane, in una frazione del tempo impiegato dal trasporto animale. 

Le lunghissime carovane di dromedari portano il sale al mercato. Etiopia – Foto: ©Riccardo Panozzo
la luce è accecante, la gente è povera, il migliore omaggio da fare è un paio di occhiali da sole. Etiopia – Foto: ©Riccardo Panozzo
il giorno finisce, la lunga marcia fino al mercato durerà tutta la notte. Etiopia – Foto: ©Riccardo Panozzo

Foto e parole di:
Riccardo Panozzo
https://www.facebook.com/riccardo.panozzo.1

GUIZHOU: la Cina di Maurizio Trifilidis

Per un viaggio di incontri e foto in Cina, ho scelto il Guizhou. Non avevo interesse per le grandi citta “modernizzate” e neanche per le antichità  più note al turismo. Il Guizhou è una regione rurale, dove  tuttora l’agricoltura costituisce  la base essenziale dell’economia locale. Una regione che vede la presenza di molti piccoli villaggi le cui tradizioni  e abitudini stanno si cambiando ma più lentamente rispetto ad altre parti del paese; villaggi con una popolazione media  anziana, perché anche qui i giovani, come  succede in tutto il mondo,  preferiscono trasferirsi nelle grandi città, alla ricerca di modernità e di lavori diversi da quello nei campi.

Pulizia della cucina – Foto: © Maurizio Triiflidis
Ragazza Etnia Long Horn nella stanza principale – Foto: © Maurizio Trifilidis

Complessivamente, ciò che più mi ha colpito in questi piccoli villaggi, e che rimane ben evidente nelle foto scattate, è stata la facilità del rapporto umano con chiunque abbiamo incontrato.  Superando spesso a gesti o con l’aiuto della guida la barriera della lingua,  quando abbiamo bussato a una porta ci è stato sempre aperto e ho potuto fotografare quanto non mai le persone, sempre ospitali e disponibili, pronti a offrirti una sigaretta, un thè o una parte del loro pranzo, all’interno delle loro abitazioni.

Cina
Fumatori – Foto: © Maurizio Trifilidis

Le prime foto riguardano i Long Form, una tribù dell’etnia Miao, che si caratterizza  per le  vesti colorate e, soprattutto, per i tipici copricapi di legno ricoperto da matasse nere. Vivono in un’area  remota,  lontana dai flussi turistici e mostrano con orgoglio i simboli della propria tradizione.

In attesa – Foto: © Maurizio Trifilidis
Offerta di Zuppa – Foto: © Maurizio Trifilidis

Le altre foto riguardano le attività quotidiane più elementari, spesso legate al pranzo o a un momento di riposo. Ho partecipato anche a un matrimonio, semplice ma incredibilmente rumoroso: di fronte agli sposi un signore accendeva in continuazione  batterie di “miccette”, piccole ma in quantità incredibile, e il cui intenso baccano è percepibile anche solo dal fumo ben visibile nella foto e dall’enorme scatola che ne conteneva solo una parte.

festa di matrimonio – Foto: © Maurizio Trifilidis
Preparazione del pranzo – Foto: © Maurizio Trifilidis

In nessuno dei miei viaggi precedenti avevo fotografato così tanto in interno e soprattutto persone. Un viaggio che ha cambiato il mio modo di fotografare e che ha trasformato ogni scatto, preceduto e seguito sempre da un partecipato scambio umano,  in una testimonianza di comunanza con il soggetto fotografato; ogni foto rappresenta un volto e una storia a sé stante, con  l’unica eccezione dell’ultima, il “villaggio”, necessaria  a mostrare il contesto esterno dei posti visitati.

Cina
Formaggio in tavola – Foto: © Maurizio Trifilidis
Cina
Preparazione del cibo – Foto: © Maurizio Trifilidis
Il pranzo pronto – Foto: © Maurizio Trifilidis
Amore Materno – Foto: © Maurizio Trifilidis
Cina
Il Villaggio – Foto: © Maurizio Trifilidis

Travel Tales Weekend

Travel Tales Weekend, è il momento conclusivo di una serie di eventi nati per la promozione di progetti autoriali legati alla Fotografia di Viaggio, lanciata da Starring con Photographers.it e Isp in collaborazione con la rivista  Il Fotografo, con il supporto tecnico di  Viaggio Fotografico.it e di NOC e con il supporto operativo di OTTO Rooms e OTTO Gallery a cui si aggiunge per l’iniziativa Officine Fotografiche Roma, una delle maggiori strutture  dedicate alla Fotografia.

Rispettando lo schema di iniziative previste dall’Award la commissione composta da Angelo Cucchetto, Giovanni Pelloso, Roberto Gabriele, Simona Ottolenghi, Loredana De Pace e Paolo Petrignani ha selezionato 50  Storie tra tutte quelle che hanno partecipato all’Open Call dell’Award, e tra queste  sono infine state scelte le storie poi premiate con le varie possibilità previste, che potete vedere a  https://traveltalesaward.com/storie-premiate/ 

È quindi arrivato il momento di festeggiare, e per farlo degnamente abbiamo strutturato un’iniziativa dedicata a Roma, TRAVEL TALES AWARD WEEKEND, grazie al supporto dei nostri partner. La festa inizierà venerdi  1 ottobre con la serata di premiazione dedicata da Otto Gallery, e proseguirà sabato da Officine Fotografiche.

Per il week end (vedi programma qui sotto) abbiamo previsto una grande mostra finale con una selezione di Autori che verranno esposti a Roma dal 1 ottobre al 30 novembre 2021, la letture di portfoli di viaggio, la presentazione di Cities 9 e del libro “Travel Tales – Storie di viaggi e di viaggiatori“, una tavola rotonda e un tour fotografico a Roma con Roberto Gabriele.

Una grande festa nella quale tutti gli eventi SONO GRATUITI MA E’ NECESSARIO PRENOTARE con il form qui sotto, nel rispetto delle norme anti covid.

Mostra:

Gli Autori (e i loro viaggi) esposti in mostra presso OTTO Gallery saranno: Maurizio Trifilidis (Cina), Ilaria Miani (Afghanistan), Alessandro Zaffonato (Romania), Alessandro Castiglioni (Siberia), Tania De Pascalis (Marocco), Roberto Manfredi (India), Laura Loiotile (Cuba), Lia Taddei (Uzbekistan), Roberto Malagoli (luce del Mondo), Laura Pierangeli (Bhutan), Giulio Cesare Grandi (India). La curatela della mostra è di Simona Ottolenghi che ha progettato anche l’allestimento dello spazio.

Letture Portfolio:

Due mattinate (sabato 2 e domenica 3 ottobre) interamente dedicate alla lettura dei portfoli. Giovanni Pelloso, Angelo Cucchetto e Simona Ottolenghi saranno disponibili gratuitamente per esaminare progetti e fare consulenze gratuite di Autori che si sono dedicati alla Fotografia di Viaggio. L’attività è completamente gratuita ma occorre prenotarsi con il form qui in basso.

La copertina del libro “Travel Tales – Storie di viaggi e di viaggiatori”

Libro:

Il libro “Travel Tales – Storie di viaggi e di viaggiatori” edito da Starring ha selezionato 21 progetti autoriali di fotografia di viaggio e li ha pubblicati in un prezioso volume che presenteremo sabato pomeriggio presso Officine Fotografiche. Questi gli Autori presenti: nel volume a cura di Simona Ottolenghi:  Milot market di Stefano Bianchi, Nel segno di Evo di Massimiliano Cambuli, Siberia on the road di Alessandro Castiglioni, Rasputin di Alessandro Castiglioni, Cobra Grande di Pierluigi Ciambra, Che ne Saharà di noi di Mario Cucchi, Kupkari di Carmen Garcia, Quel treno Asmara – Arbaroba di Gualtiero Fergnani, I colori della luce di Roberto Malagoli, The Shoe Factory di Marco Marcone, I suoni del silenzio di Jessica Melluso, Ebano di Adriana Miani, Tracce di Blues di Gigi Montali, Carovane del Tigrai di Riccardo Panozzo, Iran di Diego Pedemonte, Color Mundi di Laura Pierangeli, viaggiare in Italia di Vito Raho, Dolomiti on the road di Francesco Sammarco, Eagle’s Festival di Maurizio Trifilidis, Guizhou di Maurizio Trifilidis, Donne del Maramures di Alessandro Zaffonato

PROGRAMMA:

Ecco il programma previsto salvo ulteriori modifiche e restrizioni imposte dal COVID-19:

Venerdi 1 ottobre

  • 15,00 – 20,00 presso Otto Gallery (ingresso scaglionato con prenotazione obbligatoria)
  • Presentazione progetto Travel Tales Award e visione Storie premiate e pubblicate su Il FOTOGRAFO, NocSensei, CITIES. Libro Travel Tales.
  • Opening Mostra Travel Tales
  • Proclamazione 1°, 2° e 3° vincitori assoluti.
  • Ore 21,00 cena su prenotazione fino ad esaurimento posti.

Sabato 2 ottobre

10,00 – 13,00 presso Otto Gallery

  • Consulenze progettuali gratuite in slot di 20 minuti, con Giovanni Pelloso, Angelo Cucchetto, Roberto Gabriele, Simona Ottolenghi, focus sullo story telling (ingresso scaglionato con prenotazione obbligatoria)

17,00-19,00 Presso Officine Fotografiche

  • Presentazione nuovo numero di Cities 9 con 4 Progetti di Travel Tales pubblicati
  • Tavola Rotonda sulla Fotografia di viaggio, con Giovanni Pelloso, Roberto Gabriele, Simona Ottolenghi, Angelo Cucchetto e Maurizio Trifilidis
  • Presentazione con proiezione delle storie del libro Travel Tales, a cura di Simona Ottolenghi.

Domenica 3 ottobre

9,00-13,00 uscita fotografica gratuita a Roma con Roberto Gabriele, si scatta!
10,00 – 12,00, da Otto Gallery  Consulenze progettuali gratuite in slot di 30 minuti, con Giovanni Pelloso, Simona Ottolenghi e Angelo Cucchetto, focus sullo story telling (ingresso scaglionato con prenotazione obbligatoria)
Partecipare all’evento è COMPLETAMENTE GRATUITO, è però NECESSARIO PRENOTARE con il form qui di seguito e mostrare il GREEN PASS prima di entrare.

ISCRIVITI QUI A TUTTI GLI EVENTI:

Scegli il tuo orario in base alle tue esigenze: abbiamo messo un orario esteso dalle 15 alle 20 proprio per evitare assembramenti e dare a tutti la possibilità di godere al meglio della mostra e di scambiare due chiacchiere con gli Autori o gli altri visitatori. Abbiamo previsto uno slot di 30 minuti che saranno più che sufficienti per fare tutto, volendo potrai intrattenerti ancora dopo la fine del tuo orario in base ai flussi di persone del momento.

Eagle’s Festival

Festival delle Aquile: due giorni ad alta intensità emotiva

Testo e foto di Maurizio Trifilidis

Sui Monti dell’Altaj della Mongolia vivono i pastori dell’etnia kazaca; per motivi tradizionali e culturali profondamente radicati, praticano la caccia con l’aquila, le cui tecniche e conoscenze vengono tramandate con orgoglio tra le diverse generazioni.

Foto: © Maurizio Trifilidis – La piana

La caccia si svolge principalmente nel periodo più freddo, quando la terra è coperta di neve e le greggi richiedono meno attenzione. Un periodo in cui la rigidità del clima impedisce la mobilità dei pastori e le poche occasioni di incontro con altre famiglie possono anche essere a ore di viaggio. Le volpi sono la principale preda dei rapaci; il cacciatore trattiene la pelliccia della preda, che usa per il suo vestiario, e ne lascia la carne al rapace.

Foto: © Maurizio Trifilidis L’arrivo in parata

Alla fine di settembre i pastori si radunano per sfidarsi in una serie di gare di abilità e destrezza in un evento per tutti noto con il Festival delle Aquile.

Il campo di gara si trova in un altopiano a 2.000 metri, in una area priva di qualsivoglia abitazione, lontana dal più vicino centro abitato. I cacciatori arrivano a cavallo anche da zone molto distanti, sfoggiando abbigliamento e accessori tradizionali.

L’aquila, con la testa protetta da un cappuccio di cuoio, è posata sul braccio o su un bastone legato alla sella. Il rapporto tra il cacciatore e il suo rapace è esclusivo e dura molti anni.

Foto: © Maurizio Trifilidis – Il cacciatore e l’aquila

Il Festival è una importante, e quasi unica, occasione d’incontro collettivo, l’ultima prima dell’inverno. Alle gare partecipano cacciatori di diverse età. Parenti e amici assistono con passione e forte coinvolgimento.  Tra i spettatori, gli stranieri sono ben accetti. Vicino al campo di gara, si montano le tende pronte a fornire cibo e ospitalità, facilitando la socializzazione tra i presenti.

Foto: © Maurizio Trifilidis – Preparazione del cibo

Le gare principali consistono proprio in una simulazione dell’azione di caccia: in una il cacciatore lascia la sua aquila su una collina, le toglie il cappuccio e poi, raggiunto un punto distante un centinaio o più di metri, la richiama, la invita a raggiungerlo e a posarsi sul suo braccio.

Foro: © Maurizio Trifilidis – iI lancio della preda

In una altra l’aquila deve catturare una preda, generalmente un pellicciotto di volpe trascinato dal cavallo del suo cacciatore, e posarsi su di essa.

Il cacciatore richiama l’aquila lanciandole una preda e urlando l’ordine con suoni gutturali. Velocità, obbedienza e precisione dell’aquila sono gli elementi di giudizio per vincere.

Foto: © Maurizio Trifilidis – La cattura della preda

I pastori mongoli sono tutti eccellenti cavallerizzi e tra le gare più spettacolari, vi è quella della raccolta da terra di piccoli oggetti da parte di cavalieri lanciati al galoppo: velocità e numero degli oggetti raccolti sono gli elementi di vittoria.

Foto: © Maurizio-Trifilidis – Cavaliere

Alla fine della seconda giornata, i cacciatori, sempre a cavallo, tornano a casa; per loro inizia un lungo periodo di solitudine. Anche io devo tornare: ho l’impressione di esser entrato in un altro secolo, per poi uscirne malvolentieri ma certo più ricco di emozioni e suggestioni.

Maurizio Trifilidis

Maurizio Trifilidis – Il ritorno a casa

Su Carrasecare

Carnevale in Barbagia

“Carrasegare” significa carne viva da smembrare. Il ciclo della morte e della rinascita: la fine dell’inverno e l’inizio della stagione agricola.

Uomini vestiti di orbace e pelli, carichi di campanacci, con il volto annerito che sembrano venire dalla preistoria ripetendo gesti e movenze millenarie.

Il richiamo ai riti pagani, legati alla rappresentazione della morte del Dio Dionisio e della sua rinascita, portatrice dell’energia che attraverso il sangue rende fertile la terra e ne fa maturare i frutti.

Testi e foto di Andrea Del Genovese

Prossime partenze:

Per partire con noi per la Sardegna dal 16 al 26 settembre 2021: https://viaggiofotografico.it/product/sardegna-pastori-e-pescatori/

Per Carrasegare, ossia per Carnevale: https://viaggiofotografico.it/product/carnevale-sardegna/

 

Cuba di Laura Loiotile

ESCUELA CUBANA DE BOXEO – Una palestra di vita sul ring

In un paese lontano lontano, famoso per i sigari, il rum e la rivoluzione, si lavora duro. Ovviamente parliamo di Cuba, patria della boxe dilettantistica. Si stima che un ragazzino su due pratichi quella che per i cubani è una nobile arte e non una lotta.

Foto: © Laura Loiotile

A sette/otto anni inizia la formazione in palestre di quartiere volute e finanziate dagli stessi abitanti. Ci si dedica anima e corpo per rincorrere il sogno olimpico e rappresentare così il proprio Paese.

Foto: © Laura Loiotile

Una volta conclusa la propria carriera si diventa allenatori e il ciclo continua con le generazioni successive. La dedizione, la tradizione storica e il ritmo che i cubani hanno nel ballare li rendono pugili forti che poi hanno trionfato nel corso della storia.

Foto: © Laura Loiotile

Percorrendo le strade dell’Avana con sorpresa e gioia mi sono infilata (cogli l’attimo) in questa palestra di boxe e ho assistito all’allenamento dei ragazzi, guidati sapientemente dall’esperienza dei maestri.

Foto: © Laura Loiotile

È stata una bellissima esperienza che mi ha portata a riflettere sulla semplicità con cui questi ragazzi vengono tolti dalla strada ed educati allo sport come palestra di vita.

Foto: © Laura Loiotile

Ho immaginato che il sogno del bimbo coi guantoni sia quello di salire sul ring, di combattere, di far diventare il suo sport una vera e propria professione, ma questo a Cuba non è previsto per nessuno.

Foto: © Laura Loiotile

Per il momento la magia racchiusa nei guantoni dei cubani resterà una riserva e un privilegio di quella bella “Signora” chiamata Cuba. 

L’Avana 2020

Testi e foto di Laura Loiotile

Foto: © Laura Loiotile

 

Afghanistan, Bamiyan

Partecipo al concorso Travel Tales Award con un racconto sul viaggio in Afghanistan e India, tratti dal mio diario. Le foto sono in parte in bianco e nero, quelle del viaggio tra gli incontri e i torrenti del Badoskan. Quelle dei Buddha e della valle di Band-i-Amir le ho lasciate a colori come dalle originarie diapositive.

Afghanistan – 5 Francesco e la gente afghana

Le fotografie sono in parte del Sottoscritto Francesco Carmignoto e in parte dell’amico Francesco Ghion che ci ha lasciati quattro anni fa. Il suo ricordo mi riempie sempre di affetto e di nostalgia per il tempo passato. Foto e racconti vogliono essere un omaggio alla sua gioia per la vita e alla sua bravura.

Il testo ci vede già arrivati in Afghanistan con le nostre due piccole Fiat e non descrive il lungo percorso, bensì la atmosfera e le impressioni riportate sul diario. 

Introduzione dall’Autore Francesco Carmignoto

Francesco Carmignoto

Afghanistan – 4 Una famiglia in cammino

La valle di Bamiyan

Da Kabul abbiamo deviato per la pista di Charikar, nel Nuristan. Qui il gruppo del Koh-i-Baba domina l’imponente fuga dei “colli” del Badokskan, nell’Hindu Kush, con cime superiori ai 6000 metri. 

Afghanistan – 2 Le nostre magnifiche auto

Un grande silenzio. Solo il torrente Kunduz, ricolmo di acqua cristallina, gorgoglia verso Est, verso l’Amu Darya. Più avanti formerà i sette laghi blu di Band-i-Amir.

Afghanistan – 3 Sulla strada per band-i-Amir
Afghanistan -10 Bamiyan. Il secondo Buddha

Le rovine della “città rossa”, la fortezza che ha resistito a Tamerlano, sono ancora imponenti e dominano il villaggio. La gente della tribù hazara sorride e saluta. Ha i tratti mongoli ereditati dalle orde che Gengis Khan spingeva lungo queste valli al centro dell’Afghanistan alla conquista della Persia.

Da una curva della pista, come da un belvedere, l’alta parete rosata appare traforata a perdita d’occhio. Innumerevoli grotte, rifugio per secoli dei monaci, fanno da cornice a due nicchie con statue maestose, i Buddha di Bamiyan.

Sono scolpiti nell’arenaria, in piedi, appena coperti da un leggero mantello che scende in pieghe sottili. Ricordano le statue dei grandi condottieri greci e romani. Sono la testimonianza più bella dell’arte di Gandhara, l’incontro tra gli artigiani greci al seguito di Alessandro Magno e l’arte indiana. In alto, sulla volta della nicchia si intravvedono vecchi affreschi.

Le immagini di Bodhisattva e dei fedeli intenti alla preghiera hanno aureole dorate attorno al capo, come quelle delle icone del Cristo bizantino e dei santi nella pittura del Trecento.

Afghanistan – 8 Bamyian. Le grotte dei monaci
Afghanistan – 9 Bamiyan. Il grande Buddha

Il buddismo era giunto in questa valle con i pellegrini nepalesi, attorno al terzo secolo d. C. e qui era sorto un monastero con migliaia di monaci. Il buddha più grande, alto più di 50 m, è già molto rovinato, forse dai tempi delle scorrerie di Gengis Khan o dalla conquista dell’Islam. La faccia è mezza cancellata e le gambe erose.

Eppure emana una suggestione sottile, una sensazione di pace e di tolleranza. Il braccio destro, velato dal manto leggero sembra ancora accogliere con la forza tranquilla di un tempo immutabile.

Verso sera ci avviamo verso i laghi di Band-i-Amir. Passiamo steppe infinite e aride colline dai colori bruciati. Dall’alto vediamo una serie di laghi azzurri illuminati dal tramonto rosato. Scendiamo fino ad una grande spianata sotto una falce di luna che scompare dietro le alte montagne.

Siamo soli, mentre il cielo si riempie di stelle nelle ultime luci viola. Le miriadi di stelle palpitanti nel blu evidenziano ancor più la Via Lattea luminosa come seta. I picchi altissimi sono rosati anche di notte.

Una incredibile magia trovarci sperduti quassù, tra le montagne più misteriose del mondo.

Afghanistan – La valle di Bamyian
Afghanistan – La nostra tendina nella spianata
Afghanistan – In attesa della partenza

Afghanistan 1967

Partecipo al concorso Travel Tales Award con un racconto sul viaggio in Afghanistan e India, tratti dal mio diario. Accompagnano le fotografie scattate per la maggior parte dal mio caro amico Francesco Ghion, che ci ha lasciati quattro anni fa. Il suo ricordo mi riempie sempre di affetto e di nostalgia per il tempo passato. Foto e racconti vogliono essere un omaggio alla sua gioia per la vita e alla sua bravura.

Il testo ci vede già arrivati in Afghanistan con le nostre due piccole Fiat e non descrive il lungo percorso, bensì la atmosfera e le impressioni riportate sul diario. 

Il racconto si riferisce a Kabul e alla sua gente di antica fierezza.  

La Foto 14 relativa a Kabul ci mostra tutti a cena con il segretario d’Ambasciata, la 15 Francesco Ghion con il parroco della chiesetta all’interno dell’ambasciata. La sua parrocchia era l’Afghanistan.

Afghanistan 1967. Gente di Kabul

Kabul ci accoglie con il solito caos delle città orientali, nel gran brulicare di gente a piedi e di tanti calessi trainati da un cavallo. Qui li usano come taxi.

Foto: © Francesco Ghion – I taxi di Kabul
Foto: © Francesco Ghion – Sull’asinello del nonno

Le nostre due piccole Fiat, che da Padova hanno già percorso più di 10.000 km, creano sorpresa e curiosità. Al centro di un incrocio un vigile dall’uniforme senza più colore è immobile e osserva il via-vai da una piccola pedana.

Si rianima appena vede le nostre auto che si fanno largo a stento. Scende deciso nel “traffico”, si mette a fischiare come un’orchestra, intima l’alt ad un vecchietto con l’asinello, ai carretti e ai numerosi pedoni pieni di fagotti multicolori e poi, con gesto magniloquente ed il volto illuminato dal suo più bel sorriso, ci indica che la via è libera.

Il bello è che ad ogni incrocio c’è lo stesso tipo di vigile, che esegue le stesse grandi manovre solo per noi.

Foto: © Francesco Ghion – Notabili di Mazar-i-Sharif

La città vecchia è un groviglio di viuzze dove si affacciano botteghe di ogni genere. L’affollamento è straordinario, carretti, asini, capre, qualche fuoristrada scassato e tanta gente con vesti fantasiose. Gli uomini usano vesti e mantelli sovrapposti e turbanti colorati in testa. Alcuni ostentano lunghi fucili, piuttosto vecchi e scassati. Forse solo decorativi.

Foto: © Francesco Ghion – Al mercato dei macellai
Foto: © Francesco Ghion – Le mogli dell’ufficiale

Impariamo a distinguere le tante etnie. I pashtun della zona di Kandahar portano un grande turbante bianco. I borghesi di Kabul un elegante berretto in pelliccia di karakoul. Gli afghani del Nord indossano il pakol, un berretto marroncino che sembra una padella con il bordo ingrossato. Assomiglia al copricapo dei Signori del Rinascimento italiano.

Davanti ad un cinematografo nel bazar, una piccola folla commenta sorpresa i manifesti del film americano Cat Ballou, in cui Jane Fonda si mostra in una posa curiosa.

Foto: © Francesco Ghion – Cat Ballou
Foto: © Francesco Ghion – Il venditore d’acqua

Seduto a terra, un erudito legge il Corano ad un devoto accovacciato di fronte. L’afghano sembra un po’ perplesso.

Foto: © Francesco Ghion – Al bazar. La lettura del Corano
Foto: © Francesco Ghion – Il Fotografo

Un venditore d’acqua porta un otre ricolmo. La barba è tinta di rosso con l’hennè. E’ vestito di una stoffa ricavata da un sacco, ma con taglio quasi occidentale. Orologio al polso e toppe sui gomiti ne fanno un elegantone.

Foto: © Francesco Ghion – L’attesa

Al mercato le donne con il burqa appaiono silenziosi fantasmi colorati. Da lontano vedi volteggiare un leggero mantello dai colori tenui dell’azzurro e del rosa. Scende dalla testa ai piedi e le mille pieghe si muovono sinuose. Un bimbo in braccio si nasconde tra le pieghe.

Foto: © Francesco Ghion – Bimbo addormentato nel burqa

Ne siamo veramente affascinati. Nella immaginazione dei nostri vent’anni, così tutte le donne diventano belle, una immagine fluttuante, un corpo etereo che il vento si diverte a nascondere ed evidenziare, un balenare di occhi neri che ti osservano curiosi. Poi il capo si abbassa e il burka scompare tra la gente in un leggero fruscio.

Francesco Ghion

Foto: © Francesco Ghion – Spaghetti con l’ambasciatore
Foto: © Francesco Carmignoto – Francesco Ghion con il parroco di Kabul

Il Mercato di Milot – Albania

Durante un viaggio in Albania ho visitato il caratteristico mercato di Milot, cittadina situata circa 50 Km a nord di Tirana. 

Si tratta di un mercato che dai primi anni del secolo scorso si svolge ogni domenica mattina e che richiama moltissime persone che vengono a Milot dai paesi e dalle campagne circostanti attratte dalla notevole varietà di mercanzie in vendita.

È possibile acquistare di tutto: nella zona ovest del mercato, la più lontana dal centro della cittadina, vengono venduti, in condizioni igieniche molto discutibili, animali di molte specie. Nella zona centrale vengono venduti prevalentemente abiti, calzature, casalinghi, attrezzi da lavoro e oggettistica di vario tipo ed inoltre iniziano le bancarelle che vendono generi alimentari.

Nella zona nord-est, quella più vicina al centro di Milot, vengono venduti soprattutto prodotti della terra e generi alimentari (miele, marmellate, ecc.) prodotti artigianalmente dagli stessi venditori.

Le persone sono cordiali e molto ben disposte verso gli stranieri e in particolare verso gli italiani, anche se in molti casi non vogliono essere fotografate; alcune donne indossano abiti tradizionali.

Stefano Bianchi

 


Travel Tales Award

Stefano Bianchi ha di recente partecipato a Travel Tales Award Edizione 2021 la grande iniziativa che premia i migliori Racconti fotografici di viaggio. Oltre 150 Autori si sono confrontati sul tema unico proposto e organizzato da Angelo Cucchetto con Italian Street Photography, Photographers, Cities e la collaborazione della Rivista IL FOTOGRAFO che ha dato ulteriore grande visibilità a tutta l’iniziativa.

Tra i partner promotori di tutto l’evento ovviamente non potremmo che esserci anche noi di Viaggio Fotografico e in collaborazione con gli spazi espositivi di OTTO Gallery

Puoi vedere tutto il lavoro di Stefano Bianchi pubblicato sul sito ufficiale di Travel Tales Award: https://traveltalesaward.com/2021/05/25/milot-market-di-stefano-bianchi/

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Il mercato di Milot nelle foto di Stefano Bianchi

Cara (Islanda)

“Cara” è il racconto di un viaggio nello spazio della selvaggia Islanda e nel tempo della memoria; il viaggio come occasione per perdersi, ritrovarsi e ridisegnare la propria identità.
In questo percorso, fotografia e scrittura si contaminano per mezzo di alcune cartoline scritte a me stessa per ricordare piccoli o grandi momenti della mia vita, per percorrere idee semplici o complesse ed esplorare nuovi orizzonti.

Daniela Giannangeli

 

 

 

 

 


Travel Tales Award

Questo lavoro di Daniela Giannangeli fa parte dei lavori selezionati dalla giuria del primo contest fotografico Travel Tales Award Edizione 2021 nel quale oltre 150 Autori si sono confrontati sul tema unico dei racconti fotografici ci viaggio.

L’intervista che potete vedere qui di seguito è stata fatta all’Autrice da Loredana De Pace per NOCSensei ed è stato uno dei Riconoscimenti speciali offerti dalla nostra grande iniziativa organizzata da Angelo Cucchetto con Italian Street Photography, Photographers, Cities e la collaborazione della Rivista IL FOTOGRAFO che ha dato ulteriore grande visibilità a tutta l’iniziativa.

Tra i partner promotori di tutto l’evento ovviamente non potremmo che esserci anche noi di Viaggio Fotografico e in collaborazione con gli spazi espositivi di OTTO Gallery

Puoi vedere tutto il lavoro di Daniela Giannangeli pubblicato sul sito ufficiale di Travel Tales Award: https://traveltalesaward.com/2021/05/24/cara-islanda-di-daniela-giannangeli/

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Cara (Islanda)

Hella, 25 giugno 2017

Cara D, 

quella notte c’era la luna piena e la cometa Hale-Bopp. Notte luminosa: tuo figlio nasce ed entra a far parte del grande ciclo cosmico! Miscellanea di emozioni, immagini, sentimenti: il tutto della vita in pochi istanti. La summa.


Vik, 26 giugno 2017     

Cara D,

 sono passati venti anni!  Mi viene in mente una vostra vacanza in Grecia, nel 1999. Era l’undici agosto ed il sole cominciò a diventare quasi nero. L’atmosfera era metallica e la testa girava un po’. Tuo figlio iniziò ad urlare con un pollice alzato ed un’ape ben salda sopra. La luce grigia rendeva il tutto molto surreale, con una certa carica di tragicità, ma attenuato il dolore del suo mini dito e tornato il sole, cominciaste a ridere di gusto di niente, abbracciati, come succede ancora e ancora…

D


Hölmavik, 27 giugno 2017      

Cara D, 

qualche volta, pensi ad una breve conversazione con una tua ex alunna. Giulia ti gironzolava intorno, durante un momento libero dalle lezioni e tu le chiedesti se avesse bisogno di te, lei rispose di no ma non si allontanava, quindi, le domandasti se fosse stata sicura e le dicesti:

 Ti ascolto! 

Lo so, maestra!

Poche, preziose parole: il senso che hai cercato di dare al tuo lavoro di tanti anni che non hai soltanto concepito per insegnare a “leggere, scrivere e far di conto”, ma per esserci, come adulto affidabile su cui contare lungo un pezzo di strada, sempre!

D


Patreksfjördur, 30 giugno 2017

Cara D,

“Tutti i dossi del podere salteranno fino in cielo e tutti i pantani sprofonderanno all’inferno prima che io rinunci ai miei diritti e alla mia indipendenza.” Laxness, Gente Indipendente.

Storie. Storie di lotte e di salite, di orgoglio e fede. Fede nella propria indipendenza. Non puoi non ricordare quando tuo padre combatteva contro i preti-padroni per rivendicare i suoi diritti. C’eri. Stavi sempre attaccata ai suoi pantaloni, nonostante non fossero faccende da femmine e, men che mai, da bambine; ma tuo padre era un contadino illuminato e ti lasciava vivere quelle storie. Capisti presto da che parte stare e non fu così difficile…  

D


Bolungarvík, 29 giugno 2017

Cara D,

certe volte, girovaghi nei tuoi pensieri alla ricerca delle tue radici. È proprio come un viaggio nel tempo a caccia dei ricordi più antichi. I primi che riesci a ritrovare nella tua memoria sono legati al verde di prati freschi e all’arancio del fuoco caldo. Il verde e la mano di tuo nonno che ti conduceva negli amati campi, in quelle passeggiate senza fretta, lente e lunghe, dove lo spazio sembrava sovrabbondante e le risate dei suoi occhi trasparenti erano semplici, profonde.

L’arancio e la voce di tua nonna che ti raccontava storie accanto al maestoso fuoco della cucina. Ricordi l’odore di quella grande stanza e dei libri che lei ti riportava tutte le volte che si recava in paese.

Aspettavi il suo ritorno alla finestra. La vedevi arrivare da lontano, in sella alla sua bicicletta, mentre pedalava insicura sulla strada bianca e polverosa che portava al casolare e poi, seduta sulle sue ginocchia, partivate insieme per un bel viaggio, accompagnate da fate, lupi, eroi…

D


Flatey, 2 luglio 2017

Cara D, 

non credi di aver impiegato troppo tempo per concludere quella storia? Già, il tempo… Sei solita prenderti quello che ti serve, quasi a centellinare i momenti, forse per renderli unici o, forse, è il caso che ci mette la sua mano. In fondo, non ti interessava più laurearti, però volevi chiudere quella questione che sentivi sospesa e allora hai deciso di imprimere un’accelerazione repentina al tuo tempo lento ed è arrivato quel quattro luglio: sei andata a discutere la tua tesi, scritta di getto in una settimana perché nella tua testa era già stata concepita e c’era anche lui: tuo figlio. A quel tempo, aveva otto anni. Stava impettito in prima fila e ascoltava che la mamma raccontasse come vedeva un mondo possibile, dove le culture si intrecciassero, generando un potente ibrido di vita. E lo tenevi per mano, quasi stritolandola, mentre il presidente di commissione assegnava, assecondando un bel gioco, centodieci a te e la lode a lui, a cui la tesi era dedicata…

D


Búðir, 3 luglio 2017      

Cara D,

so che ti trovi nella terra del ghiaccio e del fuoco, dove il mondo sembra appena nato. La senti quasi cedere sotto i tuoi passi, mentre il vento gelido ti penetra negli occhi e le fulminee sterne artiche ti sfiorano la testa, liberando un canto acido. Tutto è puro. Non c’è nessuno. Più in là, rare pecore solitarie si proteggono dal freddo fra le dune di una lunga spiaggia chiara, dove soltanto il mare borbotta insieme al fiato dell’aria.

Te ne stai immobile, guardando in direzione della Groenlandia e allenti gli ormeggi della tua mente di fronte al sole di mezzanotte…

D


Grindavik, 4 luglio 2017        

Cara D,

ti piace camminare, lo so. È così che fai pace con il mondo che ti circonda, quando ti sembra che questo diventi cattivo con te.

Allora, vai lungo le tue strade bianche; vai a trovare i “tuoi” due pini sulla collina che, come sentinelle, proteggono il tuo passaggio; ritorni dentro i tuoi paesaggi identitari che ti hanno vista crescere, ridere ma anche piangere. Sali sulla groppa del Monte Subasio che odora di narciso selvatico in primavera, dove i cavalli e le mucche brucano l’erba nuova in libertà, ciondolando.

E tutto sembra tornare al suo posto…                                                                                                                                                                                      

“Soltanto solo, sperduto, muto, a piedi riesco a riconoscere le cose.”   Pier Paolo Pasolini.

D

Cara

Abruzzo

Le chiese di campagna, ch’erbose hanno le soglie…Così nei versi di Pascoli. La chiesetta di Madonna della strada, una frazione di Scoppito, aveva la soglia invasa dai rovi, la porta divelta a metà, pochi vetri alle finestre. L’interno era tutto imbiancato a calce, salvo una sparuta immagine di madonna che sovrastava il misero altarino. La chiesetta era la casa dei rondoni che vi avevano nidificato numerosi e che stridevano acutamente sotto il tetto, volitando in un intreccio di traiettorie mirabili, per poi uscire a guadagnare la pura aria, lanciati nel cielo turchino a compiere più ampie volute. Quell’anno era venuto, sul piazzaletto della chiesa, un operatore a proiettare su uno schermo di tela tirato su alla meglio, una serie di vecchie comiche di Ridolini, tutte spezzettate. Una seconda volta, invece, fummo fortunati ad assistere, non so come, ad un film abbastanza recente intitolato “Sabotatori”, film che io vidi da una posizione molto defilata da cui le figure apparivano appiattite e allungate. 

     Era trascorso solo qualche anno da quando avevano spesso di transitare, sullo stradale davanti alla chiesetta, tutti quegli autocarri militari scoperti, carichi di soldati armati, uomini scuri di pelle, tutti con turbanti sul capo. Uno di quegli anni vi era passata la Mille Miglia, che avevamo ansiosamente atteso in molti, restando ad aspettare il passaggio di Tazio Nuvolari e seguitando poi a parlarne per molti giorni. Era quello il tempo in cui la figura di uomo ideale era per me il meccanico. Alla fornace ce n’era uno di nome Dante, un uomo che stava tutto il tempo a manovrare su una moto, che provava da ferma facendone andare il motore a tutta callara, come diceva lui, spandendo intorno un odore acuto di olio di ricino fritto. Mi faceva impazzire la sua tuta tutta d’un pezzo, frusta e sporca d’olio, con la chiusura-lampo di traverso. Dante aveva mani forti, che serravano gli strumenti con calma abilità; quando aveva le mani occupate ad aggeggiare, teneva la sigaretta tra le labbra nell’angolo sinistro della bocca, strizzando l’occhio per evitargli il fumo.

     Dell’Abruzzo ricordo queste cose scabre, questa gente di campagna, i paesaggi invernali e la neve calpestata delle strade sassose, una immensa selva di biancospino, il canto dei contadini sulle aie al tempo della trebbiatura, il loro duro lavoro intorno al frumento, che lanciavano in alto con quel grande setaccio per liberarlo dalla gluma. Ecco, l’immagine dell’Abruzzo, che a scuola la maestra diceva “Abruzzi”, per noi inspiegabilmente al plurale come “le Calabrie” e “le Puglie”, l’immagine dell’Abruzzo era proprio una immagine scabra, come ho detto. Il solo fatto che quella possente montagna, quel massiccio imponente fosse semplicemente chiamato “sasso”: il Gran Sasso, mi testimonia oggi di un atteggiamento chiuso, di una inclinazione a risparmiar persino le parole, a ridurne la portata al puro significante. Questo atteggiamento, che è nella sostanza un profilo spirituale, significa alla fine una integrità, che dura sia pure per poco, il tempo che dura una favilla, ma che resta come percezione forte di un mondo costituito di pochi elementi semplici, naturali, piccoli doni dati a tutti, ma che poche volte, o una soltanto, riusciamo a vedere come grandi tesori e che, una volta intravisti per tali, restano in noi come indelebile idea del mondo, una fra le tante, bella come tante. Un mito, il “Sasso”, il sasso grande. Un altro mito di questa terra resta per me il lupo, discorro dell’epoca immediatamente post-bellica, parlo delle stragi di pecore e dello sconforto susseguente, parlo dei lupari che venivano riconosciuti come meritori difensori della comunità pastorale, tantoché riscuotevano mance in natura, alquanto risicate in verità, come sempre mi è capitato di osservare, conducendo in giro il lupo ucciso, messo di traverso su un somaro, a mostrarlo alla gente. 

     Il paesaggio dell’Abruzzo, quello che io ricordo. I prati smaltati di pioggia, l’odore della terra intrisa, l’umido respiro della terra, l’odore delle pecore; il vello folto scosta l’acqua ma esala un fortore selvatico, il pastore ha l’odore, lo stesso, delle sue pecore, il pastore vive in un cerchio di pioggia, resta sotto la pioggia senza neppur aprire l’ombrellaccio che porta a tracolla, e non cerca ricovero nella capannuccia di rami, gli bastano l’incerata e il suo feltro a punta; il pastore fischia i suoi acuti richiami da pecoraio, che servono solo a far compagnia a se stesso e a farne alle pecore, anche se sono chiuse, aggruppate strette nello stabbio di corda, al cane bianco che non ha riposo attorno al gregge, come se fiutasse continuamente un pericolo. Il pecoraio guarda in giro all’orizzonte sotto la tesa di feltro, anche se non dà a vederlo e sembra che guardi fisso alle sue pecore, invece conosce gli alberi e vede le volpi passare lontano e a notte parla alle stelle.

     Il paesaggio contiene poche cose disegnate, dovunque si guardi, quello che c’è è venuto su naturale, soltanto gli steccati sono fatti dagli uomini ma sono grezzi, intrecciati di rami storti come storti sono i muriccioli di pietre a secco; la strada asfaltata è l’unico vero disegno, la strada con la casina rossa del cantoniere, con le piazzole di materiali messe a intervalli regolari, dove dagli stradini sono stati ammonticchiati, in cumuli a forma di perfetta piramide tronca: i sassi e la ghiaia grigia per le toppe, per le riparazioni da fare usciti fuori dall’inverno. E i fontanili, sì anche i fontanili che rispecchiano il cielo sono costruiti dagli uomini, e così i calzini messi agli alberi, la fascia bianca di calce dipinta ai piedi dei tigli che seguono la strada e nella notte segnano il cammino. Tutto il resto, le macchie degli abeti le siepi fitte di rovi gli arbusti i meli selvatici i prati di fragole ribes lamponi uvaspina il ruscello il profilo dei monti, tutto è un capriccio di forme come le nuvole e la loro ombra, come i massi sparpagliati sul terreno e ricoperti di licheni e di muschio.

     L’Abruzzo! Uno stato d’animo speciale, influenzato certamente dal carattere non solo fisico del luogo, che mi ha fatto provare a lungo e molte volte quel brivido metafisico, effetto della mia natura contemplativa e della mia sensibilità panica. Così una stagione di vento, le sempre mutevoli strade che esso percorre, come le strade del cuore. Il vento soffiava quella stagione, lassù sull’Altopiano delle Rocche, in una maniera nuova per me. Era un vento strapazzone e ridente che spirava nei golfi del mio cuore e io ero pieno di vento e facevo parte del vento. Il vento, spirito della notte, sorvolava i tetti frusciando e io con esso perdevo a tratti la memoria nel sonno e a tratti la ritrovavo. Il fruscio lene di altri mondi, di mondi remoti. Avevo allo stesso tempo una sensazione di familiarità con me stesso e di estraneità. Andavo con il vento, come i nugoli di polvere vanno, come le foglie a mulinelli. Udivo il vento urtare sui vetri con violenza, sulla carta incatramata messa a riparo dove mancava una lastra. Il vento passava sotto le porte e spifferava nelle stanze…Quella fu anche la stagione delle lucciole nelle notti serene. Le vedevi per un attimo, vedevi la loro tenue luce solo per un attimo in un punto del buio e un istante dopo in un altro punto. Ma era la stessa luce, la stessa lucciola? Non vi è nella notte un maggior intenerimento che la sorpresa di guardare una lucciola accendersi indifesa sul palmo della tua mano e volare subito via. E non c’era in quelle notti sull’altopiano una visione più alta della Via Lattea, dove la mia ossessione di infinito si placava. Potevo guardare all’infinito, potevo vederlo. Una cosa nebulosa, l’infinito, una cosa imprecisa: ci sono fiamme accese a distanze siderali dove l’occhio non arriva. Ma sai che ardono malgrado i tuoi occhi. 

Abruzzo © Renato Gabriele

Facebook: https://www.facebook.com/RenatoGabrieleScrittore

 

 

 


Parti con noi dal 21 al 26 giugno 2021:

Per rivivere insieme a noi i luoghi di questa “prosa poetica” di Renato Gabriele puoi seguirci nel nostro Viaggio Fotografico che faremo in Abruzzo dal 21 al 26 giugno 2021, poi per chi vorrà il tour prosegue direttamente per il Molise e chi si iscrive ad entrambi i viaggi risparmia 100,00 Euro sul totale. Info, costi e iscrizioni sul sito: https://viaggiofotografico.it/product/abruzzo-aquila-e-pecore/

Radici – Joseph Koudelka a Roma

«Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente» così Josef Koudelka ci presenta il suo lavoro Radici esposto in questi giorni a Roma nel Museo dell’Ara Pacis fino al 29 agosto 2021.

Sono andato a visitare questa questa mostra straordinaria per la sua originalità che è stata riaperta in questi giorni (dopo la chiusura causa covid delle scorse settimane) e per fortuna l’esposizione è stata prolungata: hai tempo fino al 29 agosto per vederla, salvo nuove chiusure e restrizioni che speriamo non ci siano!

Koudelka Roma
TURKEY. Aphrodisias. 2014. @Magnum Photos

Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezzaquesto è il titolo della mostra ed è l’unica occasione in Italia per apprezzare da vicino oltre 100 fotografie in formato gigante da Josef Koudelka, il fotografo Magnum stranoto per i suoi reportage (come quello sulla Primavera di Praga del 1968) che in questa occasione ci mostra il suo lavoro che in oltre 30 anni ha dedicato a fotografare i siti archeologici di tutto il Mediterraneo. Tutte le foto hanno incantevoli tagli panoramici e anche le poche in verticale usano questo formato allungato che si presta perfettamente alla narrazione degli scorci raccontati dall’Autore. Le stampe, tutte in bianco e nero sono provengono dagli scatti realizzati dall’Autore tra Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro, Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania, Croazia e, naturalmente, la nostra Italia.

Koudelka roma

Koudelka definisce questo i suoi tagli “Prospettive instabili” ed in effetti guardandole si ha un senso di disorientamento perchè in alcune occasioni gli orizzonti sono volutamente e visibilmente inclinati per rendere più dinamica l’immagine, per enfatizzare il senso della millenaria storia di questi luoghi testimoni del tempo. Non tutti sanno che Koudelka ha una formazione da Ingegnere aeronautico e queste immagini (insolite per un Autore come lui) rendono il senso del volo radente acrobatico.

La mostra RADICI allestita all’Ara Pacis è una scelta precisa per integrare il senso dell’archeologia in un museo che è un ponte ideale di collegamento tra l’antico monumento romano e l’edificio costruito per conservarlo dall’architetto Richard Meier. Le immagini di Koudelka dialogano con la struttura che le contiene e allo stesso tempo è contenuto e contenitore della grande storia di Roma.

Koudelka Ara Pacis
La mostra di Koudelka all’Ara Pacis di Roma. Foto: © Roberto Gabriele

Quello che mi è piaciuto di questa mostra è il suo senso immersivo, il suo valore di testimone della storia e dei luoghi. Entrando nei bellissimi spazi allestiti si viene proiettati in un mondo inaspettato, senza tempo. Apparentemente immutato da oltre 20 secoli. Le stampe, bellissime, sono tutte in bianco e nero di grande formato e panoramiche. Il visitatore ha l’impressione di osservare il mondo attraverso una fessura che gli permette di “spiare” un mondo che da solo, non sarebbe in grado di vedere. E la fotografia in quanto tale  ha questo grande potere: mostrare agli altri ciò che ha visto l’Autore, ciò che era lì in quel momento ma che nessun altro ha avuto la sensibilità e l’acume di rilevare.

In alcuni casi con queste immagini si sfiora l’astrattismo. La purezza delle forme viene sintetizzata in un bianco e nero che per la sua semplicità tende a farle diventare opere grafiche che sembrano disegnate dalla mano dei secoli. Ed è così che un anfiteatro assume le sembianze di cerchi concentrici disegnati nella roccia, che i frammenti di una colonna sembrano essere una serie di ruote dentate di un antico meccanismo.

Koudelka, da bravo fotografo, si serve della luce per “dipingere” le sue creazioni prima sulla pellicola, adesso sul sensore della sua fotocamera. La luce fornisce i contrasti, i volumi, ci da il senso della materia e ci permette di toccare ciò che possiamo solo vedere. “Radici” esprime perfettamente tutto questo. Alcune opere sono state montate su dei cubi di legno: l’osservatore per vederle deve chinarsi su di esse proprio come farebbe per osservare un reperto ritrovato in un sito archeologico.

Un viaggio virtuale nel tempo e nello spazio: camminando tra le opere ci si perde nel cercare di riconoscere i luoghi dell’iconografia classica e restare colpiti da come la capacità di un grande Artista abbia saputo interpretarli rendendo iconica ogni pietra. Ci si immerge in una sorta di bagno rituale nel quale il viaggiatore trova un onirico oblio dei propri pensieri.

Non perdetevi questa mostra, sarà l’occasione per ri-vedere Roma e ri-scoprire un grandissimo Fotografo che sicuramente non conoscevate in questa veste.

Koudelka Roma
Roma, foro Romano @Magnum Photos

SITO UFFICIALE:  www.arapacis.it
DOVE: Lungotevere in Augusta (angolo via Tomacelli) . Museo dell’Ara Pacis
QUANDO: Fino al 16 maggio 2021, PROROGATA FINO AL 29 AGOSTO 2021
CATALOGO: Contrasto – Radici.
ORARI: Dal lunedì al venerdì, ore 9.30-19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima).
BIGLIETTI: “solo Mostra”  intero € 11; ridotto € 9; € 22 biglietto speciale Famiglie; integrato Museo dell’Ara Pacis+ Mostra per non residenti a Roma intero € 17 (€ 16 per residenti); ridotto € 13 (€ 12 per residenti).
NORME COVID: Verificare sempre gli orari sul sito con le nuove disposizioni per Covid-19
PREVENDITA OBBLIGATORIA: turni di ingresso contingentati salvo differenti disposizioni dell’amministrazione di Roma Capitale. Info tel. 060608 (tutti i giorni ore 9 – 19) PER LA PREVENDITA OBBLIGATORIA CLICCA QUI.

di Roberto Gabriele

La Route 66: sulle tracce di Kerouac

Se esiste una strada epica è proprio la Route 66 negli Stati Uniti. Epica perché il solo nome la lega ad una serie di miti che hanno influenzato non solo il nostro modo di viaggiare ma anche quello di essere e di pensare. The mother Road”, la chiamano, ossia “la strada Madre” quella da cui tutte le strade hanno origine mentale. I cartelli lungo i locali storici la chiamano con tutti gli altri aggettivi possibili: “Legendary” oppure “Historic” o amichevolmente “Old”.

Ma andiamo per ordine e iniziamo proprio dalla fine: La Route 66 non esiste più. E forse proprio questo è servito ad aumentarne il fascino e la notorietà, a renderla immortale nonostante sia stata ufficialmente dismessa e sostituita dalla più moderna Interstate 40, una enorme autostrada a 6 corsie che segue grosso modo il vecchio tracciato e collega ora come allora Chicago a Los Angeles, anzi, a Santa Monica, per essere precisi.

Gli americani hanno spazio e soldi: preferiscono rifare una strada che ampliarla, e i criteri di costruzione della Route 66 (risalivano a circa 100 anni fa ) oggi non sono più validi: c’erano troppe salite, troppi villaggi, troppa strada fatta per aggirare una montagna. Oggi i tracciati sono diversi, si punta tutto a risparmiare tempo, soldi, benzina e quindi la strada è morta fisicamente ma il suo spirito è vivo più di prima nell’immaginario collettivo di milioni di viaggiatori in tutto il mondo.

Perchè il mito? Perchè le sue 2138 miglia (circa 3400 chilometri) sono state percorse da milioni di camionisti e automobilisti che la percorrevano in modo pionieristico nei decenni che andavano dagli anni ‘20 ai ‘70 del secolo scorso. Occorreva affrontare la strada: sedimentare dentro di sé la distanza e i tempi necessari a percorrerla e afferrare il volante per mettersi alla guida. I primi anni, ovviamente non c’era neanche l’asfalto: era un vero e proprio rally da fare, e il premio era già il solo arrivare a destinazione. Le figure più importanti legate alla strada erano proprio i meccanici e i gommisti insieme ai benzinai che avevano un ruolo più sociale che economico: senza di loro il viaggio non sarebbe arrivato a destinazione.

Dato che ci volevano giorni per percorrerla interamente, come nelle nostre moderne autostrade le altre tappe obbligate in cui fermarsi erano i motel ed i ristoranti disseminati lungo tutto il percorso. Migliaia di avamposti sparsi nel nulla, nel bel mezzo di un deserto o in cima ad un valico di montagna sul quale, una volta arrivati, occorreva far riposare i motori per abbassarne la temperatura che saliva in proporzione allo sforzo dovuto alla pendenza e alla quota. Le soste non erano tutte uguali, c’erano dei posti che vivevano di una loro notorietà dovuta a qualcosa che li distingueva da tutti gli altri e la gente era disposta ad allungare le proprie tappe per arrivarci: la più buona torta di mele della Route 66, oppure la più bella cameriera del Missouri, o la famosa bistecca di manzo del Big Texan da 72 once (circa due chili di carne) che si può mangiare gratis ma solo per chi riesca a finirla  in 60 minuti, entrando poi di diritto nell’Albo d’Oro del ristorante di Amarillo.

La Route 66 era una sorta di lungo villaggio su strada in cui ciascuno degli esercenti conosceva bene i propri vicini e aveva almeno sentito parlare di tutti gli altri; con alcuni si era in amicizia, con altri in guerra commerciale. Nessuno era mai veramente da solo lungo quella strada, anche quando intorno non c’era anima viva. Quei locali, a volte fetidi altre volte delle vere a proprie oasi di pace, erano sempre da qualche parte dietro ad una curva, in fondo al rettilineo, in cima alla salita per dare conforto o aiuto ai viaggiatori.

Route 66E tutto questo ben lo sapevano Jack Kerouac e gli altri poeti della Beat Generation che vedevano nella grande strada la realizzazione di un ideale di libertà, il mezzo per vivere il grande sogno americano. La strada come metafora della vita, non solo come percorso fisico su un nastro di asfalto, ma come un vero esercizio di stile filosofico. La strada era, ed è ancora, il mezzo con il quale spostare il pensiero dall’orizzonte in cui è rinchiuso dentro casa. Ecco quindi che il solo fatto di percorrerla è già una crescita personale, un arricchimento interiore. “On the Road”, era il titolo del libro che ha ispirato tutto questo movimento di pensiero: essere sulla strada è la condizione necessaria per avvicinarsi fisicamente e mentalmente a tutto questo.

La strada è luogo di incontro con gli altri e con se stessi, un posto di scambio di merci e di esperienze. La sosta in un locale era l’occasione per sapere le condizioni meteo, o di eventuali incidenti, frane ecc. Così come avviene nella vita di tutti i giorni quando ci si ferma a riflettere su cosa ci accade intorno, altrettanto il viaggio on the road è l’occasione per incontrare tutto questo e il modo migliore per farlo è di sicuro una scoppiettante moto  Harley Davidson che è la realizzazione meccanica di uno stile di vita basato su grandi ideali di pace e libertà.

Poi è arrivata la modernità, la Route 66 ha perso velocemente la sua utilità di collegamento ma non il suo fascino. Oggi è stata sostituita e coperta dal nuovo tracciato che in alcuni tratti la lascia ancora visibile al Viaggiatore in tutta la sua bellezza. In alcuni tratti, sì… Oggi la strada ci appare come una viuzza di campagna con una sola corsia per senso di marcia, i locali che un tempo erano brulicanti di vita, di lavoro, di persone e di servizi ora sono chiusi, decadenti, abbandonati e pieni di fascino senza tempo. Alcuni di quelli che si trovavano nelle città ancora riescono a restare aperti, sono diventati dei “musei”, vere istituzioni che ancora funzionano a pieno ritmo, alcuni sono stati rinnovati o lasciati al loro destino, altri infine sono diventati negozietti in cui si vendono souvenir turistici legati alla strada: antiche targhe di automobile originali, giubbotti da motociclisti, insegne di vecchi ristoranti o marche di benzine e pneumatici degli anni ‘50 mischiati a paccottiglia di produzione seriale cinese.

Nonostante tutto, la strada mantiene ben vivo il suo mito, di strade famose per i Viaggiatori ce ne sono tante in tutti i continenti: dalla Transandina alla Panamericana, dalla Transtibetana alla Carretera della Muerte o alla Great Ocean Road, ma la Route 66 le batte tutte per fascino e notorietà, a parte la nostra Via Appia, l’antica Regina Viarum che da 2000 anni assolve a questo ruolo per noi italiani.

Route 66
La Route 66 nel pieno centro di Amarillo, in Texas. Foto: © Roberto Gabriele

La cosa che lascia stupiti è che anche nei tratti urbani le strade sono vuote, le auto sono pochissime e non esistono file ai semafori. Le cittadine che si incontrano lungo il percorso, anche quelle abitate, hanno strade sono enormi anche in pieno centro e sempre vuote, la gente non cammina a piedi, l’America non è un posto dove si può camminare a piedi, le distanze sono troppo grandi. L’impressione che si ha è quella di vivere in un vecchio film western nel quale le case non sono più di legno ma di cemento armato e i cavalli ora hanno quattro ruote ed un motore.

Lungo “La Strada” si ha ancora quel senso di vuoto che provava James Dean in Gioventù bruciata, ed è ancora possibile sentirsi liberi come Dennis Hopper e Peter Fonda in Easy Rider. Questa strada è stata la la musa ispiratrice di film anche più recenti come Thelma e Louise nella loro fuga dalla vita, e persino di Cars, un film di animazione della Pixar in cui le auto prendono vita e anche questo è ambientato sulla “sixtysix”. Impossibile viaggiare senza sentire di vivere come in un film, impossibile non riconoscere un po’ di noi stessi in ciascuna di quelle storie;  guidando su quelle strade si rivivono quelle emozioni in prima persona. Come in un film.

Route 66
Negozietti di memorabilia lungo la Route 66. Foto: © Roberto Gabriele

Così come nella vita ci sono periodi in cui ci si ferma a pensare, anche le soste fanno parte del viaggio, ed è possibile scegliere il posto giusto per farlo: ci sono locali che mantengono il loro fascino inalterato, in cui è ancora possibile mangiare un hamburger ascoltando la musica nostalgica e intramontabile di Bob Dylan o le note del rock texano e incalzante dei barbuti ZZ Top. Questa strada ha ispirato artisti di ogni genere; i musicisti non potevano rimanere insensibili al suo fascino,  pensando ad essa hanno scritto gli evergreen che oggi tutti cantano a squarciagola nella radio della macchina noleggiata per viaggiare da quelle parti. Musica e cibo in viaggio sono elementi di fortissima ispirazione e mescolati insieme sono in grado di moltiplicare le emozioni, si mescolano con la nostra anima, con la nostra cultura e fanno poi parte di noi. Nessuno mai potrà dimenticare il sapore della senape sulle patatine mangiate in auto guidando e ascoltando Elvis o i Rolling Stones nel deserto del New Mexico. Una emozione forte non si dimentica, più emozioni forti vissute contemporaneamente rimangono profonde ed evidenti come una cicatrice della quale andare fieri, come un enorme tatuaggio da esibire in strada.

Oggi percorrere quello che resta della vecchia Route 66 è ancora un’impresa: la strada non è tracciata, occorre avere una buona mappa e seguire (dove ci sono) le indicazioni per la “Historic Route 66”, sono delle stradine secondarie desolate e piene di fascino, a volte si interrompono nel nulla e occorre tornare indietro perchè non si innestano con nessuna altra strada. Occorre armarsi di pazienza e di un certo spirito di avventura per “sentire” la strada; il bello è proprio scoprirla miglio dopo miglio, accorgersi di scorci mozzafiato o di noiosissimi passaggi nel vuoto assoluto del grande continente americano. Questo è il viaggio dei viaggi, quello che si fa per esserci, per sentire di far parte di qualcosa, di un luogo, di una storia che non finirà mai. La Route 66 è l’essenza stessa del viaggio, è il viaggio fatto per viaggiare, per scoprire se stessi sulla strada della vita.

Si impiegano circa 2 settimane a percorrere tutta la strada che separa il lago Michigan dall’Oceano Pacifico. Per fermarsi a vedere qualcosa come per un selfie vicino ad un motel storico,  si impiega del tempo che va aggiunto ai tempi di guida e questo va sommato ai tempi di un riposino o di una visita ad una delle “Ghost Town”, le tante cittadine rimaste abbandonate intorno ad un distributore di carburanti in disuso. Camminando in questi luoghi si sente un silenzio che va oltre il non sentire rumori, questo è qualcosa di più profondo, quasi il rispetto che si deve ai luoghi sacri o ai cimiteri. La sensazione che spesso si prova è quella di una grande  anima che aleggia ancora in quei posti che prima erano così pieni di vita, di gente, di lavoro.

Questo viaggio deve essere preparato non sul web e sulle migliaia di libri che ne parlano dal punto di vista turistico, questo è un viaggio dell’anima, occorre prepararsi spiritualmente ad una esperienza che sarà forte e travolgente, nulla sarà più come prima. Partire per la Route 66 significa documentarsi su chi l’ha percorsa prima di noi, ascoltare musica, guardare foto e film, leggere romanzi. Significa guidare con il finestrino abbassato, senza l’aria condizionata, solo così la strada potrà essere un’esperienza di vita e non “solo” un grande viaggio.

Motel Buckaroo

Siate felici: lo vuole il Re del Bhutan

Andiamo per ordine: il nome corretto di questo piccolo stato himalayano è Bhutan e non Buthan, in poche persone lo conoscono, molti non lo hanno neanche mai sentito nominare, eppure esiste sulle mappe di Google, sugli Atlanti moderni ed è uno dei Paesi al mondo con la miglior qualità della vita…

Il Bhutan è l’unico Paese al mondo ad avere il Ministero della Felicità! Lo ha voluto il Re per i suoi Sudditi e funziona benissimo: la gente sta davvero bene e si vede… Il nome Bhutan è incerto, c’è chi dice derivi dal sanscrito Bhota-ant, ossia “la fine del Bhot” cioè del Tibet, oppure dal sanscrito Bhu-uttan che significa “alte terre” poichè siamo alle pendici dell’Himalaya.

La bandiera è rettangolare ed è divisa in due triangoli con il giallo che rappresenta la monarchia, e l’arancione che rappresenta la religione buddhista; sulla bandiera campeggia un drago simbolo di benessere.

In cammino verso il Tiger’s Nest, il Monastero della Tigre, una delle più ambite mete turistiche in Bhutan.

Il Ministero della Felicità:

Ho chiesto alla mia guida se fosse vera la voce che ci era giunta che in Bhutan esiste il ministero della felicità o fosse solo una fake news che corre tra noi Viaggiatori occidentali alla ricerca di esotiche stranezze. Ebbene si, il Ministero della Felicità esiste ed è un ministero unico che si occupa a livello centralizzato di tre cose ritenute fondamentali per il benessere dei Sudditi del giovane Re: Pubblica Istruzione, Sanità e Lavoro

L’Istruzione viene garantita gratuita ed è obbligatoria per tutti fino alla scuola superiore, poi chi vuole frequentare l’Università deve andare all’estero grazie a progetti finanziati dalla Cooperazione Internazionale. Il Ministero si occupa poi della salute, e anche questa viene ad essere gratuita per tutti. In Bhutan ci sono pochi piccoli ospedali e vanno bene solo per il pronto soccorso e per i reparti di Ostetricia, per tutto il resto il Paese paga le cure all’estero  per i suoi cittadini (mandandoli a curare soprattutto in India). Infine il Ministero della Felicità provvede al Lavoro di tutti: chi non ha come sostentarsi può fare richiesta di un terreno demaniale da coltivare: una concessione gratuita cui hanno diritto coloro i quali non hanno altri modi per sostentarsi.

Risaie nei pressi di Khamsum Yuelley Namgel Chorten, cun tempio che è stato costruito per rimuovere le forze negative e promuovere la pace, la stabilità e l’armonia nel mondo che cambia.

Il sovrano illuminato sostiene che quando i suoi Sudditi hanno istruzione, sanità e lavoro hanno tutto il necessario per essere felici. E in effetti non sbaglia perchè camminando per le vie della Capitale Thimpu si percepisce un clima di serenità sui visi delle persone.

Ma per essere un Re amato e rispettato davvero dal suo Popolo ci vuole coerenza ed empatia con il Popolo. Qui in Bhutan il sovrano gira in città a piedi senza scorta e guida personalmente la sua auto (un normalissimo SUV), e ha l’Autista solo nei momenti Ufficiali come ad esempio le visite di altri Capi di Stato… Il padre dell’attuale sovrano, ha abdicato il Regno a favore del figlio Jigme Khesar Namgyel Wangchuck perchè a soli 53 anni sentiva che un giovane di 18 anni, meglio di lui, avrebbe saputo condurre il Paese.

Gli Spettatori al Festival di Thimphu

Senza pagare le tasse: 

Quando viaggio, mi piace guardare i numeri che mi danno la dimensione delle cose,  un’idea, dei riferimenti, per capire cosa accade intorno a me. Un Regno con soli 800.000 abitanti: uno Stato intero che è popoloso come un quartiere di Roma… 

Viene da chiedersi come gestire un territorio che comunque non è piccolo, con così poche risorse…. Ne esce un problema di Finanza anche perchè, qui non si pagano le tasse! Come fa lo stato a finanziarsi? Fortunatamente il Bhutan si trova ai piedi dell’Himalaya e grazie allo scioglimento delle nevi, i suoi fiumi sono sempre in piena e hanno una portata di acqua enorme: le potenti dighe quindi producono energia elettrica che viene venduta alla Cina e all’India e gli incassi che ne derivano sono sufficienti e sostentare la macchina statale senza che le persone siano obbligate a pagare le tasse.

Le tasse le pagano solo le grosse Compagnie straniere e la gente vive con uno stipendio comunque dignitoso che gli permette di vivere ed essere realmente felici.

Nelle case, con la gente. Vengono tostati i cereali.

Tradizione e Religione:

In Bhutan c’è l’obbligo, per tutti i dipendenti pubblici, di vestire con gli abiti tradizionali, e nei giorni di festa l’obbligo è esteso a tutti i Cittadini, e siccome ci sono decine di giorni di festa ogni anno in tutto il Paese, da queste parti è più facile vedere le persone vestite con abiti tradizionali che con abiti moderni! Tutto questo è previsto dal “codice delle buone maniere” che qui chiamano Driglam namzha.

Il vestito tradizionale maschile si chiama Gho, è una sorta di lunga vestaglia e lascia le gambe coperte dai lunghi calzettoni neri, la parte alta, con il bavero abbondante, viene usata come se fosse un grosso tascone, una sorta di marsupio nel quale ciascuno può tenere oggetti, documenti, cibo, attrezzi e tutto ciò che in essa può essere trasportato. La cintura nera che li cinge in vita è la Kera ed è fondamentale proprio perchè fa da “fondo” al tascone. Per le donne c’è invece la Kira, un vestito lungo fino alle caviglie fatto con tessuti colorati e decorato con disegni geometrici tradizionali.

Gli Spettatori al Festival di Thimphu

Ma in Bhutan la tradizione non è solo negli abiti, qui viene mantenuta viva anche nelle case che devono avere un particolare tipo di finestra in legno sagomato e colorato secondo lo stile locale. E non è tutto: anche i colori ammessi in qualunque tipo di utilizzo pubblico o privato sono stati previsti in una speciale “mazzetta cromatica” che ne ammette solo alcuni escludendo tutti gli altri.

Il buddismo è la Religione di Stato in Bhutan ma c’è anche una certa apertura verso altre religioni come l’induismo e per le minoranze cristiane che possono professare però il loro credo solo in casa. I suoi festival di origine religiosa si svolgono all’interno degli Dzong che sono i tipici edifici del Bhutan con una curiosa funzione mista di centro militare, e allo stesso tempo anche religioso, tutto all’interno di uno stesso edificio. Gli dzong, vengono costruiti rispettando le regole di stile imposte per legge e naturalmente il lavoro di progettazione viene stabilito in accordo tra le autorità religiose e quelle civili.

Punakha Dzong (Palazzo della Grande Felicità o Palazzo d’Estate)

Ogni dzong ospita un festival religioso annuale chiamato tshechu durante il quale si svolgono le danze con costumi coloratissimi che rappresentano animali reali o mitologici chiamate cham che possono durare per ore ad un ritmo lento e incessante, angosciante e tetro. Fondamentalmente le trame dei cham celebrano la vittoria del bene sul male con la sottomissione del diavolo e la liberazione dagli spiriti maligni.

Durante i cham, tra i danzatori ufficiali che si esibiscono in faticose ed estenuanti coreografie rituali, fanno la loro comparsa assolutamente incontrollata delle figure di disturbo (anch’esse mascherate) che entrano liberamente e improvvisamente nella scena per ridurre la tensione. Hanno una ruolo fondamentale e allo stesso tempo irriverente e dissacrante e portano gli spettatori (e i bambini in particolare) a grosse risate inaspettate e nessuno si mostra disturbato dalla loro presenza che ha esattamente la funzione del clown nel nostro circo durante l’esibizione del domatori di leoni.

Il Festival annuale di di Thimphu si svolge tra danzatori in maschera che per due giorni si esibiscono gratuitamente in uno spazio creato appositamente nei pressi del Palazzo Reale.

Il Paese che non ha semafori:

Un vero Viaggiatore prima di partire sa darsi un obiettivo, ha uno scopo per decidere di fare quel viaggio. Ciò che ci spinge a metterci in viaggio non è mai la meta finale, la destinazione non è un punto di arrivo, ma il concretizzarsi di un “percorso” che a volte dura anni e che nulla ha a che fare con la “strada” necessaria per arrivare. Ciascun Viaggiatore si chiede quindi prima il perchè sceglie una meta piuttosto che un’altra, e ciascuno avrà una risposta diversa da tutti gli altri.

Mi sono chiesto anche io perchè il Bhutan, perchè raggiungere una destinazione tanto insolita, un Paese quasi del tutto sconosciuto al Turismo nel quale arrivano ogni anno solo 20.000 Turisti da tutto il mondo, metà dei quali sono Indiani. Il Visto “all inclusive” che costa circa 250 dollari al giorno comprende anche il pernottamento, i pasti e la guida locale obbligatoria più i trasporti interni con autista privato e le tasse di soggiorno.

Gli Spettatori al Festival di Thimphu

Sono andato in Bhutan perchè mi piacciono i viaggi etnici, e scoprire culture lontane, mi piace il rapporto tra la gente e la religione, documentare la spiritualità delle persone che vivono in Paesi in cui la religione è un valore costituzionale e fa parte della struttura sociale.

Sono andato fino in Bhutan appositamente per fotografare i Festival di Punakha e di Thimphu che si svolgono in ottobre a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Tutto il viaggio è durato 8 giorni di cui quattro li ho passati nei festival vivendo le danze in mezzo alla gente: qui gli spazi sono aperti e la libertà di muoversi è assoluta: ci si può sedere anche accanto al Re, se si trova un posto libero nella Tribuna d’Onore.

Le armi giocattolo sono il gioco preferito da tutti i bambini

Il popolo è accogliente e sorridente: questa gente ti apre le porte di casa per farti entrare e offrirti un tè anche se non ti ha mai visto prima. Molti di loro vivono in campagna coltivando riso sui campi terrazzati a gradoni e sono molto ospitali con i pochi stranieri che si spingono fino in Bhutan a scoprirne la cultura. In Bhutan tutto è a misura d’uomo: basti pensare che in tutto il Paese non esiste un semaforo e che gli incroci principali sono controllati da vigili urbani che dirigono il traffico in guanti bianchi, grazie al Ministero della Felicità qui non esiste la disoccupazione.

In tutto il Bhutan c’è un solo aeroporto, a Paro, incastrato in una valle e il suo atterraggio è così complicato che ci sono solo 6 piloti al mondo abilitati a farlo. Tutti questi mi sono sembrati motivi più che sufficienti per scoprire che il Paese in cui tutti vorremmo vivere per essere felici esiste davvero e si chiama Bhutan.

Ah… Ricordate un’ultima cosa: in tutto il Bhutan è severamente vietato fumare!

Il Tiger’s Nest arroccato sulla montagna. Per arrivarci bisogna salire (è possibile arrivarci solo a piedi) per oltre 900 metri di dislivello

Priverno, i Sacconi del Venerdì Santo

Oggi parliamo della nostra Bella Italia e delle sue tradizioni così affascinanti che fino alle restrizioni dovute al covid 19 riempivano i calendari di tutto lo Stivale.

A pochi passi da Latina esiste (o meglio esisteva prima del covid) una realtà quasi sconosciuta eppure molto sentita: ci troviamo a Priverno e qui la Processione del Venerdì Santo ha radici profonde e un fortissimo senso religioso. Il Paese intero si riversa in strada non solo per assistere, ma per partecipare attivamente alla sacra sfilata. Tra loro le Anime Nere: due detenuti anonimi che volontariamente in segno di penitenza camminano scalzi e con i piedi incatenati portando una croce sulle spalle.

I Sacconi, le Anime Nere, sono dei Detenuti con un permesso speciale dell’Autorità Carceraria che richiedono volontariamente di espiare le loro colpe verso Dio camminando in processione. Foto: © Roberto Gabriele

A Priverno si celebra la Passione di Cristo non è una rievocazione storica come avviene in tante altre località, qui viene vissuta attraverso il suo significato simbolico.

Tutto ha inizio nella Cattedrale: i membri delle confraternite (Anime Bianche) si riuniscono in preghiera nel tardo pomeriggio. Con loro ci sono i due detenuti (Anime Nere) che con un permesso speciale dell’autorità carceraria escono appositamente dal carcere per manifestare il loro pentimento e per espiare le loro colpe davanti a Dio, e alla società seppur protetti dall’anonimato del cappuccio che ricopre i loro volti.

Le donne con i vessilli aspettano l’uscita dei Sacconi. Foto: © Roberto Gabriele

In chiesa entrano scalzi e tali resteranno fino alla fine, quando escono per la processione i loro piedi vengono legati con pesanti catene e sfilano accompagnati dai Carabinieri. Il clima è di silenziosa preghiera e di profondo rispetto. Si percepisce un silenzio sacro ma non muto. L’emozione è forte, ci si sente circondati da migliaia di persone a lutto. Dappertutto c’è un enorme silenzio. Non c’è la banda, qui si celebra in strada il funerale di Cristo.

La piazza è gremita. La processione ha inizio. Foto: © Roberto Gabriele

La folla dei fedeli esce dalla chiesa accolta da una piazza gremita di altre migliaia di persone. Tutti hanno un ruolo, chi porta un vessillo, chi un enorme lampadario a bracci che rischiarerà la marcia notturna di tutti, chi canta e chi trasporta le statue sacre della passione. E’ questo il momento in cui alle Anime nere vengono incatenati i piedi e caricate le pesanti croci sulle spalle: le portano in segno di penitenza per più di due ore.

Le Anime Bianche delle Confraternite illuminano le anime dei Penitenti portando la Luce sul loro cammino. Foto: © Roberto Gabriele

Il corteo viene aperto dai cori delle contrade che lo precedono lungo tutta la via crucis, nei vicoli vengono fatte delle soste in prossimità di tutte le chiese del paese. I personaggi incappucciati in bianco precedono le Anime Nere e ne annunciano il passaggio, poi sfilano i penitenti con i loro pesanti carichi sia dal punto di vista fisico che emotivo. Il rumore delle catene che strusciano sul selciato a sampietrini rompe il profondo silenzio che ammanta il paese e scandisce il passo dei due uomini che si fanno carico della croce di Cristo. La statua del Cristo disteso chiude poi la lunga colonna umana.

I piedi dei Sacconi legati a pesanti catene che simboleggiano il peso dei peccati portati dai Sacconi penitenti. Foto: © Roberto Gabriele

Le Anime Nere che la gente qui chiama i Sacconi, sono quelli che espiano pubblicamente le loro colpe, tutto qui è rituale e simbolico: i buoni sono bianchi, i cattivi sono neri. E’ l’alternanza tra il bene e il male, tra chi sceglie la retta via e chi la ha lasciata per poi ravvedersi. E ci sono i Carabinieri in divisa, in un apparente mescolamento tra sacro e profano, ma si tratta di un gioco di ruoli, un sottile gioco delle parti in cui ciascuno incarna un personaggio.

I Sacconi sfilano accompagnati dai Carabinieri. Foto: © Roberto Gabriele

A volte partiamo per lunghi viaggi alla ricerca di rituali lontani e culture diverse dimenticando di cercare le nostre origini sociali e culturali a poca distanza da noi. Vivere qui una serata così intensa è un’esperienza da non perdere (anche per chi non è credente): l’aspetto antropologico, culturale e spirituale è enorme. Vi sembrerà di vivere in un sogno, qui tutto è rarefatto, lontano nel tempo e nello spazio sembra incredibile ma siamo a pochi chilometri da Roma, e la spiritualità è fortissima.

Priverno riscopre una sua identità che non ha varcato i confini del proprio territorio e che quindi non è ancora diventato un’attrazione turistica. A Priverno, ogni anno, il Venerdì Santo, farete un viaggio alla ricerca di una valori dimenticati, di un’Italia che “non esiste solo al sud”.

Roberto Gabriele

La salita finale con la lunga scalinata che porta verso la cattedrale segna la fine dell’espiazione delle colpe dei Sacconi. Foto: © Roberto Gabriele

E’ morto Giovanni Gastel

Oggi 13 marzo 2021 intorno alle ore 18, il mondo della fotografia piange uno dei suoi più indiscussi Maestri.

E’ morto Giovanni Gastel ci ha lasciati oggi a soli 65 anni a causa del Covid-19. Sono cresciuto con le sue immagini: 30 anni fa, quando ho iniziato ero solo un ragazzino e lui, poco più grande di me era già Giovanni Gastel
Una persona raffinata, colta, elegante, un grande ritrattista che si è contraddistinto per le sue immagini pulite, creative, potentissimi strumenti di comunicazione che per 40 anni esatti hanno segnato la storia della fotografia commerciale, moderna e contemporanea.

Giovanni Gastel ha fotografato le donne più belle del mondo rendendole ancora più affascinanti e mai volgari, mai ammiccanti ma sempre sature di infinita personalità. Ma a parte una sua predilezione per il le donne ha fotografato anche tanti uomini, artisti, industriali, politici…

Una persona che ha sempre avuto intorno a se solo stima e mai clamore, mai uno scandalo, uno dei pochi di cui si poteva solo parlare bene e del quale mai nessuno è riuscito a mettere in dubbio l’efficacia e del suo stile semplice e inconfondibile.

Giovanni Gastel nasce a Milano il 27 dicembre 1955 ultimo di sette figli e nipote di Luchino Visconti, inizia la sua carriera nel 1981 a soli 26 anni collaborando con riviste come Vogue Italia e Rolling Stone, e firmando nei rampanti anno ’80 campagne pubblicitarie per i più grandi stilisti di tutto il mondo tra cui Versace, Missoni, Trussardi, Dior, Nina Ricci, Guerlain e molti altri.

Quel che mi piaceva di lui era la semplicità: non aveva bisogno di urlare. A Gastel bastavano pochi elementi, schemi di luce piena senza effetti drammatici e senza speculazioni. Lui sapeva tirare fuori la bellezza intrinseca dei suoi soggetti. Di lui ricordo i suoi Polaroid scattati con il banco ottico 20×25, delle opere d’arte che hanno segnato la mia formazione e la mia crescita fotografica.

La sua mostra al MAXXI di Roma è finita il 5 marzo 2021, 8 giorni fa. Di lui mi piaceva molto anche il lato umano che emergeva dalle sue pagine Social nelle quali spiegava ogni giorno i motivi della sua arte, cosa spingeva i suoi scatti, quali erano le sue emozioni a stare dietro alla fotocamera. Le pagine social in cui pochi mesi fa, nell’autunno 2020, non parlava più di fotografia ma del fatto di essere diventato nonno e della sua enorme gioia di questo.

Oggi sono triste, davvero. Di lui non voglio dire molto di più. Vi lascio con le sue parole, quelle che potete andare a leggere voi stessi sulla sua pagina facebook: https://www.facebook.com/GiovanniGastelFotografo

Ciao Maestro, grazie di aver ILLUMINATO la mia fotografia.

Roberto Gabriele


Serie “Madonne”

Gastel madonne
Serie “Madonne” foto: © Giovanni Gastel

Il progetto ‘Madonne’, ideato da me e il grandissimo stylist Simone Guidarelli, con la bellissima modella Beatrice Brusco nasce dall’idea di lasciare un interpretazione contemporanea della Vergine come tutte le epoche hanno fatto attraverso l’arte. L’ispirazione è alle Madonne barocche e andine.

Il mio amore per la figura della Santissima Vergine Maria come simbolo del massimo amore e insieme del massimo dolore è immenso!


Serie “My Ladies”

Serie “My Ladies”. Foto: © Giovanni Gastel

Le donne sono state per tutta la mia vita faro e muse del mio cammino. Ancora oggi dedico a loro il mio lavoro fotografico e letterario!

Grazie mille vi amo tutte e vi ringrazio di essermi sempre vicine.


Roberto Bolle

Roberto Bolle
Roberto Bolle. Foto: © Giovanni Gastel

Foto dell’amico e sublime danzatore Roberto Bolle che ho avuto la gioia di fotografare la prima volta a 18 anni nel foyer del teatro alla Scala quando era già un promessa della danza mondiale. Qua Roberto siede pensoso, per una volta nella platea.


Serie: Metamorfosi

Metamorfosi Giovanni Gastel
Serie “Metamorfosi”. Foto: © Giovanni Gastel

Mi ha sempre affascinato la commistione contenuta nella Mitologia tra Esseri di diversa natura. Quasi un monito a non allontanarci da essa.

Macchina: Plaubell 300 mm su Polaroid 20×25
Foto rielaborate con sovrapposizioni e filettature in post-produzione


Luciana Littizzetto

Giovanni Gastel
Luciana Littizzetto Foto: © Giovanni Gastel

Quando Luciana è arrivata da me era visibilmente contraria all’idea di farsi ritrarre. Allora ho cercato di calmarla e alla fine ne è uscito questo ritratto in cui si è riconosciuta con grande gioia.

Una donna straordinaria e un onore fotografarla.
Torna presto Luciana!
Un bacio grande grande ?
Gio

Liberatoria immagini – copyright

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Morto Giovanni Gastel

Harry Gruyaert, solo luci e forme

Harry Gruyaert nasce a Antwerp (Belgio) nel 1941, dal 1959 al 1962 ha studiato presso la scuola di cinema e Fotografia di Bruxelles, in seguito si trasferisce come fotografo freelance a Parigi, dove ha cominciato a lavorare nel campo della pubblicità e dove divenne in seguito direttore della Flemish Television.

Gruyaert ha il desiderio di viaggiare e fotografare e soprattutto di scoprire il mondo, prima della fine degli anni ’70 avrà già lavorato in moltissimi luoghi, visitando paesi come :India, Stati Uniti, Egitto Giappone e Marocco. Ora è pronto per tornare nel paese d’origine, il Belgio, per cominciare a lavorare sulla ricerca del colore.

Gruyaert non si considera un fotoreporter, ma ha adottato questa filosofia “ Non ci sono storie, è solo una questione di luci e forme”, come affermato in una sua intervista di qualche anno fa .

I primi tempi non sono stati molto semplici, in quanto tutto ciò che riguardava la fotografia di strada, fino a quel momento, vedeva una netta predominanza del bianconero e quindi i suoi scatti erano visti con molto scetticismo, ma continuerà incessantemente a esplorare il colore fino a farlo diventare uno dei fotografi più importanti del panorama europeo.

Non aveva importanza dove si trovasse, poteva essere in Belgio come a Las Vegas, ad Anversa oppure a Mosca o a Los Angeles, il suo scopo finale è sempre stato quello di far emergere il colore da qualunque elemento gli si prospettasse davanti.

Gruyaert ha sempre avuto la capacità di lavorare con qualsiasi condizione di luce, realizzando immagini straordinarie, non si limitava a sfruttare la luce naturale, sapeva usare a proprio piacimento qualunque tipo di illuminazione avesse a disposizione, luci a neon, lampioni, insegne di caffè, tutto poteva essere usato.

Quando ha cominciato a scattare a colori, non erano stati pubblicati moltissimi lavori, negli Stati Uniti “William Eggleston’s Guide” ed in Italia “Kodachrome” di Luigi Ghirri, giusto per citare due autori che hanno usato il colore in maniera esemplare.

Nel 1981 gli viene proposto di realizzare un lavoro per la rivista “GEO” a Las Vegas, una di quelle città americane dove il colore è presente in ogni luogo, soprattutto la notte. Ma Gruyaert sceglie un approccio diverso e decide di raccontare la Las Vegas di giorno perchè considerava troppo facile lo spettacolo della notte della città del gioco.

Nel suo lavoro si ritrova tutta l’iconografia americana, centri commerciali, stazioni di servizio, autostrade, parcheggi, automobili, hotel e le persone che vivono questi luoghi, ma non sono mai invadenti, tutto è concentrato e basato sempre sul colore.

L’anno seguente, il 1982, sarà invitato a far parte dell’agenzia Magnum.

Gruyaert ha lavorato fino al 2009 con pellicola Kodachrome, anno di cessazione della produzione, convertendosi poi al digitale con il quale continua a lavorare.

Le sue immagini sono sempre state in anticipo sui tempi, un po’ come quelle di William Eggleston, Joel Sternfeld, Stephen Shore, Luigi Ghirri, Guido Guidi giusto per citarne alcuni, e continuano a mantenere ancora una contemporaneità assoluta.

Pur non considerandosi un testimone di qualcosa, è indubbio che gli scatti di Harry Gruyaert rappresentano dei documenti importantissimi sul tempo che scorre.

I suoi colori continuano ad emozionarci a distanza di anni, il giallo, il rosso, il verde, l’azzurro ci fanno reagire come se fossimo presenti sulla scena, questo è la capacità e la maestria dei grandi fotografi, far rivivere il momento dello scatto attraverso il tempo.

Siti riferimento

https://www.magnumphotos.com/photographer/harry-gruyaert/

http://www.harrygruyaert-film.com/

Roberto Bianchi:

Facebook: https://www.facebook.com/robybianchi

Eravamo persone

Dal nostro Viaggio Fotografico Cracovia Innevata presentiamo questo video creato con le foto di Enrico Cambiaso fatte nei campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau dove la lucida follia nazista ha sterminato 6 milioni di ebrei.

Per ricordare, per non dimenticare. Nel Giorno della Memoria della Shoah.

Puoi commentare questo Articolo, lasciare una testimonianza, un tuo pensiero in memoria nello spazio apposito qui sotto.

La musica Dissociation è di Naoya Sakamata è libera da Diritti di Utilizzo e puoi ascoltarla sul canale You Tube dell’Autrice: https://www.youtube.com/watch?v=T9yWYs0XsQk

Auschwitz di Giusy Scigliano

Questo video di Giusy Scigliano è stato realizzato durante il nostro Viaggio Fotografico Cracovia Innevata, edizione 2016.

Pubblichiamo per ricordare, per non dimenticare.

Lasciamo a Voi la visione straziante e la possibilità di commentare il video nello spazio che trovate in fondo alla pagina.

Ringraziamo l’Autrice per averci gentilmente concesso di pubblicare il suo video.

Appia Antica, Regina Viarum

Perchè l’Appia

Non prendetemi per pazzo, ho viaggiato in 48 Paesi ma la nostra Italia è il più straordinario di tutti e ci è voluto il Covid-19 per farmela riscoprire in tutta la sua prorompente bellezza.

Abituato a viaggiare a lungo, lo faccio spesso seguendo le strade storiche di tutto il mondo dalla Route 66 alla Panamericana, alla Via della Seta… Ma fare un itinerario del genere rimanendo nel nostro Belpaese è un’esperienza davvero irripetibile. Quale altro posto al mondo se non l’Italia può vantare una così ampia varietà di stimoli culturali, storici, etnici, enogastronomici e paesaggistici? Davvero nessuno… Altri Paesi nei quali c’è qualcosa da vedere bisogna guidare per giorni per passare da un punto di interesse ad un altro. In Italia si trovano location inesplorate ogni 20 chilometri. Ogni angolo testimonia un grande passato, una storia millenaria.

Roma – Villa dei Quintili, al quinto miglio dell’Appia Antica

Da tempo sognavo di fare un grande viaggio tutto italiano, e quest’anno finalmente ne ho avuto l’occasione ad agosto: ben dodici giorni per fare soli  650 chilometri percorrendo tutto il tracciato dell’Antica Via Appia da Roma a Brindisi. Li ho percorsi lentamente, apprezzando ogni pietra miliare che mi ricordava quanto Roma si allontanasse pian piano dietro di me. Un lungo lavoro di ricerca e organizzazione mi hanno portato a disegnare questo itinerario interessantissimo nella nostra storia italiana.

La via Appia, tra le strade Consolari romane, da sempre è stata la più importante arteria di comunicazione, tanto da essere nominata come la Regina Viarum. Molto più di un semplice collegamento tra luoghi; l’Appia stessa è un luogo dotato di una identità, di una storia autonoma che le ha permesso di sopravvivere per 2000 anni e mantenere il suo fascino e la sua funzione. L’Appia è stata la meta stessa del mio viaggio.

Itri (LT) – Il più lungo tratto di Appia Antica ancora visibile. Oggi è un Parco Regionale di 3,5 km da percorrere a piedi o in mountanin bike

Non è un caso che lungo questa strada siano passati papi, eserciti, merci e bestiame. Ma non solo: è stata il luogo in cui sono transitate culture, lingue e popolazioni ciascuna delle quali ha influenzato profondamente il tracciato lasciando i segni evidenti del suo passaggio e rendendolo un mix concentrato di storia. Infatti, una volta arrivati a Brindisi, attraversando il Mediterraneo sia arrivava in Grecia e poi da lì il viaggio continuava verso oriente, fino in Cina seguendo la Via della Seta…

Lungo l’Appia sono nate e hanno prosperato città e paesi di straordinaria bellezza e oggi divenuti Patrimoni UNESCO: Roma, Caserta, Benevento, Matera sono le più famose, ma poi ci sono Melfi, Terracina, Santa Maria Capua Vetere, Gravina in Puglia, Venosa. Meno note ma non meno belle e fascinose…

Pensando a tutto questo, mi stuzzicava molto l’idea di fare un viaggio per riunire tutti questi punti legati tra loro da una Storia comune e non solo da una strada che li unisce semplicemente.

Minturno (LT) – Antica Minturnae

Il Viaggio non è una vacanza, ma è un percorso mentale, uno stato emotivo con il quale ci apprestiamo ad aprire i nostri confini mentali e cognitivi per arricchirci di esperienza e di conoscenza. Percorrere una strada storica è uno dei modi migliori per ottenere tutto questo: mentre viaggiamo non percorriamo chilometri, ma ordiniamo le nostre idee, allarghiamo la nostra visione del mondo.

L’Appia mi ha permesso di fare tutto questo, di fare un vero Viaggio in Italia, non per scoprire culture lontane, ma per ri-trovare le mie origini, ciò che è scritto nel mio DNA. Un viaggio interiore.

Il percorso tra Roma e Brindisi evidenziato sul Lightroom con le foto scattate lungo il percorso

Prepararsi a partire

Un viaggio come questo richiede una lunga e accurata documentazione prima di fare i bagagli. La prima idea è stata quella di fare tutto il tracciato a piedi o in mountain bike, ma ho poi desistito perchè il mio scopo principale era andare a documentare il percorso con la fotocamera e ho preferito l’auto per gestire meglio gli spostamenti e avere più tempo per fotografare.

Ci sono in giro tantissime pubblicazioni, libri, guide che illustrano le varie tappe da cui prendere spunto e ispirazione, io ho trovato più utile studiare le mappe che adoro leggere e osservare, imparare a memoria prima di un viaggio. Le mappe on line e quelle cartacee più qualche sito ufficiale che riporta dettagliatamente il percorso, mi sono serviti per non lasciare nulla al caso. Ho usato anche alcune App fotografiche per pianificare i dettagli sugli orari del sole di cui avevo bisogno per scattare le mie foto con le condizioni di luce migliori.

Le tappe erano pianificate, ma gli Alberghi non li avevo prenotati, quando parto mi piace scoprire sul posto questi dettagli. Volevo che fosse il viaggio di un viandante, di un Viaggiatore che sa succhiare il piacere dell’avventura, che sa osservare il mondo che lo circonda e sa scegliere il miglior posto dove mangiare non dalle relazioni trovate on line, ma dai profumi che sento di giorno in giorno per strada. 

Santa Maria Capua Vetere (CE) – rovine dell’Anfiteatro Romano

Quando sono in viaggio per me l’odore di una strada vale più delle parole spese per descriverla, lo sguardo su un orizzonte vale più delle foto fatte per raccontarlo, e in Italia le emozioni si susseguono ravvicinatissime, una dopo l’altra. Il mio lavoro prima di partire è stato raggruppare i miei sogni, riunire e mettere in fila tutte le emozioni che mi aspettavo di trovare tra Roma e Brindisi. Ho cercato nel mio immaginario tutto ciò che avevo sentito dire su quel tratto di mondo. Ho fatto un vero e proprio brain storming per segnare sul percorso tutto ciò che avrei voluto vivere e sperimentare.

Nella mia lista avevo previsto anche la gastronomia legata ai luoghi: impossibile parlare di Roma senza pensare alla Carbonara. Inutile andare a Caserta senza assaggiare la mozzarella o la pizza e passare per Matera senza prevedere un piatto con i peperoni cruschi. Superficiale transitare in Puglia senza provare il piacere del pane cotto a legna…

Minturno (LT) – Antica Minturnae. i mosaici delle terme ancora perfettamente conservati

La cosa più difficile da organizzare è stata la scelta dei luoghi:  pur sapendo che avrei fatto tutto il tracciato dovevo comunque escludere qualcosa e, vista la quantità enorme di siti, la scelta è stata impegnativa.

Ad esempio, l’attuale SS7 via Appia, NON è, se non in piccoli tratti, la via Appia Antica. Molto spesso infatti le due strade corrono parallele ma su percorsi diversi magari distanti qualche chilometro.

Caserta (CE) – il Presepio di Corte nella Reggia, opera di Luigi Gabriele

Ho cercato metro per metro i tracciati originali, spesso la vecchia Regina Viarum ha perso la sua importanza diventando un tratturo di campagna percorso solo da greggi e pastori. Una ricerca impegnativa però interessantissima e divertente da fare. Erano proprio questi i tratti che di più mi è piaciuto cercare e poi ritrovare.

Ho segnato sulla mappa ogni singola location che volevo raggiungere per fotografarla con lo stesso entusiasmo di chi disegna il luogo in cui ha nascosto il proprio tesoro.

Questo perchè il viaggio è una metafora di vita, e nella vita come nel viaggio non c’è nulla di più bello che decidere dove andare e arrivarci lentamente godendosi non solo la destinazione, quanto la strada fatta per arrivarci.

Melfi (PT) – Panorama

Il Viaggio

Finalmente si parte.

Eravamo in due, io e Simona, la mia compagna di vita e di strada. Non mi piace partire da solo, preferisco avere un buon compagno anche se poi quando siamo in giro viviamo esperienze percettive parallele ma non uguali pur facendo le stesse cose nello stesso momento. In viaggio è bello trovare i propri spazi di indipendenza, fare dei tratti di strada da soli per poi raccontarseli una volta arrivati a destinazione la sera davanti ad una birra ghiacciata e con le foto scaricate nel computer.

Pochi bagagli, nessuna prenotazione. Era l’estate indimenticabile del 2020, subito dopo il primo lungo lockdown imposto dal covid. Siamo partiti per la prima volta nella nostra vita mettendo le mascherine tra le cose necessarie: con quella ritrovata voglia di viaggiare unita alla nuova paura di contagiarsi tra la gente che avremmo incontrato. Non si può viaggiare con la diffidenza, ma la prudenza è sempre necessaria.

La cosa più bella di questo viaggio è stato il goderselo a partire da Roma, la città in cui vivo e che non finisce mai di stupirmi. Roma è parte integrante di questo itinerario fatto di storia e cultura, di paesaggio e gastronomia. Siamo arrivati fino a Brindisi godendoci ogni passo con lentezza e con consapevolezza.

Venosa (PT) – la Chiesa dell’Incompiuta

In 650 chilometri si incrociano testimonianze dei Romani, degli Svevi, dei Normanni e dei Longobardi ma anche dei Sanniti e dei Borbone… La storia si mescola lungo questa strada percorsa da Papi e Cardinali per arrivare fino a Melfi per fare 5 concili in questa piccola cittadina fortificata in provincia di Potenza tutta da scoprire. Osservando le città lungo la strada si sentono palesemente le influenze di tutto questo…

L’Appia attraversa le grandi Pianure Pontine e il Tavoliere delle Puglie e valica gli Appennini passando in paesaggi modificati da migliaia di pale eoliche che producono energia pulita rispettando la natura. Campi coltivati e pascoli enormi si susseguono e si alternano alle grandi grandi aziende che sorgono in prossimità della strada e movimentano le loro merci lungo di essa in un percorso che non annoia mai. La varietà di ambienti è proprio il grande valore aggiunto di questo Viaggio.

Matera – Panorama della città vista da San Pietro Barisano

La strada unisce due mari e passa dai tramonti che si vedono sul Tirreno (nel tratto fra Terracina e Formia) fino alle albe da godere sull’Adriatico a Brindisi dove le colonne Romane sul porto indicano la fine della strada. Vedere un tramonto sull’Adriatico (rimanendo in Italia) è infatti possibile solo da Trieste.

E’ bello attraversare 4 Regioni e ad ogni sosta, in pochi chilometri sentire i dialetti sempre diversi ogni volta che parli con qualcuno anche solo per ordinare un caffè… Il viaggio è anche questo: imparare ad ascoltare ciò che ci circonda, parlare con la gente, sentire il calore genuino dell’accoglienza meridionale.

L’Appia Antica mi resterà nel cuore. Uno straordinario Viaggio da fare a casa nostra.

BUON VIAGGIO A TUTTI

Roberto Gabriele

Leggilo su Acqua & Sapone:

acqua & saponeL’Articolo è pubblicato anche sul mensile Acqua & Sapone nel numero di gennaio 2021: https://www.ioacquaesapone.it/leggi/?n=asgennaio2021#102

Brindisi – le Colonne Romane in cima alla scalinata (di una ne resta solo un piccolo troncone) segnano il punto di arrivo della via Appia dopo 650 chilometri da Porta san Sebastiano a Roma

India, Kumbh Mela 2019

La sacralità del luogo

Il Kumbh Mela è una di quelle esperienze che non si dimenticano, che quando torni a casa senti che qualcosa è cambiato, che hai partecipato ad un evento emotivamente forte, sconvolgente e affascinante.

Non è solo un evento religioso, o un ritrovo di fedeli che si riuniscono in preghiera condividendo tradizioni o rituali, ma è la più grande manifestazione religiosa del Mondo.

Un enorme pellegrinaggio che coinvolge, a seconda degli anni, fino allo spaventoso numero di 100 milioni di persone.

Siamo in India, nello Stato dell’Uttar Padesh, e precisamente ad Allahabad, città in cui confluiscono i tre fiumi sacri agli induisti: il Gange, lo Yamuna e il mitico Sarasvati, oggi scomparso, o a detta di alcuni quasi totalmente sotterraneo, ma che mantiene ancora vivo per i fedeli il Culto della Dea da cui prende il nome.

La storia del Kumbh Mela e le sue celebrazioni sono legate a leggende dai forti connotati mitologici ed astrali, e come in tutti i poemi epici che si rispettino, anche qui buoni e cattivi combattono, e combattono per 12 giorni e 12 notti finchè Vishnu, che aveva ordinato di agitare gli Oceani per ottenere il nettare dell’Immortalità, chiamato Amrita, ne fece cadere alcune gocce nei quattro luoghi che così divennero sacri : Allahabad, Haridwar, Ujjain, e Nashik.

Proprio in queste quattro città si svolge a rotazione, ogni tre anni, questo importantissimo pellegrinaggio.

IndiaL’esperienza umana

C’erano 50 milioni di persone attorno a me. 50 milioni di persone che camminavano, camminavano ininterrottamente, giorno e notte, senza sosta. 50 milioni di pellegrini, fedeli delle più svariate sètte induiste (akhada), che hanno attraversato il paese con treni speciali, pullman, camion, ed ogni altro mezzo di fortuna per radunarsi in un’area di non più di 20 km di lunghezza per 32 km quadrati di superficie.

Inimmaginabile per noi occidentali, impossibile da capire, troppo lontano dalla nostra cultura e dalla nostra esperienza umana.

E soprattutto difficile da descrivere. Quasi impossibile.

Il mio primo impatto in quest’area che sembrava un enorme campo tendato, è stata una scena che ricordava l’esodo biblico.

Decine… centinaia… migliaia di poverissimi pastori che venivano dallo Stato del Bihàr, nell’India nordorientale, arrivati qui con 5 pullman, ogni pullman con più di 100 persone.

IndiaScendevano ordinatamente da un alto terrapieno, non si vedeva l’inizio della sterminata fila di persone. Arrivavano cantando, vestiti con quanto di più povero potessero trovare, tutto ciò di cui avevano bisogno era racchiuso in fagotti di tela che portavano sulla testa o annodati in lunghi bastoni poggiati sulle loro spalle.

I più religiosi portavano con sé della paglia. Erano a digiuno e avevano promesso a loro stessi di “dormire su un letto di paglia” finché non avessero fatto le abluzioni nei fiumi sacri.

Capitava spesso, infatti, di trovarne distese enormi lungo le rive dei fiumi, e sopra di esse altre distese di gente che si spogliava e rivestiva senza alcun pudore o soggezione, o paura di essere guardati male.

Si immergevano, quasi completamente svestiti, nelle acque gelide a qualsiasi età, e a qualsiasi ora, giorno o notte che fosse.

Spesso incontravo figli che portavano gli anziani genitori perché potessero fare la loro sacra immersione prima del trapasso che sentivano avvicinarsi.

Ed è proprio questo il motivo più profondo dell’essere qui, almeno una volta nella vita, per ogni Induista: un dovere che ognuno sente dentro di sé, come liberazione e purificazione dell’anima e dello spirito.

Questo è infatti quello che mi è stato detto anche dalla mia fidatissima guida:

Ogni induista crede che sia molto importante andare almeno una volta nella vita sui luoghi sacri della religione Hindu per fare le abluzioni nelle acque del fiume Gange o degli altri fiumi sacri nei periodi del Kumbh Mela perché questi luoghi sono stati benedetti dalla divinità Vishnu.

Chi farà i bagni sacri nel corso di questi eventi verrà pulito di tutti i peccati e potrà seguire la strada per il moksha, ovvero la liberazione e la salvezza come condizione spirituale superiore”.

La decisione di rimanere nel campo

India

La decisione di rimanere a dormire all’interno dell’area del Kumbh,  senza tornare al nostro comodo campo tendato si è dimostrata vincente .

Troppa folla, i ponti erano stati chiusi, se avessimo dormito al nostro campo non saremmo probabilmente riusciti arrivare nemmeno partendo a mezzanotte. Impossibile.

Con entusiasmo, molta curiosità e tanti chilometri a piedi, ci incamminammo così, verso il tendone dei Sadhu che ci avrebbero ospitati.

La strada era lunga parecchi chilometri,  e quello che c’era intorno a me era incredibile .

Fedeli poverissimi, famiglie con bambini, sadhu, asceti… Guru con vesti  arancioni, o solo con perizomi bianchi, o semplicemente vestiti di cenere.

Tendoni delle varie sette, in ognuno dei quali c’erano cerimonie religiose, venivano accolti i fedeli, si mangiava, dormiva, pregava, predicava, accoglieva…

Sulla strada c’era chi benediva, e chi chiedeva donazioni possibilmente in moneta del paese di provenienza, o chi camminava verso chissà quale luogo dove fermarsi a dormire… chi lavava, cucinava, ed anche qualcuno che stirava.

IndiaE il tutto con un’organizzazione perfetta, con gli eserciti di 5 Stati Indiani, decine di migliaia di bagni, punti di informazione, ospedali da campo.

E soprattutto c’era silenzio, un caos ordinato e un religioso rispetto per chiunque.

Arriviamo dai nostri ospiti.

Ho conosciuto subito il Maestro, un vecchio con occhi buoni e capelli grigi lunghi e stoppacciosi. L’accoglienza è stata bellissima e calorosa.

Quella,  adesso era casa nostra.

IndiaIntorno a me,  a terra,  c’era un gruppetto di devoti,  fumavano marijuana, alcuni erano completamente storditi, dormivano o a malapena tenevano gli occhi aperti.

IndiaErano questi i miei compagni di camera?

Ho mangiato con loro, seduta a terra e servita in piatti di metallo, rigorosamente senza posate. Il cibo, buono e speziato al punto giusto, si prendeva aiutandosi con il pane senza usare le posate.  Tutto bellissimo. Ed emozionante.

Quelle gentilissime persone che mi hanno ospitata per due giorni, servita e riverita erano Naga (Nudo) Baba.

Fanno parte della “famiglia” dei Sadhu, e come dice il loro nome, usano uscire nudi e coprirsi il corpo con la sola cenere.

Si dice che, a differenza di altri gruppi Sadhu, non siano propriamente pacifici, possano essere vendicativi ed arrivare alla mortificazione del proprio corpo e soprattutto del loro pene, desensibilizzandolo in vari modi: ho visto lucchetti, spade, e altri oggetti utilizzati per questo scopo.

Proprio loro, assieme alla più estrema delle sette Sadhu, gli Aghori, alle 3 di mattina hanno aperto la lunga processione fino ai gath alla confluenza dei fiumi sacri.

Erano il gruppo più atteso e scenograficamente più impressionante.

 

La lunga notte del Shahi Snan

L’esperienza più straordinaria è stata nella notte tra il 3 e il 4 febbraio.

Questa notte si è svolto il Shahi Snan, bagno rituale alla confluenza dei tre fiumi sacri, evento più importante di tutto il mese della Festa.

Un esercito di uomini nudi vestiti solo di cenere bianca e ghirlande arancioni sulla testa, con capelli lunghissimi arruffati e raccolti,  o completamente rasati si preparavano fuori dalle loro tende per iniziare il cammino più importante, seguiti da migliaia di seguaci e qualche curioso.

Una scena che difficilmente si dimentica.

IndiaIndiaHo camminato per tre km circondata da tutto il genere umano.

Tutta l’area, illuminata a giorno, aveva un’atmosfera surreale.

Sfilavano i carri degli asceti, sventolavano le bandiere arancioni, i manifesti giganti con le fotografie dei maestri venivano portati dai fedeli, e poi, c’era chi suonava i tamburi, e chi semplicemente camminava, andava avanti quasi per inerzia fino alla meta tanto desiderata.

Tutto intorno gente… gente… e ancora gente… e le tende dove dormivano, file infinite di bagni allestiti per l’occasione, militari a piedi e a cavallo che si occupavano di mantenere la sicurezza e l’ordine, e che severissimi allontanavano i non autorizzati, senza occuparsi troppo se sotto gli zoccoli dei cavalli finiva qualche essere umano.

Anime erranti mi circondavano da ogni lato con sguardi neri e profondi, avvolti da vesti povere ma pulite, e con la testa spesso coperta da cappelli di lana per affrontare la lunga e fredda notte.

Ognuno viveva quel momento da solo, in un intimo e religioso silenzio.

Le abluzioni

L’arrivo ai fiumi è stato memorabile.

Questo era per i fedeli il momento più importante: il momento del bagno sacro, aspettato probabilmente una vita intera e che per sempre rimarrà nei lori cuori e nelle loro anime.

La notte era fredda e ancora fonda. L’illuminazione era perfetta.

Per terra erano accatastati migliaia di abiti e scarpe.

Corpi per lo più magrissimi, prevalentemente con barbe bianche e lunghe, e donne seminude, procedevano verso l’attesa purificazione immergendosi nell’acqua freddissima del Gange o dello Yamuna che proprio qui si incontrano.

Qualcuno cercava di arrivare ad immergersi nell’acqua insieme ai propri maestri, il che rendeva quel momento ancora più sacro e ricco di significato.

Lo spazio in cui si svolgevano le abluzioni era piuttosto piccolo e delimitato da galleggianti, ed i responsabili della sicurezza sui loro gommoni lavoravano per garantire a tutti di poter vivere al meglio le loro abluzioni.

Qui le correnti sono infatti molto forti e i rischi di incidente, considerando anche la forte densità di persone, sarebbero potuti essere molto alti, ma tutto si è svolto per fortuna senza alcun problema e nel migliore dei modi.

L’esperienza al Kumbh si conclude così, un misto di emozioni fortissime si alternano nella mia testa pensando che nonostante questo strano mondo possa sembrare a noi occidentali così diverso, lontano ed incomprensibile, la grande umanità, simpatia ed ospitalità della gente mi ha fatto sentire in una grande

famiglia e sempre più curiosa di continuare a conoscere, ed immergermi in nuove culture che altro non possono fare che arricchirmi e rendermi migliore.

 

Giordania: da Petra al Wadi Rum

Per un Viaggiatore di solito non conta tanto la meta, quanto la “strada” fatta per arrivarci. La Giordania è diversa: per alcuni versi tutto il Paese è una destinazione straordinaria, ma è anche un “percorso” da fare lentamente alla scoperta di un Popolo che si sta aprendo alla modernità occidentale mantenendo ancora intatte le sue tradizioni religiose e culturali.

La Strada dei Re

Abbiamo parlato di strade e non c’è modo migliore di viaggiare in Giordania che evitare la comoda e moderna autostrada che passa in pianura e percorrere l’antica Strada dei Re che è una ampia strada panoramica di montagna che si inerpica tra Paesini anonimi e proprio per questo pieni di fascino.

Questa antica dorsale di comunicazione risale ad oltre 5000 anni fa, poi nota anche come Via Traiana, e si estende per circa 460 chilometri da dalla Capitale Amman, le rovine archeologiche della antica Jerash di epoca romana, passando per Dana, Petra il deserto del Wadi Rum fino ad Aqaba sul Mar Rosso.

Il percorso è mozzafiato: si estende tra gole brulle, aspre, desertiche con curve a tornanti, e ovviamente, visto che in epoca remota era l’unica via di collegamento per uomini e merci con il mare, lungo di essa sono nati, e tutt’oggi si incontrano, i Patrimoni dell’UNESCO di Petra e Jerash che da soli valgono il viaggio.

La Strada dei Re. Foto: © Roberto Gabriele

Se deciderete di muovervi gustandovi la Strada dei Re (e ve lo suggerisco), tenete presente una velocità media di circa 70-80 km/h e non abbiate fretta: il tempo dilatato giocherà a favore di tante soste da fare nel bel mezzo del nulla per godere al massimo i suoi panorami. E’ questo il percorso migliore da seguire perchè tocca tutte le principali destinazioni di interesse turistico che vedremo in queste pagine.

Molto più di una semplice striscia di asfalto, più di una tratta storica: la Strada dei Re è parte integrante del viaggio stesso, è una meta imperdibile almeno quanto lo sono le località che unisce tra loro. Armatevi di fotocamera e di tanta curiosità: il vostro viaggio è già iniziato.

Il viaggio:

Ora che abbiamo capito che il modo migliore per spostarsi in Giordania è seguire la Strada dei Re, vediamo quali sono i siti imperdibili che rendono questo Paese straordinario e scopriamo cosa c’è da sapere per muoversi in sicurezza.

Tanto per cominciare, sappiate che in Giordania ci si può spostare in tutta tranquillità anche con un’auto a noleggio che potrete guidare voi stessi per muovervi in totale libertà. Suggerisco però di avere sempre un navigatore GPS perchè, specie in zone poco turistiche, potreste trovare che i cartelli indicatori non sono scritti bilingue ma solo in arabo! Il Vostro Google Maps potrebbe essere una buona idea gratuita purchè vi scarichiate le mappe off line in modo da potervi connettere senza utilizzare la rete dati locale che in roaming è costosissima. Se seguirete il percorso che vi suggerisco di fare verso sud lungo la Strada dei Re, per il ritorno potreste tornare verso Amman costeggiano la sponda giordana del Mar Morto oppure arrivare fino ad Aqaba dove prendere un volo di rientro verso l’Italia.

La Giordania è una monarchia islamica: il re è molto benvoluto dal Popolo e gli aspetti religiosi, pur essendo molto radicati nella mentalità della gente, non arrivano mai ad eccessi di intolleranza o di ostilità nei confronti degli Ospiti stranieri, nè ci sono per i Cittadini obblighi o sanzioni per chi non crede nell’Islam. La religione insomma è molto sentita ma non obbligatoria: ci sono molti laici sia tra gli uomini che tra le donne.

La situazione sociale e politica è molto stabile: la Giordania da molti anni è in pace con tutti i Paesi confinanti nonostante si trovi in un’area molto calda a livello di tensioni internazionali. Di norma quindi, i turisti sono ben accetti da tutta la Popolazione e il benvenuto è sincero, non si è mai assediati da insistenti venditori di strada. Un saluto e un sorriso saranno sempre la chiave migliore per aprire qualsiasi rapporto con la popolazione.

Jerash:

L’antica Gerasa, oggi il suo nome in arabo è diventato Jerash, è una antica città Romana ancora perfettamente conservata, patrimonio dell’UNESCO. Si trova a meno di un’ora di auto dal centro di Amman ed è un sito archeologico mozzafiato nel quale è un piacere perdersi tra i resti di una città romana con cardo e decumani ancora perfettamente conservata.

Jerash vi darà il benvenuto con l’Arco di Adriano che si trova all’ingresso della città e da cui parte la Strada dei Re. Subito dopo l’arco troverete l’Ippodromo: un autentico tuffo nel passato, qui sono ancora visibili le tribune e tutto il percorso che veniva fatto dalle bighe, in questo luogo vi sembrerà ancora di ascoltare le urla della folla che incita gli atleti in competizione.

Camminando lungo le strade, ancora tutte lastricate, si arriva al Foro con il suo colonnato ovale che è rimasto intatto, sepolto per secoli e ora riemerso in tutto il suo splendore grazie al lavoro degli archeologi. Potreste rimanere per ore a camminare qui e pian piano spostarvi verso il Teatro e l’Odeon che ancora fanno mostra di sè con gradinate in marmi pregiati e ancora funzionanti con intense stagioni di spettacoli.

Riservate una visita di almeno 3-4 ore a questo luogo incantato, avventuratevi tra le sue strade lastricate di pietre bianche e rimanete in silenzio ad ascoltare il frinire assordante delle cicale e dei grilli in estate…

Il Cardo e il Decumano di Jerash

Petra:

Uscite da Jerash e iniziate a percorrere la Strada dei Re verso sud: tra un tornante e l’altro, salendo e scendendo le numerose montagne che troverete lungo il percorso, arriverete a Petra, la vera meta del nostro viaggio in Giordania.

Il baretto al Monastero di Petra: il premio per chi sale 800 gradini per arrivare fin qui

Fate in modo di visitare prima la Piccola Petra, poco distante dal sito maggiore e arrivateci preferibilmente un’ora prima del tramonto quando la luce dorata del sole crea lunghe ombre nel canyon e illumina perfettamente le rovine di pietra calcarea. Ricordate di visitare prima la Piccola Petra che vi permetterà di entrare in un crescendo emozionale per poi vedere Petra.
La visita di Petra richiede dalle 4 alle 15 ore di tempo a seconda di quanto vorrete approfondire la vostra conoscenza, vedrete che, comunque scegliate di farla in base alle vostre condizioni di salute e alle vostre aspettative, quel tempo vi passerà in fretta.

Per i più arditi suggerisco di mettersi in fila ai cancelli già all’alba, ed entrare alle prime luci del sole (quando l’aria è ancora fresca ed è meno trafficato da turisti di ogni parte del mondo).

Il sito di Petra è una lunga strada di circa 6 chilometri affiancata su entrambi i lati dai resti della vecchia città che si estende dall’ingresso fino al Monastero passando per il Tesoro, le Tombe dei Re, il Teatro e il Colonnato. Potrete vederne una parte o farla tutta, ricordatevi solo che la strada che farete all’andata dovrete rifarla uguale anche al ritorno: dosatevi le energie. C’è la possibilità di fare alcuni tratti su piccoli calessini trainati a cavallo oppure a dorso di asino o dromedario. Per chi vuole arrivare fino al Monastero (ultima parte visitabile) il modo migliore è armarsi di pazienza e affrontare gli 800 gradini da fare a piedi in circa un’oretta di cammino.

Se vi è piaciuta Jerash, una visita approfondita a Petra cambierà per sempre la vostra vita: un vero salto nel tempo che vi riporterà in una full immersion all’epoca dei Nabatei nel VI secolo AC quando la città, nascosta tra le montagne e nel suo Siq scavato dall’acqua nella roccia, prosperava nei commerci tra oriente e occidente.
Impossibile rimanere impassibili al fascino storico di Petra: i suoi monumenti sono ancora intatti e brillano da secoli sotto i tagli di luce che il sole disegna insinuandosi tra le rocce policrome di pietra arenaria.

il Tesoro di Petra. Foto: © Roberto Gabriele

Il modo migliore di terminare la giornata a Petra (ecco perchè la vostra visita potrebbe durare fino a 15 ore) è assistere allo spettacolo di Petra by Night: 3 notti ogni settimana il Siq e il Tesoro vengono illuminati dalla meravigliosa luce incantata di migliaia di candele che rischiarano la notte e vestono il sito di un’atmosfera surreale che non dimenticherete facilmente.

 

Il Wadi Rum:

Al mattino successivo, dopo Petra, riprendete di nuovo la Strada dei Re e puntate ancora verso sud: in un paio di ore arriverete nel deserto del Wadi Rum. Qui è facile trovare posto per dormire nei tanti campi tendati di lusso che sono nascosti tra le rocce proprio per essere meno visibili e lasciare intatta la bellezza dell’ambiente circostante.

Il Wadi Rum è un deserto relativamente piccolo (circa 70 km di diametro) rispetto ad altri deserti del mondo, ma molto selvaggio e con scorci paesaggistici indimenticabili.

Qui, una volta arrivati in auto (o in bus) non potrete procedere con i vostri mezzi tra le dune, ma vi occorre un fuoristrada con un autista che vi porti in giro in sicurezza senza perdervi e senza insabbiarvi con un mezzo non idoneo che potrebbe rivelarsi pericoloso. Il giro che in genere fanno fare ai turisti dura un paio di ore al tramonto, ma il mio suggerimento è quello di arrivare entro le 11 del mattino e fare un tour di almeno 6 ore per vedere il deserto, fermarvi a pranzare tra i resti della casa di Lawrence d’Arabia o all’ombra di un Djebel o sotto la Roccia del Fungo.

Con un pò di fortuna potrete anche incontrare una carovana di dromedari che camminano nel deserto portando approvvigionamenti ai campi tendati.
La notte stellata concluderà il ricordo di uno dei viaggi più belli che potrete fare a sole 3 ore e mezza di volo da Roma.

Mangiare in Giordania:

Se vi state chiedendo come sarà il cibo in Giordania ve lo dico io: si tratta di una cucina tipicamente mediterranea perchè gli ingredienti usati sono fondamentalmente gli stessi che utilizziamo noi dal pomodoro all’olio di oliva, dai legumi alle melanzane.

Il pane arabo è buonissimo, lo potrete mangiare caldo appena sfornato in strada e preparato come le nostre piadine ma immaginatele cotte a legna e molto più lievitato…

Tra le cose tipiche da mangiare ci sono l’Hummus (una sorta di crema a base di farina di ceci) e il Mutabbal (anche questa una sorta di crema a base di melanzane al forno con aglio) e i mitici Falafel (polpettine a base di farina di ceci leggermente speziate e fritte), ovviamente non mancano le carni di agnello e pollo cucinate al tegame o alla brace in forma di spiedini che qui chiamano Koftah o Kebab.

Sempre presente anche il riso (chiamato Maqluba quando servito con la carne di pollo) e tantissimi dolci a base di miele come la Baklava (pasta fillo, miele, pistacchi) e il Knafeh a base di formaggio fuso su una base di sfoglia da mangiare caldo con un filo di miele il cui sapore ricorda le nostre Seadas sarde.


Anche se siete dei patiti dello Street Food, potete stare tranquilli che le condizioni igieniche in Giordania hanno quasi sempre gli standard europei con cibo sempre freschissimo e buone condizioni di conservazione.

Leggilo su Acqua & Sapone:

Questo Articolo è stato pubblicato sulla Rivista Acqua & Sapone a luglio 2017, sfoglialo sul sito: https://www.ioacquaesapone.it/leggi/?n=asgiugno2020#117

Etiopia: il Natale arriva a gennaio

Se pensi al Natale come Babbo Natale che arriva sulla slitta il 25 dicembre e porta regali ai bambini, leggi questo articolo: ti porterò in un posto in cui tutto questo non è vero. Ad esempio, nel nord dell’Etiopia, a Lalibela, è tutto diverso, anche la data di Natale che viene celebrato il 7 gennaio!

Etiopia
Soli, in un villaggio senza nome. Etiopia 2016. Foto: ©Roberto Gabriele

Lalibela è un posto magico, denso di spiritualità, uno di quei posti in cui sentirai esplodere dentro di te il mal d’Africa. Lalibela è la classica cittadina tranquilla africana: poche case in muratura, qualche albergo e tante capanne, sono i tipici tukul con il tetto in paglia a punta. Lalibela però è un Patrimonio dell’UNESCO perchè qui c’è qualcosa che non esiste in nessun altro posto al mondo: le chiese rupestri ipogee monolitiche. Detto in altri termini queste chiese sono state letteralmente scavate svuotando la montagna e ricavando la chiesa da un unico blocco di roccia. 40 anni di lavoro fatto a mano con martelli e scalpelli.

San Giorgio
Le chiese vengono letteralmente scavate nella roccia. Foto: ©Roberto Gabriele

Qui le chiese sono di rito cristiano copto, un rito completamente diverso da quello cattolico, nei costumi, nella durata, nelle modalità di celebrazione e anche nella simbologia. La festa del Natale è la più sentita, la più bella e partecipata dell’anno. Circa 20.000 fedeli arrivano qui per celebrare la nascita di Gesù con una messa che dura 12 ore: dalle 9 di sera fino alle 9 del mattino successivo, il tutto accompagnato da circa 300 sacerdoti che indossano paramenti dai colori sgargianti e da tutti i fedeli che vestono il tipico caftano bianco. L’atmosfera che si respira qui è meravigliosa, che si sia credenti o no è impossibile rimanere impassibili davanti a tutto questo. La simbologia è talmente chiara da sembrare artefatta: sembra che ci sia dietro il lavoro di un abile regista, mentre invece tutto è dettato dalla tradizione più antica e incontaminata. Quando andai io, tra la gente c’era persino il Presidente dell’Etiopia con la sua scorta! Le misure di sicurezza erano fittissime! ;:)

Ragazza legge le Scritture – Foto: © Roberto Gabriele

La notte simboleggia la tenebra e il peccato: il rito non a caso viene celebrato con il buio. La suggestione del momento è enfatizzata dalla presenza di centinaia di candele con le quali i fedeli rischiarano di tanto in tanto la lettura dei testi sacri che portano con se per seguire le letture durante la lunga veglia. E’ incredibile osservare le espressioni e il coinvolgimento emotivo di queste persone rapite dalla preghiera. Ma la notte è fatta anche per riposare e qui nella grande chiesa di Santa Maria (dedicata alla Madonna) si dorme regolarmente durante la lunga veglia notturna del Natale! Quello che da noi in Italia sarebbe impensabile, irriverente, inaccettabile come il dormire in chiesa durante un rito sacro, in Etiopia invece viene accettato senza difficoltà: la notte è fatta per dormire, chi vuole prega, gli altri dormono!

 

I sacerdoti sono centinaia, restano svegli tutta la notte a celebrare il lungo rito. Molti di loro sono sposati e hanno figli, il celibato non è  a loro richiesto. Quasi ogni parte del rito viene cantata e danzata per rendere la partecipazione più corale e intensa. Le letture e le omelie sono ridotte al minimo. Il ritmo lento viene scandito dal Sistro: uno strumento il cui suono assomiglia a quello di un cembalo, costruito con una impugnatura con dei piattelli che vengono suonati alzando o abbassando il braccio in un gesto rituale che simboleggia la morte (braccio abbassato) e la resurrezione di Gesù (braccio alzato). Durante ogni canto, durante tutta la notte, viene ricordato tutto questo.

preghiera
La veglia di Natale dura 12 ore. Foto: ©Roberto Gabriele

E poi c’è la gente che vive in massa tutto questo. A parte chi dorme e chi legge nella chiesa, c’è poi chi rimane all’esterno e partecipa al rito guardandolo sui maxischermi che vengono allestiti per l’occasione perchè all’interno non c’è spazio per tutti. Fuori dalla chiesa, davanti ai monitor si crea un vero e proprio accampamento con tende improvvisate e tavolate di intere famiglie che ricoprono la montagna con le loro vesti bianche che si vedono bene nella notte.

Tra la gente e i sacerdoti c’è la presenza fondamentale di certi mediatori che scendono tra la gente portando a loro i simboli cerimoniali come la croce e un cuscino che viene baciato a turno dai fedeli. Questi mediatori sono quelli che vendono le candele con le quali partecipare alla messa. I loro abiti sono preziosi, dorati, coloratissimi e portano sempre un ombrello damascato coordinato con l’abbigliamento. A ben guardare i loro movimenti, nonostante l’apparenza solenne, appaiono però come abili commercianti che si aggirano durante la lunga messa tra la gente per vendere ancora candele a chi ne fosse rimasto sprovvisto.

Venditore di candele. Foto©Roberto Gabriele

Il Natale copto è il 7 gennaio, con la grande veglia che inizia il 6 sera, in corrispondenza con la nostra Epifania. Il giorno della Vigilia passa tra i pellegrinaggi che vengono fatti dai fedeli nelle chiese: si va in visita alle icone dei santi e ci si mette in fila per una veloce benedizione, si bacia la croce copta in legno o in argento e con questa si viene benedetti dal sacerdote. Migliaia di persone arrivano 1-2 giorni prima del Natale proprio per avere il tempo di fare i pellegrinaggi in tutte le chiese e in particolare in quella di San Giorgio, la più grande e bella: famiglie intere o comunità locali si spostano in gruppo arrampicandosi sui pericolosi muretti alti 10 metri senza protezioni, camminando negli stretti cunicoli in discesa scavati per accedere alle chiese. E per tutto il giorno si mangia in strada dove ci sono ristorantini ambulanti e migliaia di fedeli già vestiti a festa.

ristorantini
Ristorantini di strada in Etiopia. Foto: ©Roberto Gabriele

Alle 21 del 6 gennaio inizia la lunga messa: 12 ore per sentirsi vicini a dio. Durante la prima parte ci sono canti e danze, quando la notte diventa profonda, il ritmo rallenta e la gente si addormenta a terra. Quello è il momento preferito da noi fotografi perchè possiamo muoverci facilmente per fare le nostre foto e camminare infilando i piedi nei pochissimi spazi liberi tra la gente che dorme, anche se ogni tanto può capitare di pestare una mano o un piede nascosti nel buio… La cosa più bella da fotografare sono i contrasti tra le luci delle candele e le ombre, tra il bianco delle vesti e il nero della pelle della gente, tra i colori dei vestiti e il nero della notte. 

 

La lunga veglia prosegue abbastanza uguale a se stessa fino al momento in cui improvvisamente il rito cambia e il buio lascia lo spazio al rito della luce che simboleggia la nuova nascita e l’arrivo del Natale. La chiesa che era caduta nel torpore generale si sveglia improvvisamente tra le urla generali delle folla impazzita: la nascita di Gesù viene celebrata in quel momento con una gioia incontenibile e urla liberatorie. In pochi istanti tutti i fedeli tirano fuori le candele che avevano conservato e le accendono l’una con l’altra in un gesto di condivisione reciproca durante il quale la luce aumenta velocemente in proporzione. Il momento è emozionante: le urla festose, la luce che aumenta, la chiesa che fino a quel momento era stesa a terra a dormire si rialza in piedi e ricomincia a partecipare al rito. Poco dopo la preghiera è fortissima, le urla caotiche vengono riordinate di nuovo dalla coralità della preghiera e, girandosi intorno, tutto ciò che era buio ora è illuminato dalla luce di migliaia di candele accese, tutto ciò che era libero ora diventa ordinato e corale.

Il Natale è la festa della luce. Improvvisamente migliaia di candele illuminano a giorno tutta la chiesa. Foto: ©Roberto Gabriele

La gente ora è tutta in piedi e rivolta verso l’altare con le candele in mano intenta a pregare, questo momento dura un’oretta  di preghiera, poi di nuovo un crescendo di emozioni avvolge i presenti: di nuovo le urla della folla impazzita: alzando lo sguardo verso i bordi laterali si scorgono i sacerdoti che sono saliti sul bordo dello strapiombo intorno alla chiesa e dall’alto cingono con la loro presenza tutta la chiesa e i fedeli in un abbraccio simbolico, hanno cambiato le loro vesti, tolto i colori e sono tornati a vestire anche loro di bianco con solo una fascia colorata. Applausi, lacrime  e sorrisi: si alzano verso di loro migliaia di telefoni cellulari che fotografano la lunghissima fila di Celebranti, tutti hanno tra loro un parente o un amico che dall’alto li sta benedicendo e li ricambiano con una foto ricordo. Anche i sacerdoti, nonostante la sacralità del momento e del loro ruolo, scattano di tanto in tanto qualche foto con il cellulare alla folla sotto di loro alternano questo gesto pagano alla sacralità del suonare il sistro che da ore segna il tempo della cerimonia. La simbologia anche qui è fortissima: dopo la tenebra del peccato arriva la luce e quindi la salvezza.

La luce porta la verità, la nascita. E’ arrivato il giorno di Natale. Foto: ©Roberto Gabriele

La magia della luce continua perchè adesso il cielo inizia a tingersi di rosa: è l’alba di Natale! La messa vera e propria ha inizio alle 6 del mattino, e finirà alle 9 dopo tre ore di canti e danze accompagnati ora dal ritmo dei tamburi che sovrasta e sostituisce il suono melodioso e malinconico del sistro. E qui l’anima africana  degli etiopi fatta di ritmo e danze prende il sopravvento sul rito lento e profondo che si è vissuto per tutta la notte… L’allegria generale da il benvenuto alla festa, segna la fine dell’attesa per la nascita di Gesù nel giorno di Natale.

Mercato
Tra un mercato e l’altro inizia il nostro lungo viaggio di ritorno verso l’Italia che durerà 3 giorni. Foto: ©Roberto Gabriele

Qui siamo lontani anni luce dall’icona tipica di Babbo Natale, siamo lontani dai panettoni e dalla neve. Benvenuti in Africa.

 

La chiesa cristiana copta celebra il rito del Natale con un calendario diverso rispetto al nostro, spostato di 13 giorni in avanti. La festa del Natale è quindi il 7 gennaio con la vigilia il 6, ossia il giorno della nostra Epifania. Quindi, la loro Epifania è il 20 gennaio.

Alma de Cuba

C’è una Cuba che tutti conoscono, è la Cuba della Salsa e di tutti i balli caraibici che la fanno amare da milioni di persone in tutto il mondo. C’è la Cuba legata ai grandi Rum pregiatissimi che sono apprezzati dagli estimatori di 5 Continenti. C’è la Cuba famosa per Che Guevara e Fidel Castro e la loro Rivoluzione. Ma non è di tutto questo che oggi voglio parlarvi, questo già lo sapete. A me interessa il popolo, quello che fa e che sente la gente vera quando è lontana dai riflettori mediatici. Voglio parlarvi del motore sociale dell’Isola Grande, di coloro che con la loro opera quotidiana rendono questo posto una meta imperdibile per noi Viaggiatori e Fotografi.

Che Guevara
Che Guevara è una vera icona cubana. Foto: ©Roberto Gabriele

Oggi voglio raccontarvi di quel popolo silenzioso e cordiale che vive tutto questo in prima persona in un luogo del mondo che sta crescendo troppo in fretta suo malgrado e senza accorgersene. Oggi vi parlo di come si arriva a quelle eccellenze e di come sta la gente vera, quelli che dopo 60 anni di Fidel Castro ancora lo amano anche dopo la sua morte. Voglio farvi capire cosa c’è di bello nell’anima della gente di Cuba. Voglio uscire dai luoghi comuni che tutti conoscono, e farvi apprezzare una realtà complessa che ho toccato con mano.

canna da zucchero
Canna da zucchero. Foto: ©Roberto Gabriele

In molti Paesi del mondo per trovare la gente più vera e autentica, occorre allontanarsi dalle grandi città, andare nelle campagne dove si vive ancora come una volta tra antiche tradizioni e uno stile di vita semplice. Bisogna vivere per qualche giorno in un luogo lontano per ritrovare tutt’oggi quello che era il vissuto quotidiano dell’Italia del Dopoguerra. Cuba non fa eccezione: la campagna è il vero senso di questo viaggio.

Ahimè, molto spesso, dobbiamo riconoscere che ci farebbe molto  comodo poter lasciare intere nazioni nel loro degrado fascinoso e autentico, lasciarle nella loro arretratezza rispetto ai nostri standard. Molto spesso pensiamo che stiano meglio loro senza nulla rispetto a noi che abbiamo tutto. La questione è un pò più complicata e ve la racconto dalla viva voce dei cubani che me la hanno raccontata durante i miei due viaggi ad un anno di distanza nella loro terra. A Cuba un benestante guadagna 100 Euro al mese, ma molti fanno 2-3 lavori, hanno più stipendi, ma riescono a recuperare pochi altri soldi, in genere ci sono famiglie intere che non arrivano a 150 Euro al mese pur con tutti gli extra.

tobacco
La lavorazione del tabacco avviene ancora tuta a mano. Foto: © Roberto Gabriele

I Cubani sono gente di cuore, gente che vive di passioni, fondamentalmente onesta e apparentemente felice nel loro piccolo mondo. Apparentemente perchè in pochissimo tempo le cose stanno cambiando velocemente, la gente inizia a sapere cosa c’è oltre il mare che circonda quell’angolo di paradiso e il turismo inizia a diventare di massa. Viene spontaneo quindi per loro, e giustamente, guardarsi intorno e fare le dovute differenze tra chi vive lì e chi ci va per turismo.

sigaro puro
“El Puro” è il sigaro arrotolato a mano tipico delle campagne. Foto: ©Roberto Gabriele

In città da un anno all’altro sono successe tantissime cose. Troppe…

La prima volta che sono andato era appena finito l’embargo e sembrava di vivere nella nostra Italia del Boom economico avendo loro la stessa tecnologia che avevamo noi negli anni ‘60. Tante televisioni, radio qualcuna, nessuna lavatrice, e le mitiche cadillac degli anni ‘50 ancora perfettamente funzionanti.

Cadillac
Le auto a Cuba hanno una media di 70 anni e sono una vera attrazione turistica. Foto: ©Roberto Gabriele

Ma la prima rete WIFI pubblica (nelle case ancora non esiste) è arrivata a giugno 2015 e ancora oggi ci si può connettere solo in alcune piazze di alcune città, da quel giorno, nel giro di 15 mesi sono avvenuti dei cambiamenti storici che hanno modificato per sempre la vita dei cubani. Innanzitutto la visita di Obama, il primo Presidente Americano che sia venuto in visita ufficiale, poi subito dopo questo ha portato l’arrivo della prima nave da crociera, la prima di una lunga serie che scaricano 4-5000 passeggeri al giorno in una città che fino ad un anno prima vedeva le stesse persone in un mese. E’ arrivato poi il concerto dei Rolling Stones che ha portato… “musica nuova” qualcosa di molto diverso dalle sonorità a cui erano abituati i locali. E infine la morte di Fidel Castro che ha causato la fine di un’ epoca.

I Cubani non sanno più dove stare, sono cambiate troppe cose in due anni, troppo rapidamente. Hanno iniziato a conoscere il lato consumistico del turismo, hanno visto arrivare soldi e sbarcare turisti e hanno visto il guadagno facile ma senza avere la struttura mentale imprenditoriale, senza conoscere cosa sia per noi il concetto di Qualità, di Servizio,di professionalità. Sono ancora mentalmente molto legati allo stile di vita assistenzialista che avevano sotto Castro. L’Havana è una città troppo piccola per sostenere ondate così grosse di turisti e non è pronta ad accoglierli. Le campagne vivono i cambiamenti in modo più lento, ma anche lì si stanno iniziando a guardare intorno a capire che ancora molte cose gli mancano.

mercato agropecuario
Mercato agropecuario di Camaguey. Foto: ©Roberto Gabriele

Gli errori più grandi che noi occidentali possiamo fare in questi casi sono due ed opposti tra loro: il primo è il pretendere che i popoli si adeguino a noi in tempi troppo rapidi, il secondo errore è quello di pretendere che rimangano in una loro affascinante quanto decadente arretratezza per preservarne la naturalità e la spontaneità.

La verità, invece, è che da queste parti in campagna si vive ancora bene. Questo accade non solo perchè i ritmi sono più lenti e adeguati all’indole del popolo cubano, ma perchè questi ritmi sono quelli più naturali per la nostra natura umana: legati al ciclo lento delle stagioni che segnano il tempo del lavoro nei campi. La gente vive ancora lontana dal turismo. Ci si reca al lavoro su un carretto trainato da un cavallo oppure prendendo un autobus che passa senza orario.

Ecco… il fascino più vero e autentico dei cubani è proprio la loro lentezza, il non avere stress, avere ambizioni si ma con poca competitività. E tutto questo lo potrete apprezzare nelle campagne, 

A Cuba i pochissimi che hanno una delle vecchie auto se la tengono gelosamente e in perfetto stato: sanno che ha un valore enorme come taxi, come mezzo da dare a noleggio con conducente.

Ma la vita nella campagna cubana riserva molte soddisfazioni a chi sia così curioso da volerne scoprire la luce calda del mattino quando il sole sorge nella rugiada e le ombre si stagliano in controluce sul cielo, qui è facile vedere i carretti che si dirigono nei campi trainati da un asino o un cavallo, vedere i ragazzi che vanno a scuola a piedi con le loro divise perfettamente pulite e con i colori diversi a seconda del grado di scuola che si frequenta: elementari, medie o superiori.

alba cubana
All’alba e al tramonto La Isla Grande da il meglio di se. Foto: ©Roberto Gabriele

Qui la sera troverai la vita della gente che scende in strada a chiacchierare, a fare una passeggiata tra fidanzati o un giro in bici con gli amici. Strano… La musica non è diffusa ovunque come crediamo! A Cuba, nei posti che ho frequentato io per due anni non c’è musica come ce lo aspetteremmo noi, e  quando l’ho trovata, non era mai la salsa cubana che noi conosciamo dall’Italia. In campagna la gente suona, ma non i ritmi caraibici ballabili, si sente invece più musica melodica e il repertorio classico alla Buena Vista Social Club…

musica
La musica a cuba è in ogni strada. Foto: ©Roberto Gabriele

L’altra cosa che può sconvolgerci è che a Cuba le case sono aperte, piano terra con la porta aperta e chiunque potenzialmente può  entrare, affacciarsi a guardare dentro casa o a fare una foto. La gente qui si fida. Anzi, sono loro a dirti di entrare. Fidel Castro è dovunque, sui muri, nei portaritratti, sui manifesti… Che Guevara è un’icona grafica, ha quasi del tutto perso le sue sembianze fotografiche per essere un tratto disegnato in bianco e nero, lo vedi sventolare sulle bandiere, stampato sulle magliette, esposto in case e uffici, la gente gli è grata e devota come se fosse un santo.

E a proposito di santi, in tutta l’isola si trovano luoghi e riti di Santeria, una religione che trae origini in quella cattolica ma sfocia tra lo sciamanesimo e l’animismo, vi si trovano adorazioni di alberi rituali e sacrifici animali, una cosa gioiosa ma spesso cruda e dura come la vita. Qui non sarà raro vedere rituali che vengono celebrati al ritmo incessante delle percussioni con persone che entrano in trance, si portano offerte ai fantocci e cibi per le comunità o per i poveri.

Cappellaio
Artigiano cappellaio. Foto: ©Roberto Gabriele

In campagna ho trovato il meglio della gente di Cuba, in località piccole come a Vignales, a Pinar del Rio, nella Valle del los Ingenios…. Sono posti relativamente lontani dal turismo di massa, lì dove ancora si riesce a vivere in modo tradizionale, dove un contadino può coltivare il tabacco da vendere alle grandi manifatture governative, ma può anche tenerne una parte per se e farsi un “Puro” rollandoselo sul tavolo o direttamente sui pantaloni e poi incollandone le foglie esterne con il miele per dargli anche un sapore leggermente più dolce. Beh… di certo non sarà nè perfetto di forma, nè bellissimo a guardarsi, però quel sigaro sarà solo suo, la miscela di foglie necessaria per comporlo sarà un mix unico e irripetibile, fatto in casa. E qualche Puro può anche venderlo in privato, favorendo così una microeconomia con la quale potrà finanziarci qualche spesa extra per casa.

cuba
Tra le vie de L’Havana. Foto: ©Roberto Gabriele

Ho incontrato per puro caso uno di questi contadini in giro tra le campagne, non avevo una guida, nè un interprete, non parlo spagnolo e lui non parlava inglese, per cui ci intendiamo parlando ciascuno la propria lingua madre, convinti che le persone di buon senso se vogliono comunicare possono riuscirci anche solo a gesti. E così andò: ci capimmo al volo… Poco dopo quei normali convenevoli che si scambiano i viandanti lungo la strada, gli ho chiesto se conoscesse qualcuno dal quale io potessi andare a casa a vedere come viene fatta la lavorazione del tabacco perchè ero molto interessato a fotografare le varie fasi. Senza esitare mi invitò a casa sua per spiegarmi come viene fatta la coltivazione del tabacco, e naturalmente mi ha aperto tutte le porte senza alcun problema, la gente è sempre cordiale e disponibile da queste parti.

Al mio arrivo tutta la famiglia, compreso il nonno ultraottantenne, stava lavorando per trapiantare le giovani piantine nel campo in cui cresceranno e daranno i loro frutti. L’operazione di piantumazione, banale nella sua semplicità e antica come il mondo, risulta essere una vera scoperta per un ingenuo “animale da appartamento” come sono io, abituato da sempre a stare in città, lontano dagli odori della terra umida. Qui tutto viene fatto a mano, non c’è fretta di automatizzare tutto, la lavorazione del tabacco da quando viene seminato a quando diventa sigaro dura un anno intero. Mi intrattengo a fotografare le mani degli operai che conficcano le loro dita tozze e forti nel terreno per dare dimora alle giovani piantine.

notte a Trinidad
Di notte, tra le strade di Trinidad. Foto: ©Roberto Gabriele

Ormai dopo mezz’ora di foto nei campi siamo diventati amici con il mio simpatico agricoltore: la fotografia aiuta moltissimo a ridurre le distanze tra le persone, che trovano in essa una loro dimensione di protagonismo e quasi sempre sono ben portate a rapporti interpersonali informali e sempre molto cordiali e quindi è il momento giusto per chiedergli di entrare nella sua “Casa del Tabacco”, questo è una struttura a metà tra un essiccatoio e un magazzino: è un grande capanno di paglia stesa su un telaio di legno che riesce a creare al suo interno il giusto microclima per temperatura e umidità necessario alle foglie per essiccarsi in modo semplice e naturale, senza alcun agente esterno che ne velocizzi o rallenti il processo. La natura segna il tempo di ogni cosa. Un posto del genere è un pò intimo, come una vera casa, ecco perchè ho aspettato a chiederlo, il motivo è che come in una casa, anche qui vengono custoditi i beni più preziosi della famiglia: l’intero raccolto del tabacco che darà lavoro e guadagno a tutti per un intero anno fino al raccolto successivo. Ecco perchè entrare qui non è una cosa certa dato che entrando nella casa si vede la quantità di prodotto che poi andrà allo stato, si dimostra così al visitatore la propria capacità di reddito, visto che poi il 90% del prodotto andrà allo Stato e solo il 10% trattenuto dalla famiglia per uso personale.

Casa del Tabacco
Le case del Tabacco sono gli essiccatoi nei quali si fa la lavorazione delle foglie destinate ai sigari. Foto: ©Roberto Gabriele

Qui all’interno del capanno, le foglie sono perfettamente sistemate una per una, con la giusta quantità di aria che le avvolge, tutte infilate con il gambo all’insù. Rimarranno qui fino a quando verranno imballate in grossi pacchi e vendute alle manifatture statali. Non si sente ancora il tipico odore del tabacco qui, piuttosto qualcosa che ricorda il bosco in autunno, gli odori tipici del prodotto secco arriveranno poi con la lavorazione e la miscela.

La mia visita si conclude con il rituale quasi sacro della produzione del sigaro. Il Puro, quello lavorato alla buona e fatto sul momento ad uso e consumo di chi lo produce per fumarselo. Il Puro viene prodotto con lo stesso sistema dei sigari industriali, solo che viene fatto con molta meno cura, non viene pressato al torchio, la sua forma e dimensioni non sono perfette ma questo non è un problema per loro: il sapore e la qualità non cambiano.

Tutti i sigari, e quindi anche i Puri sono fatti con i diversi tipi di foglie della pianta che danno la giusta miscela e sapore, le foglie esterne sono diverse da quelle che si trovano all’interno, mi piace guardare, osservare e fotografare ogni sapiente gesto di quelle mani abili nel fare movimenti studiati, accurati, frutto di anni di esperienza… Mi affascina vedere le mani che lavorano e questa cerimonia pagana che si celebra sotto la tettoia della veranda di casa circondati da cani, gatti e una scrofa che allatta…

colori
Colori di Cuba. Foto: ©Roberto Gabriele

Acqua & Sapone:

questo articolo è apparso sulla Rivista Acqua & Sapone nel numero di novembre 2017.


Cuba

Guajira: tra Colombia e Venezuela

La Guajira:

“La parte più a nord dell’America del sud” questo è il singolare primato che può vantare la penisola della Guajira, una terra praticamente sconosciuta al turismo di massa che è stata meta di una delle mie originali scorribande in giro per il mondo.

Riconosco che non ne avevo mai sentito parlare, me la nominò il mio amico Dario, un Colombiano che mi raccontava di questo promontorio desertico che si protende verso i Caraibi suddiviso o forse sarebbe meglio dire condiviso tra Venezuela e Colombia. Le sue storie mi incuriosirono a tal punto che decisi di andare a scoprire cosa ci fosse da quelle parti.

Andammo a fine novembre, quando il clima è più mite, il caldo non è soffocante e le piogge sono virtualmente assenti. Il fattore meteo va sicuramente tenuto presente quando si va da queste parti: ci troviamo in piena fascia equatoriale, poco al di sotto del Tropico del Cancro.

Salinas De Manaure
Salinas De Manaure. Foto: ©Roberto Gabriele

Ci troviamo in piena fascia equatoriale, poco al di sotto del Tropico del Cancro.

Il viaggio è lungo e faticoso anche se fatto in aereo: innanzitutto ci vuole almeno uno scalo a Madrid o Lisbona, poi ci vogliono una quindicina di ore di volo dall’Italia. Il ritorno è peggio perchè di ore di volo ce ne vogliono 27 dato che la TAP fa scalo a Panama, l’aereo viene svuotato e i passeggeri imbarcati di nuovo.

Finalmente a Bogotà: 2640 metri di altezza sul livello del mare. Qui vista la posizione, fa freddo e piove, tipica giornata da fine autunno. L’aria è rarefatta vista l’altitudine, salire ulteriormente fino alla montagna del Monserrate con il suo Santuario El Senor Caido a 3150 metri di altezza. Ci arriva la funivia ma i pochi metri che ancora bisogna fare fino alla vetta metteranno alla prova quelli meno allenati a livello respiratorio.

Bogotà Ha un piccolo centro storico in stile coloniale, con casette basse coloratissime che ricordano moltissimo quelle di Trinidad nell’Isola di Cuba. Qui è bello passeggiare tra gli studenti universitari che abitano nel quartiere è lo rendono un luogo stimolante e attivo. Per il resto la città non vanta altre bellezze degne di nota, se non il Museo dell’Oro che è un’esperienza mozzafiato per la ricchezza e l’abbondanza dei reperti che risalgono all’epoca precolombiana.

Dopo la doverosa visita alla Capitale, il giorno dopo ripartiamo con un volo interno alla volta, finalmente, della Guajira. Appena scesi veniamo letteralmente proiettati in un’altra realtà, lontana anni luce dal nostro mondo e anche da quello visto il giorno prima nella grande città.

Atterriamo a Riohacha, un piccolissimo aeroporto di quelli tipici dei Paesi tropicali: le palme, un camioncino dei Vigili del Fuoco arrugginito e la scaletta per scendere direttamente sulla pista e proseguire a piedi fino all’aerostazione che è un grosso salone con porte e finestre aperte perchè non c’è aria condizionata.

Il volo viene operato da Avianca, la Compagnia di Bandiera colombiana che può vantarsi di essere la seconda compagnia aerea al mondo per data di fondazione preceduta solo dalla ben più nota KLM.

Candelaria

La Candelaria è uno dei quartieri più interessanti di Bogotà

la Compagnia di Bandiera colombiana che può vantarsi di essere la seconda compagnia aerea al mondo per data di fondazione

Siamo nel bel mezzo della Guajira, questa doveva essere la meta finale del viaggio con la motocicletta che fecero Che Guevara con il suo amico Alberto Granado, in realtà non arrivarono a destinazione: ma la mia meta aveva affascinato anche loro.

Da queste parti ancora si può provare l’ebbrezza di sentirsi “esploratori” o “viaggiatori” se preferite. Spingersi da queste parti significa essere davvero molto curiosi di sapere “cosa c’è oltre” oltre le solite mete turistiche, dove finiscono le strade asfaltate e inizia la vera avventura. E l’avventura non tarda ad arrivare: ci aspetta Emilio, il nostro autista: un omone gigantesco, un indio portato al sorriso e alla battuta con un tono di voce assordante, parla poco lo spagnolo, più che altro conosce la sua lingua, ma con le sue 20 parole riesce a farsi capire senza problemi su molti argomenti. Saliamo sul suo bel fuoristrada 4X4 a passo lungo ed eccoci ad iniziare finalmente il clou del nostro itinerario.

Guajira
Nelle saline della Guajira in fuoristrada. Foto: ©Roberto Gabriele

Nel pomeriggio ci fermiamo in un villaggio di capanne di fango e paglia, qui è la norma, sembra di stare in Africa. Le donne sono poco abituate al turismo, ci salutano con una certa timidezza e non hanno nulla da venderci, siamo noi stessi a chiedere loro se vogliano esibirsi in canti o danze tradizionali per condividere con noi una parte della loro cultura. Ben felici della nostra richiesta,  le donne convocano un anziano percussionista che con il tamburo accompagna le loro danze che ricordano i movimenti che fanno i pennuti da cortile nei loro corteggiamenti. Questo è il nostro primo incontro con i Wayuu che vedremo più avanti.

Wayuu
Danze Wayuu. Foto: ©Roberto Gabriele

Ma è proprio questo suo fascino selvaggio che ci piace trovare

Proseguiamo fino a Cabo De La Vela un villaggio sul mare in una posizione da sogno, incredibile, con un mare verde smeraldo e le coste sferzate da un vento fresco e gagliardo. Anche qui non esiste il turismo in nessuna forma. Il lungomare è solo il “giardino sul retro” delle capanne costruite sulle dune. Nel villaggio non c’è assolutamente nulla nè da vedere, nè da fare, nè da comprare. Ma è proprio questo suo fascino selvaggio che ci piace trovare in questo piccolo avamposto nel nulla sospeso tra il mare e il deserto. Non esiste corrente elettrica, non esiste segnale telefonico per i cellulari.

C’è giusto il tempo di fare un bagno nell’Oceano al tramonto che arriva la sera: siamo in fascia equatoriale, per cui qui durante tutto l’anno il sole tramonta intorno alle 18, il che vuol dire che alle 19 abbiamo già finito di cenare e alle 21 si spegne il gruppo elettrogeno e tutto il paese resta nel buio più totale… Ne approfittiamo per fare qualche foto ad una notte stellata incredibile che non dimenticheremo facilmente.

Parlavo di avventura e il momento di andare a dormire ci riserva un’altra bella sorpresa: non ci sono le camere, non ci sono muri, nè letti! Si dorme tutti insieme sotto una tettoia di paglia ciascuno sul suo chinchorro (da queste parti le amache si chiamano così), ma ci vuole l’esperienza del nostro autista Emilio che ci spiega la tecnica per dormire su questi inconsueti giacigli: basta mettersi a 45° rispetto all’asse dell’amaca: in pratica è necessario dormire con le gambe appese all’esterno del supporto in modo da farlo rimanere un pò più aperto. Solo i più fortunati riusciranno a dormire un paio di ore a notte…

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La notte stellata su una spiaggia in Guajira. Foto: ©Roberto Gabriele

Per fare uno spostamento di soli 200 km ci vogliono 10 ore di “Colombia Massage”

La Guajira è un vero deserto in mezzo al mare: qui ci sono altissime dune sabbiose che vanno a finire direttamente nell’oceano, ci si sposta solo in fuoristrada 4×4 perchè non ci sono strade: la velocità media che si può tenere sulle piste è di 20 chilometri all’ora, il che vuol dire che per fare uno spostamento di soli 200 km ci vogliono 10 ore di “Colombia Massage”, una giornata intera di sballottamenti tra rocce e sentieri, tra guadi e saline.

Da qui partivano i corrieri del mare, i trafficanti di cocaina del cartello di Medellin che attraversavano il Mar dei Caraibi per fare tappa a Cuba e poi portare la droga nel sud degli USA. Molte delle piste segnate da queste parti e ancora oggi percorribili, sono state tracciate dagli sgherri al soldo di Pablo Escobar e non meraviglia più di tanto il fatto che la penisola sia ufficialmente divisa tra Colombia e Venezuela, ma andando da quelle parti ci si rende conto che tali confini siano piuttosto labili e di fatti i Wayuu sono un Popolo apolide che si sposta più o meno liberamente a seconda delle necessità tra questi due Paesi.

Di fatto i confini tra i due Paesi non vengono controllati: sono pochi e segnati male, ne segue una gran tolleranza per le popolazioni locali che sono piuttosto libere di passare da una parte all’altra nell’indifferenza delle Autorità preposte ai controlli di frontiera.

Cabo de La Vela
Una scuola a Cabo de La Vela. Foto: ©Roberto Gabriele

Migliaia di Fenicotteri rosa

Altra meta da non perdere in Guajira sono laghi e insenature di mare che ospitano migliaia di Fenicotteri rosa pronti a volare via appena l’uomo si avvicini nei paraggi. Per vedere questo spettacolo della natura suggerisco di utilizzare una piccola barca a vela con la quale avvicinarsi senza disturbare gli uccelli e di tenere anche montato il teleobiettivo stando pronti per riprenderli quando immancabilmente si alzeranno in volo: uno spettacolo meraviglioso contraddistinto dal particolare verso gracchiante dei fenicotteri impauriti!

flamingos
Fenicotteri rosa. Foto: ©Roberto Gabriele

“La parte più a nord dell’America del sud”

Ma la meta più estrema del nostro giro nonchè il termine del nostro itinerario è Cabo Gallinas: la punta famosa per essere quella più a nord di tutta l’America del Sud! Qui c’è un faro per i naviganti, una meta imperdibile per soddisfare le vanità di ciascuno di noi con un classico SELFIE!

I Wayuu oltre ad essere pastori e allevatori, sono anche abilissimi nuotatori e quindi pescatori, qui a cena puoi mangiare 4 aragoste a persona spendendo solo 18-20 euro… Il nostro viaggio fuori strada continua fino alle ventosissime Dune di Taroa molto note in zona proprio per questo motivo: il vento praticamente costante tutti i giorni dell’anno, può essere a volte così forte da far cadere una persona con le sue raffiche.

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Incontri ravvicinati a Punta Gallinas. Foto: © Roberto Gabriele

I treni che portano il carbone dalle antiche miniere tutt’oggi funzionanti, fino ai porti

La Guajira è una zona che oltre alle sue bellezze porta i segni anche dello sfruttamento del territorio: ci sono delle saline enormi come quella di Manaure: qui ci sono ettari ed ettari di terra in cui viene lasciata evaporare l’acqua del mare per ottenere cloruro di sodio utilissimo per l’alimentazione umana.

L’altra fonte di reddito che viene da questa natura aspra e avara, sono i treni che portano il carbone dalle antiche miniere tutt’oggi funzionanti, fino ai porti o ai consumatori finali: vediamo passare tanti convogli, sono lunghissimi con la tipica motrice a gasolio si spostano lenti portando ogni tanto a bordo anche qualche clandestino che non aveva altro modo per spostarsi.

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I treni minerari. Foto: ©Roberto Gabriele

Il nostro viaggio termina con il lungo e lento rientro verso il nostro mondo occidentale, abbiamo vissuto giornate intense di scoperta di un Paese sconosciuto ai più. Ci resterà il ricordo di una esperienza di vita rude e a contatto con una natura gagliarda in grado di fare del male a chi la sfidi, e al contempo innocua con chi la teme. Ricorderemo il silenzio profondo che pervade quei territori sconfinati e disabitati divisi tra l’oceano e il deserto.

Leggilo su Acqua & Sapone:

Questo Articolo è stato pubblicato sulla Rivista Acqua & Sapone a luglio 2017, sfoglialo sul sito: https://www.ioacquaesapone.it/leggi/?n=asagosto2019#106

Azerbaijan: gas, petrolio, e…

Ci sono i “viaggi del cuore”, c’è il “Viaggio della vita” ci sono le “vacanze spensierate”, i viaggi semplici e quelli avventurosi e poi… E poi c’è L’Azerbaijan, un Paese nel quale non ti saresti mai immaginato di andare, un Paese tutto da scoprire, nel quale letteralmente non sai cosa aspettarti e del quale non trovi neanche info sul web. Parti solo conoscendo la data del volo aereo.

Insomma ti scopri completamente ignorante di un angolo di mondo e decidi di partire, di andare a vedere cosa ti sei perso, cosa si perdono quelli che ancora non ne sanno nulla…

Ed è proprio quello che è successo a me: tornando dall’Uzbekistan ho deciso di fare con il volo uno scalo a Baku, la capitale. Fino a quel momento non l’avevo neanche mai sentita nominare…

La metropolitana di Baku in stile monumentale sovietico. Foto: © Roberto Gabriele

Baku:

Arrivando a Baku mi sono immediatamente accorto che le mie poche, pochissime, aspettative che avevo su questo Paese erano in realtà frutto della mia fantasia e di una specie di bonario “pregiudizio” che avevo sul Paese. Il pazzesco sillogismo per il quale siamo convinti che una cosa, se non la conosciamo o non ne abbiamo sentito parlare, allora vuol dire che non è bella, che non la conosce nessuno e che non c’è nulla da vedere o da fare… Un vero Viaggiatore non dovrebbe mai ragionare in questo modo, ma è umano, capita di farlo… L’ho fatto anche io. Sbagliando. E per vincere la mia ignoranza ho deciso di andare a colmare le mie lacune.

L’Azerbaijan ha ottenuto la sua indipendenza dalla ex URSS il 18 ottobre 1991, per cui in tempi abbastanza recenti, mi aspettavo quindi che Baku fosse una città con vecchi retaggi da regime, con austeri e imponenti edifici di stampo sovietico. Pensavo a giganteschi condomini e strade enormi per le classiche parate militari da guerra fredda… Pensavo insomma al vecchio clichè architettonico di Berlino Est, piuttosto che a Tashkent o Tiraspol, Astana… A quelle città costruite per dare fasto al regime comunista dell’epoca.

donna di Baku
Tra le vie periferiche di Baku sembra di essere tornati nella ex Unione Sovietica. Foto: © Roberto Gabriele

Ecco… Appena arrivato in aeroporto mi sono immediatamente ricreduto: quello che mi aspettavo fosse un gigante grigio e squadrato di cemento armato, un grosso “scatolone” porta persone, era invece uno dei più begli esempi di architettura aeroportuale che io abbia mai visto… Un aeroporto ricco e fastoso come quello di un Emirato Arabo: modernissimo, rifinito e pulitissimo, che alterna forme armoniche in vetro e acciaio armonizzandole tra loro con la necessaria razionalità di uno scalo che guarda solo al futuro rinnegando il proprio passato.

Rinnegare il passato per l’Azerbaijan è stato ad esempio scrivere un nuovo alfabeto per cancellare completamente il cirillico a suo tempo imposto dal regime sovietico. Qui in Azerbaijan c’è ora una scrittura di provenienza latina, ma con alcune lettere modificate, segno di una vera e propria rivoluzione culturale che, per cercare una propria identità, ha iniziato a traslitterare la propria letteratura. Il Russo però è una lingua ancora molto parlata, studiata a scuola e conosciuta da chi è nato nella vecchia URSS e ora si trova cittadino Azero.

Il Il Centro Heydar Aliyev di Baku progettato dall’Architetto Zaha Hadid. Foto: © Roberto Gabriele

Lasciato l’aeroporto, in pochi minuti siamo arrivati alle porte della città, il benvenuto ce lo danno le costruzioni più moderne e innovative degli archistar più famosi al mondo: prima tra tutti Zaha Hadid che ha progettato un enorme museo che è alle porte della città ed è la prima cosa che si nota all’arrivo. Un museo come questo è già esso stesso un’opera d’arte che può ammirare chiunque gli passi davanti. Siamo rimasti due ore a camminare negli enormi prati circostanti, ad osservare e fotografare la gente che andava e veniva…

A pochi passi dal museo siamo arrivati in città e abbiamo notato qualcosa di strano…. barriere, tribune, tende, pubblicità enormi, strutture prefabbricate… Era la seconda sorpresa di cui non immaginavamo nulla: due settimane dopo ci sarebbe stato il Gran Premio di Formula 1 sul circuito cittadino di Baku, un pò come quello ben più famoso di Montecarlo… Pensavamo di trovare un Paese povero, tutto da scoprire e da… “civilizzare” e invece a due ore dal nostro arrivo ci rendevamo già conto che certi eventi muovono cifre incredibili e non può organizzarli un “Paese in via di sviluppo”.

Flame Towers
Le Flame Towers dominano la città di Baku. Foto: © Roberto Gabriele

Il nostro giro nelle strade del centro è stata una scoperta ad ogni passo: l’architettura è quella tipicamente parigina, elegante e neoclassica con i tipici tetti spioventi come nella Capitale francese, e nel centro nulla rimane, inaspettatamente, delle austere linee architettoniche del regime sovietico.

Baku è una città che ci ha saputo stupire, lasciare letteralmente a bocca aperta ad ogni angolo. Modernissimi centri commerciali, una linea di metropolitana semplice ma che copre tutta la città, un centro storico fortificato con vicoli e mura nelle quali è bello perdersi andando in giro ad esplorare ogni scorcio della città tra lussuose Ambasciate che si affiancano ai negozietti di paccottiglia per turisti.

Ma il centro è un susseguirsi di nuovissimi edifici e centri commerciali modernissimi in cui vetro e acciaio la fanno da padroni a copertura delle architetture più moderne e sfarzose. Tra questi il museo del tappeto con la sua tipica forma arrotolata e con tanto di decorazioni orientaleggianti, il lungomare che si estende sul mar Caspio è tutto un susseguirsi di viali alberati, teatri, centri congressi e tantissimi edifici dedicati alla ginnastica, alla danza e agli sport di lotta che sono le specialità in cui da queste parti riescono meglio ad imporsi ai massimi livelli al mondo.

Hammam
L’Hammam tradizionale di Baku è un insieme di arredi bizzarri. Foto © Roberto Gabriele

La gente passeggia nelle strade, ci sono persone che fanno sport e quelli che frequentano gli hammam decorati con un improbabile stile kitch di dubbio pregio ma di grandissimo fascino. E’ evidente un certo benessere generale, le persone lavorano tutte, la disoccupazione non è un problema ad ogni angolo di strada c’è un poliziotto di piantone, persino le stazioni della metropolitana hanno un bile di binario per ciascun senso di marcia, una cosa mai vista in nessun’altro posto al mondo. Hanno belle auto, vestono bene e c’è ancora il piacere di andare a fumare nei locali del centro per chiacchierare dei loro affari, sembra di stare nei caffè di Parigi di un secolo fa, ma senza rinunciare ai piaceri della modernità.

La zona periferica di Baku perde l’eleganza del centro e lascia il posto ad enormi palazzoni di stile ex sovietico. Foto: @ Roberto Gabriele

Fuori dal centro

Andando in periferia la situazione cambia completamente. Dalle boutique scintillanti del centro prendiamo la metropolitana che ha due linee e in poche stazioni, veniamo letteralmente trasferiti come in una macchina del tempo all’epoca della ex Unione Sovietica. Qui tutto ci riporta a quell’epoca, è un’altra città, un’altra epoca storica. E invece no, sono le due facce della stessa medaglia. Qui all’ultima fermata della LINEA ROSSA dallo sfarzo e dalla modernità dei palazzi amministrativi del centro si passa improvvisamente ai giganteschi mostri di cemento armato arruginito che assumono le sembianze di dormitori di 20 piani e 10 scale con centinaia di appartamenti e migliaia di persone che ci abitano.

Ecco… qui possiamo vedere, almeno in parte, quello che ci immaginavamo dell’Azerbaijan prima di partire.

periferia di Baku
Le case popolari di Baku nelle quali si vive ancora come un tempo. Foto: © Roberto Gabriele

La gente in questa zona della città ha una vita frenetica, i palazzi enormi e impersonali in cui vivono, condizionano molto il loro stile di vita. Qui si esce a piedi, senza badare al look, ci si veste per andare al lavoro negli impianti petrolchimici o per andare a fare la spesa al supermercato sotto casa. Di auto ce ne sono poche e quelle che ci sono sono vecchie e malandate. In strada al posto delle scintillanti boutique del centro ci sono fetide palestre e sale bingo, negozi di barbiere e di elettronica, fast food e una serie infinita di negozi di abiti da sposa, talmente numerosi che ci domandiamo quanti possano essere i matrimoni in un anno…

petrolio
Un lago di petrolio: l’Azerbaijan. è uno dei più grandi produttori di oro nero al mondo. Foto: © Roberto Gabriele

Gas, Petrolio e un mondo artigiano

Uscendo da Baku troviamo un’altra sorpresa: l’Azerbaijan è uno dei più forti produttori di petrolio e gas naturale al mondo e ce ne rendiamo conto immediatamente perchè qui ci sono laghi di oro nero a cielo aperto: delle pozze putride sotto le quali da oltre 100 anni si estrae il greggio che viene esportato in tutto il mondo. Anche nel Mar Caspio ci sono giacimenti di gas a pochi metri dalla riva e vicinissimi al centro città. La zona estrattiva è molto limitata… una ventina di chilometri di diametro proprio intorno alla capitale: qui ci sono migliaia di pozzi, non ci sono recinti ma sono controllatissimi dal personale che non manca mai.

La terra è grassa, molle, priva di vita perchè impregnata di preziose sostanze, ci sono le Yanar Da, le montagne di fuoco dalle quali ininterrottamente da oltre mille anni escono lingue di fuoco e che sono state luogo sacro per la religione zoroastra. Il gas che fuoriesce dalla collina prende fuoco per autocombustione e crea un fronte di circa 12 metri di fiamme che venivano venerate dal popolo.

Azerbaijan
Un fabbro che lavora ancora in modo tradizionale. Foto: © Roberto Gabriele

Ci siamo poi allontanati da Baku in direzione di Sheki per fermarci tra le aspre montagne che sono intorno a Lahic: qui abbiamo visto la parte meglio conservata dell’Azerbaijan, dove la gente vive come una volta in una società agropastorale che a stento e solo negli ultimissimi tempi si sta aprendo al turismo e alla modernità. Qui puoi trovare solo qualche albergo, la connessione wifi e qualche ristorante, il resto è ancora tutto come una volta: un salto nel tempo alla nostra Italia del secondo dopoguerra… I ritmi di vita sono sereni e rilassati, il venerdì si va alla moschea, la gente parla in strada o gioca a domino mentre sorseggia un bicchiere di the fumando liberamente nei locali pubblici.

Foto: © Roberto Gabriele

Qui si possono fare amicizie fatte di sguardi e di sorrisi, la gente non parla inglese ma ha voglia di socializzare e allora ti accoglie come può offrendoti un bicchiere di the o un caffè o chiedendoti una sigaretta in cambio. Per accogliere qualcuno non serve aver studiato le lingue, non serve neanche avere chissà quali discorsi da fare, a volte basta sedersi a tavola con un estraneo che ti fa capire che ha piacere di stare con te. E’ una sensazione molto forte, alla quale noi non siamo abituati, ma che invece è invece importante saper apprezzare.

Questo è il mio Azerbaijan, un Paese pieno di sorprese e tutto da scoprire.

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Pozzi di petrolio in pieno centro città a Baku. Foto: © Roberto Gabriele

 

Monastero buddista in Mongolia

Ritenevo di aver preparato con cura il Viaggio in Mongolia, approfondendo sia la vita della popolazione nomade sia la straordinaria offerta naturalistica di questo meraviglioso e sconfinato Paese; colpevolmente, non avevo approcciato in maniera esaustiva il Buddismo ed il rapporto tra i Fedeli ed i Monaci Buddisti.

Chissà, forse inconsciamente , ho preferito calarmi in maniera asettica ed “epidermica” nella fantastica emozione di fotografare questo mondo di pace ed interiorità.

Varcare la soglia di un Tempio Buddista, significa utilizzare una sorta di Stargate che ti proietta in una dimensione fatta di serenità, trascendenza, compartecipazione ed assoluto amore per il prossimo e per la natura; osservare i Monaci che si preparano all”ingresso nel Tempio ed assistere al “servizio” durante il quale un Lama per un fedele recita una sutra con il tipico canto gutturale del Buddismo Tibetano, inizialmente mi ha quasi fatto dimenticare la “fotografia” provocandomi una diffusa e persistente sensazione di benessere da non interrompere.’

Il Texas tra missili e rodei

Il mio Texas

Stavo pensando al Texas. Non volevo che fosse il solito viaggio negli USA alla scoperta dei pur meravigliosi Parchi americani, li avevo già visti due volte facendo due Coast to Coast.

Quello che avevo capito nei viaggi precedenti è il fatto che ciò che mi piaceva degli Stati Uniti non sono tanto le grandi città o le bellezze incontaminate dei monumenti naturali.

No, avevo capito che l’aspetto che preferivo del viaggio è la scoperta della Provincia americana, quel Deep South sperduto e dimenticato da dio e dagli uomini.

Mi affascinava il nowhere di quelle cittadine che sorgono in mezzo al nulla e che hanno ragione di esistere solo perchè lì qualcuno ci ha messo un distributore di benzina, un fast food e un supermercato nel quale comprare di tutto, dalla falciaerba ai fiocchi d’avena.

Texas
Cittadina americana, la Provincia impersonale e desolata del deep south. Foto: © Roberto Gabriele

Quelle cittadine disabitate nelle quali non ci sono case, dove la gente vive nei ranch distanti anche 70 miglia dal centro e dove si va in paese una volta alla settimana per fare la spesa o il pieno di benzina, dove a causa delle distanze i bambini vanno a scuola con lo scuolabus…

Ecco… Quelli erano i posti che volevo imprimere per sempre nella mia memoria emozionale e fotografica, quelli sarebbero stati la meta del mio viaggio in Texas, un viaggio che non volevo perdermi, pieno di fascino e di aspettative.

Luoghi abbandonati in pieno centro, nessuno cammina a piedi, non si sa dove viva la gente. Foto © Roberto Gabriele

Intendiamoci: sapevo di non potermi aspettare grandi cose, nè paesaggi mozzafiato, nè monumenti storici o scavi archeologici. Sapevo che sarebbe stato un viaggio piuttosto intimo più alla ricerca di me stesso che non alla scoperta di luoghi da cartolina, per andare a trovare tutto questo mi documentai a lungo e scelsi il Texas, dove ho trovato tutto quello che mi aspettavo…

Partimmo in agosto, volevo il periodo più caldo e soleggiato per andare a scoprire il Texas e le sue sconfinate praterie, per percepire sulla mia pelle il rapporto tra uomini e bovini che mi avrebbe riportato ai vecchi film western di John Wayne visti nelle lunghe afose domeniche estive o in terza serata in compagnia di mio padre: lui vedeva quelle pellicole per rivivere la sua gioventù mentre io le vedevo per sognare qualcosa che finalmente mi apprestavo a realizzare.

“Houston, abbiamo un problema…”

Houston Space Center. Foto: © Roberto Gabriele
Vecchi missili “parcheggiati” nello Houston Space Center. Foto: © Roberto Gabriele

Il nostro viaggio è iniziato da Houston, la città più importante del Texas, uno degli Stati più estesi degli USA, mezzo deserto, mezzo al pascolo, tagliato a nord dalla mitica Route 66 nelle città di Amarillo e Flagstaff.

Houston è famosa in tutto il mondo per la famosa base di lancio missilistica, quella del film Apollo 13: “Houston, abbiamo un problema”, la base è tutt’oggi visitabile, si può ancora vedere la famosa sala di controllo dalla quale venivano lanciati i missili diretti verso la luna e un missile intero all’interno di un hangar, è annesso un museo dell’esplorazione spaziale che piace molto ai “bambini” da 5 a 70 anni!

Altri… “missili” alla Gruene Hall… Foto: © Roberto Gabriele

Il Deep South

C’è poi un posto che si chiama Marfa, è un piccolo villaggio, la cittadina ospita un piccolissimo ma interessante museo di arte moderna e contemporanea che ha una sua installazione proprio in mezzo al deserto a poca distanza dal centro: si tratta di una (falsa) vetrina di Prada con tanto di insegna e logo originale che secondo l’idea dell’artista sarebbe lì per esporre le creazioni del famoso stilista ai pochi viaggiatori di passaggio.

La (falsa) boutique di Prada a Marfa. Foto: © Simona Ottolenghi

Viaggiare nel Deep South americano non è facile ma è bellissimo: il Texas è un luogo vuoto con enormi praterie, orizzonti infiniti, niente montagne e niente persone, poche auto… Il caldo si fa sentire tutto il giorno e mi è capitato di viaggiare per due giorni senza vedere assolutamente nulla, in una strada che divide in due uno spazio abitato solo da vacche e cavalli.

Un viaggio on the road, quindi, da godersi al volante andando a cercare le piccole cose che a sorpresa si susseguono chilometro dopo chilometro, andando a provare la cucina messicana che ha sconfinato anche qui sui tavolacci di legno grezzo che sono nei pub, andando a ballare il country in un locale con musica dal vivo di fronte alla ferrovia…

Un locale tipico a Gruene Hall. Foto: © Roberto Gabriele

Uomini e bovini

I texani si sentono vaccari, in effetti sono i pronipoti dei cow boys che vedevo in quei film che hanno riempito la mia infanzia: il loro look è rimasto oggi come allora.

Mi ha colpito il fatto che un viaggio in Texas è molto più etnico di quello che si possa pensare: la gente veste ancora con il classico cappellone a falda larga, la camicia a quadroni, i jeans e gli immancabili boots, gli stivaloni di cuoio impunturati con disegni fiorati.

E anche il loro stile di vita non è granchè cambiato da allora: amano muoversi a cavallo e radunare le mandrie al pascolo galoppando tra centinaia di capi della specie texana che si chiama long horn, ossia lungo corno. Posso garantire che le dimensioni del copricapo sono veramente esagerate arrivando a sfiorare i due metri di apertura totale!

Un bovino “long horn” le sue corna in effetti sono gigantesche. Foto: © Roberto Gabriele

In America tutto è grande: dai pascoli alle dimensioni delle mandrie, un bovino ha bisogno di 70 ettari di pascolo per anno, una mandria di piccole dimensioni con 400-500 capi (a conduzione familiare) ha bisogno di uno spazio grande come mezza Provincia delle nostre…

In Texas sono rimasto letteralmente estasiato a rimirare per ore i giganteschi silos in acciaio specchiato di immagazzinamento di granaglie, ho passato ore a fotografare un ufficio postale abbandonato in un incrocio nel bel mezzo del nulla, mi sono fermato per mezz’ora a guardare un pozzo di petrolio che pompava il prezioso oro nero…

Il mercatino Texano

Le cose che mi piacciono di più quando viaggio sono i mercati popolari, ma non credevo che ce ne fossero negli USA, nella grande civiltà modernizzata americana. E invece ne ho trovato uno straordinario. E’ un mercato settimanale, lo fanno dal venerdì pomeriggio alla domenica dalle parti di Fredericksburgh ed è un vero mercatino dell’usato in stile texano.

La cosa fantastica è la gente che va a vendere pezzi di casa e vecchi memorabilia originali di antichi ranch. Ti capiterà di trovare in vendita dalla classica cassetta per le lettere sagomata a forma di bufalo fino all’insegna del benzinaio della Texaco o al martello da maniscalco per ferrare i cavalli…

E poi migliaia di targhe automobilistiche arrugginite, vecchi giocattoli di legno, juke box degli anni ‘50 e ‘60, pannelli della Coca Cola, teste di alce imbalsamate…

E’ un posto incredibile: spesso i venditori sono coppie di pensionati (anche loro ovviamente in perfetto look da bovari) che hanno cambiato casa e invece di gettare pezzi della loro storia li vendono al mercatino.

Restano lì sulle loro poltroncine con la lattina di birra in mano e visto che da quelle parti sono completamente fuori da ogni itinerario turistico. Eravamo gli unici forestieri ed eravamo noi a stimolare la loro curiosità a tal punto che la gente ci fermava per chiederci se ci fossimo persi. Alla nostra negazione rispondevano: «ma allora perchè siete venuti? Qui non c’è nulla da fare nè da vedere, ci sono solo vacche e cavalli…»

Mercatino texano di cianfrusaglie usate. Foto: © Roberto Gabriele

On the Road

Invece per un viaggiatore in un posto del genere di cose da fare e da vedere ce ne sono davvero tante: dal cimitero delle Cadillac ad Amarillo, un posto dove sono state conficcate 12 automobili vere nel terreno e ora sono diventate un monumento del famoso brand americano alla portata di tutti che sono liberi di decorarle con vernici e ogni altro tipo di arte.

Cimitero delle Cadillac ad Amarillo. Foto: © Roberto Gabriele

Un viaggiatore apprezzerà bar e motel in stile anni ‘50 e ‘60 lungo la Route 66 nei quali il tempo sembra che si sia fermato all’epoca nella quale sono stati costruiti.

Un viaggiatore non potrà che notare le enormi strade deserte e assolate tipo “Mezzogiorno di fuoco” in pieno centro abitato.

Strade enormi e desolate in cittadine abitate ma prive di vita. Questo è il deeep south americano. Benvenuti in Texas. Foto: © Roberto Gabriele

Ma se c’è una cosa per la quale il viaggio merita di essere fatto è il Rodeo che abbiamo visto a Johnson City, ce ne sono tanti in giro: anche ad Austin, o a Vega… E’ una delle cose più belle di tutto il viaggio.

Gesti che si ripetono. Questa è la tipica posizione da Cow Boy al Rodeo. Non è certo una regola scritta, ma è quella che con naturalezza estrema assumono tutti. Foto: © Roberto Gabriele

Il Rodeo

Sin da piccoli si imparano i gesti che si faranno da grandi. Il look di questo bambino è già perfetto. Foto: © Roberto Gabriele

Il Rodeo è una festa che dura per tutto il week end. Si arriva il venerdì pomeriggio per iniziare a sistemarsi con i camper e le stalle a ruote in tempo per gli allenamenti pre-gara.

Il terreno di gara è il classico recinto fatto con pesantissimi tubi di ferro a prova di toro, sono più alti di una persona e proteggono gli spettatori da ogni incidente.

La sera al tramonto si iniziano a diffondere nell’aria gli odori degli stand gastronomici che profumano l’aria con aromi di patatine fritte e di carni alla brace.

E dopo cena iniziano le danze: persone di tutte le età che si alternano nelle quadriglie, in balli tipici del country melodico o ritmato del sud…

Mamme con bimbi al rodeo. Foto: © Roberto Gabriele

Il sabato mattina ci sono le prove libere delle varie specialità, ciascun atleta prova per l’ultima volta i suoi movimenti, ottimizza le attrezzature e le protezioni personali perchè si tratta di sport comunque molto duri e violenti.

Poi inizia un momento di forte concentrazione e tutto sembra fermarsi in una atmosfera ovattata in attesa delle gare di specialità.

La preparazione della sella e della sua giusta misura è fondamentale in gara e questo cow boy la regola al millimetro. Foto: © Roberto Gabriele

La sera del sabato, poco prima del tramonto si inizia e l’atmosfera diventa immediatamente elettrica. La voce del cronista apre il Rodeo e fa uscire tutti: sulle note de “I Magnifici Sette” entrano i cavalieri con le bandiere degli Stati Uniti e del Texas, segue l’inno degli USA e iniziano le prime manches di velocità per catturare il vitello al lazo e legarne le zampe.

Lo speaker parla dei cow boys in gara e si intende che sono tutti suoi vecchi amici e ne racconta le gesta descrivendoli come eroi, è una grande famiglia quella che unisce questa gente: si rivedono di volta in volta nei vari rodei sfidandosi in competizioni fatte per uomini duri e donne coraggiose ma non solo: lo stadio va letteralmente in delirio quando si aprono i cancelli ed escono i bambini aggrappati ai montoni che fuggono: vince il giovane campione che riesce a rimanere più a lungo sulla povera bestiola.

La cerimonia di inizio è un momento molto sentito. Foto: © Roberto Gabriele

E dopo i bambini ecco la gara finale, la più attesa, la più breve ma pericolosa e spettacolare, la più impegnativa, stiamo parlando della monta del toro. Qui la sfida è talmente difficile che vincono tutti quelli che riescono a rimanere seduto sull’enorme animale per almeno 8 secondi. Chi resiste va a finire nell’Olimpo dei Cow Boys, nell’albo d’oro di quelli che ce l’hanno fatta.

Alla fine vince il toro

Non conta il migliore, il migliore è sempre il toro, non importa quanti siano i vincitori o se non ce ne sia nessuno, qui basta sopravvivere anche perchè cadendo si rischia di rimanere schiacciati dalla furia e dalla potenza indomita del bovino, impossibile controllarlo, l’unica cosa che possono fare gli assistenti di gara è ricondurlo nel suo recinto dopo che scalciando ha disarcionato l’uomo che ha cercato invano di dominarlo.

La monta del toro: vincono tutti quelli che riescono a stargli addosso per almeno 8 secondi. Foto: © Roberto Gabriele

Al mattino successivo i cow boys fanno una parata d’onore in città per mostrarsi e farsi applaudire dai propri familiari e poi il Rodeo è ufficialmente finito: i camper smontano gli accampamenti, uomini e cavalli si preparano per tornare alle loro case che a volte possono essere lontane centinaia di miglia, o trovarsi in New Mexico o Arizona….

La sfilata dei Cow Boys dopo il Rodeo. Foto © Roberto Gabriele


E con i cow boys che tornavano a casa, anche noi riprendemmo la strada: il nostro viaggio era ancora lungo e Los Angeles ancora lontana, ma questo magari ve lo racconterò la prossima volta…

Le Reginette del Rodeo salutano il loro pubblico e anche io vi saluto. Foto: © Roberto Gabriele

[/vc_gutenberg][vc_gutenberg]Articolo pubblicato sul numero di luglio 2018 della Rivista in distribuzione gratuita in tutti i negozi di Acqua & Sapone.

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Acqua & Sapone

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di luglio 2018 della Rivista in distribuzione gratuita presso i negozi #Acqua&Sapone, direttore #AngelaIantosca

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Perù Vintage

Il Perù raccontato dopo 30 anni da Andrea Del Genovese di Pisa. Altri tempi, altra fotografia. All’epoca naturalmente si scattava in pellicola, anzi, in questo caso in diapositiva, si scattava tutto in manuale e le foto si riguardavano solo una volta tornati a casa… Non c’erano monitor, nè stampe fine art, i più raffinati stampavano il bianco e nero nel bagno di casa. Chi voleva il massimo dai colori affidava le sue diapositive ad un laboratorio professionale rimanendo in attesa per giorni per vedere il risultato dei propri scatti.

Quando si faceva una foto la si pensava e si scattava molto meno perchè le pellicole avevano un costo immediato. C’era una cura diversa nel fare le cose, il fotografo all’epoca entrava davvero in empatia con la fotocamera e impiegava tutto se stesso per uno scatto. Da allora in 20 anni sono cambiate più cose nella storia della fotografia che nei precedenti 150 anni da quando fu inventata…

Il nostro Andrea è andato a rispolverare le foto del Perù dall’archivio di famiglia per farci scoprire un modo diverso di fare fotografia. Tecniche diverse, ma anche un linguaggio visivo che oggi è completamente cambiato.

Voglio ringraziare Andrea Del Genovese per aver voluto condividere con noi un pezzo della sua storia personale e per chi fosse interessato al Perù noi ci andremo dal 20 al 31 agosto 2018: https://viaggiofotografico.it/22396/peru-inca/

BUONA VISIONE

Un Perù ..vintage

La tecnologia applicata alla fotografia ha fatto passi da gigante; prova lampante le foto che presento  (decisamente vintage!) relative ad un viaggio fatto nel 2001.  Tutte fatte con DIA  scattate con una Pentax Me super e frame di video girati con Sony VHS, entrambe digitalizzate.

Le immagini   hanno questo sapore indefinito, sbiadite e poco incisive, ma i ricordi del viaggio in una terra meravigliosa come il Perù sono ancora assolutamente freschi e vividi.

Il Perù, con le proprie popolazioni Quechua, Aymara ed altri Gruppi Etnici,  ha il potere di affascinare il viaggiatore grazie ai suoi spettacolari scenari sia naturalistici che archeologici legati alla Civiltà Inca.

Percorrere la Valle dell’Urubamba, godersi la vista di Machu Picchu dalla Puerta del Sol,  vivere il colorito mercato di Pisac,  ingraziarsi il Lago Titicaca offrendogli alcune foglie di coca  per assicurarsi un rientro a Puno dopo l’escursione all’isola di Taquile,  esaltarsi con la vista aerea delle Linee di Nazca, immaginare come l’uomo abbia potuto 500 anni fa utilizzare  i massi   ciclopici della Fortezza di Sachsayuaman, ammirare la perfezione chirurgica della  “piedra de los doce angulos” di Cuzco

Vi lasceranno ricordi incancellabili e Voi avrete la fortuna di scattare in digitale ! Attendo con ansia le Vs . foto !

Non perdeteVi il Perù !!

Andrea Del Genovese

https://www.facebook.com/andrea.delgenovese.3

Andrea Del Genovese

 

Buzkashi o Kupkari

Durante le tre edizioni del nostro Viaggio Fotografico in Uzbekistan i nostri Viaggiatori si sono espressi con foto e video sul Buzkashi, che da queste parti chiamano Kupkari.

Tre nostri Compagni di viaggio ci hanno dato la loro personale lettura di una giornata straordinaria:

  • Roberto Manfredi
  • Francesco Dolfi
  • Lia Dondini Taddei

E per finire in fondo alla pagina ci sono anche i video di:

  • Giorgio Sega
  • Luca Maiorano

Scopri tutto in questa pagina e guarda come hanno trattato lo stesso argomento in modi tanto diversi…

Buzkashi o Kupkari, cosa è?

Roberto Manfredi

Acchiappa la capra! Questo è il significato della parola uzbeka Kupkari e della corrispondente parola parsi Buzkashi. Si tratta di un antico sport equestre molto popolare in Uzbekistan e in molti paesi dell’Asia centrale. 

In un grande campo molte decine o, spesso, centinaia di cavalieri si contendono la carcassa di un agnello o di una capra. Vince chi riesce a far cadere la carcassa in un’area preassegnata. Il giocatore che ci riesce viene premiato, poi il corpo dell’animale viene riportato al centro del campo e si ricomincia.
Ci sono molte varianti di questo sport: può essere giocato da due squadre contrapposte o individualmente, tutti contro tutti.
In alcuni paesi, come in Kazakhstan (dove il gioco si chiama kökbörü), si svolgono addirittura dei campionati e le squadre si affrontano indossando delle vere e proprie uniformi. Nei villaggi dell’Uzbekistan si pratica quella che probabilmente è una delle versioni più antiche e genuine: si gioca individualmente e l’abbigliamento dei concorrenti è libero è assolutamente funzionale.
Molti cavalieri indossano dei caratteristici caschi di stoffa imbottita, residuati militari usati un tempo dai carristi dell’Armata Rossa sovietica.
L’Imam benedice i fantini

Buzkashi

La contesa della pecora nella mischia dei fantini
La corsa per deporre la pecora
Si lotta per contendersi il trofeo
Il fantino con la sua preda corre verso la vittoria inseguito dagli altri concorrenti
La grande fuga trascinando la pecora spesso finisce fuori dal campo di gara
Incidente fortunatamente senza conseguenze…
Sportiva amicizia tra concorrenti
Il fantino ritira il suo premio
Un uomo conta i soldi vinti con una scommessa

Le regole:

Le regole sono poche: è proibito colpire un avversario con il frustino e cercare di farlo cadere da cavallo. Per il resto è tutto permesso. Il cavaliere in temporaneo possesso della carcassa la trattiene stringendola al corpo del cavallo con una gamba, mentre i concorrenti lo inseguono e cercano di affiancarlo per strappargliela, e per farlo spesso assumono posizioni acrobatiche sul cavallo in corsa.
I cavalli vengono spronati con frustini ottenuti dalle cinghie di trasmissione dei motori a scoppio, e quando i giocatori necessitano delle mani per contendersi la carcassa, i frustini vengono tenuti tra i denti.
Il pubblico segue il gioco in posizioni sicure, dall’alto di un crinale o dietro una barriera di veicoli, facendo il tifo per i propri beniamini e scommettendo sui vincitori. I premi, nella partita che abbiamo visto, erano piuttosto ruspanti: una batteria di stoviglie, un servizio da tè o un cuscino in memory…
Il Kupkari è un gioco antico di secoli e le sue origini non sono documentate, ma quasi certamente è nato nel bacino del fiume Amo Darya, il più lungo dell’Asia centrale, che separa gli attuali Uzbekistan e Turkmenistan.
Pare che gli invasori mongoli di Gengis Khan depredassero i villaggi afferrando al volo capre e pecore mentre li attraversavano sui loro cavalli in corsa; le vittime dei saccheggi avrebbero poi cercato di recuperare il loro bestiame allo stesso modo, cavalcando attraverso gli accampamenti mongoli di corsa.
Gli ovini sarebbero stati così contesi cavalcando velocemente; queste contese sarebbero poi state riprodotte per gioco, facendo così nascere il Kupkari.
Il Kupkari si gioca in occasione di feste o matrimoni, quando inizia e finisce la stagione agricola e in molte altre occasioni. Il match raccontato da queste foto si tenne presso Samarcanda il 21 marzo, giorno del Nowruz, capodanno del calendario zoroastriano.
Infine una curiosità: in Argentina si pratica un gioco simile al kupkari, detto “pato” dove al posto della carcassa si usa una palla dotata di sei grosse maniglie.

 

Francesco Dolfi

Kupkari o Buzkashi, secondo i paesi.

E’ il nome di un antico gioco equestre che ha origine in Asia centrale dove è ancora diffuso e praticato in occasione di festività ed eventi speciali.

Con « viaggio fotografico » abbiamo potuto assistere a questa straordinaria festa, non lontano da Samarcanda, in Uzbekistan, in occasione del Navruz che celebra l’equinozio di primavera e l’inizio del nuovo anno, secondo una tradizione che risale ai tempi del zoroastrismo .

 

Niente arene, piazze o stadi, con scalinate, balconi o tribune. Il Kupkari si gioca all’interno di una spianata stepposa, delimitata da dossi di terra, dove si assiepa il pubblico, soprattutto donne e bambini, che incitano i valorosi cavalieri, rigorosamente uomini, che si trovano più in basso e si contendono la carcassa di una pecora o un montone per portarla e depositarla oltre il traguardo.

In premio ci sono somme di denaro, beni di consumo e il riconoscimento del proprio valore. Come in ogni competizione equestre che si rispetti, non mancano gli allibratori e le scommesse.

Intorno alla competizione ci sono gli stand gastronomici per ristorarsi dopo la gara
Un fantino vittorioso va a ritirare il suo premio
La tribuna d’onore è sui cassoni dei camion
Momenti della gara
La pecora contesa tra i fantini
una vera e propria mischia di uomini e cavalli: hanno appena raccolto la pecora da terra e cercano il modo di iniziare la loro fuga
La corsa
La contesa
I fantini ricevono la benedizione dell’Imam
Il pubblico

Uno sport pericoloso:

La giuria e gli ospiti privilegiati, quali eravamo noi fotografi venuti da lontano, trovano posto a bordo di autocarri che, disposti in fila, delimitano l’area di della competizione. Gli stessi offrono pure un riparo dagli impetuosi assalti dei cavalieri e dagli zoccoli dei loro cavalli.

Il gioco è piuttosto violento e le regole concedono di tutto, compreso l’uso di un improbabile frustino, che i cavalieri stringono tra i denti, usato per colpire l’avversario e per disarcionarlo.

Per proteggersi, i cavalieri indossano dei copricapo di ogni genere, tra questi un vecchio e bizzarro berretto da carrista, reliquia dell’era sovietica.

La competizione comincia con i saluti di rito e una preghiera, un trattore trasporta la carcassa al centro del campo e la competizione ha inizio.

L’energia sprigionata dai cavalli al galoppo e dai cavalieri che lottano, corpo a corpo, impennando i loro destrieri è davvero impressionante e coinvolgente.

Il Kupkari non è soltanto una competizione equestre, ma è anche e soprattutto una grande festa di paese. Non abbiamo assistito ad un evento confezionato per i turisti, bensì ad un momento di indimenticabile folklore autentico e genuino.

di Francesco Dolfi

 

Lia Taddei

Il Buzkashi in Uzbekistan

Il Buzkashi (chiamato anche Kupkari) è uno sport equestre praticato in tutta l’Asia centrale e considerato sport nazionale in Afghanistan.


In Uzbekistan è generalmente praticato in determinate occasioni come matrimoni o feste nazionali.
E’ praticato in un grande campo; l’obiettivo è quello di impadronirsi della carcassa di una capra, portarla lungo un percorso obbligato e lanciarla oltre un’area definita. I giocatori utilizzano una piccola frusta in pelle grezza che viene tenuta tra i denti quando non è usata.

 

Gli uomini gareggiano sotto gli sguardi delle loro donne
Panning
La vittoria
Scene di gara

I fumi del pranzo invadono il campo di gara
Durante la benedizione dei fantini pregano anche gli spettatori
Il campo di gara è uno spiazzo non delimitato nè segnato in alcun modo

La tradizione:

Non esistono regole scritte, sono per di più tramandate oralmente e frutto di una lunga tradizione ed è concesso di tutto, da colpire l’avversario con il frustino a farlo cadere da cavallo E’ sicuramente uno sport piuttosto violento, ma fa parte delle tradizioni locali e ha origini antiche.

Si pensa che sia stato introdotto dai Mongoli nel 12mo – 13mo secolo.
Il Buzkashi in Uzbekistan viene organizzato in modo spontaneo e non è sempre facile conoscere il luogo esatto e l’ora in cui si svolgerà ,ma grazie alla nostra preziosa guida Bek siamo riusciti a partecipare a questo evento.


L’atmosfera che si respira è festosa, la gente locale, ammassata attorno al campo, tifa, scommette, ma anche si cucina carne alla brace e i locali ti invitano a mangiare con loro e a bere (vodka!).

C’è fierezza e determinazione nel volto degli uomini che a cavallo sono pronti a tutto pur di raggiungere l’obiettivo e conquistare così il premio e dimostrare il loro coraggio.

di Lia Taddei

Giorgio Sega

Luca Maiorano

Street Photography in New York

Avevo sempre snobbato New York. Mi domandavo: ma perché tanta gente ci va? Cosa ci trovano di interessante in una megalopoli caotica? Ma, se piace a tanti, una ragione ci deve pur essere.

Così ho deciso: proviamo. Fu una delle decisioni più azzeccate che abbia mai preso, ne sono rimasto letteralmente entusiasta.

Perché New York è davvero la capitale del mondo. Girando con l’underground in poche ore potete passare dal Brasile alla Russia, dal Sudamerica all’Africa. Ed è straordinaria la gente che popola questa città, a cui ho voluto dedicare questo portfolio.

Perché anche dal punto di vista umano a New York si trova davvero di tutto: dogsitter professionali, anziani pattinatori, runner obesi, amanti dei piccioni, calciatori di fiume…
E non ultimo New York è il paradiso della street photography: si può fotografare liberamente quasi in ogni luogo e le persone fotografate, nella maggior parte dei casi, sembrano considerarla una cosa normalissima.

E poi a NY si trova un’incredibile varietà di soggetti e di ambienti: si può fare il giro del mondo in pochi giorni prendendo solo l’underground, senza uscire dalla città.

E dunque come non approfittarne? Io ne ho approfittato!
Eccovi il risultato

Testi e foto di: Roberto Manfredi

 

 

 

 




 

Vietnam di Ornella Massa

Raccontare un viaggio con delle immagini: una bella scommessa per un fotoamatore dilettante come me. Ma ci provo perché il viaggio in Vietnam dell’ottobre scorso ha avuto delle particolarità.

La meta era, sulla carta, interessante ma non quanto alcuni paesi limitrofi del sud est asiatico che vantano insigni siti archeologici.

E’ un paese  di antichissime tradizioni ma devastato da guerre che hanno influenzato profondamente il suo sviluppo.

Ci sono grandi e caotiche città con moderni grattacieli che però assomigliano incredibilmente ad altre città di recente sviluppo.

Nonostante tutto ciò, la nostra visita, seppur limitata nel tempo, dodici giorni, ci ha permesso di avvicinarci al cuore profondo del paese e di sentirne il respiro.

Ho avuto conferma delle mie sensazioni leggendo i racconti di Nguyên Huy Thiêp nella raccolta “Vietnam Soul”. Ambientati nei villaggi di montagna lontano dai grandi centri cittadini narrano della lotta quotidiana della gente per vivere, della fatica di affrontare le malattie e il dolore , di soddisfare i normali bisogni.

Storie di piccole comunità si alternano a figure solitarie ma sempre dalla narrazione traspare grande forza e senso di solidarietà.

Nelle mie foto ho privilegiato scatti a uomini e donne in ambiente di lavoro, un’umanità attiva, giovane di età che sprigiona energia vitale e affronta con coraggio le difficoltà della vita. Senza tralasciare anche un momento dedicato al sentimento religioso.

Ornella Massa

Facebook: https://www.facebook.com/ornella.massa.372

 

Ornella Massa intervistata durante il nostro Viaggio Fotografico in Vietnam

https://youtu.be/m0Oxk_YTQ8U

 

Ritrovamento dipinto a Samarcanda

Il rinvenimento di un quadro dal valore inestimabile a Samarcanda

Nell’ambito delle spedizioni uzbeko – giapponesi è stato scoperto un quadro dell’VIII secolo, riporta Uzbekistan Today. L’artefatto antico è stato rinvenuto nella fortezza Kafirkala è rappresenta un tabellone che raffigura un rituale dello Zoroastrismo.

Il ritrovamento a Samarcanda prova l’importanza dell’Uzbekistan come una regione situata sulla Via della Seta e raffigura uno strumento musicale situato nell’edificio del tesoro “Shoso-in” nella città di Nara in Giappone.

La fortezza Kafirkala si trova a trenta chilometri a sud-est del sito di Afrosiab. La presenza dei fori da chiodi di ferro indica che il quadro era attaccato al muro e si presume che all’epoca si trovasse nella sala del sovrano. 

“L’immagine è composta da quattro righe. Nella riga superiore è raffigurata la dea di Sogd “Nana”, seduta sul leone, nella seconda riga i musicisti suonano l’arpa e lo strumento a corde “biwa”, entrambi conservati nello “Shoso-in”. La riga più bassa raffigura l’altare del fuoco. Si ritiene, che la storia dell’arpa abbia avuto l’inizio in Assiria, nella Mesopotamia Settentrionale e che lo strumento musicale sia stato trasportato dall’Asia Centrale alla Cina e al Giappone”.

Turismo attrezzato in Uzbekistan

Creazione della prima zona turistica libera “Chorbo’q”  in Uzbekistan

Gazeta.uz

Il Presidente della Repubblica dell’Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev ha firmato il decreto sulla creazione della zona turistica libera “Chorbo’q”.

La prima zona turistica sarà creata all’interno del territorio ricreativo e di resort “Chimgan-Chorbo’q” con nuove infrastrutture d’ingegneria, moderni complessi alberghieri, centri di benessere e culturali, commerciali e d’intrattenimento e altre strutture turistiche.

Il decreto prevede la preparazione degli itinerari turistici unici, tenendo conto delle possibilità ambientali della regione, sviluppando un’adeguata infrastruttura di trasporto, garantendo la disponibilità di trasporti, l’introduzione di nuovi mezzi di trasporto nella regione (treni, treni elettrici, autobus), compresi i mezzi di trasporto alimentati con fonti di energia rinnovabile, l’espansione delle rotte di trasporto passeggeri e l’organizzazione del suo ininterrotto funzionamento.

Si prevede di creare ulteriori condizioni per la sicurezza del soggiorno dei turisti, attrezzando le infrastrutture turistiche con sistemi di allarme e videosorveglianza, fornendo assistenza in situazioni d’emergenza e attivando un singolo database di informazioni sui turisti, che arrivano nel territorio della regione. 

È prevista la realizzazione dei progetti sulla creazione di un sistema ecologico unico, introducendo, in via sperimentale, i nuovi sistemi di risparmio energetico e le tecnologie alimentate con fonti di energia rinnovabile e alternativa.

La zona turistica libera sarà realizzata per il periodo di funzionamento di 30 anni con la possibilità di una successiva estensione. Il territorio della zona turistica e le imprese registrate come partecipanti sono soggette alle disposizioni della legislazione sulle zone economiche libere, comprese le agevolazioni e i benefici stabiliti.

Per cofinanziare progetti d’investimento, attuati nella zona turistica libera, il Fondo per la Ricostruzione e lo Sviluppo dell’Uzbekistan concederà una linea di credito agevolato per un importo complessivo di 100 milioni di dollari statunitensi con le condizioni flessibili di rimborso del prestito e degli interessi.

Attualmente, nella regione di Tashkent operano 120 organizzazioni di servizi turistici, tra cui 15 tour operator, 45 alberghi con la capacità di accogliere 2440 turisti al giorno, 71 sanatori e aree ricreative.

Vendita oro ai turisti in Uzbekistan

L’Uzbekistan pianifica di autorizzare la vendita di lingotti d’oro ai turisti

Nei prossimi due mesi sarà preparato il progetto di decisione governativa che consentirà la vendita di lingotti d’oro agli stranieri e semplificherà la loro esportazione all’estero.

Per il prossimo futuro si prevede anche la vendita di lastre in oro di vari tagli da dieci a duecento grammi.

Si prevede di esportare gioielli e oggetti preziosi per quasi 14 milioni di dollari statunitensi nel 2020.

Gestione privata aeroporti Uzbekistan

L’Uzbekistan per la prima volta nella storia affida la gestione di un aeroporto alla società privata. L’aeroporto internazionale “Karshi” (regione di Kashkadarya) sarà assegnato alla società specializzata nella gestione di aeroporti internazionali.

La risoluzione del Presidente Shavkat Mirziyoyev “Sulle misure per lo sviluppo del turismo in entrata” stabilisce l’uscita di quest’aeroporto internazionale dalla società NAC (Uzbekiston Havo Yullari) e l’introduzione del “Cielo aperto” sul suo territorio con il coinvolgimento delle compagnie aerei low cost.

Visto per Uzbekistan

L’Uzbekistan ha abolito l’obbligo del visto per i cittadini di sette paesi. Introduzione del visto elettronico dal 1° luglio 2018

Dal 10 febbraio 2018 L’Uzbekistan introduce il regime senza visti per un ingresso di trenta giorni ai cittadini di Israele, Indonesia, Corea del Sud, Malesia, Singapore, Turchia e Giappone.

Inoltre, è stata semplificata la procedura di rilascio del visto turistico per altri trentanove paesi, tra cui il Vaticano e la Malta:

– annullamento dell’obbligo di presentare al Ministero degli Affari Esteri dell’Uzbekistan il voucher turistico o la lettera d’invito da parte di un cittadino uzbeko o un’impresa operante in Uzbekistan;

– rilascio del visto in due giorni lavorativi, escluso il giorno di accettazione della richiesta del visto.

Si prevede di semplificare la procedura del rilascio del visto in cinquantuno paesi (da 15 a 51).

Inoltre, dal 1° luglio 2018 l’Uzbekistan prevede il rilascio del visto elettronico per i cittadini stranieri. Il visto elettronico sarà rilasciato in aeroporti del paese in conformità con le richieste in forma scritta presentate dai cittadini stranieri per avviare la procedura del rilascio del visto d’ingresso, indipendentemente dalla presenza della rappresentanza diplomatica della Repubblica dell’Uzbekistan nel paese d’origine.

I pagamenti di tariffe e oneri inerenti al rilascio del visto elettronico si potranno effettuare con la carta di credito sui circuiti di pagamento internazionali Visa e MasterCard.

Se ti serve il visto…

Per il tuo visto italiano per recarti in Uzbekistan clicca qui: http://evisa.mfa.uz/evisa_en/

Turismo Ecologico in Uzbekistan

Uzbekistan rimuove restrizioni  per il turismo ecologico, estremo e in auto

Secondo il servizio stampa del Comitato Statale per il Turismo della Repubblica dell’Uzbekistan, al fine di creare le condizioni confortevoli per i turisti stranieri e per le strutture ricettive, il Ministero degli Affari Interni della Repubblica dell’Uzbekistan ha annullato l’obbligo di compilare il libro di registrazione e di presentare resoconti cartacei sui turisti da parte degli alberghi e altre strutture turistiche che passano all’utilizzo del sistema informativo “E- Mehmonhona”.

L’introduzione di nuove disposizioni per la registrazione degli ospiti e l’annullamento delle restrizioni sono validi per i turisti che arrivano in Uzbekistan per il turismo ecologico, estremo e per i turisti che viaggiano in auto:

1. Il software “E-Mehmonhona” (E-Hotel) consente di inserire le informazioni necessarie via Internet ed è stato introdotto per la registrazione rapida e pratica degli ospiti negli alberghi e altre strutture ricettive.

2. È stata semplificata la procedura di registrazione per i turisti stranieri durante i tour ecologici o viaggi in auto nel paese, trasferendola in un formato elettronico. Gli elenchi elettronici di turisti completi di estremi del passaporto, presentati dagli operatori turistici, comprensivi degli itinerari, soste di pernottamento durante i viaggi, saranno equiparati al permesso di soggiorno temporaneo se:

a) accompagnati da guida turistica o da istruttore all’interno del tour organizzato dall’agenzia turistica al di fuori delle aree popolate, se il tour o parte di esso non supera i dieci giorni;

b) da stranieri su auto privata, in motocicletta, in bicicletta, a piedi o in gruppo su autobus del tour organizzato dall’agenzia turistica.

3. “Campeggio”, “mezzo di trasporto, convertito in alloggio per il pernottamento” sono stati inclusi nella categoria “struttura ricettiva”.

I turisti stranieri, in sostanza, non sono più soggetti alle restrizioni in caso di viaggi attraverso le montagne, steppe e deserti dell’Uzbekistan e se arrivano con un mezzo di trasporto, attrezzato di posti letti o con la roulotte.

Uzbekistan Airways e Alitalia

Uzbekistan Airways e Alitalia hanno attuato l’accordo su Interline e Code Share, facilitando l’attracco dei voli nazionali di compagnie aeree partner in Italia e in Europa

La stipulazione dell’accordo tra le compagnie aeree Uzbekistan Airways e Alitalia ha offerto grandi vantaggi del pieno utilizzo della vasta rete aerea dell’Alitalia. Secondo il nuovo calendario, i voli dell’Uzbekistan Airways da/per Roma e da/per Milano sono garantiti con attracchi bilaterali con i voli italiani interni e voli europei delle compagnie partner.

La modifica del programma dei voli HY – 257/258 Tashkent – Roma – Tashkent e Tashkent – Milano – Tashkent nel 2017 ha consentito di organizzare il trasporto di gruppi di turisti provenienti da Italia e Spagna (Madrid, Barcellona e Valencia) in Uzbekistan sui voli della Compagnia Aerea Nazionale (NAC). Inoltre, secondo il nuovo calendario, i voli della NAC da Roma, che hanno ottenuto l’attracco per i voli del mattino da Tashkent a Urgench, stanno creando un’ulteriore comodità per operatori turistici, rendendo i tour in Uzbekistan più efficienti e razionali.

Dal 27 marzo 2018 la NAC aumenterà la frequenza dei voli dall’Italia per tutta la stagione primavera – estate, aggiungendo il secondo volo da Roma in Uzbekistan (2° e 4° giorno della settimana). Dal 6 agosto al 26 ottobre 2018 sarà aggiunto il secondo volo anche da Milano (1° e 4° giorno della settimana).

Al fine di creare servizi aggiuntivi per i turisti provenienti da Milano e da Roma, sono previsti i voli di linea aggiuntivi con atterraggio a Urgench (Khiva). Se la domanda raggiunge almeno 80 passeggeri per le rotte Roma – Urgench e Milano – Urgench sui voli del 2° giorno della settimana, sarà considerata la possibilità di organizzare altri atterraggi nella città di Urgench anche per le restanti date.

Informazioni: aeromobili moderni e confortevoli, con la scritta “Uzbekistan” a bordo,  eseguono voli regolari in più di 50 paesi del mondo, e voli charter dall’Alaska fino alla Nuova Zelanda. Nel 2016, la compagnia aerea nazionale ha trasportato 2,5 milioni di passeggeri e 43.000 tonnellate di merci. Nel 2017 la NAC ha messo in funzione due nuove rotte: Dushanbe (Tajikistan) e Lahore (Pakistan), così come nuove rotte verso Mumbai (India) e Guangzhou (Cina).

Nel mese di agosto 2016 Uzbekistan Airways ha messo in funzione aeromobili Boeing-787-8 Dreamliner. La NAC in collaborazione con la società Boeing, ha aperto il Centro per la riparazione di materiali compositi degli aeromobili, ampiamente utilizzati nell’industria aeronautica mondiale.

Tutti gli 11 aeroporti del paese sono stati completamenti ricostruiti e modernizzati, ricevendo lo status internazionale. A seguito della modernizzazione e del miglioramento del servizio, il flusso di visitatori stranieri nel nostro paese è aumentato. Gli aeroporti “Tashkent”, “Samarcanda”, “Bukhara”, “Urgench” e altri hanno vinto numerosi concorsi internazionali.

Il Centro logistico intermodale internazionale, creato sulla base dell’aeroporto “Navoi”, è uno dei più grandi e tecnologicamente avanzati complessi di trasporto aereo di merci sul territorio dell’Asia Centrale. Oggi, il Centro collega l’Uzbekistan con i maggiori centri logistici in tutto il mondo: Francoforte, Milano, Bruxelles, Vienna, Saragozza, Oslo, Basilea, Dubai, New Delhi, Teheran, Shanghai e altri.

Prosegue la collaborazione con i partner sudcoreani sulla realizzazione del progetto per la costruzione del terminal passeggeri più moderno dell’Asia Centrale “Tashkent-4”, che avrà una capacità di 1500 passeggeri l’ora. Il nuovo terminal passeggeri sarà messo in funzione entro la fine del 2019.

Genna, il Natale copto in Etiopia

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Genna

Il Mugello: ritorno al passato

Quasi un ritorno al passato questa vacanza al Mugello.

L’antica e grande casa di pietra ci accoglie nelle stanze bianche di calce, arredate con mobili funzionali di semplice fattura.

La casa. Foto: © Ornella Massa

Cani festosi salutano il nostro arrivo con effusioni contenute.

Isa, uno dei cani del Podere Giuvigiana. Foto: © Ornella Massa

Abbiamo conosciuto a Razzuolo Margherita e Andrea, i nostri ospiti.  Con i loro veicoli a quattro ruote motrici ci hanno prelevato al parcheggio e condotto rapidamente al Podere Giuvigiana per la stretta ripida strada bianca.

Al podere incontriamo Duccio che ci accompagna a vedere l’orto sinergico che produce la verdura utilizzata per i pranzi, il frutteto che ha bisogno di essere potato e il bosco di pini Douglas che circonda la casa e che verrà diradato per fare spazio ad altre colture.

Prodotti dell’orto. Foto: © Ornella Massa

Ci parlano dei problemi che quotidianamente devono affrontare per rendere casa e podere economicamente autonomi e dei loro sogni di sviluppo della proprietà, in accordo al progetto iniziale.  Il racconto sarà da loro continuato nei giorni seguenti e darà modo a noi di comprendere la passione di questi ragazzi per la natura e per la vita di campagna ed il loro profondo desiderio di condividere la loro esperienza con quanta più gente possibile.

Ci fanno conoscere i loro giovani ospiti-lavoratori: sono ragazzi simpatici , provenienti sia dall’Italia sia dall’estero, che li aiutano nelle diverse attività in cambio di vitto e alloggio. Dormono in tende in una piccola radura del bosco.

Lavori in casa e riposi in tenda. Foto: © Ornella Massa

Ceniamo nella grande sala da pranzo annessa alla cucina. Intorno al lungo tavolo si snocciolano storie che continuano nella sera, seduti sulle panche di legno, sotto il nero cielo punteggiato di stelle.

L’indomani la giornata inizia con la mungitura delle caprette:  un evento normale nelle campagne, ma noi vi assistiamo come in un film!

Mungitura delle capre al mattino. Foto: © Ornella Massa

Margherita, che è guida naturalistica, ci accompagna alla scoperta della linea ferroviaria faentina e di alcune vecchie strutture di servizio ormai dismesse. La passeggiata nei boschi dell’Appennino è piacevole di per sè, ma è resa ancora più interessante dal potersi avvicinare a edifici abbandonati in cui ancora risuonano le voci di coloro che qui vissero e lavorarono.

Il sentiero che porta alla stazione abbandonata di Fornello e l’interno delle case degli operai che costruirono la ferrovia. Foto: © Ornella Massa

Il giorno successivo, grazie a Margherita e Andrea, conosciamo Andrea Gatti, presidente dell’organizzazione ONLUS Gotica Toscana. Con lui saliamo sul Monte Altuzzo, il luogo dove, durante la seconda guerra mondiale, gli Alleati riuscirono a sfondare la linea difensiva tedesca in Italia per riversarsi poi nella pianura padana. Qui volontari stanno lavorando alla ricerca e restauro di postazioni militari. Le parole del presidente ci affascinano e ci ricordano eventi tragici della nostra storia di cui tutti abbiamo sentito, ahimè, parlare. L’occasione ci fa riflettere sull’importanza della pace.

Boscaioli lungo la Linea Gotica. Foto: © Ornella Massa

L’ultimo giorno di permanenza i nostri ospiti ci accompagnano in un luogo di frescura, il torrente Rovigo, dove si susseguono pozze di acqua  con cascatelle scintillanti che fotografiamo sperimentando l’uso dei tempi lunghi.

Cascatelle del torrente Rovigo. Foto: © Ornella Massa

Speriamo che le foto scattate in questi giorni possano almeno in piccola parte emozionarci come le ore vissute in questo podere che Margherita, Andrea e Duccio  stanno facendo rivivere e ci offrono con simpatia e generosità.

Contatta l’Autore:

Ornella Massa: https://www.facebook.com/ornella.massa.372

Andrea e Margherita in un raro momento di riposo. “Accetti la Sfida?”. Foto © Ornella Massa.

 

La metropolitana di New York

The Subway

The Subway: solo qui si chiama così, mai chiamarla Metro…

Amo viaggiare e neppure dopo tanti viaggi ho perso la capacità di stupirmi davanti alle cose che vedo; nulla è mai ovvio né scontato, neanche le cose che già conosco o i luoghi che ho già visitato. Ogni volta è una scoperta perché nel frattempo sono io stesso ad essere cambiato.

La metropolitana di New York non fa eccezione a tutto questo, è un vero viaggio nel viaggio, una sorpresa ogni giorno perché quasi sempre è nuova la gente che vi si incontra.

Già… Ho scritto quasi perchè in realtà ci sono alcune figure che sembrano loro stesse far parte di quelle gallerie e appartenere ai lunghi condotti che conducono nelle viscere rocciose del sottosuolo di Manhattan, quasi fossero elementi di arredo progettati insieme alla stazione.

Umanità in viaggio nella Subway di New York. Foto: © Roberto Gabriele

È il caso dell’uomo che distribuisce le copie gratuite di “Metro”, il free magazine che conosciamo anche in Italia: la sua vita professionale inizia al mattino alle 6 quando comincia ad urlare una specie di litania che dura fino alle 9, allorché le copie del giornale sono esaurite e lui sparisce insieme a loro dileguandosi senza riapparire fino al mattino successivo, e così per anni, per sempre… Puoi ritornare e ritrovarlo lì: stazione 34 linea BDFM.

Se invece ti trovi a frequentare la Grand Central Station, nei suoi infiniti corridoi sotterranei, ed esattamente dove c’è il passaggio comunicante con lo “Shuttle” per Times Square, lì trovi puntualmente la musica Country suonata dalla classica famiglia allargata che esegue questo genere: tre fratelli, due di questi con relative mogli che suonano la chitarra, il basso e la batteria e cantano, vestiti con camicie a quadroni, gonne a fiori e ciabatte. Cantano storie di vita rurale della gente del Sud.

Il Viaggio nel Viaggio. La metropolitana di New York è un mondo a parte. Foto: © Roberto Gabriele

La gente

Ma non ci sono solo gli habitué, nella Subway puoi trovare ogni genere di artisti di strada, alcuni di loro sono dei veri professionisti e hanno uno speciale patentino che li abilita ad esibirsi: li trovi sui treni ma possono essere dovunque, puoi vederli in un in una stazione di periferia e il giorno dopo sentirli cantare a Broadway.

Non è un modo di dire, se cerchi su YouTube “U2 underground Times Square” vedrai che anche loro, gli U2 di Bono Vox, quelli veri, si sono esibiti in un concerto gratuito e non programmato tra i corridoi della piazza più famosa del mondo…

La sigla della Febbre del Sabato sera è stata girata qui. Foto: © Roberto Gabriele

Ti imbatterai in burattinai e suonatori di fisarmonica, in ballerini-acrobati che fanno ogni genere di movimenti spericolati afferrandosi a pali ed a sostegni per le mani, li vedrai esibirsi in spettacoli di alto livello. Naturalmente non manca il disperato, quello che prova a fare qualcosa, che non sa cantare, né suonare né ballare, quello che cerca di attirare l’attenzione parlando di sua madre tossicodipendente e del padre ucciso. Lui in genere non cerca di impaurirti, ma solo di farsi dare un dollaro che non riesce a guadagnare in altro modo.

Scorci dalle stazioni. Foto: © Roberto Gabriele

E poi c’è la gente… migliaia di persone in ogni treno, 5 milioni e mezzo di persone al giorno e quasi due miliardi l’anno! C’è il mondo intorno a te. Ricordo le scene del film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders, in cui un angelo era in grado di ascoltare i pensieri delle persone sulla metropolitana e capirne le infinite storie di vita.

Ecco… quando sono sulla metropolitana di New York le guardo e a volte le fotografo, ma sempre le ascolto, anche nei loro infiniti silenzi.

I loro corpi parlano al posto delle parole: il linguaggio dei gesti, la postura, l’abbigliamento e… Mi piace osservare la gente e immaginarne le storie, proprio come nel film… È bello guardare le ragazze bellissime, altissime. Le vedi dirigersi a Chelsea, dove ci sono le Agenzie di modelle… le immagini andare a fare un casting, potresti magari ritrovarle in un manifesto pubblicitario al rientro in Italia…

La funivia si prende con l’abbonamento della metropolitana. Foto: © Roberto Gabriele

Un viaggio nel viaggio

Puoi vedere ovunque il classico top manager nel suo nuovo look, che ha sostituito la vecchia 24 ore con una borsa nera per il computer, oppure che indossa il cappotto con lo zaino sulle spalle… Mi domandavo perchè ne vedessi tanti in questo look… Allora ho iniziato a osservare i dettagli di ciò che indossavano, cercavo di indovinare che cosa potessero avere nello zaino… Alla fine l’ho capito: vanno al lavoro la mattina portandosi l’abbigliamento per allenarsi dopo l’ufficio.

Finito l’orario di lavoro indossano le scarpe e la tenuta da running, cose che avevano nello zaino la mattina, mettono il cappotto e il resto nello zaino e tornano a casa facendo anche 15-20 chilometri di corsa, allenamento del tutto normale per la preparazione della più classica delle Maratone, proprio quella di New York!

Il manovratore di metà treno. Controlla la sicurezza dei passeggeri. Foto: © Roberto Gabriele

Anche la vecchia icona della donna vestita elegantemente in metropolitana e che calza le scarpe da ginnastica portando quelle con i tacchi a spillo nella borsa è ormai passata: le donne hanno sì tacchi vertiginosi, ma piuttosto larghi e certo stanno più comode rispetto a qualche anno fa!

E naturalmente mi diverto ad osservare il colore della pelle, che mi parla della società cosmopolita Newyorkese e che non ha paragoni in nessun’altra città del mondo in termine di numero di etnie.

Scoprire la città con la metropolitana:

Un’altra cosa che mi piace fare è allontanarmi da Manhattan, dal centro, dall’ombelico del mondo… Prendo la linea 4 o la 5 e me ne vado nel Bronx dove conosco qualche posticino poco turistico nel quale andare a scoprire la faccia più vera della città. La via del ritorno sulla metropolitana è bellissima perché la scena che vi si ripete sempre è quella di trovarmi come unico bianco circondato da un treno di blacks e qualche portoricano, orientali pochi… sì… quasi tutti neri.

Si muovono a famiglie intere, mamme con due o tre figli oppure gruppi di amici adolescenti… Ma sempre insieme, a gruppi. Ci trovi i rappers, quelli più distinti e le facce tipiche delle donne che vanno a fare le pulizie in qualche ufficio a Wall St. La cosa più bella è osservare lo…. “sbiancamento” del colore medio della pelle dei passeggeri man mano che il treno si avvicina a Manhattan e poi a downtown.

I neri scendono e i bianchi salgono: quel treno unisce il quartiere più povero e quello più ricco della città, è un treno democratico uguale per tutti e che accompagna ciascuno nella propria vita.

Deposito della metropolitana in pieno centro a Manhattan. Foto: © Roberto Gabriele

In Italia sarebbe chiusa…

Ma la cosa che mi piace di più della metropolitana di NYC è il suo fascino decadente che non le vieta di essere efficientissima in tutto. Credo che sia la rete più fatiscente che io abbia mai visto in un Paese occidentale, è sporca, decisamente schifosa, gli interni non sono minimamente curati e la manutenzione che viene fatta è solo tecnologica senza nulla di estetico.

Non è raro imbattersi in topi giganti anche in pieno centro, si trovano travi arrugginite e perdite di acqua provenienti non si sa da dove, cartacce e bicchieri di cartone, scatole di pizza e coperte puzzolenti abbandonate dagli stessi clochard per quanto erano inservibili.

Qui si dimenticano i fasti e le decorazioni della metropolitana di Mosca, la modernità e l’arte di quella di Napoli, o la pulizia di quella di Berlino o Dubai. Qui sei vicino all’inferno, anche per il caldo umido che provi tutto l’anno, per il rumore assordante dei treni e dei loro condizionatori. Eppure questa città, senza la sua fetida Subway non sarebbe così bella.

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Le stazioni sopraelevate hanno un fascino fotografico incredibile. Foto: © Roberto Gabriele

La metropolitana e il Paesaggio Urbano

Adoro perdermi nelle stazioni di periferia, quelle più isolate e remote, dove ti trovi da solo ad aspettare un treno o dove scendi e hai l’impressione di essere inseguito di passi silenziosi di un serial killer. Sono quelle stazioni sopraelevate che trovi a Brooklyn, nel Queens, o a Coney Island, dove ti rendi conto di essere nella Little Mosca e dove i negozi hanno le scritte in cirillico! Ne conosco di bellissime: stazioni che passano all’altezza delle basse case a due piani della infinita periferia di New York.

Siamo ad un’ora di metropolitana da Manhattan e siamo ancora nella municipalità di New York. I due capolinea distano tra loro quasi tre ore di viaggio! Da queste stazioni puoi osservare non solo i tetti delle case viaggiando a circa 10 metri di altezza da terra, ma sei abbastanza alto da poter vedere in lontananza tutto lo skyline di Manhattan e i suoi grattacieli che riempiono l’orizzonte. Una vista mozzafiato, uno degli scorci più belli che abbia mai visto della città…

La metropolitana a Brooklyn è sopraelevata, passa sopra al livello delle case basse e da sopra si vedono i grattacieli di Manhattan. Foto: © Roberto Gabriele

C’è una stazione della linea 7 nella quale potrei stare affacciato per ore alla piccola balaustra al termine del binario che va verso il Queens. Da quel punto mi accorgo di essere sopra la città, sotto di me c’è la strada che brulica di auto, camion e persone, e se alzo lo sguardo dritto davanti a me vedo arrivare i treni che arrancano sui binari in salita.

Sullo sfondo di tutto questo, da lontano, posso osservare l’Empire State Building, il nuovissimo One World Trade Center e il traffico di treni e passeggeri che inconsapevolmente sfilano intorno a me.

Le stazioni:

E se prendi la linea A, quella blu, in direzione Far Rockaway e superi l’aeroporto JFK dove decine di aerei riempiono il cielo con i loro boati, non fermarti e prosegui ancora, sei nel nulla, ti stai avvicinando al mare. Eccolo: ora ce l’hai davanti, sei sull’Oceano Atlantico!

Intorno a te vedrai i surfisti affrontare le onde come se fossi in California, qui non ci sono grattacieli ma solo ville sul mare e un silenzio assordante rotto solo dal garrito dei gabbiani.

Approfitta per fare una passeggiata e per dimenticare il centro per qualche ora: qui c’è la quiete che non trovi a Manhattan, quando dopo questa gita ritornerai in mezzo alla gente sarà ancora più bello apprezzare il caos!

Dimentica il traffico di Manhattan e vai a perderti nelle stazioni di periferia. Foto: © Roberto Gabriele

E poi c’è il ponte di Williamsburg, percorrilo al tramonto sulla linea marrone JMZ, quando il sole tramonta. Affacciandoti sulla destra riuscirai a vedere il Manhattan Bridge e poi in fondo il Ponte di Brooklyn con il sole che tramonta dietro ai grattacieli.

Questi sono i venti secondi più belli del viaggio, non puoi allungarli, non puoi ripeterli e non hai tempo neanche di fare una foto: dura un attimo, ti mozza il fiato, senti un groppo alla gola e in quel preciso momento ti rendi conto che sei davvero a New York!!!

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La stazione di Williamsburg, sullo sfondo l’omonimo ponte. Foto: © Roberto Gabriele

Articolo pubblicato sulla Rivista Acqua & Sapone di marzo 2017

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380 chilometri, 25 linee, 472 stazioni, sugli stessi binari puoi prendere i treni Local che fermano in tutte le stazioni oppure gli Express che ne saltano tantissime e sono più veloci, ma se sbagli dovrai tornare indietro!

Per orientarti devi sapere che le linee dentro Manhattan sono parallele tra loro e le stazioni hanno il numero della street che tagliano; troverai 4 stazioni con lo stesso numero, su strade diverse e lontane tra loro.

Una jungla di binari, di gallerie, di collegamenti: puoi camminare a piedi per un chilometro solo per cambiare tra due linee che solo apparentemente si incrociano!

Le direzioni da seguire sono sempre e solo due: Uptown and Bronx oppure Queens and Downtown and Brooklyn.

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the subway
Vai al sito ufficiale della subway di New York

le Isole Derawan nel Borneo

Sono passati tanti anni, da luglio 2007 quando ho fatto questo viaggio che ormai posso definire “vintage” nelle Isole Derawan.

Andiamo per ordine… ho sempre amato i viaggi antropologici con etnie e festival particolari per fotografare le tradizioni, gli usi, i costumi e le culture lontane, diverse dalla mia. Scovai un itinerario molto particolare che si svolgeva nel Borneo e comprendeva giungla e isole completamente disabitate.

Questi sono gli abiti tipici dei giorni di festa e usati un tempo per la caccia, la gente li indossa volentieri anche su richiesta.

DOVE SIAMO:

Il Borneo è la terza isola più grande del mondo ed è divisa tra una piccola parte costiera in territorio malese e la maggior parte della superficie, tutta di giungla impenetrabile si chiama Kalimantan ed appartiene all’Indonesia, ed è proprio qui che siamo andati: in un piccolo arcipelago di isole tropicali sconosciute al turismo.

Le Isole Derawan sono 6 e solo 2 di queste sono abitate, le altre sono completamente deserte e per vederle occorre organizzarsi bene. Quando andammo, lo facemmo per puro desiderio di esplorazione, per il piacere della scoperta, di poter vedere qualcosa di esclusivo, un paradiso inesplorato. All’epoca non esistevano neanche reality come quelli che ci sono ora sulle varie isole deserte, una volta trovata la location il resto era da organizzarsi sul campo. E così facemmo.

Non era un viaggio semplice da organizzare: innanzitutto avevamo bisogno di una guida specializzata che sapesse condurci in posti così sperduti in cui ogni imprevisto può trasformarsi in un problema o una tragedia. 11 persone che arrivano dall’Italia hanno necessità di muoversi in sicurezza, dovevo prendermi cura di tutto per fare una fantastica esperienza.

Nelle due isole abitate delle Derawan, naturalmente c’è la scuola, ne abbiamo approfittato per andare a fare qualche scatto. Foto: © Roberto Gabriele 2007

LA GRANDE AVVENTURA:

La prima cosa imprescindibile della quale occuparsi è l’acqua potabile… Eh già… Nella giungla l’acqua non manca: la prendi dal fiume ed è pulitissima, ma nelle isole deserte circondate dal mare, l’acqua da bere è un grosso problema, nessuno aveva voglia di raccogliere quella piovana che nessuno poteva assicurarmi che ci sarebbe stata, nonostante il monsone.

Ho fatto quindi due conti sul fabbisogno giornaliero e ho preso acqua in bottiglie di plastica che bastassero per tutti e fossero più che sufficienti senza sprechi. 3 litri a persona per 11 persone per 8 giorni…. fanno…. 44 casse di acqua da 6 bottiglie! Un numero decisamente impressionante, ovviamente per trovarle prima di partire è stato difficile nel porticciolo di Tarakan, l’unica abitata tra le Isole Derawan, ma questa è la parte divertente del viaggio: abbiamo preso un pulmino e ci siamo fatti portare a fare la spesa in un supermercato più grande. In questi posti, pagando pochi spicci puoi ottenere qualsiasi servizio inizialmente non previsto.

Quando cerchi di immaginare il paradiso, forse potrebbe venirti in mente un posto come questo. Foto: © Roberto Gabriele 2007

Anche i viveri non sono stati una cosa semplice da gestirein un arcipelago deserto come le Isole Derawan: le verdure non si sarebbero conservate per 10 giorni fuori dal frigo, idem per le uova, formaggi non se ne trovano perchè in zona non ne producono, ho risolto il problema anche della conservazione con i famosi formaggini con la mucca disegnata sulla scatola. Poi scatolame di mais e tonno locale e fagioli e le solite patate che non mancano mai nel menu di sopravvivenza. Immancabile la pasta…. di grano tenero, quella che noi italiani amiamo tanto, quella che si incolla e si disfa impastandosi nel piatto solo per condirla… ma non avevamo alternative… Ci rimaneva il pesce che avremo pescato in navigazione.

Fatta la spesa siamo andati al porto a prendere la barca… speravamo in un cabinato spartano ma ci siamo resi conto che l’unica cabina presente a bordo era quella del timoniere, nella quale ovviamente era impossibile dormire!!!! Ok, in effetti partiamo per andare a dormire sulle isole, il cabinato non ci occorre: abbiamo le nostre tende per colonizzare le spiagge vergini di queste isole che si trovano due gradi al di sopra della linea dell’equatore. Siamo saliti su una specie di peschereccio di legno che aveva un tendalino sopra, fortuna che non puzzava di pesce marcio: sarebbe stato la nostra casa galleggiante x 8 giorni…

Tipica barca locale ormeggiata in un paradiso nautico. Foto: © Roberto Gabriele 2007

Inizia la navigazione: circa 100 miglia marine (160 km) da fare sul nostro peschereccio… Impiegheremo una giornata intera per coprire la distanza. Finalmente arriviamo a destinazione: attracchiamo su una delle due isole abitate: Pulau Panjang. Qui troviamo un piccolo villaggio ma molto vivo, c’è il porticciolo e per noi un alberghetto, nulla di lusso ma le stanze sono delle palafitte in mezzo al mare e collegate con un pontile alla terraferma, sotto di noi vediamo delle grandi gabbie in mare…. servono per l’allevamento delle aragoste che mangeremo a cena: una aragosta intera a 7 euro!!!!

Prima di cena decidiamo di fare un aperitivo…. Ci accorgiamo però di quanto sia difficile da spiegare ai locali cosa sia un aperitivo!!!! 10 anni fa anche in Italia non era un modo tanto diffuso come oggi per fare una serata… ma noi avevamo tempo e voglia di spiegarlo al povero ristoratore che aveva avuto la sfortuna di riceverci nel suo locale. Ovviamente la prendemmo tutti a ridere ed era un modo per relazionarci con lui… non aveva nulla che fosse spizzicabile come siamo abituati noi… riuscimmo a farci preparare una frittura di calamari con una birra calda (non c’era il frigo) e quello fu il nostro aperitivo di tendenza. La location in riva al mare, su un’acqua trasparente e cristallina e circondati dal silenzio rotto solo dalle onde erano invece la cornice perfetta per una serata fantastica prima di iniziare il tour.

Ultimo avamposto semicivilizzato su una delle due isole abitate delle Derawan. Foto: © Roberto Gabriele 2007

Al mattino successivo prendemmo il nostro peschereccio con il pieno di benzina fatto alla volta di Pulau Maratua, la prima delle isole deserte in cui sbarchiamo. Eh, già… il nostro è un vero e proprio sbarco: essendo deserta l’isola, evidentemente non c’è neanche un approdo: la nostra barca oltrepassa la barriera corallina, si avvicina a riva e ci tuffiamo nelle acque basse per procedere a piedi fino alla spiaggia. Naturalmente in questo modo scarichiamo a mano l’acqua, le tende, i viveri e… le fotocamere!!!!

Casotti di pesca in mezzo all’oceano, lontanissimi dalla terraferma. Foto: © Roberto Gabriele 2007

Siamo, ovviamente da soli, sulla spiaggia di un’isola deserta nella quale non c’è nulla, non esiste neanche pensare alla copertura del segnale per i cellulari, nulla di nulla che ci avvicini in qualche modo alla civiltà, quando sarà buio tra le tende vedremo grazie alla luna e al fuoco che accenderemo sulla spiaggia usando i rami di palma secchi che raccoglieremo nel pomeriggio. Totalmente isolati, niente acqua se non la nostra, nessun rifugio, niente corrente elettrica e in caso di una qualsiasi emergenza sanitaria che può sempre capitare, siamo ad almeno 10 ore di navigazione dal più vicino ospedale. Mi raccomando con il gruppo di… evitare incidenti!!!!

La nostra barca all’ancora nel primo mattino. Foto: © Roberto Gabriele 2007

Stare su un’isola deserta è eccitante, lo senti, lo sai che quell’angolo di paradiso in terra è reale, e per quel giorno è solo tuo! Un’isola deserta è destabilizzante, perchè sai di essere da solo e vedi realizzato un sogno che pensavi potesse esistere solo nella tua fantasia. Lontanissimo da tutto e da tutti. Sei da solo con te stesso! Il tempo si dilata, le giornate vengono cadenzate solo dal ritmo della natura, dal sorgere e calare del sole, dal caldo, dalle piogge e dalle maree. Ti accorgi che improvvisamente cambia la tua scala di valori e di priorità. Lì non ti servono soldi nè tecnologia, nè auto, nè abbigliamento, ti basta la fotocamera, l’acqua, qualcosa da mangiare e per accendere il fuoco.  Oltre alla benzina nella barca per tornare a casa… Fine. Non hai bisogno di altro.

Questo tratto di sabbia che ci divide dagli alberi che si intravedono all’orizzonte, 6 ore prima era mare aperto, adesso con la bassa marea possiamo attraversarlo a piedi. Foto© Roberto Gabriele 2007

LA SCOPERTA DEL MARE nelle Isole Derawan:

Personalmente non amo il mare, non mi piace stare in spiaggia a prendere il sole, ma qui è tutto diverso e quindi stimola la mia curiosità di fotografo e di viaggiatore. Mi sono cercato delle occasioni per fare le mie foto e ho scoperto la bassa marea, un fenomeno del tutto normale in natura a qualsiasi latitudine, tranne nel momento in cui mi accorsi che su quell’isoletta che vedevo davanti a me quella mattina, nel pomeriggio potevo andarci a piedi!

E così facemmo: raggiungemmo l’isoletta camminando su un prato di stelle marine che erano rimaste sul fondo sabbioso del mare in certe pozze di acqua lasciate dal mare quando si ritirava. Lì ci fu un incontro piuttosto particolare… sul lato opposto dell’isoletta vedemmo da lontano una barca ormeggiata e 4-5 uomini tutti armati di pugnale che camminavano sulla spiaggia. Essendo quella una zona di pirati, il primo pensiero naturalmente fu al peggio: se fossero stati lì per noi non avremmo avuto scampo, come minimo ci avrebbero rubato tutto. Ma intuii che se fossero stati lì per noi sarebbero venuti direttamente sulla nostra isola e che quella non mi sembrava una azione di attacco. Infatti li avvicinammo nonostante tenessero i pugnali in mano ed erano dei semplici cercatori di ostriche che approfittavano della bassa marea per raccogliere i preziosi mitili da vendere ai ristoranti.

Gli uomini armati di pugnale: pensavamo fossero assassini o pirati, ma erano per fortuna solo dei raccoglitori di ostriche sbarcati per lavoro sulla nostra isola deserta. Foto: © Roberto Gabriele 2007

Nella fascia equatoriale fa buio presto: intorno alle 18, tutto l’anno. E così poco dopo quell’ora si cena e si resta a rimirare il cielo stellato e ad ascoltare lo sciabordio delle onde che di notte si colorano dei bagliori verdi generati dal plancton. Rimaniamo estasiati dallo spettacolo e nessuno ha il coraggio di dire banalità…. Non ci sono neanche zanzare, per cui ci possiamo addormentare sulla spiaggia, fuori dalle tende e attendere l’alba arrivare sulle Isole Derawan prima che in ogni altra parte del mondo…

Non saprei il nome di questo simpatico animaletto con gli occhi grandi che corre con le zampette fuori dall’acqua e nuota velocissimo quando vi è immerso. Foto© Roberto Gabriele 2007

Quando fa giorno abbozziamo una specie di colazione: qualche biscotto e una tazza di the, non abbiamo altro e questo sarà il nostro menù per i prossimi 10 giorni. La giornata prosegue con l’esplorazione dell’intricata foresta di mangrovie che ricopre l’isola. Scopriamo dei curiosi animaletti che assomigliano a delle velocissime lucertole anfibie con gli occhi grandi che respirano fuori dall’acqua ma che sono velocissime a tuffarcisi per difendersi se temono il pericolo…

Scopriamo il piacere dell’ozio filosofico, della noia dialettica, impossibile fare programmi, non ci sono alternative che lasciar passare le ore della giornata continuando a pensare se davvero sia bello vivere in paradiso. Tra un silenzio e l’altro, tra una palma e un varano, ogni tanto qualcuno si determina a rompere gli indugi e tuffarsi in mare armato di maschera, boccaglio e pinne per fare un pò di snorkeling nella barriera corallina.

Anche qui si aprono per me dei mondi nuovi e inesplorati: non avevo mai nuotato sulla barriera corallina, solo stando con la testa sott’acqua entri in un mondo parallelo: il grande blu. Sotto di me a pochi centimetri ci sono coralli e pesci coloratissimi, uscendo di pochi metri, la barriera corallina sprofonda fino a perdita d’occhio, molti metri più in basso vedo pesci enormi che mi inquietano quanto basta per ritornare nella mia zona di comfort: sopravvivere in un’isola deserta non mi spaventa, le profondità misteriose del mare invece ci riescono benissimo.

TARTARUGHE E ALTRI INCONTRI:

Uno dei ranger ha scavato le uova di tartaruga deposte nel nido per portarle al sicuro da predatori. Foto: © Roberto Gabriele 2007

Sangalaki è poco più di uno scoglio, sarebbe disabitata se non ci fossero 4 rangers che vivono lì per fare una serie di studi sulle tartarughe marine giganti che arrivano a decine ogni notte per fare il nido e deporre migliaia di uova. Qui è impossibile dormire fuori dalla tenda: le tartarughe ti passerebbero sopra e la cosa non sarebbe bella: un animale del genere facilmente supera i 150 chili! Evitano invece le tende perchè le vedono come ostacoli. La notte in quest’isola però l’abbiamo passata in bianco a guardare lo spettacolo della natura.

Le tartarughe arrivano in spiaggia, e vanno dritte come se sapessero già dove andare a fare il loro nido, e anzi, sicuramente lo sanno benissimo, poi si fermano e iniziano a scavare una buca profonda circa 80 centimetri, appena finita la buca si mettono su di essa in posizione per deporre le uova e poi la richiudono con la sabbia.

Il respiro della tartaruga mentre lavora per deporre le uova è impressionante, è un forte sospiro, quasi un rantolo che si sente forte e deciso nel buio della notte. Tutta la nidificazione dura circa 2 ore. Avviciniamo i rangers che censiscono il fenomeno: quante tartarughe per ciascuna notte, dove depongono le uova, quante ne fanno…. Sono dei giovani ragazzi che vivono qui sull’isola e fanno anche un lavoro duplice di ripopolamento: da una parte prendono alcune uova e le mettono nelle incubatrici per farle dischiudere in modo sicuro lontane dai pericoli, e dall’altra creano delle gabbie sulla sabbia  intorno ai nidi che terranno fino a quando si schiudono le uova, poi proteggeranno alcuni piccoli dai predatori fino a quando arriveranno al mare.

Giovanissimo tartarughino, nato pochi minuti fa, si avvia rapidamente verso il mare dove sarà al sicuro da varani e uccelli predatori. Ne muoiono a migliaia ogni giorno, quelli che si riescono a salvare sono pochissimi. Foto: © Roberto Gabriele 2007

I varani e gli uccelli sono pericolosissimi sia per le uova che per i neonati mentre si avvicinano all’acqua del mare, in quel momento sono vulnerabilissimi: pochi di loro riescono ad arrivare a riva, gli altri piccoli muoiono di stenti solo per uscire dalla sabbia o vengono predati. E’ questa la dura legge della natura.

L’isola di Kakaban famosa per le sue meduse non urticanti. Foto: © Roberto Gabriele 2007

Pulau Kakaban è un’isola incredibile: anche questa è completamente disabitata, è palesemente il cratere di un vulcano spento che esce dal mare ed è pieno di acqua marina senza alcun collegamento con il mare aperto. Questo ha fatto sì che all’interno del cratere ci sia un lago di acqua marina nel quale l’unica forma di vita sono milioni di piccole meduse non urticanti tra le quali si può nuotare liberi da ogni pericolo.

Sull’isola l’unico pericolo sono invece alcuni piccoli serpenti non velenosi ma tossici, il loro morso non è letale ma occorre fare molta attenzione per non passare qualche ora con grossi problemi… Piazzammo le tende sull’unico spazio disponibile in tutta l’isola che non fosse in pendenza: un pontile di legno che faceva da attracco per le barche.

Tutto bene fino a quando nel pomeriggio iniziarono ad avvicinarsi le nuvole, non erano semplici nuvole da pioggia, lo capimmo subito. Arrivarono dal mare nere, profonde e minacciose. Il tempo passò dal sole al buio in pochi istanti, e rimase oscurato per un’oretta, aspettavo di fare il mio incontro con il monsone. Hai presente il detto della calma che precede la tempesta? Ecco… Improvvisamente dal nulla si alza un vento fortissimo, è un vento che è dato dall’improvviso cambio di temperatura, quasi che Zeus abbia aperto il portone dell’uragano, riusciamo ad entrare in tenda e un minuto dopo il cielo si apre in una secchiata di acqua che attraversa i teli delle tende come se non ci fossero.

Impossibile anche svuotare gli interni della tenda: l’acqua ci sommerge completamente, inutile anche rimanere dentro, tanto vale uscire fuori a lavarsi finalmente per la prima volta dopo una settimana con l’acqua dolce. Sfruttiamo il monsone per una doccia che ci toglie il sale accumulato sulla pelle ma non i ricordi di un Viaggio straordinario oltre i confini dell’immaginario.

Il nostro campo tendato: lo abbiamo montato nell’unico parte pianeggiante dell’isola, il molo di attracco. Foto © Roberto Gabriele 2007

Leggilo su Acqua & Sapone:

Questo Articolo è stato pubblicato sulla Rivista Acqua & Sapone a luglio 2017, sfoglialo sul sito: https://www.ioacquaesapone.it/leggi/?n=asluglio2017#115

L’articolo impaginato sulla rivista a pagina 115.
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PARTI CON NOI:

Torneremo nel Borneo con Viaggio Fotografico, scopri qui le prossime date: https://viaggiofotografico.it/product/borneo-malese/

New York e Dubai: amore e piacere.

Quando conosciamo una persona (uomo o donna che sia non ha importanza), si puó creare un certo feeling, una sintonia che puó andare avanti o finire, le strade sono infinite, tante quanti gli incontri che possiamo fare.

Ci si guarda, l’aspetto fisico conta, l’occhio deve essere il primo a giudicare, occorre far scattare certe emozioni e queste possono essere delle fortissime reazioni chimiche a catena esplosive oppure possono avvenire con il lavoro costante del tempo, con la conoscenza e la perseveranza.

All’apprezzamento visivo ne segue uno fisico che a sua volta puó dare sensazioni di breve o lunga durata. Ci si puó vedere per una volta o per tutta la vita, dipende dal tipo di reazione emozionale che cerchiamo e da cosa troviamo.

Ci sono persone da amare e persone da sposare. Ecco: dopo aver visto Dubai e New York sento in me questo effetto.

Dubai saprà stupirti con il suo skyline, i suoi colori e la sua perfezione

Dubai è la città che ti prende immediatamente, è la perfezione esteriore alla massima potenza, è una attrazione fatale, impossibile non rimanerne affascinati, stregati. Ne hai sentito parlare, sai che è giovane, ricca, bella, elegante e molto, molto passionale, lo capisci dal primo sguardo: è esagerata e perfetta in tutto, al punto da chiederti come mai sia lì a darsi proprio a te e a tanti altri contemporaneamente e con tanta forza. Dubai sa di piacere, sa vestirsi, ha portamento e sa distinguersi, sa dove vuole arrivare, Dubai è di tutti, non sarà mai solo tua. E lo sai, te ne fai una ragione e la ami per quello che è: oggi a te, domani ad un altro, o anche di tutti contemporaneamente.

Central Park a New York è un enorme polmone verde nel quale rifugiarsi

New York è invece la città matura, indipendente, con una grande personalità, con una sua storia importante fatta di successi e di fallimenti, ha un forte spessore morale che sa affascinarti nonostante sia lì a mostrarti senza vergogna i suoi difetti dei quali sa farsi vanto o sa correggerli. New York è li per te, si concede con generosità a chi sappia accettarne le regole che impone, è per molti ma non per tutti, New York sa stupirti sempre, anche dopo anni e non finisci mai di conoscerla fino in fondo. È spigolosa, dura, difficile da capire, schiva con chi la rifiuta, generosissima di se con chi sappia amarla e accettarla: ogni giorno nuova e diversa, mai uguale a se stessa e sempre in evoluzione. Corre veloce ed è difficile starle dietro: è autonoma, non ha bisogno di te, ma sei tu ad aver bisogno di lei.

La metropolitana sopraelevata di Dubai corre tra i grattacieli per 70 chilometri

Dubai alla fine è un’amante focosissima con la quale vuoi solo godere di meravigliosi istanti senza futuro. New York è una compagna di vita da sposare e con la quale sai di stare bene a lungo.

Con Dubai sai che non c’è storia, non c’è futuro, non c’è rapporto ma è troppo bella per non farla tua almeno per una volta. È una città da vedere, non può mancarti, saprà farsi piacere. È ricchissima ma a buon mercato, adatta a tutte le tasche. Dubai va bene per un rapporto mordi e fuggi con la città.

New York, sospesa tra cielo e terra, sullo sfondo il fascino intramontabile dell’Empire State Building

New York invece te la sposeresti, sai che non ti tradirà mai. Cambierà ma ti piacerà ancora, vuoi invecchiarci insieme e ci torni per vedere come è cambiata e cosa è rimasto, ma sapendo che non sarà l’ultima volta.

Dubai è sconfinata, non è fatta per viverci, ha spazi vuoti per chilometri, impossibile e inutile camminare a piedi

A Dubai manca l’anima, manca la gente. Camminando tra le sue strade ti accorgerai di essere sempre da solo, sembra di vivere in un meraviglioso e iper realistico rendering di architettura, nel quale le persone e le auto servono solo a dare le proporzioni degli edifici. Bella senz’anima. Vedila una volta nella vita, godila fino in fondo e ricordala, fotografala, ma non tornarci.

La Highline di New York: una ex metropolitana sopraelevata è rimasta abbandonata per anni e ora è diventata un giardino pensile in cui passeggiare in centro a Manhattan

A New York invece la cosa più bella è proprio la gente, sempre diversa, sempre cosmopolita, multiculturale e multietnica. A New York non ti sentirai mai solo, i grattacieli hanno quel fascino intramontabile delle cose antiche, è romantica, ti tiene la mano e con le sue strade parallele ti fa sentire al sicuro e consapevole che non ti perderai, anche se è la prima volta che ci vai.

E allora dove ti consiglio di andare? A te la scelta e ricorda: Dubai per una notte, New York per una vita.

Spiritualità fotografica in Bulgaria

Perchè la Bulgaria? Perchè la Bulgaria è un paese del quale si parla poco, è praticamente sconosciuta al turismo di massa, se ne sa poco a livello sociale e politico e le poche cose che pensiamo di sapere sono dei luoghi comuni privi di fondamento proprio perchè vengono da passaparola privi di conoscenza diretta e di fonti sicure. Anche il nostro immaginario fotografico è praticamente nullo: se cerchiamo di immaginare la Bulgaria il nostro “album dei ricordi” risulta praticamente vuoto.

Per saperne di più e toccare con mano la situazione, siamo andati a visitare questo Paese per fare un sopralluogo per il prossimo Viaggio Fotografico che partirà con un gruppo a luglio.

Partiamo dagli aspetti sociali perchè sono stimolanti anche a livello fotografico. Innanzitutto la Bulgaria non fa parte della zona Euro, e la moneta locale è molto debole per noi, questo significa che la vita costa pochissimo, circa un quarto di quanto costerebbe in Italia lo stesso servizio. Una cena completa al ristorante, birra compresa, costa circa 10,00 Euro, anche meno…

C’è poi il cirillico che aiuta a non comprendere nulla, neanche le scritte sui negozi… E questo, unito al fatto che in pochissimi parlano l’inglese, ci porta a vivere un aspetto del viaggio fatto di incertezze che rendono il viaggio straordinario. Andare in un Paese in cui ti ritrovi a parlare a gesti è sicuramente un privilegio riservato ai pochi fortunati che hanno il piacere di divertirsi in un contesto simile.

Qui si sente ancora fortissimo l’impatto della dominazione del blocco sovietico che ha fortemente influenzato la cultura locale sia negli usi che nei costumi che alla cultura in generale. In strada, guardando come veste la gente, ti rendi conto di quanto tutto questo sia ancora fortemente radicato: le donne con il fazzoletto in testa stile “matrioska”, gli uomini con il giubbotto di pelle e il mocassino in cuoio. Ma non tutto e non tutti sono così, i giovani, infatti, vestono all’occidentale, parlano inglese e hanno un fortissimo desiderio  di crescita e apertura verso nuove idee.

Ma la parte che di più ci è piaciuta fotograficamente parlando è la grande spiritualità locale. La religione più praticata qui è la Cristiana Ortodossa e  capire questo è un aspetto basilare del nostro Viaggio Fotografico e per capire il senso del vivere di queste persone.

Le chiese sono meravigliose: grandi e monumentali, oppure piccole e raccolte, sono sempre stracariche di affreschi dorati di pregio. La gente va in chiesa per pregare: ci siamo soffermati a vedere i loro movimenti, pochi minuti sono sufficienti per accendere una candela, dire una preghiera, riempirsi gli occhi di icone sacre e ricominciare la giornata. A differenza di altre religioni, qui si va in chiesa a qualsiasi ora e in tutti i giorni della settimana. Lo vedi da quelli che entrano in chiesa con le buste di verdura fresca appena comprata al mercato e passano a pregare prima di andare a casa a cucinare il pranzo. Lo vedi dalla chi entra frettolosamente, “compra” una preghiera, una sorta di “indulgenza” di intenzione per i propri cari o per se stessi, e vedi che entrano con il loro foglietto, lo depositano sull’altare dedicato al santo preferito e vanno via pochi istanti dopo. Le preghiere si comprano lasciando un’offerta in una edicola posta vicino all’ingresso, anche questo è un aspetto interessantissimo da fotografare.

Parliamo di fotografia applicata ai dipinti nelle chiese? Si, leggi qui di seguito… Le icone dei santi sono coloratissime e ricoperte di oro che viene usato come campitura cromatica per le aureole, per rifinire i dettagli dei vestiti dei santi, o per disegnare preziosi sfondi. Il gesto ieratico benedicente o il dito che ammonisce completano ed enfatizzano la forza del santo che viene sempre presentato al centro dell’immagine, e non potrebbe che essere così. Non dimentichiamoci, infatti, che il soggetto posto sui “terzi” seguendo le proporzioni della Sezione Aurea acquisisce dinamismo, ma il soggetto al centro enfatizza il concetto di equità, giustizia, divino, ed eterno. La centralità quindi appare come una scelta obbligata in un tale contesto artistico. L’arte sacra italiana, infatti, ha scene di grande dinamismo in cui i santi sono attivi nel proteggere il popolo, nell’uccidere un drago, nel subire un martirio, nell’essere elevati in cielo e nel realizzare miracoli, nell’arte bizantina i personaggi vengono rappresentati solo nella loro magnificienza. Da noi viene usata la sezione aurea, in Bulgaria e nel mondo ortodosso la prospettiva centrale.

Entrare in un monastero da queste parti vuol dire essere fisicamente presenti su un set fotografico di street photography ambientato in un luogo sacro. La gente che prega, i gesti delle mani che accendono le candele e quelle del  sacerdote anziano che fa il gire per andare a spegnerle, il tutto condito da meravigliosi tagli di luce che si insinuano all’interno di chiese buie creando dei contrasti che opportunamente sfruttati sono uno stimolo fortissimo per chi ami questo genere di fotografia. Se cercassimo di ricostruire queste luci,  e queste situazioni di ripresa, sarebbe una impresa praticamente impossibile per noi amanti del reportage, sempre abituati a viaggiare leggeri, dobbiamo coglierle sul momento!

Un ristorantino a due passi dal Monastero di Bachkovo, l’arredamento del locale è di sicuro originale e irriverente!!

La spiritualità però ha sempre degli aspetti umani e anche commerciali che si mescolano ad essa: nei monasteri non mancano i negozietti in cui comprare non solo immagini sacre, ma anche prodotti tipici dell’artigianato locale, giocattoli per intrattenere i bambini che accompagnano i nonni in chiesa, ci sono i ristorantini che con i loro fumi e profumi saturano l’aria delle stradine di accesso e in uno di questi ho trovato, a 10 metri dalla chiesa, accanto ai calendari sacri il manifesto di una birra che veniva pubblicizzata da 6 ragazze a seno nudo!

Che si sia credenti o no, in questi luoghi si sente comunque una grande spiritualità fatta di silenzi profondi, di voci sussurrate, di passi che echeggiano tra i corridoi, di sacerdoti dalle lunghe barbe bianche che benedicono i fedeli. Anche se tutto questo è intangibile e invisibile, raccontarlo in fotografia è possibile, basta prendersi, come facciamo noi quando siamo in viaggio, tutto il tempo necessario per vivere il luogo, comprenderne il senso e lasciarsi prendere dalla bellezza di ciò che sapremo tramutare in immagini fotografiche. Al dilà della bellezza dei luoghi, occorre darsi il tempo per viverli e quindi fotografarli: ed è proprio quello che facciamo noi. Il normale tour turistico tende a segnare con uno scatto i luoghi visitati e a vederne il più possibile, noi, invece, in un Viaggio Fotografico, facciamo della lentezza la nostra forza, preferiamo di gran lunga soffermarci in un posto per ascoltarne le storie e raccontarle con le nostre immagini, ci diamo il tempo di vedere, scoprire e approfondire cose, eventi e persone per rendere completo il senso della storia che abbiamo davanti.

Se ti piace tutto questo, inizia ad organizzarti per venire con noi dal 1 all’8 luglio 2017 in un Viaggio Fotografico indimenticabile. ISCRIVITI QUI.

La danza della Dama Sfuggente

Sognare di fare un viaggio speciale è una cosa normale, succede a molti…. Spesso i viaggi sono la realizzazione di un sogno a volte iniziato anni prima, ma pochi viaggi ti fanno sognare mentre li stai facendo, come è successo a me quando ho avuto il mioy primo “appuntamento al buio” con la Dama Sfuggente… Eh già… Ho aspettato quel giorno con l’ansia di un adolescente brufoloso senza sapere se si sarebbe davvero presentata… E l’aspettativa, il risultato incerto dell’incontro, sono quella sana iniezione di adrenalina che ti fa vivere il piacere dell’attesa e godere il momento e ti spingono a partire per questa avventura a 23 gradi sotto zero.

Le Aurore Boreali si possono osservare al di sopra del Circolo Polare Artico, ossia veramente in poche zone abitate del Pianeta che si trovano all’estremo nord della Penisola scandinava, in Islanda, in Siberia e in Alaska. Essendo un fenomeno magnetico che si manifesta come una debole luce verde fluttuante nel cielo, le Aurore si vedono facilmente ad occhio nudo ma solo nel buio profondo delle lunghe notti invernali poichè durante i mesi estivi la loro luce viene sovrastata dal sole di mezzanotte e possono “vederle” solo gli scienziati con appositi strumenti.

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Una potente aurora boreale nel Parco di Abisko in Svezia. Foto: © Roberto Gabriele

Già il viaggio per arrivare è tutt’altro che semplice: ci vogliono 2 o 3 voli (dipende dai giorni e dalle compagnie) da Roma per arrivare fino al più vicino aeroporto che si presenta con la pista completamente innevata e sulla quale atterrano gli aerei di linea misteriosamente senza sbandare. Siamo a Kiruna, da qui si prosegue via terra  in un enorme, infinito “deserto” di neve bianca, fino ad arrivare ad un avamposto nel nulla dove si trova qualcosa che, più che una vera stazione, è la casetta del Capostazione dalla quale lui stesso ferma i treni che passano. Niente bar, niente sala di attesa, nessuna biglietteria, nessuno scambio, qui c’è solo il semaforo per fermare i treni. Ecco, siamo arrivati ad Abisko: Svezia del nord.

Intorno a noi solo neve in una pianura a perdita d’occhio. Attraversiamo i binari (perchè naturalmente non c’è neanche il sottopassaggio) e al di là della strada troviamo il nostro Residence con i cottage a 4 posti che avevamo prenotato. Il supermercato più vicino si raggiunge comodamente in circa 2 chilometri e mezzo da fare a piedi da fare sia all’andata che al ritorno. Ovviamente eravamo partiti dall’Italia con sufficienti scorte di cibo per quei giorni, ma comunque qualcosa siamo andati a comprarla caricandola negli zaini al ritorno.

I cottage sono a qualche centinaio di metri dal lago di Abisko che in questo periodo dell’anno (primissimi giorni di marzo) è coperto da uno strato di ghiaccio spesso 140 centimetri tanto che su di esso ci possono tranquillamente camminare i camion invece che girarci intorno con la strada risparmiandosi un pò di benzina nei mesi invernali.

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Aurora boreale alla Aurora Sky Station. Abisko, Svezia. Foto: © Roberto Gabriele

Ho visto una decina di deserti in tutto il mondo e sono tutti bellissimi ma si assomigliano tra loro, qui siamo in un posto che di certo non è abitato, ma che proprio deserto non è! Qui ci sono le strade, la ferrovia, linee elettriche e WIFI, copertura telefonica e acqua abbondante, ma mancano le persone e non puoi non chiederti perchè tutto questo sia lì e a favore di chi se non di quei pochi turisti in grado di essere ospitati nell’unica struttura della zona.

Bene: siamo arrivati… Dobbiamo iniziare a fare i conti con l’ambiente in cui ci troviamo. La prima cosa da fare è noleggiare i tutoni artici con i quali resistere alle gelide temperature che altrimenti sarebbero insopportabili e pericolose anche con un abbigliamento invernale pesante da sci. I tutoni si indossano sopra ai giubbotti invernali e hanno a corredo anche gli stivaloni da neve, un bel cappello a passamontagna, guantoni a moffola con le dita unite per stare più caldi et voilà: gonfi gonfi siamo pronti per arrivare a qualsiasi temperatura, da queste parti si arriva tranquillamente a 20-30 gradi sotto zero.

L’eccitazione è fortissima e aumenta ogni istante perchè la giornata è coperta, non promette nulla di buono: una volta qui, tutti vorremmo vedere e fotografare l’incantesimo della danza della Dama Sfuggente, ma per vederla ci vuole la presenza contemporanea di due fattori: la presenza del fenomeno che non è garantita, e il cielo sgombro dalle nuvole; e, dato che siamo a queste latitudini, la presenza di nuvole è tutt’altro che remota… Inganniamo il tempo e ci godiamo comunque le 11 ore di luce che ci sono in questo periodo, non sono poche, e impiegandole bene renderanno comunque questo viaggio indimenticabile. Per scaramanzia cerchiamo di non pensare alla delusione che potremmo avere se non riuscissimo a vedere le sognate Aurore Boreali e quindi impegniamo il tempo a fare uscite fotografiche durante il giorno in attesa della notte.

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Parco di Abisko, una Aurora nel villaggio dei boscaioli. Foto: © Roberto Gabriele

A seconda di dove si va a vedere la Aurore, le attività da fare durante il giorno sono svariate e sono tutte molto legate al territorio, alla sua conformazione e al clima. In Svezia grazie alle pianure che abbiamo intorno possiamo provare l’ebbrezza di guidare le slitte trainate dai cani! Ci sono degli allevamenti ben organizzati che fanno fare queste escursioni, i più grandi dispongono anche di 20 slitte, ciascuna trainata da 8 husky felici di correre in mezzo alla neve del Parco Nazionale di Abisko. Un breve training iniziale con l’Istruttore che ci spiega come guidare, come frenare e come girare e soprattutto cosa fare in caso di caduta perchè i cani continueranno a correre con la slitta anche senza di noi… L’escursione dura in tutto 4 ore ed è un tour pazzesco nella natura, tra alberi carichi di neve, piccoli avvallamenti e salitelle in cui aiutare i cani a tirare la slitta… La cosa che può sconvolgerti da queste parti è il silenzio profondo e quasi sacro che ti avvolge fino a farti perdere l’equilibrio. Non ci sono rumori, non ci sono voci, non ci sono auto. Solo il silenzio della neve.

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Escursione con le motoslitte. Foto: © Roberto Gabriele


Un’altra cosa divertentissima che si può fare nel grande nord è guidare una motoslitta: basta avere la normale patente per auto e se ne può noleggiare una per guidarla in mezzo alla neve raggiungendo anche velocità elevate. Noi le abbiamo prese da Kiruna in Svezia  per raggiungere l’ICE Hotel, un vero e proprio albergo interamente realizzato in ghiaccio che viene costruito ogni anno ripartendo da zero. Tra ottobre e dicembre vengono costruite le camere, la hall, il bar e persino la cappella, tutto fatto con neve e ghiaccio. Grazie al lavoro ininterrotto di macchine e operai, in poche settimane viene creato un hotel di charme da 1000 Euro a notte, nel quale potrai dormire su un letto di ghiaccio coperto da una pelle di foca e in una stanza arredata con lampadari e sculture realizzati da artisti specializzati. L’albergo rimane aperto all’incirca da Natale fino a metà aprile quando arriva la primavera e la struttura inizia a sciogliersi inesorabilmente sotto i primi timidi raggi di sole…

E poi scende la notte e ci si prepara per l’incontro più importante del viaggio: l’appuntamento con l’Aurora Boreale che speriamo faccia la sua apparizione danzando nel cielo con i suoi leggiadri veli verdi. Il motivo per il quale viene chiamata Dama Sfuggente è proprio il rischio che pur essendo il periodo adatto, non si presenti davanti a noi. Dopo cena si esce per andare a fotografarla nel migliore dei modi. E’ praticamente inutile arrivare fino a qui senza fare foto per portarsi a casa un ricordo tangibile di questa esperienza indimenticabile. E allora ben coperti usciamo armati di fotocamere, obiettivi e cavalletti pronti a scattare le foto più emozionanti della nostra vita. Se pensi di andarci anche tu, segui il mio consiglio e non dimenticartene: tieni sempre le batterie della fotocamera nelle tasche interne del giubbotto, perchè a quelle temperature in pochissimi minuti si scaricano completamente lasciandoti senza energia al momento dello scatto!!! Un errore che non ti perdoneresti mai. Le giornate servono anche per fare dei sopralluoghi in cui scattare ricordandoci sempre che le aurore si manifestano seguendo una direzione da nord verso sud, quindi la sera sappiamo già dove posizionarci per fotografare, prepariamo tutto e appena si manifesterà l’aurora, basterà inserire la batteria e scattare.

L’attesa può durare ore, occorre aspettare che il cielo sia sgombero da nuvole e sperare che in quel momento il fenomeno sia visibile. E dopo due notti con una pericolosa tempesta di neve che ci ha costretti a desistere ecco che…. SIIII!!!!!! In pochi istanti il cielo si carica di una incredibile, meravigliosa, indimenticabile luce verde che inizia a fluttuare con leggerezza lasciandoci dapprima incantati e subito dopo ci fa sentire una euforia incontenibile che si manifesta con urla e isteria di massa e qualche lacrima si ghiaccia sul viso delle persone più sensibili. Non stupirti: queste reazioni sono del tutto normali quando assisti ad un fenomeno del genere.

Aurore Boreali 0430Il nostro sogno si è avverato mentre eravamo con gli occhi aperti davanti all’incanto della natura.

Buon viaggio e buona luce

Roberto Gabriele

Acqua & Sapone:

Leggi l’articolo di Roberto Gabriele pubblicato sul numero di febbraio 2017 della Rivista Acqua & Sapone a pagina 96.

Clicca sull'immagine e leggi l'articolo on line sul sito della Rivista.
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La Famadihana in Madagascar

Da qualche parte in Madagascar, nell’estate del 2008, ho assistito al rito della Famadihana.

Nel nord del Madagascar, nella piccola zona che si estende dalla Capitale Antananarivo fino ad Antsirabe, nelle campagne è ancora in vigore la Famadihana: un rituale di riesumazione dei morti dalle tombe di famiglia, le tradizioni legate al culto dei morti sono molto importanti e sentite e in ogni zona dell’isola si celebra in modo diverso la perdita dei propri cari.

Spostandosi  verso l’estremo sud, invece, questa usanza è quasi del tutto sconosciuta: da quelle parti vengono costruite tombe enormi con muretti lunghi circa 10 metri di lato e alti circa un metro e venti. Le tombe del sud vengono decorate con dipinti che ricordano la vita del defunto nelle sue passioni e nei suoi interessi. Una specie di fumetto, un fotoromanzo che raccontano il lavoro, la famiglia o le sue attività. Le tombe vengono adornate con oggetti che erano del defunto o con simbologie varie realizzate su totem piantati nel terreno.

L’uscita della salma

L’uscita della salma dalla tomba. Migliaia di persone sono arrivate da tutta la valle per festeggiare. Foto: © Roberto Gabriele

La Famadihana del nord, invece, è un rituale che viene fatto dopo sette anni dalla morte del congiunto (e solo nel periodo fra luglio e settembre), la famiglia organizza una grande festa in onore del defunto che viene riesumato dal suo sepolcro e portato in processione dalla folla gioiosa che canta e balla accompagnata da intere bande musicali.

Io andai a fotografare questo rituale nel 2008 durante uno dei miei viaggi, riuscii ad organizzarmi con un autista che mi portò in giro per tutta la giornata, partenza al mattino prestissimo e dopo 4 ore di auto arrivai nella zona il cui è possibile vedere il rito. Il problema era che non è così scontato trovare la festa, non si tratta di un evento che viene celebrato in un giorno fisso ogni anno, può essere in qualsiasi giorno e ci vuole un pò di fortuna per trovarne una quando si è in giro a cercarla.

Il momento del pranzo ricorda l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Foto: © Roberto Gabriele

La festa della Famadihana ha inizio già al primo mattino, la casa dei parenti viene trasformata in un ristorante dove decine o centinaia di persone prenderanno parte al pranzo di festeggiamento che si svolge in giardino per ovvi motivi di spazio. Tutto si svolge nella massima allegria, la gioia gli deriva dalla possibilità unica (direi dal privilegio) di poter riabbracciare, seppur per poche ore, il corpo del loro caro estinto.

Passai una giornata intera con la famiglia del defunto, mi presentai con il mio autista che mi faceva anche da interprete e che chiese ai padroni di casa se io potessi assistere e fotografare tutto il rito. Furono onorati della mia presenza, e fui ammesso senza esitazioni ad un evento così privato nonostante fossi uno sconosciuto. Non mi chiesero nulla, per partecipare e mi fu veramente difficile una volta entrato fargli accettare le due bottiglie di rum che gli avevo portato in omaggio per ricambiare l’ospitalità. Le portai come regalia per ingraziarmeli e invece loro non volevano neanche accettarla: un ospite che sia ben accetto non paga, un ospite non gradito non entra! Alla fine accettarono.

Si inizia dal pranzo

Il pranzo è abbondante, viene convocata persino la banda musicale del paese che accompagnerà con le sue note tutta la giornata della Famadihana. Più la famiglia è ricca, tanto più sarà grande la formazione dei musicisti. Il pranzo prevede maiale bollito con le patate che è rituale per questa circostanza. Si festeggia e le porzioni in questi casi sono sempre generose. Durante il pranzo c’è la banda musicale che allieta gli ospiti, i musicisti sono in numero proporzionale alla disponibilità economica della famiglia e suonano musiche allegre con gente che balla.

Dopo il pranzo vengono raccolte le offerte per pagare parte delle spese cui la famiglia va incontro in quella giornata. Più o meno succede la stessa cosa che si fa dalle nostre parti in Italia con le buste ai matrimoni.

La famiglia raccoglie le offerte degli invitati che aiutano a sostenere i costi di una festa con centinaia e a volte migliaia di invitati. Foto: © Roberto Gabriele

Dopo aver raccolto le offerte, si parte insieme per raggiungere a suon di musica la tomba di famiglia che può essere lontana anche qualche chilometro. Alla tomba arrivano altri ospiti, centinaia, anche un migliaio di persone da tutta la valle si riuniscono per festeggiare. Qualcuno porta un tavolino che verrà trasformato in un punto di ristoro in cui comprare qualche bibita o qualcosa da mangiare. E’ impressionante vedere questi fiumi di persone che si dirigono tutti insieme verso lo stesso punto: camminano a piedi, portano le bandiere del Madagascar e festeggiano sui prati. La Famadihana è una festa per tutti, non solo per la famiglia.

Il grande esodo

Gli invitati alla riesumazione arrivano da tutta la valle. Un evento che raccoglie anche mille persone. Quest’uomo con il tavolo allestitirà poi un punto di ristoro in cui vende bevande e qualcosa da mangiare. Foto: © Roberto Gabriele

Camminando tra la folla ti rendi conto di essere in Africa, di essere diverso, unico bianco in mezzo ad una moltitudine di persone. Capisci un pò cosa può significare per uno di loro venire in Italia, da solo, spaesato, senza parlare la lingua e senza conoscere le nostre tradizioni. L’unica differenza è che io in mezzo a quelle persone con la faccia nera mi sentivo accolto, ero amico di tutti, la gente mi salutava e mi faceva sentire importante proprio perchè diverso da loro, perchè ero andato lì per conoscerli e non per invaderli.

Questo non è esattamente lo stesso trattamento che noi Italiani riserviamo ad uno straniero che venga da noi: di certo non lo facciamo sentire a casa sua, non lo salutiamo, non ci importa di ascoltare la sua storia e non vogliamo neanche che si avvicini troppo a noi. Ne segue che ero solo io in mezzo a loro, e mi rendevo conto di tutto questo. Sentivo forti gli odori della gente, dell’erba, degli animali intorno a me, sentivo il caldo umido e opprimente dell’inverno malgascio e immagino cosa può essere stare lì in estate…

Il vecchio sudario sporco sta per essere sostituito da quello nuovo che diventerà definitivo. Foto: © Roberto Gabriele

Il corpo di un ragazzo è stato appena riavvolto in un sudario nuovo. Il padre a braccia aperte ringrazia dio per avergli dato la possibilità di riabbracciare suo figlio. Foto: © Roberto Gabriele

Arriva poi il momento in cui il corpo viene estratto dal sepolcro e portato in processione a danzare con la folla, in particolare con la famiglia. E’ un momento molto forte, molto sentito: la gioia viene comprensibilmente rotta per la prima volta dal pianto: un pianto di commozione, di nostalgia e di gratitudine per la possibilità di riabbracciare le ossa del proprio parente.

Qui diventa tutto difficile, fotografare è quasi impossibile, non mi viene chiesto di fermarmi, ma in quel momento capisco io stesso che si impone il rispetto.

Infine, quando viene rinnovato il sudario in cui è avvolto il corpo c’è un intenso momento di emozione e di preghiera in cui le famiglie si stringono con forza e sincera solidarietà. Poi la Famadihana termina con la rideposizione del corpo all’interno della tomba dalla quale non verrà mai più estratto.

Una donna malgascia durante la Famadihana. Foto: © Roberto Gabriele

Tokyo – Mille Miglia lontano

La decisione del Viaggio Fotografico a Tokyo l’ho presa in cinque minuti circa, sposava perfettamente le mie richieste di andare dalla parte opposta del pianeta e immergermi in una cultura lontana. Il programma di viaggio fotografico mi soddisfaceva in pieno , una settimana intera per cercare di raccontare  quello che avrei visto per le strade della capitale nipponica.

I due mesi precedenti la partenza li ho passati vedendo qualche foto di qualche streeter giapponese, qualche film e leggendo qualcosa sui vari forum fotografici.  La distanza che separa Roma da Tokyo corrisponde a circa 13 ore di volo, ma una volta che ti immergi nella capitale ti accorgi che questa distanza è molto più ampia.

Tokyo - Foto: © Luigi Chighine
Tokyo – Foto: © Luigi Chighine

Tokyo - Foto: © Luigi Chighine
Tokyo – Foto: © Luigi Chighine

Tokyo - Foto: © Luigi Chighine
Tokyo – Foto: © Luigi Chighine

Appena entri a Tokyo ti sorprendono due cose, una è il silenzio nonostante il traffico infernale, la seconda è la mancanza di indicazioni in inglese. Ti senti subito perso, fai fatica a chiedere informazioni perchè pochissime persone comunicano con la lingua più parlata nel mondo, sembri proiettato in un’altra dimensione.

In ogni luogo si respira una ricerca incessante della perfezione e dell’ordine e il collettivo sembra sovrastare il singolo che lentamente sparisce. Prendendo spunto da tutti questi contrasti si è materializzato il mio progetto fotografico.

Tokyo - Foto: © Luigi Chighine
Tokyo – Foto: © Luigi Chighine

Tokyo - Foto: © Luigi Chighine
Tokyo – Foto: © Luigi Chighine

Con il passare dei giorni vedevo che le persone erano sempre più distanti, c’era una sorta di barriera, ognuno andava per la propria strada e anche quando venivano fermate per la richiesta di informazioni sembrava recitassero un copione già scritto, senza andare mai oltre il dovuto.

Tokyo - Foto: © Luigi Chighine
Tokyo – Foto: © Luigi Chighine

Il mio portfolio si è sviluppato inizialmente con l’utilizzo di ombre e neri fortemente contrastati per poi passare  alle silhouette, perchè la silhouette è l’estremizzazione  delle ombre in quanto ne cancella  tutti i dettagli  e la riduce ad una semplice sagoma. Quest’ultima non svela il contenuto, permette di spaziare con la mente e la fantasia nel tentativo di immaginare chi, in realtà, dietro quella sagoma si nasconda. Il giapponese ai miei occhi è apparso così, una persona che lentamente spariva dal mio campo visivo e riuscivo a intravederne solo il profilo.

Tokyo - Foto: © Luigi Chighine
Tokyo – Foto: © Luigi Chighine

Tokyo - Foto: © Luigi Chighine
Tokyo – Foto: © Luigi Chighine

Tokyo - Foto: © Luigi Chighine
Tokyo – Foto: © Luigi Chighine

Non  è stato facile sviluppare questo progetto perchè dovevo sfruttare al massimo i tagli di luce  del mattino o il tardo pomeriggio. A mio parere questa tecnica è il miglior modo di rappresentare un Paese che non sembra ancora pronto a  far convivere una mentalità legatissima alle tradizioni del passato con le moderne tecnologie.

Foto e parole di Luigi Chighine

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Cuba, immagini ed emozioni

Cuba……. eccola! Fin da quando metti piede sull’isola ti ammalia, ti conquista e ti rapisce manifestandosi in tutto il suo splendore!  E’ una miscela di odori che ti assale, odori che sanno di salsedine, di carburante, di umidità e muffe, di fragranze indefinite.

L'Havana. Foto Maria Bonetto
L’Havana. Foto Maria Bonetto

Malecòn al tramonto. Foto : Maria Bonetto
Malecòn al tramonto. Foto : Maria Bonetto

Entriamo in contatto con la realtà locale, con la sua gente e scopriamo un popolo che ha sofferto,  che soffre, ma che non ha perso il suo sorriso. Il sorriso e la danza in questi giorni sono stati messi in un cassetto per la malinconia ed il senso di perdita che pervade l’isola. Il Líder Máximo non c’è più, ma la sua presenza è ovunque. Il Paese celebra e piange Fidel. Tutto ha assunto un tono sussurrato. Il momento storico che stiamo vivendo è unico,  tutto è pervaso da un senso di tristezza composta. Mi meraviglia e sorprende quanto amore, nonostante tutto, il popolo cubano manifesta nei confronti di un dittatore che ha procurato loro ristrettezze sotto diversi aspetti. Ma la risposta forse è sintetizzata da Silvia, afrocubana, che ci accoglie all’aeroporto: “è stato un uomo che ha  consentito agli esclusi di poter lavorare, studiare, curarsi”. I cubani hanno  lottato  per una Rivoluzione che ha smarrito gli obiettivi iniziali, che ha infranto i loro sogni, ma nonostante tutto ammirano e amano questo “condottiero” che ha lasciato un segno indelebile nella storia. Ha trasmesso loro un orgoglio nazionale che si ritrova in ogni aspetto della loro vita e che  non è affatto appoggio integrale alle politiche della Cuba rivoluzionaria, e tuttavia è conseguenza di un grandissimo rispetto per chi ha cambiato la storia di un Paese.

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Foto: Maria Bonetto

Questo orgoglio lo si riconosce anche nella loro musica, che condisce ogni momento della loro vita sia come forma di canto che di esecuzione strumentale che di ballo, permea le giornate che i cubani affrontano con uno spirito estremamente positivo. Ai loro problemi contrappongono il loro approccio alla vita. La miseria e la serenità si confondono e si integrano.  Il grigio dei loro giorni è compensato dal colore e dal calore con il quale li abbelliscono danzando non appena sentono una nota musicale. Eccoli che suonano e ballano in strada appena termina il proclamato lutto nazionale e la vita riprende con il consueto ritmo.

L'Havana, il Malecòn. Foto : Maria Bonetto
L’Havana, il Malecòn. Foto : Maria Bonetto

Trovi la gente in fila con la libreta del razionamento alimentare e acquistano beni di prima necessità pagando in CUP, moneta utilizzata solo dai cubani. E’ infatti tuttora in vigore il sistema della doppia moneta che nel corso degli anni ha prodotto alcuni effetti negativi, creando due “mercati paralleli”, con un conseguente senso di esclusione economica di una fascia della popolazione cubana, ed una disparità di ricchezza tra coloro che sono pagati in CUP e coloro che invece hanno  accesso ai CUC o ai dollari, monete derivanti soprattutto dal settore turistico.

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Due cubani. Foto: © Maria Bonetto

Della gente colpisce la loro generosità e cultura. Non ti possono donare nulla ma donano loro stessi con le loro storie, aprono le loro case ed il loro cuore offrendosi a noi sconosciuti con spontaneità e senza riserve o pregiudizi. Le loro case, così variopinte, con le porte e le finestre perennemente aperte sulla strada, consentono ai passanti di condividere la quotidianità di coloro che le abitano.

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Fila con la libreta. Foto: © Maria Bonetto

Le città sono magnetiche,  piene di contraddizioni delle quali ti innamori in modo viscerale e irrazionale. Ne percepisci tutto lo splendore che devono avere avuto in passato e che, in modo fatiscente, ancora emanano attraverso i loro gioielli architettonici che si mescolano qua e là a edifici di una decadenza scenografica, scoloriti  dagli anni, dalla salsedine, dal sole e dalle intemperie.

Le strade a L'Havana. Foto : Maria Bonetto
Le strade a L’Havana. Foto : Maria Bonetto

Le coloratissime auto americane degli Anni ’50  Chevrolet, Cadillac, Pontiac e simili sfrecciano ogni giorno per le strade appestandole con i loro gas di scarico. Restano tuttavia dei cimeli che si fanno perdonare l’inquinamento che producono poiché creano un contesto da cartolina che è davvero unico!

Nonostante tanti anni di trascuratezza quasi totale, come riesca questo paese ad essere così straordinariamente bello è un fatto che sfugge a ogni  logica, ma basta lasciare andare il cuore e farselo catturare!

Maria Bonetto
Maria Bonetto

Maria Bonetto – Roma

Facebook: https://www.facebook.com/maria.bonetto.779

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La bandiera degli Stati Uniti ora spesso viene affiancata a quella di Cuba. Segno dei tempi che cambiano e di una pace fatta con il vecchio nemico. Foto : Maria Bonetto

Cuba. Foto: Maria Bonetto
Cuba. Foto: Maria Bonetto

Uomo a Vignales. Foto: Maria Bonetto
Uomo a Vignales. Foto: Maria Bonetto

Revolucionario cubanito. Foto: Maria Bonetto
Revolucionario cubanito. Foto: Maria Bonetto

Cienfuegos. Foto: © Maria Bonetto
Cienfuegos. Foto: © Maria Bonetto

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Patria o Muerte. Foto: © Maria Bonetto

Il lutto cubano

Siamo arrivati a L’Avana la sera del 30 novembre. Tre giorni prima era morto Fidel Castro, controverso ed indiscusso protagonista della storia contemporanea del Paese.

Quando ho appreso della sua morte ho subito pensato che avremmo avuto una grande opportunità: essere a Cuba in un momento storico, di passaggio verso un futuro di forti cambiamenti ancora incerti ma spero non devastanti.

Non ero ancora mai stata a Cuba. Ero curiosa di parlare con la gente e respirare l’atmosfera di quei giorni di lutto in cui tutto il paese si sarebbe fermato.

Il pomeriggio del 30 novembre è partito da L’Avana il corteo con le ceneri di Fidel verso Santiago, quando siamo arrivati noi era già tutto lontano.

Il giorno dopo, L’Avana era una città fantasma, un caldo umido pesantissimo, e la pioggia che ha reso l’atmosfera ancora più grigia e triste. Così ci accolti il paese della musica e del sole.

Ovunque c’erano bandiere a mezz’asta, immagini commemorative di Fidel e del suo 90° anniversario di vita, scritte rievocative del 26 luglio 1953, in ricordo dell’attacco alla caserma Moncada a Santiago di Cuba, uno degli episodi più importanti della Rivoluzione cubana, a cui è stato ispirato il Movimiento 26 de Julio.

Foto: © Simona Ottolenghi – Interno di una casa, L’Avana

In quei giorni precedenti il funerale del 4 dicembre, e quindi la fine del lutto, c’era uno strano silenzio interrotto solo dal rumore delle poche bellissime e decadenti macchine d’epoca, che sono ancora le protagoniste indiscusse delle strade cubane.

Foto: © Simona Ottolenghi – L’Avana

Il sole era tornato, ma rimanevano le bandiere abbassate a mezz’asta, e soprattutto il divieto assoluto di bere e servire alcolici e di ascoltare qualsiasi tipo di musica.

Era stata vietata l’anima di Cuba a Cuba.

Solo in alcuni ristoranti turistici, con le cameriere vestite da Babbo Natale, servivano qualche cocktail a base di rhum, ma mai birra, perché, dicevano, la birra si vede da lontano.

Abbiamo approfittato per parlare con la gente, capire cosa pensano di quel che è stato Fidel per il loro popolo, quanto quel silenzio obbligato fosse vissuto come una costrizione o come un lutto vero e sentito.

A L’Avana alcuni proprietari delle case che ci ospitavano erano poco interessati alla storia e al passato di Cuba… pensavano di più al loro futuro in un turismo che ormai sta diventando di massa.

Foto: © Simona Ottolenghi - L'Avana
Foto: © Simona Ottolenghi – L’Avana

Ma usciti dalla città, tra i coltivatori di tabacco e canna da zucchero, spesso plurilaureati, il sentimento condiviso è di grande rispetto e devozione nel Lidèr Maximo che ha dato ai cubani istruzione e sanità gratuita per tutti e li ha liberati dalla dittatura fascista e corrotta di Batista.

Foto: © Simona Ottolenghi

Sono queste quindi le due anime di Cuba in questo momento di passaggio e cambiamento: quella ancora nostalgica, e certa che Raùl Castro continui sulla linea politica del fratello, e quella che si sta già affacciando al nuovo mondo del turismo, in modo spesso troppo disorganizzato ed approssimativo.

Le casas particulares sono ora autorizzate dal governo, e chi ha modo, non perde l’occasione di trasformare la sua casa in un alloggio per turisti, il porto di L’Avana si è trasformato in un parcheggio per navi da crociera e i pullman turistici da 50 posti sono ormai ovunque…

Rimane però la doppia moneta, il pesos cubano che vale pochissimo (il CUP, 1/24 di €) con cui possono comprare prodotti di prima necessità in botteghe apposite con scaffali prevalentemente vuoti, tutto razionato e controllato, ed il Pesos Convertibile (il CUC, con cambio 1/1 con l’euro), utilizzato dai turisti, che al nero entra nelle mani degli operatori turistici a qualsiasi livello e che crea grosse disparità nella popolazione.

Foto: © Simona Ottolenghi – L’Avana

Questa è la Cuba che io ho vissuto io oggi, in un momento importante per il suo futuro, sperando non venga trasformata in una macchina per investimenti ma che riesca a mantenere la sua forza ed unicità.

Cosa succederà non lo sappiamo, ma già si vedono tante bandiere americane nelle strade e dentro le case, e tanti sono i cubani che con i colori della bandiera USA hanno trasformato il loro abbigliamento…

Che sia un bene o un male sarà solo la storia a dirlo…

Foto: © Simona Ottolenghi – Nave da crociera, L’Avana

In diretta dalla Bulgaria

La Bulgaria vista dal finestrino

Scrivo questo pezzo mentre mi trovo ancora in diretta dalla Bulgaria. Stavolta sono solo, in vacanza, con me c’è solo Simona, niente Gruppi da accompagnare, un viaggio di coppia con lo zaino in spalla! Un Capogruppo che si rispetti, per riposarsi tra un viaggio e l’altro… Per vacanza fa un altro viaggio!

Ed eccomi che siamo qui a viaggiare in un Paese vicino alla nostra Italia, a 2 ore di volo da Roma, eppure così diverso. La prima impressione è quella di trovarsi in un posto che ha subito moltissimo l’influenza sovietica per diversi decenni che ne ha modificato l’architettura, il look della gente e lo stile di vita.

Il cirillico innanzitutto è la prima cosa che noti quando sei qui: ti da subito quell’immagine austera che ti aspettavi di trovare. Il cirillico ti porta in un attimo ben oltre la cortina di ferro. Assomiglia un pò al nostro alfabeto, un pò a quello greco, un pò ha strani segni a noi ignoti, e spesso alcune lettere che sono identiche alle nostre, hanno suoni completamente diversi. Il problema è quando il menù è scritto SOLO in cirillico e il personale non parla una parola di inglese… Ma anche questo fa parte delle regole del gioco del saper viaggiare in modo “romantico” senza grandi programmi, senza enormi aspettative…

Il bello del viaggiare in questo modo è la sensazione di smarrimento, di vuoto, di scoperta che sei “costretto” a fare ogni minuto mentre sei fuori casa, ogni cosa che ti serve sei costretto a chiederla.

Qui in Bulgaria Internet è diffuso quasi ovunque con WIFI gratis, ma non è un servizio costante e soprattutto non è affidabile in alcuni momenti in cui sembrerebbe indispensabile! Sai benissimo di aver sottoscritto per il tuo telefono anche la tariffa (quasi) free per internet ma, al dilà dei costi del tutto sostenibili, approfitti di questa occasione per rinunciare del tutto a questa ciambella di salvataggio informatico: questo è il tuo viaggio nel tempo, in quella vecchia Europa che ancora esiste e quando internet non è disponibile…. Non andrai a cercarlo, imparerai a farne di nuovo a meno, a parlare con la gente.

Fotografare viaggiando

Fotografi in vacanza, e allora riscopri un modo diverso di viaggiare, fatto di chiacchiere a gesti con la persone, e scoprirti incapace di interagire se non con mezzi primitivi di comunicazione: indicare, sorridere, disegnare in aria, fare versi degli animali per spiegare che non mangi maiale o che vuoi il pollo o uno spiedino di agnello!!!!

 

La musica: ne abbiamo sentita tanta nei taxi, nei negozi, negli hotel…. La musica che ascolta la gente da queste parti è completamente ferma agli anni ’80 e non abbiamo sentito un solo brano che fosse più recente di quel periodo. Un fenomeno ci ha invece particolarmente colpiti: a Sofia c’è un locale che si chiama Delta Blues Bar, un angolo perfetto di Mississippi in piena Bulgaria! Una sorpresa per me e Simona che amiamo questo genere, e che lo abbiamo approfondito nel corso di tanti viaggi nel sud degli USA.

Un ristorantino a due passi dal Monastero di Bachkovo, l’arredamento del locale è di sicuro originale e irriverente!!

Così, parlando con il gestore, scopriamo che a Sofia, non si sa per quale ispirazione, ci sono l’almeno 500 musicisti che fanno blues e questo ha creato un indotto di pubblico che viene in questo locale ad ascoltare Blues suonato live tutte le sere. Anche a Plovdiv c’è un bel festival di musica Jazz molto seguito dal pubblico e visto che siamo capitati in città proprio in quei giorni, ne abbiamo immediatamente approfittato per un paio di concerti in un teatro e in un club…

Per un fotografo la Bulgaria è il luogo ideale per fare Street Photography: le donne, nei quartieri periferici che frequentiamo noi, vanno in giro con acconciature esagerate con capelli cotonati stile anni’60, la vecchina che cammina con le buste in mano e il capo coperto dal tipico fazzoletto copricapo annodato sotto al collo, l’omino secco secco con il giubbottone di similpelle che fuma una sigaretta che puzza di cadavere, i ragazzi vestono spesso con tute simil-Adidas e qualcuno azzarda looks di ispirazione più occidentale….

I mercati come sempre sono una vera miniera di stimoli fotografici, di personaggi da fotografare, di persone da incontrare e merci da scoprire. Un Luv, la moneta locale, corrisponde a circa 2 Euro, solo che i prezzi sono bassissimi, al ristorante mangi una cena di gran lusso comprese bevande a non più di 12-15 Euro a persona.

Viaggiando da queste parti, quello che ti puoi aspettare è il poter fotografare le vecchie automobili della Lada che ancora girano scassate nelle strade, le auto qui servono per muoversi, non sono uno status symbol, per cui le tengono finchè sono in grado di camminare.

La Bulgaria non ha cose “famose” da fotografare, ma è proprio questa la sua bellezza: potrai esprimerti tu al meglio tirando fuori i racconti e le sensazioni dei momenti che vivi. Non ci sono palazzi importanti e a livello di architetture tutto si riduce ad alcune chiese e monasteri che sono meravigliosi ma assolutamente sconosciuti al turismo di massa.

In questi monasteri, al dilà della bellezza del luogo stesso, ti colpiranno di nuovo le persone, la loro spiritualità, il loro rapporto con la preghiera: in queste chiese scoprirai  la bellezza della luce che filtra dalle finestre, le atmosfere mistiche dei sacerdoti che celebrano e la gestualità delle mani che accendono le candele…

E l’altra cosa che abbiamo riscoperto è il piacere di viaggiare con i mezzi pubblici, a parte la metropolitana di Sofia, l’esperienza più bella che abbiamo vissuto è il viaggio su un trenino a scartamento ridotto, ma di questo ne parleremo a parte nel prossimo articolo…

BUONA LUCE

Roberto Gabriele

La casa in Mississippi

Viaggio fotografico sulla Strada della Musica, siamo tornati per la terza volta in Mississippi e questa è la STRE-PI-TO-SA casa di una nostra amica che si presenta con il fascino del tempo passato e di una vita vissuta intensamente al fianco dei migliori bluesman e musicisti del mondo.

Avevamo visitato la Oak Alley Plantation nei pressi di New Orleans, la famosa casa di Via col vento…. Ma… Nulla da fare, questa la batte in fascino e autenticità.

Foto: © Roberto Gabriele
Foto: © Roberto Gabriele

Una casa che ha visto passare come ospite ed amico Robert Plant con la sua band, ospitato come noi tra queste mura. Una donna che ha in tutta casa foto di lei abbracciata con BB King, con Joe Cocker e con gli ZZ Top che hanno donato un milione e mezzo di dollari per costruire il Museo del Delta Blues di Clarksdale.

Una casa vera, vissuta, con una forte personalità e una storia densa di emozioni. Perchè qui dentro è la musica che dà emozioni a chiunque entri.

Quando visiti in un museo hai il senso della storia ma non della testimonianza diretta che invece senti quando entri in una casa come questa.

Foto: © Roberto Gabriele
Foto: © Roberto Gabriele

La padrona di casa è una giornalista e fotografa e nella sua vita ha accumulato amicizie, conoscenze, frequentazioni e business con i migliori musicisti del’900 e di questo primo scorcio del terzo millennio, non parliamo di una reggia, nè di una casa/bomboniera, parliamo del concetto di “casa” come luogo di vissuto quotidiano, di quel posto che puó riunire tra quattro mura i ricordi e le esperienze immateriali di una vita di una persona o di una intera famiglia.

Le mura sanno raccontare una storia non scritta altrove e guardando le foto non si puó che emozionarsi al solo pensiero di quante cose possono essere accadute nella vita di una persona così.

Il patio con sedia a dondolo davanti al giardinetto con prato su strada ci introduce ad un pezzo di mondo e di storia. All’interno la struttura è semplice e le camere sono poche. All’ingresso un pianoforte e una libreria enorme, traboccante di libri, vinili e Cd ammucchiati a terra chissà se ordinati o semplicemente accantonati. Alle spalle c’è una stufa con un piccolo vano con due sedute.

Foto: © Roberto Gabriele

Il salone enorme e finestrato su due lati è una specie di museo personale o forse dovrei dire che è una sorta di enorme “scatola dei ricordi” in cui vivere in una alternanza di passato e presente con uno sguardo sempre rivolto al futuro. Un divano rosso che conta almeno 10 lustri, un enorme mazzo di girasoli sul tavolinetto al centro della sala e anche qui troviamo una incredibile quantità di foto scattate da lei ai suoi amici che hanno scritto la storia del Blues!!!

Foto: © Roberto Gabriele
Foto: © Roberto Gabriele

Una piccola cucina che ha l’odore forte del cibo per i suoi gatti che a quanto pare mangiano più della padrona di casa. Tra un manifesto e una locandina, tra una foto autografata e la copertina di un disco tenuto come un cimelio passiamo nello studio con il computer, stampanti varie, la ciclette impolverata è circondata da libri che rendono impossibile raggiungerla.

Foto: © Roberto Gabriele
Foto: © Roberto Gabriele

La camera da letto è l’ultima stanza che chiude il giro di questa casa strepitosa. Il letto a baldacchino ha ormai perso tutti i suoi ornamenti ed è rimasto “ingabbiato” nella struttura che sosteneva i tendaggi ed ora è diventata a sua volta una specie di cornice tridimensionale che racchiude la rete con il materasso come uno dei tanti ricordi della casa. Accanto alla finestra una gabbia per uccelli vuota, ripenso ai tanti gatti in casa e… Credo di sapere il motivo!!!!

Foto: © Roberto Gabriele
Foto: © Roberto Gabriele

Mississippi, la gente, la musica

Ultima notte in Mississippi, lo Stato americano che amo di più, dove la gente è vera, dove i neri sono più dei bianchi, dove l’accoglienza che ci viene riservata è quella tipica degli africani e non degli americani. Il Mississippi è nel sud degli USA e la gente che ci vive è calda e ospitale come lo sono nel sud di ogni posto del mondo, Italia compresa.

Foto: © Roberto Gabriele

Il Mississippi è uno di quegli stati in cui i neri sono arrivati come schiavi, portati qui dall’Africa e da sfruttare come macchine da lavoro. Da Jackson, sono partiti i primi movimenti di rivolta per l’integrazione e l’uguaglianza, contro la discriminazione. Da qui è partito Martin Luther King, così come le proteste raccontate nel film The Help.

Foto: © Roberto Gabriele

Qui si vive come in Africa, i ritmi sono lenti e c’è poca della tipica organizzazione americana. Nessuno si meraviglia se in un ristorante vuoto si viene serviti in un’ora, se le ordinazioni sono diverse da quelle fatte e se i negozi sono chiusi la domenica del giorno del Festival più importante dell’anno: la domenica e il riposo sono sacri, qui si va a messa e si fanno cori gospel di una straordinaria potenza non per fare botteghino e vendere biglietti ai turisti, ma perchè qui, semplicemente, si prega così.

Le strade sono deserte e i vecchi centri abitati sono  in decadenza da decenni, da quando la meccanizzazione dell’agricoltura e l’integrazione dei neri hanno lasciato la gente senza lavoro. In quel momento al dramma dello sfruttamento si è sostituito quello della disoccupazione. Le città sono abbandonate, la gente si trasferisce in periferia a vivere in prossimità di un supermercato o del distributore di carburanti…

Foto: © Roberto Gabriele

Ma nel DNA di questa gente c’è la musica. Il Blues e il Gospel li hanno inventati loro, il primo durante il lavoro massacrante nelle piantagioni di cotone, il secondo nelle chiese dove la gente aveva l’unico momento a disposizione per dedicarsi ai propri valori e incontrarsi con i propri simili. Musica nera, ovvio. I bianchi possono essere ottimi musicisti, inventare il Rock e il Country, ma il Blues e il Gospel restano per blacks.

E il Blues è stato proprio la parte centrale del nostro Viaggio Fotografico, la più sentita, la più lunga e importante. Lo abbiamo vissuto, non solo ascoltato. Ne abbiamo scoperto le differenti sonorità da quelle più tristi e struggenti a quelle che con le opportune deviazioni ed ispirazioni hanno dato origine al Rock’Roll. Abbiamo scoperto il Blues lento e appassionato con voce e chitarra, e quello fatto di virtuosismi musicali mozzafiato.

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Foto: © Roberto Gabriele

Questo è il Mississippi, e la mia ultima notte l’ho dedicata proprio a fotografare la gente in strada. Di notte come di giorno le strade sono vuote, ma qui la gente si raduna in fetidi locali decadenti e pieni di fascino, coloratissimi e naturalmente frequentati quasi esclusivamente da neri.

Ed è proprio in prossimità di questi locali che sono uscito a fare queste foto. Qui si viene solo per ascoltare musica e qualche volta per bere una birra, ma la consumazione non è obbligatoria, basta non portarsi da bere da casa! In alcuni rari casi di locali particolarmente frequentati (in cui c’è anche qualche bianco) si possono mangiare le strepitose costate di maiale fatte al Barbeque.

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Foto: © Roberto Gabriele

Alcuni la notte sono ubriachi ma mai molesti, la birra scorre a fiumi, la gente è allegra e ti da a parlare, vogliono sapere da dove vieni e soprattutto perchè sei venuto fin qui tre volte dal’Italia, in questo angolo sperduto di mondo e quando glielo dici capiscono che ti sei innamorato di questi luoghi e di questa gente, della loro musica e del loro modo di vivere.

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Foto: © Roberto Gabriele

Qui in questi luoghi che penseresti siano un covo di spacciatori e contrabbandieri non solo non c’è nulla che vada oltre una birra, ma sono i luoghi in cui si esibiscono i migliori bluesman del mondo e lo fanno per i loro amici, per quelli della città vicina, per se stessi e per la loro voglia di fare musica. Il Bluesman deve stupire. Non può suonare solo per il piacere di farlo, deve legarsi a capacità che gli altri bluesman non hanno come ad esempio suonare la chitarra con la lingua, cantare mentre si suona chitarra, grancassa, charleston e alternare la voce all’armonica a bocca, oppure si può stupire con una voce vellutata o per suonare il piano in piedi o esibirsi scalzi sul palco o per suonare una chitarra a forma di gallo!

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Foto: © Roberto Gabriele

Qui tutti sono amici, lo spirito di questi locali è la condivisione, l’ospitalità e il segnare pagine di storia della musica.

La fotografia mi ha permesso di sentire tutto questo addosso, dentro di me, di avvicinarmi a queste persone scorendone gli sguardi, i sorrisi, trovarle amiche senza conoscerle, di chiacchierare con uno sconosciuto e promettersi di vederci il prossimo anno. Con la fotografia si ha sempre un canale privilegiato di contatto, è un potentissimo mezzo di socializzazione. Prometto sempre di inviare le mie immagini, e le promesse vanno mantenute, in questo modo ho amici in tutto il mondo. Amici con i quali mi sono scambiato un sorriso, 4 chiacchiere e una birra in cambio di un CD con la loro musica….

Testi e foto: Roberto Gabriele

Riproduzione riservata

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Foto: © Roberto Gabriele

Alta moda in Burkina Faso

Oggi voglio parlare di un diverso modo di viaggiare, di fare fotografia, di vedere il mondo ma soprattutto voglio parlare di un argomento del quale si parla tantissimo: l’Immigrazione. Voglio fare tutto questo insieme mescolando cose apparentemente slegate tra loro.

Iniziamo con il dire che sono Socio della ONG Bambini nel Deserto e che quando posso “mi sporco le mani” rendendomi utile nel volontariato con le mie foto e i video che realizzo quando vado in Africa.

Burkina moda01Torniamo all’immigrazione: problema che coinvolge con opinioni differenti milioni di Italiani, chi vuole aprire le frontiere a chiunque, chi vuole chiuderle. Io credo che il modo migliore per vincere l’immigrazione sia fare in modo che gli extracomunitari abbiano modo di rimanere a casa loro impegnandosi in attività produttive senza essere costretti a rischiare la vita per viaggi terrificanti verso il nostro paese che vedono come il paradiso e si rivela per loro essere un inferno.

La cosa non è difficile da fare e costa anche molto meno che proteggere le nostre frontiere e dare assistenza a chi sopravvive alle carrette del mare che trasportano disperati fino in Sicilia.

Con Bambini nel Deserto realizza una serie di progetti finalizzati all’avviamento di “Attività generatrici di reddito“. Detto in altre parole, formiamo gli Africani al lavoro, a lavori compatibili con ciò che hanno e a farne eccellenze qualitative. Li formiamo affinchè abbiano le capacità teoriche oltre alle abilità manuali. Gli diamo un “Microcredito“, prestiti a tasso zero che servono per fargli acquistare macchinari o materie prime con le quali lavorare, cifre bassissime (fino a 5000,00 Euro) che loro possono restituire in 4-5 anni.

Burkina moda02Cosa facciamo? Ad esempio gli insegniamo a fare i meccanici di moto (Garage Italia è un Progetto realizzato a Ouagadougou), possiamo avviarli a costituire una cooperativa di allevamento di capre per ricavarne il latte o una cooperativa di agricoltori per vendere su larga scala invece che direttamente al mercato.

Burkina FasoQuello di cui invece voglio parlarvi oggi è un Progetto che abbiamo realizzato con una cooperativa di giovani sarte, coordinate da una Italiana che ha deciso di espatriare e stabilirsi lì, aprendo un B&B e con la sua esperienza maturata in anni di alta moda italiana, è andata in Burkina Faso ad insegnare alle ragazze a cucire! E non è mai più tornata in Italia.

Le ragazze che vedete in queste foto sono le stesse che hanno seguito il Corso di sartoria, i vestiti che indossano li hanno cuciti loro stesse e con orgoglio posano per le mie foto con una naturale eleganza e un portamento naturale da fare invidia a molte top model.

Fotografarle è stato per me esaltante. Conoscevo la loro storia, conoscevo le loro aspirazioni, avevo visto come lavoravano e con quanta passione cucivano i loro modelli. A Bobo Dioulasso ho seguito una di queste ragazze che dopo il Corso aveva aperto una sua Sartoria facendo lavorare 4 persone per lei: cuciono vestiti su misura, gli porti la stoffa, scegli il modello e passi a ritirarlo finito un paio di giorni dopo.

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La cosa bella è che stando in Italia sembra che un lavoro nella moda sia riservato solo a noi, oppure a fabbriche di Cinesi stipati a Prato, non è facile pensare che anche in Africa ci siano persone che tengono al loro look! Fortunatamente non tutti gli Africani muoiono di fame, ci sono milioni di persone che nella loro povertà hanno una grandissima dignità e con piccoli (o grandi) gesti curano la propria persona come lo farebbe uno di noi. L’Africa riesce sempre a meravigliarmi, ogni volta che ci ritorno…

modaQuando vado in Africa la sensazione più bella è quella di trovarmi in un posto con enormi potenzialità, in un territorio vergine pronto per crecere e dare i suoi frutti migliori. Non un posto da conquistare o da colonizzare, ma al contrario vedo un intero continente che ha voglia di crescere, di svilupparsi e dare il meglio che ancora non è riuscito a dimostrare.

E’ bello poter raccontare le storie di chi ce l’ha fatta a rimanere nel suo Paese, a realizzare la sua vita con eccellenze alla sua portata che gli hanno permesso di farsi una famiglia, di imparare un mestiere e di contribuire alla crescita del suo villaggio.

Altre storie vi potrò raccontare, nelle prossime puntate…

Testi e foto di Roberto Gabriele e Simona Ottolenghi

Leggi anche la versione pubblicata sul sito di Bambini nel Deserto.Burkina Faso


Domon Ken a Roma all’Ara Pacis

Alzi la mano chi di Voi ha sentito parlare di Domon Ken! Almeno sentito nominare? Almeno visto una sua foto senza sapere che lui fosse l’autore??? Nessuno??? Beh… Confesso che anche io fino alla scorsa settimana non sapevo di lui assolutamente nulla.

A Roma invece, da qualche giorno si vedoxno le sue foto nelle locandine che pubblicizzano una sua mostra all’Ara Pacis. Una mostra da vedere entro il 28 agosto, c’è ancora tanto tempo, ma visto il periodo vacanziero non tutti riusciranno ad organizzarsi per vederla, e allora ho deciso di parlarvene io così se non siete di Roma potete comunque imparare qualcosa di nuovo…

Domon Ken è il Maestro del Realismo fotografico giapponese. Detto in altri termini è padre storico giapponese per il Reportage e la Street Photography e ha un intero museo a lui dedicato nella sua città natale, Sakata, in riva ad un lago che contiene tutto il suo archivio. E poi, se leggi qui sotto tutta la sua storia, ti accorgerai che è stato un vero EROE dell’arte fotografica per come l’ha affrontata, portata avanti e approfondita ogni giorno della sua vita.

Ma perché interessarci a Domon Ken se in Italia non lo conosce praticamente nessuno? Perché è bravo, perché la sua mostra all’Ara Pacis è davvero bella e ripercorre mezzo secolo di storia del ‘900 giapponese.

"Bambini che fanno roteare gli ombrelli", 1937 circa, dalla serie "Bambini (Kodomotachi)" Ogōchimura 535 x 748 mm. (Ken Domon Museum of Photography)
“Bambini che fanno roteare gli ombrelli”, 1937 circa, dalla serie “Bambini (Kodomotachi)”
Ogōchimura
535 x 748 mm.
(Ken Domon Museum of Photography)

Fondamentale per capire l’importanza di questo personaggio è leggere la tabella che c’è proprio all’entrata con la cronistoria della sua vita. Questa ci fa capire anche moltissimo del suo carattere. Nasce nel 1909 e inizia la sua carriera artistica con la pittura, avrà 7 figli, ma la cosa sconvolgente sono le 3 emorragie celebrali che lo porteranno a delle battute di arresto dalle quali è uscito sempre più malconcio, ma mantenendo sempre la sua voglia di fotografare e osservare come sia cambiato il suo modo di lavorare in seguito alla malattia che lo ha messo su una sedia a rotelle. Leggi sotto come è andata, perché è davvero interessante…

Domon Ken Roma Ara pacis soldati

Gli esordi furono con la fotografia istituzionale: foto di personaggi potenti del mondo della politica giapponese, per lui ritratti di famiglia e rasserenanti immagini di regime che ritraevano la prosperità del Paese alla vigilia della seconda guerra mondiale, la bellezza delle infermiere della Croce Rossa e le esercitazioni di queste e dei soldati con corpi scultorei che in massa si preparavano ordinatamente ai combattimenti, le strade affollate per lo shopping, i mezzi pubblici funzionanti. I punti di vista che enfatizzano le geometrie, le moltitudini delle masse, l’ordine dei pattern e l’abbondanza di figuranti ricordano molto da vicino l’opera di Leni Riefenstahl, la Fotografa del Nazismo che raccontava quello che nello stesso periodo voleva esprimere la Germania. Colleghi di stile, immagini uguali, due Paesi in guerra tra loro. Questo aspetto fa un po’ riflettere….

Domon Ken Roma 1

Alla vigilia della guerra Domon Ken si staccò pian piano da quel tipo di immagini patinate che non raccontavano la verità reale che lui aveva davanti al suo obiettivo e decise di allontanarsi da questo genere per avvicinarsi al reportage, ricevendo i primi arresti da parte di chi fino a quel momento si era servito di lui. Ma questo è normale che accada, non è giusto, ma normale. Iniziò in questo modo il suo Realismo fotografico, quello che come dicevo all’inizio noi oggi chiamiamo Reportage. E fu così che Domon Ken iniziò una vera e propria rivoluzione stilistica cambiando radicalmente il suo punto di vista e concentrandosi sui poveri, sugli ultimi, invece che sul regime e i suoi splendori. A questo periodo appartengono le immagini dei pescatori e delle pescatrici, quelle dei saltimbanchi e quelle degli antichi mestieri.

"Hitsuji (Pecora), dai dodici guardiani (jūnishinshō) del Murōji", 1941 - 1943 Murōji, Nara 535 x 748 mm. (Ken Domon Museum of Photography)

Iniziò così a cambiare stile approdando ad un genere di fotografia più tecnica, più riflessiva, passò dal pratico formato Leica 35 mm al Banco Ottico che richiedeva ovviamente tempi di allestimento set decisamente più lunghi, attrezzature più ingombranti, l’uso del cavalletto e tempi di scatto lunghissimi che richiedevano una non semplice complicità e partecipazione da parte dei suoi soggetti. Infatti fu questo il periodo in cui iniziò a fotografare il Bunraku, ossia il Teatro delle Marionette. I risultati sono delle immagini di altissima qualità ottenute in luce ambiente praticamente prossima allo zero ma che riportano l’occhio di noi osservatori contemporanei a notare il senso estetico modernissimo che aveva Domon Ken già 80 anni fa….

Sempre parlando di Realismo Fotografico, possiamo fare un altro parallelo di sicuro con il nostro cinema del Neorealismo che ci riporta a quegli stessi anni in cui evidentemente in tutto il mondo c’era bisogno di dire altro, di esprimere e raccontare la gente comune, quello che succedeva nelle strade, fu un po’ da questo che nacque la Street Photography. Domon Ken iniziò a raccontare la strada, lo fece in particolare modo concentrandosi sui bambini, sulle loro abitudini, i loro giochi, i loro sorrisi e la loro vita libera e fondamentalmente felice con poco. La guerra era già arrivata, ma le sue immagini raccontavano, con grande eleganza e discrezione tipicamente orientale i volti di chi nonostante tutto ha ancora una speranza.

Domon Ken Roma Ara pacis 2

Nel 1957 ormai a 38 anni di età era un Reporter a tutti gli effetti, i suoi esorti istituzionali non gli appartenevano più e da Giapponese sentì la necessitá di raccontare a 13 anni di distanza la più grande tragedia della storia che mai abbia colpito il suo paese: la bomba atomica esplosa ad Hiroshima. E questa credo che sia la parte più intensa di tutta la sua produzione. Domon Ken ha realizzato ad Hiroshima circa 7000 scatti nel corso di diversi suoi viaggi tra le rovine e tra i sopravvissuti alla tragedia, qui nella mostra ne vediamo una ventina.

"Paziente in ospedale", 1957, dalla serie "Hiroshima" 457 x 560 mm. (Ken Domon Museum of Photography)
“Paziente in ospedale”, “Hiroshima”
1957
(Ken Domon Museum of Photography)

La cosa che sconvolge l’osservatore è il fatto che anche in questo caso, l’Autore non ci racconta la tragedia con il sangue, con i morti, con la distruzione. Riesce sempre ad avere uno stile pulito, mai falso, ma riesce a parlarci della speranuza che pian piano la gente ricominciava ad avere dopo la tragedia. Ci parla di ferite ben visibili ma rimarginate, ci parla degli orrori e delle ustioni ma anche delle ricostruzioni in chirurgia plastica, ci parla di un padre sopravvissuto e sfigurato ma felice e sorridente che tiene in braccio suo figlio nato sano. Hiroshima è quindi la serie della speranza, ma subito dopo sarebbe arrivata la malattia dalla quale lui stesso uscì grazie alla sua visione positiva del mondo.

"La morte di Keiji", 1957, dalla serie "Hiroshima" 457 x 560 mm. (Ken Domon Museum of Photography)
“La morte di Keiji”, 1957, dalla serie “Hiroshima”
457 x 560 mm.
(Ken Domon Museum of Photography)

imageArrivò la prima emorragia celebrale, arrivò il primo colpo di arresto della sua carriera fotografica, ma non smise di fotografare e andò avanti continuando a scattare le sue foto nonostante tutto. Fu questo un lungo periodo di 15 anni nei quali andò a realizzare i ritratti dei suoi amici, altri artisti e intellettuali della scena giapponese. La selezione dei soggetti andò a cascata: lasció un pennarello su una porta dentro casa e gli amici che andavano a trovarlo gli scrivevano man mano una lista sempre più lunga di altre persone da aggiungere al suo lavoro.

In seguito alla seconda emorragia celebrale finì sulla sedia a rotelle ma non perse la sua voglia nè la forza di fotografare il suo Giappone. Continuó quindi il suo lavoro ma cambiando radicalmente le modalità di eseguirlo, i soggetti, la tecnica, lo stile. Per ovvi motivi logistici legati alla sua condizione di semi-infermità, riprese a scattare con il suo banco ottico (nella vita ogni capacità acquisita non è mai fine a sè stessa) e il cavalletto, facendosi montare il tutto dai suoi Assistenti ad una altezza compatibile con il suo punto di vista ormai ribassato rispetto alla media.

imageL’ultima parte della sua produzione fotografica è stata una ricerca sui luoghi sacri giapponesi, sui giardini tradizionali, sui dettagli di statue sacre. Continuò a scattare con nuove modalità, un nuovo stile, stavolta molto più rallentato, universale. In quest’ultimo periodo le sue immagini hanno perso il dinamismo coinvolgente del reportage e si sono evolute nello still life e nella fotografia di architettura che richiedono pazienza, studio, (sono pochi i Fotografi che abbiano la voglia di ristudiare il proprio stile).

Dopo la terza emorragia celebrare è finito in coma e ci è rimasto praticamente per gli ultimi 12 anni della sua vita senza mai riprendersi. Da quel momento la natura ha avuto il sopravvento sulla sua voglia di fotografare, sulla sua possibilità di farlo.

Questa è la storia di un fotografo-eroe, di una persona che non ha mai smesso di evolversi, di chi ha saputo crescere, cambiare genere, ricominciare, rimettersi in gioco. Battuto ma non vinto, ha sempre avuto la forza d’animo di trovare nuovi linguaggi espressivi che lo facessero esprimere con la fotografia.

testi di Roberto Gabriele

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Là fuori c’è la Mongolia

Mai come in Mongolia ho provato un senso di infinito, di vuoto, di deserto, di enormità contrapposto ad una civiltà antica e ad un popolo nomade e civile che abita gli spazi sconfinati.

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In Mongolia l’estate dura da giugno ad agosto, ci sono poi due brevi stagioni intermedie e 8 mesi di inverno durissimo con temperature che scendono a 50 gradi sotto zero, Ulaan Batar arriva a 50 gradi in estate raggiungendo un’escursione termica di 100 gradi tra le massime e le minime che mediamente si registrano ogni anno. Si aggiunga poi che su 2 milioni di persone in tutto in Mongolia il 30% della Popolazione vive da nomade nella steppa nelle caratteristiche Ger, le tende mongole: intere famiglie di allevatori che condividono i pochi metri quadrati della tenda sfidando i fortissimi e gelidi venti che arrivano da nord.

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Queste premesse socioclimatiche mi erano necessarie per chiarire il significato di queste mie fotografie. La cosa che più mi ha colpito viaggiando da queste parti è il senso di confine che c’è tra ciò che è dentro e ciò che è fuori, tra le case (o le tende) e la natura selvaggia che è subito fuori di esse. Unico filtro fra interno ed esterno è la lastra di vetro di una finestra o una porticina di legno.

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Ho iniziato quindi ad osservare l’esterno visto dall’interno, a guardare quel mondo con gli occhi di chi lo vede tutti i giorni. Ho iniziato ad immedesimarmi nel punto di vista di chi vive contrasti tanto forti che rendono difficilissima qualsiasi forma di comunicazione e socializzazione.

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Nei pochi villaggi ci sono dei piccoli minimarket che vendono i generi di prima necessità senza lasciare alcuno spazio a tutto ciò che è superfluo, non indispensabile, non necessario. Le città più grandi hanno 2-3000 abitanti, un distributore di benzina, un paio di questi minimarket, un ristorantino per i pochi che passano da quelle parti, un Tempio buddista e qualche casa di muratura che si alterna alle ger.

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Dalle finestre di questi locali, così come dalle porte delle ger dei nomadi, si vedono mondi desolati, città vuote o l’immensità del Deserto di Gobi.

Ho voluto fare una analisi sociale di quello che è il mondo che queste persone hanno davanti. Da quelle finestre si vede sempre la stessa piazza, da quelle porticine sempre lo stesso orizzonte. La cosa che mi sconvolge è il fatto che siano pochissime le persone che vivono quegli spazi.

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Un nomade vedrà solo il deserto o la sua famiglia: una manciata di persone solitarie. Chi sta nel villaggio vedrà comunque sempre le stesse facce per tutta la vita. Da quelle parti è difficile trovare una propria identità, difficilissimo lasciare spazio alla creatività, alla socialità, allo scambio sociale e culturale tra le persone.

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Nessuna speranza di cambiamento per nessuno. La loro vita è segnata dal clima, dalla natura che non lascia spazio ai sogni.

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Gianni Berengo Gardin a Roma

Vera fotografia

Roma: Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale 194, fino al 28 agosto  2016 c’è la mostra fotografica di Gianni Berengo Gardin. A cura di Contrasto e Fondazione FORMA per la Fotografia.

Vera Fotografia, è il timbro verde che l’Autore, così come moltissimi della sua generazione (classe 1930) erano soliti porre sul retro delle stampe da negativo per distinguerle da quelle stampate tipograficamente che erano di minor pregio e per certificarne l’autenticità di immagine ottenuta senza manipolazioni di camera oscura, nè, tantomeno con postproduzione digitale. In realtà, come sappiamo, ogni foto nel momento stesso in cui viene sviluppata (con metodi chimici o digitali) è già stata in qualche modo alterata, resa atta alla stampa e i suoi toni sono già stati modificati. Senza dubbio anche il passaggio da una realtà a colori ad una immagine in bianco e nero è già una prima alterazione (e non trascurabile nè reversibile) della realtà stessa.

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Catalogo della Mostra di Roma

Ho visitato la mostra con un gruppo di Allievi di Viaggio Fotografico e la prima impressione che ne ho avuto è stata quella di trovarmi non solo davanti ad un Grande Maestro, ma davanti ad uno che era tale per aver scritto, ancora VIVENTE, una delle più belle pagine della Storia della Fotografia. E la differenza tra essere un bravo Fotografo e scrivere la storia è enorme. Di bravissimi Fotografi, professionisti o meno ce ne sono tanti al mondo, ma solo pochissimi sanno innovare il linguaggio fotografico ed espressivo, dettare le nuove regole alle quali poi moltissimi si ispireranno. E, ovviamente, Berengo Gardin è senz’altro uno di loro e il motivo lo capiamo proprio vedendo la sua mostra.

La prima impressione che ho avuto entrando nella mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma è quella di uno spazio ben ordinato, con sale tematiche e divise in ordine cronologico. Questo dettaglio che sembra normale, addirittura scontato, è invece quello che dimostra quanto sia longeva l’attività artistica e giornalistica di Gianni Berengo Gardin,un fotografo ancora vivente che ha esposto in centinaia di mostre in tutto il mondo e scritto oltre 250 libri fotografici. Un portento. Una vera forza della natura che produce Fotografie ininterrottamente da oltre 60 anni. E il senso della storia si sente fortissimo in questa mostra. Mi sia concesso un paragone, ma io credo che Berengo Gardin abbia raccontato un pezzo di Storia Italiana oltre che di Storia della Fotografia così come negli stessi anni fece nel cinema Alberto Sordi, raccontando gli Italiani e il loro costume che cambia. Berengo Gardin racconta una Italia senza tempo che sembra appartenerci ancora. Le sue immagini, raccontano così bene la nostra Italia che ci riconosciamo in esse, nei luoghi e nelle persone, come se facessero parte del nostro quotidiano.

gli Zingari uno dei temi a lui più cari
gli Zingari uno dei temi a lui più cari

Un innovatore: oggi tanto si parla di Street Photography. Probabilmente uno dei primi iniziatori della Fotografia di Strada fu proprio Gianni Berengo Gardin che ha sempre fatto della spontaneità del momento il suo cavallo di battaglia. Della semplicità di linee e forme la sua arma vincente, della innocenza delle persone ritratte il suo obiettivo finale.

Il Bianco e nero mai rinnegato per un modernistico o stilistico passaggio alla fotografia a colori uniforma i toni di tutta la mostra che sembra realizzata con immagini scattate in pochi mesi. In realtà di tempo tra le immagini ne è passato tanto, ciò che invece è rimasto uguale è lo stile che non è mai cambiato, ha sempre mantenuto una pulizia formale e un grande silenzio. Le foto di Berengo Gardin non hanno parole, non hanno rumori, le trovo ovattate, icone fortemente espressive ma che non esprimono rumori. Un pò come si esprime un mimo sul suo palco, così Berengo Gardin riesce a farci sentire la musica senza ascoltarla e anche le sue foto di fabbriche vengono percepite come spazi silenziosi.

Scanno (AQ): la gente guarda se stessa fuori casa
Scanno (AQ): la gente guarda se stessa fuori casa

Immagini che raccontano. Le sue immagini appaiono da subito come pensate, efficaci (è sua la famosa frase che non esistono belle fotografie ma solo buone fotografie) dirette, costruite ma mai artefatte. Se fa un ritratto in strada non sta lì a curare la luce o i set modificandoli, scatta con ciò di cui dispone, non cambia neanche obiettivo, preferendo scattare tutto con un 35 mm… Lui non crea, racconta. Ma i suoi racconti hanno la potenza delle parole di un grande poeta. Racconta come lui stesso ama dire con le immagini, come un giornalista fa con le parole.  Ed è lui stesso a definirsi non più come un artista ma come un giornalista. Ma come è facile intuire, di arte nelle sue immagini ce n’è tanta.

Ogni anno viene data un’enfasi mondiale ai vincitori del prestigioso Premio di Fotogiornalismo World Press Photo, e viene immediatamente da pensare a quanto le immagini classiche e intramontabili di Berengo Gardin siano diverse da queste, pur volendo entrambe raccontare il mondo per come lo ha osservato il Fotografo. Berengo Gardin sa rendere straordinaria la normalità quotidiana. Nelle immagini del WPP assistiamo invece alla spettacolarizzazione della fotografia, oggi le immagini di fotogiornalismo non raccontano: urlano. E se le immagini non urlano nessuno le ascolta. Berengo Gardin ci dimostra che è sufficiente alzarsi di 1-2 metri al di sopra della scena per avere un punto di vista completamente nuovo, diverso, insolito ma ancora tanto rasserenante, dall’altra parte le ultime due edizioni del World Presso Photo sono letteralmente invase di immagini realizzate con costosissimi droni di ultima generazione. Il risultato che si ottiene nel primo caso è il sapersi meravigliare della semplicità che era sotto i nostri occhi e che non avremmo saputo cogliere, nel secondo caso invece ci accorgiamo che ci viene mostrato un mondo distante, diverso, sconosciuto che non ci appartiene perchè tutto viene spettacolarizzato, anche il dolore.

Berengo Gardin 5
Venezia: il vaporino.

Ovviamente le fotografie sono tutte tecnicamente perfette, ben composte. La cosa che mi è piaciuta di più è proprio il linguaggio moderno e senza tempo delle foto di Berengo Gardin che riesce ad esprimersi con eleganza, efficacia e tanta chiarezza, sa farsi amare senza imporsi. Usa inquadrature classiche, con il soggetto al centro o sfruttando la regola dei terzi. Conosce bene l’importanza delle sequenze di piani e delle sfocature, sa usare le prospettive per comporre e condurre lo sguardo verso il soggetto principale, sa bene come utilizzare le linee di forza all’interno dell’inquadratura per creare enfasi sul soggetto, conosce perfettamente il valore dell’istante decisivo di bressoniana memoria. Leggendo queste ultime considerazioni ci si rende conto che la straordinarietà di Berengo Gardin si trova nel saper rendere eccellenti e meravigliose le cose che dovrebbe sapere un Allievo alla fine di un Corso Base di Fotografia!!!! E questo non sminuisce affatto l’importanza e la bravura del nostro Autore che al contrario riesce ad essere inarrivabile proprio su un piano al quale tutti potrebbero aspirare di arrivare essendo fatto con pochi mezzi e poca tecnica ma che necessita di una esperienza e una sensibilità unica e inimitabile.

i Manicomi, uno dei temi che ha seguito più a lungo
i Manicomi, uno dei temi che ha seguito più a lungo

Infine è lo stesso Gianni Berengo Gardin a raccontarci la semplicità intenzionale del suo lavoro. A raccontarci come si avvicina ad un soggetto, studiandolo prima da lontano, poi avvicinandosi pian piano ad esso, descrivendolo via via sempre più da vicino, girandogli intorno come in un rituale di avvicinamento amoroso. Mi ricorda la storia del “Piccolo Principe” che voleva creare dei legami con la Volpe la quale gli chiedeva di avvicinarsi a lei pian piano ogni giorno un pò di più e poi di sedersi senza fare nulla, affinchè lei riuscisse a conoscerlo e a fidarsi di lui per poi diventare amici. E’ proprio quello che fa Berengo Gardin con le sue immagini e i suoi soggetti.

La mostra termina con le immagini di forte denuncia di un recente lavoro sulle “Grandi Navi da Crociera” che entrano nella laguna di Venezia apparendo con la stessa grazia di un elefante in un negozio di cristalleria. Le navi appaiono gigantesche e sproporzionate all’ambiente in cui si muovono. Appaiono offensive, infinitamente più grandi della città in cui navigano. Le sentiamo minacciose per la loro forza e violenza, per la loro modernità che troppo si contrappongono con la fragilità storica della Serenissima.

Roberto Gabriele
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Berengo Gardin 10
per la serie sulle Grandi Navi da Crociera

Gli USA a Roma

COSA:

Cosa faremo? Vedremo le foto e ascolteremo i racconti di viaggio di uno dei nostri Itinerari più belli e meglio riusciti con Viaggio Fotografico: USA la Strada della Musica. Foto e storie legate ad un viaggio e a chi lo ha fatto insieme a noi, per avere la testimonianza e i racconti di chi c’era.

La Condivisione sarà la cosa più importante della serata. Un Viaggio non è mai un evento solo privato di chi lo fa: è bello parlarne, raccontarlo, condividerne gli aspetti sociali e culturali.

Parleremo di Fotografia, di Musica, vedremo le strade e la gente, i musicisti e ascolteremo l’entusiasmo di chi lo ha fatto. E se tutto questo non bastasse, avremo anche degli intermezzi musicali live a ritmo di Blues con i quali ci allieteranno Giusy Sequino alla voce e Maurizio Noro alla chitarra.

Il tutto sarà molto dialogato, non sarà una conferenza noiosa ma ci saranno interventi dal pubblico, gli Autori presenti in sala risponderanno alle domande, racconteranno le loro emozioni legate alle foto che hanno scattato e all’esperienza vissuta nel sud degli USA, dove la gente per carattere assomiglia alla gente del nostro sud: creativi, geniali, un pò lenti e accoglienti con tutti.

Al dilà che tu stia pensando di fare un viaggio, quello che caratterizza le nostre serate è il piacere di conoscersi e di scambiare idee.

Per partecipare Ti basta riempire il Form di Iscrizione che trovi qui sotto

COME:

Come funziona? Semplice: potrai partecipare alla serata, alla proiezione, connetterti alla WIFI gratis, BERE E MANGIARE ILLIMITATAMENTE tutti i prodotti di Artcafè che sono esposti sul buffet e nel frattempo potrai conoscere nuovi amici, altri viaggiatori e appassionati di Fotografia di Roma e scoprire il senso di un Viaggio come questo. Quanto costa? Leggi sotto.

CHI:

Saranno presenti in sala parecchi dei nostri Partecipanti che sono venuti l’anno scorso con noi, due di loro verranno da Milano e da Padova apposta per noi. Le foto che vedremo sono delle persone che hanno viaggiato con noi nell’Edizione 2015: un gruppo di sconosciuti che si sono incontrati per la prima volta ad Atlanta e la loro vita è cambiata.

Volete i nomi dei Fotografi Autori della serata? Eccoli rigorosamente in ordine alfabetico: Luciana Belsito, Eleonora Dazzani, Maurizio Noro, Gilberto Oriani, Maria Piccini, Laura Pierangeli, Daniela Polla, Roberto Pugliese, Bruna Risso, Giovanni Rozzo, Giusy Sequino, Giulia Vertua, Vitaliano Vitali e Silvia Zanaldi accompagnati da Simona Ottolenghi e Roberto Gabriele.

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Il Gruppo sulla Strada della Musica Edizione 2015

QUANDO:

venerdì 27 maggio 2016 ore 19,30 con inizio per le 19, 45 e per la durata di circa un ora.

QUANTO:

Il costo di tutto questo? Irrisorio: 4,00 Euro la prima ora (costo fisso minimo), poi 3,00 Euro all’ora per le ore successive pagando frazioni ogni 10 minuti. Ad esempio: 1 ora e mezza: costo totale 5,50 Euro!

Per partecipare riempi questo Form di preiscrizione, abbiamo solo 30 posti a sedere.

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Foto: © Maurizio Noro – Anzio

QUALI:

Quali foto vedremo? Il meglio del meglio che hanno realizzato i nostri Autori in viaggio!

 

LINK PER PARTIRE:

Vitaliano Vitali - Aosta
Vitaliano Vitali – Aosta

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Foto: © Silvia Zanaldi – Padova

Foto: © Giovanni Rozzo - Cagliari
Foto: © Giovanni Rozzo – Cagliari

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Foto: © Laura Pierangeli – Roma

 

Max Serradifalco

Domenica pomeriggio: siamo andati a vedere una delle nostre mostre fotografiche a Roma. L’abbiamo scoperta quasi per caso, in una galleria nuovissima inaugurata a fine 2015 dalle parti di Viale Marconi, vicino al celebre mercato di Portaportese.

La Galleria è enorme, si chiama Fondazione Exlcusiva, appena ristrutturata e ricavata in una ex fonderia con un pregevole intervento di recupero architettonico e funzionale. Un bellissimo spazio completamente imbiancato che propone con uno stile minimal (less is more) una mostra di immagini fotografiche di altissimo impatto visivo perchè colorate da Madre Natura. Le foto sono perfettamente illuminate da un sistema progettato e realizzato su misura da una ditta tedesca esattamente per questo spazio.

Fondazione Exclusiva

Dovevo descrivervi la scatola prima di potervi parlare del Contenuto, perchè come ogni buon contenuto ha bisogno di una scatola degna di contenerlo, che sappia vestirlo, impreziosirlo e valorizzarlo ma senza fare clamore primeggiando in una gara di bellezza tra contenuto e contenitore.

Max Serradifalco

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E finalmente arriviamo alle bellissime immagini di Max Serradifalco, un Grafico prestato alla Fotografia. Un fotografo che per scattare non compra neanche la fotocamera ma preferisce scattare con quella non sua messa a disposizione dal satellite prendendo le sue foto dagli screeenshots di Google Earth; la sua modella preferita è la nostra terra vista dallo Spazio. Ancora più particolare l’atteggiamento di questo Fotografo/Grafico che non utilizza neanche Photoshop per modificare i suoi files se non per modificarne leggermente la nitidezza, operazione necessaria per poter stampare in alta risoluzione delle immagini che per forza di cose partono comunque ad una dimensione da monitor.

Max Serradifalco ritrattoCi accoglie Max nella sua mostra, come farebbe un bravo padrone di casa, è un personaggio mite ma molto portato a parlare del suo lavoro del quale è palesemente innamorato, lo fa con toni pacati e non autocelebrativi ma con la consapevolezza di chi sa il fatto suo.

Più volte premiato dal MIFA di Mosca ad una menzione d’onore agli International Photography Awards negli USA nel 2012, ha poi esposto dal Giffoni Festival al MIA fair di Milano fino ad una importantissima selezione come miglior Progetto sulla Piattaforma creativa Behance di Adobe.

Max, come un segugio, cerca le sue immagini scansionando ed esaminando il Pianeta Terra palmo per palmo fino a trovare in esso dei soggetti interessanti per renderli dei veri e propri quadri dipinti dalla natura e visibili solo dal cielo. Continui cambi di rapporti di ingrandimento, zoom in e out e poi spostarsi con il mouse alla ricerca di quadri già pronti che deve solo isolare dal contesto in cui si trovano.

Entrando un pò di più sul tecnico, alcune immagini hanno un lato reale che corrisponde a decine di chilometri, alcune a poche centinaia di metri sul terreno, e il suo lavoro di ingrandimento e riduzione è quello che farebbe qualsiasi altro fotografo con un obiettivo macro allontanandosi e avvicinandosi ai suoi soggetti.

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Max Serradifalco oltre ad essere un Fotografo sui generis perchè scatta con fotocamere non sue, è anche un Viaggiatore originale poichè conosce tutto il mondo senza muoversi dal suo PC, vola nello spazio senza essere un astronauta e senza avere un’astronave, un esploratore che racconta luoghi che non conosce… Un pò come Jules Verne che scrisse di un Giro del Mondo in 80 giorni o di un viaggio dalla terra alla luna senza aver mai fatto nessuno dei due…. Non so se Max Serradifalco sia anche un pittore (intendo dire se sappia usare pennelli e colori), ho dimenticato di chiederglielo! Ma di sicuro Quelli che “vede” sono dei quadri che solo la geologia sa dipingere con tanta magnifica perfezione e lui diventa una sorta di Ambasciatore della Natura, un Agente Rappresentante del Pianeta, un Avvocato della Natura. Tutte rispettabilissime Professioni che hanno a che fare con cose non realizzate direttamente da loro. Non ho usato la “professione” di ladro, perchè lui non ruba nulla a nessuno, CERCA qualcosa per noi, questo non è rubare, è concedere agli altri il dono della bellezza.

Rangiroa atoll sud ovest

I suoi soggetti preferiti sono i deserti e le foci dei fiumi, i primi generano per lui interessantissimi patterns e veri e propri quadri decorati che a volte ricordano Jackson Pollock, altre rimandano a figure antropomorfe, altre ancora sono vere e proprie campiture di colore o incredibili disegni visibili solo dal cielo. La forma delle montagne con le loro ombre riportate, i detriti portati dai fiumi, isolotti che si formano in vari luoghi del mondo in quel confine sempre mutevole tra le zone di acqua e di terra… Le istantanee di Max Serradifalco sono davvero delle opere d’arte.

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Il suo lavoro di FotoRicercatore si esprime principalmente in tre direzioni:

WEB LANDSCAPE PHOTOGRAPHY Foto/Quadri generati dal Paesaggio

EARTH PORTRAIT Paesaggi terrestri che assomigliano a figure e profili umani

E-ART-H Paesaggi terrestri che assomigliano a quadri famosi

Max Serradifalco Urlo_orig
L’Urlo di Munch rivisto da Max Serradifalco

Da Viaggiatore e Fotografo quale sono, mi trovo molto in empatia con questo giovane e performante Artista nel quale riconosco la mia grande passione per le mappe (da bambino il mio libro preferito era l’Atlante De Agostini, lo sapevo a memoria), per la fotografia in generale e per quel magnifico gioco che è Google Earth che sa farci sognare. Rimango incantato anche io per ore ad esplorare la nostra terra, la cosa che più mi piace, è atterrare dove voglio con questa astronave virtuale usando Street Wiew per sentirmi completamente immerso in una realtà diversa. La Fotografia non mi da la stessa sensazione che provo con Street Wiew… Capisco insomma il suo interesse per questa materia affascinante che è il nostro mondo.

Roberto Gabriele

il mio cinema a New York

New York…. Adoro questa città. I LOVE NEW YORK!!!! La amo da prima di averla visitata. E forse l’avevo visitata ancor prima di andarci di persona. Non la conoscevo: quando ero un bambino un pò snob la pensavo e la immaginavo come una città troppo moderna, senza personalità, alla quale mancava la storia e monumenti importanti come ad esempio il Colosseo, o i Canali di Venezia…. Poi durante l’adolescenza iniziai a sentirmi Fotografo e Viaggiatore e iniziai a rivedere le mie idee su questa fantastica città….

Le prime esperienze di conoscenza le ho avute al cinema, quando iniziavo a vedere il grande cinema americano e a rendermi conto che forse da grande sarei diventato Fotografo. Iniziai a vedere le ambientazioni dei film più belli e a scoprire che New York era raccontata come una Protagonista della storia, e non come una ambientazione di alcune scene. New York è la città che influenza chi ci vive e ci lavora. Il rapporto è inverso a quello che succede nel resto del mondo: qui non sono le persone ma è la città stessa a raccontare le storie, la gente le vive di conseguenza. Mi resi conto che questa città era molto più di un set cinematografico a cielo aperto e disponibile agli occhi di chiunque, era il soggetto dei film, era la storia stessa, viveva di vita autonoma come un protagonista. Scoprii che dentro di me cresceva il mito della città e che oltre ai film iniziava a vivere anche dentro di me fin quando decisi che la mia iniziazione a NYC sarebbe stata nel modo più profondo: correndo la Maratona di New York. Erano passati 15 anni da quando iniziavo a pensare di andarci.

Appena arrivato, la mia prima impressione fu quella di esserci già stato, di averla già vista. Mi rendevo conto che quello che vedevo nei film non era finzione cinematografica ma era tutto vero, tutto incredibilmente uguale a 1000 scene di film a me già noti eppure, mi meravigliavo di quanto, allo stesso tempo fosse tutto nuovo. Quello che cambiava erano sicuramente le percezioni di ciò che stavo vivendo in prima persona e non al cinema.

New York sa accoglierti, non solo perchè i posti che vedi per la prima volta in realtà già li conosci, New York è anche la città in cui come dice una canzone degli U2 le strade non hanno nomi perchè sono identificate da numeri e questo vuol dire che anche senza mappa sai sempre dove sei e dove devi andare, tutto questo rende la città accogliente e familiare pur essendo una metropoli enorme.

Non parlerò di Cinema, di attori e registi, nè recensire tutti i film, non sono un Critico, oggi voglio raccontarvi di quello che ho provato io, di quelle che sono state le mie impressioni nel vivere la città come in un set, come se anche io fossi protagonista di un film che si stava girando a mia insaputa. Guardate questi film, quanto sono diversi tra loro, diverse le storie, i modi di raccontarle, le epoche e le ambientazioni eppure tutti, chi in un modo, chi in un altro, hanno significato molto per me.

Da quel giorno sono tornato a New York per 7 volte e ci torno ogni anno a fotografarla, a scoprirla, ad amarla come una generosa amante che si sappia dare senza limiti a chiunque voglia sentirla sua.

La febbre del sabato sera

E visto che abbiamo iniziato dalla musica e dalle eleganti sonorità di Manhattan, restiamo in campo musicale e spostiamoci a Brooklyn. La Febbre del Sabato Sera non viene ricordata per la città, ma per la sua storia. Ma voi sapreste immaginare una storia come quella di Tony Manero in una città diversa da questa? La colonna sonora dei Bee Gees ha modificato il ritmo del battito cardiaco di quelli della mia generazione. Ero un bambino, nel 1978 quando uscì questo film che vidi anni dopo perchè vietato ai minori di 14 anni… Ma vedere quella metropolitana che volava su una ferrovia sopraelevata, vedere quelle case e la Lenny’s Pizza e sapere che oggi è tutto come allora mi ha fatto sussultare…

New York, New York

Il titolo del film già dice tutto e prende il nome dalla omonima canzone cantata da Liza Minnelli che ha legato meglio di qualunque altra una melodia alla città di New York. Più che il film, in questo caso è proprio la Colonna Sonora ad aver generato in chiunque di noi un immaginario onirico legato alle atmosfere di questa città. Accendete le casse del Vostro computer e fate play su questo video… E magari leggete anche il testo della canzone che non può che riportarvi al vero spirito di questa città incredibile: I wanna be a part of it e in effetti ci si sente davvero perte integrante di questa città, anche quando non la si conosce ancora. I wanna wake up in the city, that doesn’t sleep svegliarsi nella città che non dorme mai…. If I can make it there, I’d make it anywhere e questo senso di universalità che davvero si sente forte a NYC.

Smoke

Rimaniamo ancora a Brooklyn e facciamo un salto nel tempo fino al 1995…. Erano questi gli anni in cui sentivo fortissimo il bisogno di andare a New York, a vivere questa città e facevo indigestione di chilometri di pellicola, mi saziavo solo con ore e ore al buio dei cinema di Latina a sognare di attraversare l’Oceano Atlantico per entrare in una tabaccheria come questa, a vedere e parlare con gente come gli amici del tabaccaio, ad ascoltare le loro storie e a fotografare tutto questo per raccontarlo con le mie immagini. In questo film c’è uno spaccato della vita newyorkese, la cosa incredibile è che Brooklyn è solo uno dei 5 quartieri di New York ed è immenso, è il più grande, eppure la vita lì è come quella che troviamo nei paesini dell’Appennino italiano! A Brooklyn ci si conosce tutti, la vita scorre tranquilla, i tempi non sono quelli di Manhattan, ci si può intrattenere  a parlare di filosofia con gli amici… Ovviamente ogni volta che torno a New York con i Gruppi di Viaggio Fotografico, non manchiamo mai di andare a Brooklyn in diverse zone tutte da esplorare…

Harry ti presento Sally

Vidi questo film a Roma mentre ero militare, marzo 1990, all’epoca si entrava gratis al cinema purchè ci si presentasse all’ingresso in divisa. E così feci vestito da marinaio: “Militari gratis“. Naturalmente vidi il film da solo, non erano questo un film da andare a vedere con i commilitoni, molto più propensi per altri film diciamo di… “genere”… Non potrò mai dimenticare le risate nel vedere questa scena che vi ripropongo qui di seguito che poi a sua volta è diventata una delle più famose della storia del cinema anche in chi il film non lo ha visto! Girata in un ristorante di Manhattan nel quale andiamo sempre con i Gruppi di Viaggio Fotografico a riviverne le atmosfere. Il locale in più di 25 anni non è cambiato di una virgola, se non nell’aver inserito una foto del set in un quadretto con le firme del cast del film!

C’era una volta in America

Questo è l’unico film italiano che posso evidenziare in questa rassegna tra quelli che mi hanno legato alla città di New York. In realtà dovrei ricordare per completezza e con un sorriso anche altri due titoli italiani come: “Da Corleone a New York” con Mario Merola e il famosissimo “un jeans e una maglietta” con Nino D’Angelo… Ma torniamo al nostro Sergio Leone che con questo film ha scritto delle pagine di autentica poesia cinematografica con le musiche del Maestro Ennio Morricone, l’inquadratura più famosa del film è anche questa meta delle nostre visite ed è quella che si vede in questo spezzone in cui in fondo alla strada si erge imponente il pilone del Manhattan Bridge. Posso garantirvi che è uno dei posti più pazzeschi in cui andiamo a fare le nostre foto…

King Kong

Immancabile film storico, girato subito dopo la costruzione del mitico Empire State Building…. Le sue inquadrature sono inscindibili dalla storia della città e di questo che è il più classico e affascinante dei suoi edifici. Il film oggi, naturalmente fa sorridere, ma gli effetti speciali ottenuti allora facevano urlare al miracolo. Questo film lo ricordo più per come il film viene vissuto nel merchandising che si trova nei negozietti di souvenir che per aver modificato il mio immaginario della città di New York. Andare oggi a Chinatown o in tutti gli altri negozietti di paccottiglia per turisti che si trovano in giro, significa imbattersi nelle icone classiche di questo film.

Autumn in New York

Pellicola strappalacrime, ma con ambientazioni fantastiche nella città e in particolare le più famose a Central Park in autunno, quando gli alberi si infiammano di rosso, le scene di interni sono meno facili da raggiungere per ovvi motivi, ma il cinema a New York va visto e vissuto in strada, i set sono dovunque. La Fotografia di questo film è così bella, e il titolo così evocativo che lo leghiamo ad un immaginario rasserenante invece che alla storia tristissima vissuta dai protagonisti…. Ma quando vai a Central Park in autunno e vedi che è veramente bello come nel film allora tendi a dimenticare la storia e a goderti il momento e i luoghi fantastici che hai davanti.

Il Maratoneta

Rimaniamo ancora a Central Park dove sono ambientati gli allenamenti del Maratoneta, Dustin Hoffman, che vive una storia completamente staccata dal pretesto sportivo del titolo. Ma un film come questo ti entra nel sangue, fa parte del tuo DNA e quando vai a New York, ti infili le scarpe e vai anche tu ad allenarti lungo le sponde dei laghetti correndo intorno a quei recinti ecco…. Lì senti che la tua vita può finire anche in quel momento. Ve lo voglio dire: correre a Central Park (anche non necessariamente al traguardo della Maratona di New York) è la massima realizzazione che uno sportivo possa avere. Correre in un posto del genere, circondato da alberi e grattacieli ti fa sentire all’interno del film visto magari anni prima. Quando ero lì al quarantunesimo chilometro sentivo svanire la fatica e aumentare l’adrenalina: vivevo in un sogno che si realizzava due volte, sia dal punto di vista sportivo che cinematografico.

Colazione da Tiffany

Altro grandissimo classico della cinematografia newyorkese: la gioielleria più famosa del mondo continua la sua attività sulla 5th Avenue. E anche in questo caso nulla è cambiato negli anni. Lo stile sobrio ed elegante di questo sfavillante negozio resta sempre unico. L’anno scorso siamo anche entrati a curiosare all’interno, non avevamo mai avuto il coraggio di varcare la porta e andare oltre le vetrine. Pur essendo un uomo e piuttosto distaccato dal fascino dei Preziosi, ricordo che mi sconvolse la vista di una collana che brillava di luce propria e aveva al centro un rubino grande come un uovo e tempestato di brillanti. Per curiosità mi presentai (vestito da Fotografo con fotocamera, bermuda e maglietta visto che era piena estate) da una elegantissima venditrice a chiederne il costo, mi rispose con molto tatto: “Quello non ha prezzo, Signore”… Credo però che non me lo avrebbe detto neanche se fossi andato in giacca e cravatta….

i Guerrieri della notte

Guerrieri avete paura???” chi non ricorda quella scena??? Un film degli anni ’70 girato in gran parte nei lunghi e luridi corridoi della metropolitana, racconta la storia delle gang newyorkesi che si davano battaglia per il controllo del territorio. Una carrellata di tipi umani che ci raccontano di stili di vita passati ma tanto in voga fino a pochi anni fa. Già la sigla del film che vediamo in questo spezzone è evocativa e ci porta immediatamente ai luoghi del film, al Bronx all’epoca invivibile e degradato quartiere nero inaccessibile ai bianchi. Oggi, dopo Rudolf Giuliani il Bronx gode di una nuova vita, è un luogo tranquillissimo in cui andiamo sempre a fare i nostri scatti più originali e lontani dai soliti itinerari turistici.

Il diavolo veste Prada

E passiamo dalle “stalle alle stelle”, al contrario, stavolta…. Passiamo dal Bronk lercio alle atmosfere patinate e perfette di quest’altro film molto più recente ambientato negli ambienti della moda newyorkese, con le classiche icone da stress lavorativo e competitività professionale americana. Qui New York è esaltata alla massima potenza. Vedendo questo film ho ripensato alla New York che rifiutavo quando ero bambino, ho visto un mondo lontano dalle strade che amo percorrere e fotografare in questa città. Eppure il fascino che emana anche questo film è unico, così come il personaggio irritante di Maryl Streep.

Fame – Saranno Famosi

Immancabile dopo l’arrivismo economico del Diavolo veste Prada, passiamo alle aspirazioni artistiche e di fama della più famosa scuola di danza della storia del cinema. Il film lo conoscono tutti, racconta gli intrecci delle storie degli Allievi che vogliono crescere e diventare famosi, imporsi per stile e personalità. Divisi tra audizioni e spettacoli, tra formazione e allenamento, tra amori e passioni. Il film a cui facevo riferimento era quello originale del 1980, ma devo dire che il remake che vi propongo qui per una volta tanto è meglio della prima edizione. E anche qui New York è la protagonista della storia, da Times Square alla metropolitana, dalle strade sconosciute alla famosa scuola.

Manhattan

Il film per eccellenza di Woody Allen su New York, dal titolo alla prima scena sono tutti girati nel più incredibile dei 5 Quartieri di New York: Manhattan, quello a più alta concentrazione di grattacieli, quello che è il vero cuore pulsante, il vero baricentro del mondo economico e culturale. Tutto il resto del film parla della città, con la mitica scena della locandina girata nei pressi del Queensboro Bridge dove ogni volta andiamo a fare i nostri appostamenti fotografici al tramonto. E il bello di New York è proprio questo: puoi andare a fotografarla e trovarla sempre lì come era nel film ed è ancora a tua disposizione per trasmetterti tutto il suo fascino. Il Bianco e nero di questo film da alla città un fascino immutabile e senza tempo, un Fotografo certe cose le sente, le percepisce vive, forti e chiare.

Una notte al museo

Il Museo di Storia Naturale è una esperienza meravigliosa da non perdere e purtroppo troppo spesso snobbato dai più come un luogo per bambini. La visita del museo richiederebbe una intera giornata, ed è questo il motivo per il quale non ci andiamo quasi mai a visitarlo, se non in caso di pioggia. Il film, questo si, è rivolto ad un pubblico decisamente giovane, ma è ambientato in un edificio pieno di fascino e curiosità e non si può non citarlo tra i film dedicati alla città.

Eyes wide shut

E dopo un film per bambini, passiamo al grandissimo Stanley Kubrick e al suo ultimo capolavoro girato nei “piani alti” di Manhattan. Vidi per la prima volta questo film da solo, in un multisala di Frosinone, ultimo spettacolo di una fredda sera infrasettimanale… New York ormai iniziava ad essere più vicina per me, ancora non lo sapevo ma 2 anni dopo ci sarei andato per la prima volta, e vedendo Eyes wide shut sono rimasto letteralmente ipnotizzato davanti a quello schermo, devo dire abbastanza congelato da una serie di fortissime emozioni in un mix di paura e di esaltazione, coinvolto in una storia avvincente e con nessuno per commentarla, confrontarmi, gioire o indignarmi. La New York che vediamo qui è quella sfavillante di luci e di ricchezza, una città massonica, in un giro di poteri politici ed economici, di ricatti e scambi. Non è certo la città che vediamo noi, ma è una New York che esiste in certi ambienti e che riguarda magari quello che è seduto affianco a noi in metropolitana. La colonna sonora è l’ennesima mossa geniale del grande regista, non puoi non rendertene conto mentre guardi il film, è in grado di svuotare i silenzi, di esaltare le atmosfere fosche e misteriose dense di noir e di trasgressione in cui è ambientato il film. La coppia Tom Cruise – Nicole Kidman è magistralmente diretta ed interpreta anche nel film una coppia molto reale fatta di intrighi, tradimenti, passioni e colpi di scena.

 

C’è posta per te

Commedia romantica girata agli esordi della Posta Elettronica, quando ancora non esistevano i Social, i siti di incontri ecc, stiamo parlando degli albori di questi sistemi di comunicazione: il 1998. Con Meg Ryan e Tom Hanks, è la storia di due personaggi assolutamente incompatibili sia dal punto di vista professionale che umano che si incontrano di persona e si odiano e si evitano come possono, ma per puro caso, nell’anonimato delle primissime email che iniziavano a girare in quel periodo, i due, senza conoscere le vere identità l’uno dell’altro si scoprono innamorati reciprocamente e sinceramente pur continuando ad odiarsi di persona. Anche in questo caso l’ambientazione ovviamente è  New York.

Il resto del film e il finale sono una storiella all’americana, è bello rivedere oggi al nostro recente passato come se parlassimo della preistoria informatica….

Ruth & Alex

Finisco questa mia personalissima carrellata emozionale con un film del 2015 che vede Morgan Freeman e Diane Keaton in versione marito e moglie che vivono in uno splendido attico nel quartiere di Williamsburgh con vista sull’omonimo ponte e naturalmente sullo skyline di Manhattan. Vedendo il film, una bella storia ben diretta, mi sono innamorato di questo quartiere di tipica vita newyorkese e lontanissimo dagli itinerari turistici. Sono andato a fotografare Williamsburgh pochi mesi dopo aver visto il film, è una zona multietnica della città in cui la vita scorre lentamente, in cui la gente esce a piedi per strada e si muove in metropolitana, in cui si va a fare la spesa sotto casa e dove la sera puoi prendere un drink su una terrazza come quella del film… Torneremo a fotografare Williamsburg su un nostro itinerario tra locali retrò e gente comune, lo faremo perchè…. I LOVE NEW YORK!!!!!

Un giorno di pioggia a New York

Commedia di Woody Allen del 2019 in cui la storia si intreccia in modo magistrale come solo un grande regista sa fare tra due ragazzi che vanno a passare un weekend nella grande città con una serie di incontri sotto la pioggia. Notevole davvero è la ricostruzione fotografica sul set: la luce della fine della giornata con il sole che tramonta con una luce calda mentre sui protagonisti ancora cade la pioggia… New York è così: da vivere in ogni attimo, con ogni condizione meteo: il suo fascino non tramonta mai.

 

The Wolf of Wall Street

uno straordinario Leonardo Di Caprio diretto da Martin Scorzese nel pieno della sua arte cinematografica, racconta la storia vera di Jordan Belfort, “Il Lupo di Wall Street” nato nel Bronx che negli anni ’90 ha fondato “Stratton Oakmont” vendendo azioni per penny e truffando gli investitori e conducendo uno stile di vita pieno di eccessi, droga, prostituzione oltre che operazioni finanziarie scriteriate.

Il film racconta con un ritmo mozzafiato la storia dell’ascesa di questo uomo e la sua caduta. Di Caprio risulta credibile nel suo ruolo e New York, in particolare Wall Street fa da sfondo sociale a tutta la storia.

Ghost

chi come me ha vissuto tra gli anni ’80 e ’90 non può dimenticare la scena di Ghost famosa per demi Moore che lavora il suo vaso con l’abbraccio emotivo del suo fidanzato morto pochi giorni prima… Al dilà della favoletta strappalacrime comunque ben raccontata, forse non tutti ricordano che anche questo film era girato a New York e molte scene erano ambientate nella Subway, sui treni lerci e arrugginiti e nei corridoi fatiscenti della metropolitana… E noi in questo Viaggio Fotografico useremo più volte al giorno la metropolitana, la vivremo e sarà per noi un modo di viaggiare ancor prima che un mezzo di trasporto. La metropolitana di New York è un viaggio nel viaggio e se vuoi approfondire questo aspetto del viaggio te ne parlo qui in QUESTO ARTICOLO.

E’ morto Fulvio Roiter

Ricordo Fulvio Roiter fin da quando ero un ragazzino: mio padre comprò un suo libro fotografico e me lo mostrò. In verità mio padre non è mai stato un appassionato di Fotografia in senso stretto, ma quel libro ben fatto, quelle foto suggestive su Venezia e il suo Carnevale attrassero la sua attenzione di uomo curioso e affamato di cultura in senso generale e lo comprò insieme a migliaia di altri libri di arte e letteratura che avevamo in casa.
E quel libro finito in casa mia insieme ad una piccola collezione di altri Grandi Fotografi furono un pò la mia iniziazione fotografica. Non pensavo da anni a questi fatti, eppure quel libro iniziò a farmi sognare ad occhi aperti. Iniziò a mostrarmi un modo di raccontare il mondo con le immagini invece che con le parole.
Fulvio RoiterErano i rampanti anni ’80 e io guardavo quelle foto di Venezia scattate durante il Carnevale alla fine degli Anni’70. Sono passati quasi 40 anni e quelle immagini ci portano ad una Venezia che non c’è più. La Venezia di Fulvio Roiter infatti è una Venezia ancora relativamente poco turistica.
Roiter Passeggiata alle ZattereNelle sue immagini ci sono vastissimi scorci della città quasi completamente deserta, oggi sarebbe impensabile per chiunque poter pensare di scattare foto di giorno con Piazza San Marco vuota e senza turisti.
Ricordo che quando guardavo le foto di Fulvio Roiter (allora non avevo alcuna competenza fotografica, le sfogliavo come un quindicenne curioso troppo grande per leggere Topolino e troppo giovane per studiare Fotografia) mi appariva in tutta la sua forza il detto: “Quanto è triste Venezia”. Vedendo quelle foto Venezia mi sembrava davvero tanto triste, la nebbia del mattino, in alcune persino la neve, l’acqua alta e i le onde nei canali.
Roiter UmbriaAppena ho saputo della sua morte, che è stata oggi 19 aprile 2016 all’età di 89 anni, sono andato a cercare il suo libro che avevo gelosamente conservato in tutti questi anni e puntualmente l’ho ritrovato dopo 4 traslochi esattamente dove doveva stare, insieme agli altri libri della stessa Collana dei Grandi Maestri dei Fratelli Fabbri Editori. Si trovava in ottima compagnia, a stretto tra le copertine di Tina Modotti e Jeanloup Sieff (in ordine alfabetico) e poco più in là della stessa serie c’erano David Hamilton, Cartier Bresson e altri illustri colleghi. Stranamente il nostro Roiter era l’unico con la copertina grigia invece che nera… “Serie Argento“….
Roiter Cartolina

Riceviamo da Donatella Bisutti un bel contributo, un racconto vissuto in prima persona di un viaggio fatto con Fulvio Roiter. Un pezzo di vita vera, il ritratto di un grande Fotografo

RICORDO DI FULVIO ROITER – UN VIAGGIO IN CAPPADOCIA

Ieri è morto a 89 anni un grande fotografo, Fulvio Roiter. Abitava da anni al Lido di Venezia ed era diventato famoso soprattutto per le foto che aveva dedicato a Venezia e al suo Carnevale. Ma in realtà per anni la sua grande passione era stata viaggiare e aveva percorso mezzo mondo ricavandone una serie di libri fotografici che si distinguevano per il rigore e l’originalità compositiva con cui trasformava il reportage in opera d’arte secondo uno stile del tutto personale. Roiter era in certo modo un “pittore della fotografia”.

Io l’avevo conosciuto tantissimi anni fa e da allora eravamo diventati amici, anche con la moglie belga. Io allora ero una ragazza molto giovane e, per circostanze familiari – mio padre aveva fondato a Istanbul una società per conto della Pirelli – abitavo con i miei in Turchia, un Paese che mi affascinava e a cui per questo mi sento ancora legata. Ma siccome volevo tornare in Italia e costruirmi una vita mia – mi ero appena laureata, in Belgio, sempre per via del lavoro all’estero di mio padre – e sognavo di diventare giornalista, scrissi di mia iniziativa il diario di un viaggio alla scoperta delle antiche colonie greche dell’Asia minore, principalmente Smirne ed Efeso. Allora non c’era in quella regione alcuna attività turistica e gli archeologi francesi e tedeschi stavano solo cominciando a disseppellire rovine che ridisegnavano quelle città facendole risorgere da un paesaggio deserto, da cui nei secoli il mare si era ritirato. Fu così che scoprii, tra parentesi, l’archeologia – che fino ad allora avevo associato al chiuso un po’ muffito dei musei – come un’eccitante avventura. Mandai questo articolo all’unica rivista che avevo allora a portata di mano, e cioè alla rivista Pirelli, una rivista insigne che per qualche tempo aveva avuto come direttore anche un grande poeta come Vittorio Sereni. Il direttore di allora che credo fosse Castellani, dopo aver precisato che non pubblicava l’articolo per via di mio padre ma perché gli era piaciuto – e questo mi riempì di orgoglio, e riempì mio padre di stupore – a riprova di questo fatto inviò sul campo Fulvio Roiter che allora era ovviamente un giovane fotografo . Lui arrivò con la moglie Louise detta Lu, che per combinazione era belga, Paese in cui io avevo vissuto per anni. Facemmo subito amicizia. Fulvio Roiter allora non era ancora famoso, ma chi se ne intendeva lo considerava già un grande fotografo. Lui e la moglie erano una giovane coppia povera, perché lui era molto selettivo: non voleva lavorare per giornali e settimanali come avrebbe potuto, ma solo per due riviste che secondo lui gli davano la garanzia di una qualità di stampa ottimale, la rivista Pirelli appunto e la storica rivista svizzera Du. Avendo pochi soldi alloggiarono in qualche sorta di ostello e ricordo che venivano a fare la doccia a casa nostra.

Insomma Fulvio arrivò in una tenuta un po’ hippy e subito disse: ok, ho letto l’articolo e vado a fare le foto in Asia minore, però tu devi scrivere un altro articolo sulla Cappadocia e insieme dobbiamo andare a Goreme. Goreme oggi è famosa per le sue chiese e abitazioni scavate nel tufo ed é una delle mete turistiche privilegiate in Turchia, sfondo per ambientazioni cinematografiche. Ma allora nessuno ne sentiva parlare. Io c’ero stata qualche tempo prima con un gruppo della cosiddetta colonia italiana locale, che comprendeva alcune persone di origine italiana che vivevano a Istanbul o ci erano venute per lavoro, come un simpaticissimo professore di matematica napoletano che insegnava al liceo italiano, liceo che esiste credo ancora oggi. Avevamo noleggiato uno scassatissimo pullman e avevamo affrontato un viaggio non da poco. Di turisti nemmeno l’ombra. Credo che fummo i primi ad arrivare a Goreme. Ricordo che ci facevano entrare nelle case e ci facevano sedere a un tavolo, ci portavano frutta, dolci e loro in piedi ci circondavano e ci guardavano mangiare.

Le donne ci toccavano i vestiti per vedere com’erano fatti , palpare la stoffa, e siccome allora andavano di moda in Italia delle sottogonne di una sorta di crinolina, ci sollevavano le gonne per guardare sotto e così anch’io ne approfittai e scoprii che i loro pantaloni “turchi” erano in realtà gonne cucite nel mezzo.

Tornando a Roiter, non era possibile dirgli di no, anche se era estate e c’erano più di quaranta gradi. A Istanbul era arrivato anche il mio fidanzato, poi diventato mio marito, e mio padre gli affidò la sua macchina con mille raccomandazioni. Così partimmo in quattro per un viaggio di mille chilometri che si rivelò una vera avventura. Un’avventura indimenticabile. Il viaggio procedeva a rilento, perché Fulvio ogni poco gridava a Roberto di fermarsi perché aveva visto qualcosa da fotografare e si buttava fuori dalla macchina con la sua Canon appesa al collo. Ma non era mai questione di un attimo, perché lui, proprio come un pittore, non accettava la realtà com’era, ma voleva crearla. Per esempio vedeva alcune donne che lavavano i panni in un torrente, però non formavano quella composizione che aveva in mente lui, e che si ispirava a un’idea grafica, in cui la natura e la presenza dell’uomo si accordavano in una forma che tendeva all’astrazione. Allora lui si metteva in attesa, e noi con lui, ma chiaramente con un interesse minore del suo. Tuttavia non c’era verso di smuoverlo, finché spontaneamente le figure del quadro non avessero assunto le posizioni e il ritmo giusto. Chiaro che non bisognava avere fretta. Finalmente scattava e potevamo ripartire.

A questo ritmo arrivammo all’ora del tramonto in vista di Goreme, dove sapevamo esistere da poco una piccola locanda. Ci stavamo inoltrando nel paesaggio lunare di Goreme, fra pareti e coni di tufo rosato perché illuminato dalla luce obliqua del tramonto, quando con un soprassalto una scena magica, a una curva, si presentò davanti ai nostri occhi: la Fuga in Egitto!

Su un asinello che procedeva lungo il bordo della strada, davanti a noi, c’era una donna vestita come la Madonna di azzurro, con il capo ricoperto di una stoffa bianca che le scendeva a guisa di velo lungo le spalle, l’asino era condotto dal marito che camminava a piedi tenendolo per la cavezza. Fermo! gridò immediatamente Fulvio e la nostra macchina si ar